Il cammino sinora fatto dovrà subire, a questo punto, una piccola deviazione



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12.11.2018
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AMORE CONIUGALE

Il matrimonio è la realizzazione pienamente umana dell'amore sessuale. Quando si parla di amore di amicizia o di benevolenza si concreta in una grande varietà di espressioni: l'amore paterno - filiale, quello fraterno, quello dei parenti, quello che nasce tra vicini e colleghi o tra i membri di una medesima associazione, e altri ancora. È chiaro, dunque, che non tutti i generi di amore sono caratterizzati da un tratto esclusivo ed escludente che li differenzia dagli altri. L'amore coniugale invece lo possiede, e in maniera particolarmente significativa: la donazione della sessualità totale, propria ed esclusiva della dilezione tra sposi. Javier Hervada così si esprime in proposito: «L'amore coniu­gale non si riduce a quanto la persona ha in comune con tutte le altre persone umane; un amore di tal genere non sarebbe che normale amicizia, amore del prossimo, filantropia, o analoghe modalità. L'amore coniugale appartiene a quel tipo di amori che hanno per oggetto l'altro in quanto egli possiede una determinata condizione o è in relazione peculiare rispetto a chi ama. L'amore materno, per esempio, si fonda sulla relazione madre-figlio; l'og­getto di questo amore è la persona del figlio, ma in quanto è figlio e perché è tale. In pari modo, chi viene amato coniugalmente è la persona dell'altro in quanto distinta, cioè, in quanto è maschio o femmina. Detto altrimenti, l'oggetto specifico dell'amore coniu­gale è l'umanità dell'uomo in quanto uomo e l'umanità della donna1». Ogni volta che amiamo questa o quell’altra persona, le amiamo indipendentemente dal suo sesso: e non amiamo nemmeno esclu­sivamente la sua sessualità; una sessualità che si trasformerebbe altrimenti in qualcosa di astratto, impersonale, slegato, erratico, asso­luto. Amiamo invece la persona sessuata e, dunque, la sessualità concreta, individuale nella persona del coniuge che è la sua sessualità integrale, completa, con tutte le sfu­mature e la ricchezza che questa determinazione implica. Io amo il mio coniuge nelle sue dimen­sioni strettamente fisiche e biologiche, nella sua affettività e psiche, nella sua stessa spiritualità; e l'indole personale innalza ed esalta la sessualità, rendendo la nel medesimo tempo realmente individuale, unica, irripetibile. Per questo l’amore coniugale si differenzia da ogni altro tipo di amore. Il desiderio di pienezza e ciò che il coniuge desidera per l’altro e non per se stesso ma per l’altro in quanto altro. Desiderare che l’altro giunga alla completezza integrale, cioè nessun elemento di quelli che configurano la sessualità umana deve essere estraneo alla donazione reciproca dei coniugi. Gli sposi si donano mutuamente tutta la sessualità: e dico tutta perché la propria condizione sessuata, che impregna profondamente tutti gli strati costitutivi della persona, è assoluta­mente irrinunciabile. Nessuna donna può mai smettere di essere tale: né vivendo con un'altra donna, né nel rapporto con uomini, e neppure nell'intimità con Dio. E lo stesso l'uomo. A nessuno dei due è possibile rinunciare alla propria indole sessuata quando stabiliscono legami di amicizia - di amore di amicizia - con persone dello stesso sesso o di sesso opposto. Ma se ciò non comporta che intrattengano relazioni in quanto sessuati la qual cosa è esclusiva della dilezione coniugale, si deve proprio al fatto che esistono aspetti, e aspetti molto decisivi, della mascolinità e della femminilità che restano esclusi da ogni genere di donazione d'amore _ di amicizia, eccezion fatta di quella rigorosamente matrimoniale. Inevitabilmente, la sessualità entra in gioco quando un essere umano stabilisce rapporti di amicizia con chiunque altro, per il semplice fatto che i due saranno, in tutti gli aspetti della loro persona, uomo e donna; ma la sessualità completa - insisto ­vive solo entro l'amore coniugale. Ed è questo il motivo per cui si può dire che solo i coniugi si relazionano l'un l'altro in quanto sessuati (e non semplicemente in quanto persone, ancorché si tratti, è ovvio, di persone sessuate ). Quindi, noi possiamo parlare di sessualità completa solo all’interno dell’amore coniugale. Ma perché solo all’interno della dualità coniugale? Considerata nel suo senso più ampio e ricco, la sessualità umana trova nel corpo la sua origine immediata e, quindi, la condizione che la rende possibile. Di conseguenza, donare il corpo, con le facoltà genesiche in esso racchiuse, costituisce senza dubbio una donazione di aspetti importanti della propria mascoli­nità e femminilità. Importanti e intimi. Poiché donando il nostro corpo, offriamo noi stessi. Il corpo non è qualcosa che possediamo, bensì è quello che profon­damente ed effettivamente siamo, nel senso vero e proprio del­l'espressione. Ma la questione va ben oltre a quanto solitamente si pensa. Il primo senso dell'affermazione richiamata è, certamente, che, lungi dal configurarsi come uno strumento o un possesso, il proprio corpo costituisce una parte di noi stessi. Da secoli la filosofia ha sostenuto che l'uomo è composto di anima e di corpo, come princìpi integranti costitutivi. Il corpo umano è, pertanto, uno dei due princìpi metafisici essenziali che configurano la persona umana. Ma c'è di più: il corpo traduce o esprime tutta la persona e, in questo senso, che non può ridursi a mera metafora, esso è la persona stessa: non solo come elemento integrante, ma - in qualche modo - nel suo stesso carattere totale. Commen­tando alcune parole di san Paolo, nella Prima lettera ai Corinzi, Giovanni Paolo II afferma che l'uomo «esprime sé stesso per mezzo di quel corpo e in tal senso “è”, direi, quel corpo»2.quindi, di fronte agli altri animali l'uomo presenta la peculiarità che la sua forma sostanziale l'anima umana -, invece di possedere l'essere in e, fino a un certo punto, per la sua unione con la materia, lo riceve direttamente da Dio in proprietà privata, dandolo a sua volta ­e in rigorosa contemporaneità - in partecipazione al corpo. Dunque, l'atto di essere dell'uomo appartiene pro­priamente all'anima - per questo essa è immortale, ed è l'anima che, nel medesimo istante della sua creazione, lo comunica al corpo animandolo. Corpo e anima partecipano così di un solo e medesimo essere - quello dell' anima - e da esso ricevono tutta la loro attualità e perfezione, tutta la loro realtà. Ma il corpo partecipa dell'essere attraverso l'anima. Di conseguenza corpo e anima si distin­guono, al tempo stesso che si relazionano, come due princìpi costitutivi, dalla prospettiva trascendentale - quella dell'atto di essere - rimangono uniti, proprio per la comune loro partecipazione a uno stesso essere. L’essere però si deve donare in una forma profonda e genuina. Una prima «traduzione» della dedizione del proprio essere personale si trova nella donazione della volontà, facoltà spirituale che raccoglie e aduna in sé tutte le fibre e tutti i mezzi dell'essere umano. Una seconda «traduzione» della donazione dell'essere personale è l'offerta del corpo, che sarà reale e genuina solo quando esprima ed esteriorizzi autenticamente l'a­more elettivo personale. Le due «versioni» permettono di conoscere effettivamente e in profondità ciò che è l'essere umano. La volontà, per la sua intrinseca capacità di comunicare perfezione - volendo e cer­cando il bene dell'altro in quanto altro, riflette perfettamente il carattere di dono in cui l'uomo ottiene il suo compimento perfettivo e si «realizza» in pienezza come persona. I corpo,invece, avendo una sua costitutiva indole sessuata, si presenta intrinsecamente orientato verso l’altro sesso; il corpo dell'uomo è per il corpo della donna e quello della donna è per quello dell'uomo. I due, nella loro mutua relazione costitutiva, si offrono altresì come creati per la donazio­ne reciproca. Di conseguenza, e nella stessa misura in cui il corpo fa conoscere l'uomo nella sua interezza, esso manifesta sensibil­mente - che la persona umana è principio e termine di amore e, dunque, che l'uomo non può ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé, che è chiamato a esistere “per” gli altri, a diventare un dono. In più il corpo umano sessuato come espressione adeguata dell'essere personale dell'uomo e creata a immagine e somiglianza dell'Assoluto - intrinse­camente orientato al dono - costituisce una manifestazione sen­sibile, la più alta, della natura intrinseca di Dio stesso, Amore infinito. Quindi, anche nell’unione coniugale completa gli sposi si configurano come partecipazioni personali dell' Assoluto, le relazioni matrimoniali ci permettono di accedere alla conoscenza stessa di Dio come Amore personale sussistente, infinitamente generoso. «L'uomo emerge ora», spiega Giovanni Paolo II, «nella dimensione del dono reciproco, la cui espressione - che per ciò stesso è espressione della sua esistenza come persona - è il corpo umano in tutta la verità originaria della sua mascolinità e femminilità. Il corpo, che esprime la femminilità "per" la mascolinità e viceversa la mascolinità "per" la femmini­lità, manifesta la reciprocità e la comunione delle persone. La esprime attraverso il dono come caratteristica fondamentale dell'esistenza personale. Questo è il corpo: testimone della creazione come di un dono fondamentale, quindi testimone dell'Amore come sorgente, a cui e nato questo stesso donare»3. La peculiarità dell'amore coniugale è la donazione del proprio corpo in quanto vi sono situati gli organi e le funzioni che rendono possibile il concepimento di una nuova vita umana. Come scriveva Plutarco, raccogliendo queste parole di Dafneo, è l'«amo­re coniugale quello che garantisce al genere umano l'immortalità, pur essendo mortali gli individui, perché continuamente riaccende attraverso nuove nascite la nostra razza che si spegne con gli anni»4. L’uomo avendo il dominio sopra di sé rappresenta la condizione ontologi­ca che rende possibile il dono amoroso di quanto è insito in lui e lo costituisce: e aggiungevamo che il requisito esistenziale inelu­dibile per questa offerta era l'autodominio effettivo e reale, tramite la volontà, di tutti i mezzi che configurano il suo organismo tendenziale e costitutivo: solo l'uomo che dispone di sé, che ha instaurato l'egemonia della volontà, tesa a un grande amore, sulle altre potenze o facoltà, può, in un atto liberissimo di abbandono, offrire il proprio essere alla persona amata. La situazione è ora simmetrica. Esiste anche una condizione ontologica che rende possibile la donazione della capacità procreativa: il dominio che l'uomo ha su di essa o, più in concreto, sulla sua applicazione ed esercizio. Ma esiste anche un requisito esisten­ziale irrinunciabile per rendere attuale l'offerta del corpo, e che non costituisce se non una concrezione di quel dominio vitale generale che la volontà deve instaurare sul resto della persona umana: in questo caso, sull' attività, sull' esercizio, della capacità procreativa. La persona che non abbia stabilito in grado sufficiente questa dipendenza, ben difficilmente potrà offrire al coniuge _ fino a farlo proprietà sua: dell'altro, del coniuge - il proprio diritto sull'uso delle sue facoltà genesiche. In conclusione, la partecipazione della propria capacità di generare nuovi esseri umani, in quanto manifestazione e realizzazione dell'amore con cui gli sposi danno vita al loro costitutivo carattere di dono rappresenta:

1) il sigillo con cui l'uno e l'altro suggellano la donazione della propria sessualità; 2) quello che permette di parlare di sessualità completa, integrale;



3) quello che fa sì che marito e moglie si relazionino l'un l'altro, formalmente, in quanto sessuati.
La fusione coniugale
Quali sono le note distintive dell'unità o comunità coniugale?

Pedro-Juan Viladrich, afferma che: «L'amore coniugale si basa sulla differenza sessuale tra l'uomo e la donna, talché l'oggetto (il bene amato) che lo connota come coniugale è l'amore della persona dell'uomo, proprio in quanto è uomo (mascolinità o virilità) e perché lo è; ed è l'amore della persona della donna, ma appunto in quanto è donna (femmini­lità) e perché è tale. Questo amore si distingue da ogni altro tipo di amore nel suo specifico carattere sessuale e, dunque, procreati­vo. Uomo e donna si uniscono come due persone, ma in quanto sono sessualmente diverse e complementari. L'oggetto specifico che fa coniugale un amore è amare l'umanità dell'uomo in quanto uomo (virilità), e l'umanità della donna in quanto donna (femmi­nilità). Il bene specifico che rende speciale e unico l'amore coniu­gale, dunque, è l'amore della persona dell'altro in quanto sessualmente diverso e complementare. Virilità e femminilità (nella loro ragione di beni distinti, complementari e ordinati al­l'unione e alla fecondità) costituiscono l'oggetto peculiare che rende coniugale l'amore tra due persone». Da queste osservazioni si può dedurre che, ciò che attiene all'unione o comunione, alla iden­tità, il «punto di partenza» del matrimonio - e dell'amore coniu­gale - è radicalmente diverso da quello di qualsiasi altro genere di amicizia. E questo, in primo luogo, che quella comunione mette in gioco la sessualità – integrale, del­l'uomo e della donna: la mascolinità e la femminilità complete. Ma anche, e come corollario di questa verità originaria, perché tali aspetti in gioco risultano complementari, nel senso che, per sé stessi, e rispetto al fine cui devono la loro esistenza, ai trovano radicalmente incompleti. Infatti, ancorché imperfette e costitutivamente orientate - in virtù del loro carattere partecipato - alla pienezza finale, le persone dell'uomo e della donna possiedono i requisiti ineludibili perché possano considerarsi, in quanto persone, strettamente complete. Ben più, possiedono la prerogativa dell'integrità o totalità (l'indole di «completarsi») in un grado così alto, così sublime - ancorché partecipato, che questo aspetto le diffe­renzia ontologicamente da qualsiasi realtà infrapersonale. La pie­tra, il melo, l'uccello sono una parte della specie e, attraverso di essa, una porzione dell'universo materiale (e si trovano subordi­nati all'una e all' altro). In realtà, non importano tanto per sé stessi, quanto per la famiglia naturale o biologica cui appartengono e, in definitiva, per la perfezione del tutto, dell'universo nel suo insie­me. Il loro essere, si potrebbe dire - e gli ecologisti lo hanno sottolineato convenientemente - è una sorta di «prestito» che l'universo fisico fa loro e, nel concederglielo, li assoggetta a sé, al tutto. Al contrario, e in virtù dell' anima spirituale, le persone hanno un atto di essere «in proprietà privata», intrattengono una relazione diretta con l'Assoluto e costituiscono un certo tutto e un fine in sé. Senza che questo significhi alcunché contro il loro nativo carattere sociale - solidale con la condizione di persone, aperte allo scambio comunicativo, e di persone finite, partecipate _, occorre affermare senza ombra di dubbio che, in quanto persona, ciascuno degli esseri umani costituisce una realtà completa, sus­sistente, capace di guadagnare il fine personale cui è chiamata attraverso l'amore. E tuttavia la persona è incompleta, per ciò che riguarda la sua indole sessuata. Sebbene sia una questione su cui torneremo nella settima lezione, non si può negare che un motivo fondamentale del carattere sessuato degli esseri umani è la procreazione. Pro­creazione che, da questo punto di vista, rimanda altresì al carattere temporalmente finito e all'indole partecipata delle realtà umane in relazione alla specie. Poiché gli uomini hanno una vita limitata, e poiché nessuno di loro esprime in sé a sufficienza tutta la nobiltà virtualmente racchiusa nella specie umana - per queste due ragioni strettamente connesse -, i rappresentanti del genere uma­no appartengono all'uno o all'altro sesso, di maniera che con la loro unione la specie si perpetui (o meglio nascano ulteriori persone, anch'esse limitate nel tempo, ma dotate, ciascuna consi­derata individualmente, di valore per sé medesima). Ebbene, l'amore coniugale mira direttamente a questa «parzia­lità» o «complementarità» dell'indole sessuata dei coniugi. Di conseguenza, la loro comunione o identità specifica è quella che fa, di due realtà parziali, una sola unità in ordine alla procrea­zione e al completamento sessuale reciproco. Muovendo da questa comunità peculiare e originaria, gli sposi devono conquistare la comunione totale alla quale tende ogni vero amore tra gli uomini, impregnando però quella comunità assoluta con il particolare sapore che le conferisce la sua identità di origine: il fatto di costituire, in vista della procreazione e del completamento sessuale-amoroso, una «carne sola». Sant'Agostino diceva che i veri amici sono come «un'anima sola in due corpi». Sottolineava con ciò l'unione o comunità affettiva - spirituale, di volontà-, vertice di ogni autentica amicizia. Questa identità deve essere indubbiamente presente anche tra gli sposi; in caso contrario l'unione fisica, scissa da un genuino amore personale, si configurerebbe come un' autentica farsa, priva di ogni verità, dal momento che in alcun modo potrebbe esprimere visibilmente l'inesistente comunione intima delle persone. Lo affermava già quasi venti secoli fa Plutarco, con parole piene di bellezza: «grandiosa e ammirabile è l'opera prodotta da Afrodite, ma essa costituisce soltanto un effetto secondario del potere di Amore, allorché coo­pera con la dea. Se Amore non è presente, ciò che accade resta assolutamente privo di fascino, "indegno di onore e di affetto" (Eschilo). Effettivamente, il rapporto sessuale privo di amore è come la fame o la sete: si tratta solo della soddisfazione di un bisogno, che non conduce a nessun nobile risultato. Grazie ad Amore, invece, la dea fa sorgere amicizia e intima fusione, poiché il piacere non può esaurirsi nell' appagamento fisico»5. È chiaro: slegata dall'amore, l'unione sessuale non ingenera identità personale alcuna; anzi, invece di identificare, disunisce, poiché racchiude ciascuno dei due che vi partecipano nel per sé sperso­nalizzante ed egoistico delle proprie rispettive pulsioni istintive. Joachim Bodamer lo conferma: nessuno può stupirsi, scrive, che «in una società che fa della sessualità una condizione previa all'amore, anziché fare dell'amore la condizione per il dono del corpo, paradossalmente, il rapporto sessuale invece di avvicinare allontana l'uomo e la donna, li lascia soli e abbandonati proprio là dove con assoluta sicurezza pensavano di incontrarsi»6. Al contrario, sulla base di questa unione originaria - un' anima sola in due corpi -, gli sposi portano a compimento, come la differenza specifica e propria del loro amore, la comunione cor­porale, nella quale si configurano come una realtà unica ordinata alla procreazione. Questa comunità esclusiva, se non necessariamente rende più intensa che in ogni altro caso l'identità spirituale, certo la favorisce e le dà un «tono» assolutamente caratteristico. Si stabilisce una sorta di feedback7, in virtù del quale la generica e originaria unione affettiva o di volontà - l'estasi propria di ogni amore -, si completa e acquista sfumature con la particolarissima unione corporale, la quale, a sua volta, costituisce il punto di partenza per una rinnovata compenetrazione di volontà, impregna­ta comunque dal peculiare ambiente che l'unione sessuale instau­ra. Di conseguenza, la peculiare identità dei coniugi - l'essenza del loro amore - è quella di un'unione di anime che sfuma e si arricchisce con la fusione dei corpi, e tutto ciò orientato alla procreazione e all'espressione e crescita di quel medesimo amore, che da tale unione si alimenta. Ne deriva, inoltre, la particolare comunione di beni - in primo luogo, i figli - che si instaura all'interno di ogni matrimonio sano. Lo esprimeva concisamente, anche se con una certa emotività, Paul Claudel, per bocca di Mara, in L'annuncio a Maria: «Io sono tua moglie e tu non puoi fare a meno che lo sia! Una sola carne inseparabile, il contatto per il centro e l'anima, e la conferma, quella misteriosa parentela fra noi due, per la quale io ho avuto una figlia da te»8. Se badassimo alla componente diacronica del matrimonio ­la sua dilatazione nel tempo - e alla inevitabile imperfezione dell'amore ai suoi inizi, si dovrebbe affermare che l'identità propria degli sposi è quella di due anime parzialmente unite dall'affetto iniziale e che, negli atti volti alla procreazione dei figli - e come espressione e frutto di questo amore -, si trasformano in un solo corpo - un corpo in due anime, per poi conquistare, lungo la loro vita coniugale, anche la particolare e piena unione di anime che l'amore matrimoniale ingenera: un corpo solo e un'ani­ma sola. La prima parte di questa affermazione complessa - un corpo solo in due anime - viene sottolineata, con espressioni alquanto tecniche, nella citazione che di seguito si riporta: «In forza del vincolo, gli aspetti coniugali dell'uomo (virilità) e quelli della donna (femminilità) non sono più due cose che si "relazionano" o semplicemente "convivono"; uomo e donna, per il vincolo, sono invece nella dimensione coniugabile una sola unità di vita e per la vita. In tal maniera non sono più due che si "relazionano", pur rimanendo nella dualità, ma una carne sola. La convivenza, l'unione, i rapporti, ogni altro tipo di contatto sono una conseguen­za dell'essere un'unica realtà negli atti coniugali. Perciò l'uomo, in virtù del vincolo coniugale, non è più uomo, ma sposo; e la donna non è soltanto una donna, bensì sposa. Non ha quindi più senso, dopo il vincolo coniugale, parlare di persona e virilità (uomo) e di persona e femminilità (donna), ma l'uno e l'altra sono due persone nell'unicità della realtà coniugale (virilità e femmi­nilità sono un'unità sola, un 'unica carne); "e i due", dice la Genesi, "saranno una sola carne"»9. Un corpo solo in due anime, come rileva, per l'appunto, Pedro-Juan Viladrich. Per parte loro, le due tappe che costituiscono la dinamica dell'identificazione matrimoniale, con la sua dialettica di corpi e di anime, si trovano compendiate in queste parole di Giovanni Paolo II: la «comunione coniugale affonda le sue radici nella naturale complementarità che esiste tra l'uomo e la donna, e si alimenta mediante la volontà personale degli sposi di condividere l'intero progetto di vita, ciò che hanno e ciò che sono»10. Ciò che il Papa ribadisce, da una prospettiva un po' diversa, con le seguenti espressioni: l'amore coniugale, nel suo insieme, «mira a una unità profondamente personale, quella che, al di là dell'unione in una sola carne, conduce a non fare che un cuore solo e un' anima sola»11. L'unità tra coloro che si amano avviene mediante un mutuo e reciproco incremento del proprio essere­ l'instaurazione del «noi», frutto della confluenza dei due «io», che comporta un accrescimento della operatività, una maggiore vivacità e risolutezza, un notevole aumento delle proprie energie, tutto ciò si realizza nel modo più nobile, elevato e intenso in cui possa naturalmente effettuarsi. In virtù della donazione reciproca della capacità di generare - «una sola carne» -, l'essere degli sposi si ritrova arricchito - ontologicamente potenziato -, al punto che è capace, nella misura in cui questo è accessibile all'uomo, di dare origine a una nuova persona umana. Nessun altro tipo di amore tra gli uomini ha una conseguenza così ineffabile. Nessuno instaura una cooperazione tanto intima e feconda. Solo l'unione amorosa di due persone umane, in quanto integralmente sessuate, potenzia - nel coniugarli - i rispettivi atti di essere, in una misura e con una direzione tali, che il frutto naturale di quella identificazione è un nuovo essere umano. Certo, si potrebbe obiettare, l'essere della nuova creatura è effetto immediato ed esclusivo dell'azione creatrice divina. E, dall' opposto punto di vista, sono le facoltà genesiche - e non l'atto di essere - a dare origine all'essere umano nascente. Ma, non si stanca di ripetere Tommaso d'Aquino, le potenze generative non agiscono se non in virtù delle rispettive forme sostanziali dei genitori -le loro anime spirituali - e, più in là di esse, dell'atto personale di essere del quale partecipano. E, nella misura in cui portano a fine la loro unione feconda, tali facoltà - strumental­mente operative - preparano la materia per la recezione di un'anima umana: in questa proporzione - per niente metaforica - sono causa del concepimento del nuovo essere. Conclusione: l'unione reciproca dei corpi identifica talmente l'essere degli sposi, che - incrementando indicibilmente il loro vigore opera­tivo -li rende capaci di portare alla vita un nuovo essere umano, unico, irripetibile, prezioso di per sé. È possibile caratterizzare ulteriormente la peculiarità e la spe­cificità di questa unione? Certamente: l'identificazione propria degli sposi si distingue da qualsiasi altra per il fatto che essa, in maniera visibile, esprime più adeguatamente la natura della persona umana, come principio e termine di amore, di affer­mazione dell'essere altrui, di donazione. E ciò si può cogliere ricorrendo di nuovo alla categoria che, da tempo immemorabile, si utilizza per alludere al rapporto sessuale: quella della conoscenza. L'esperienza coniugale non è semplicemente un sapere del corpo e del sesso, ma una conoscenza sensibile, esperienziale, dell'in­dole personale del proprio coniuge (e, in stretta correlazione, della propria natura personale); perché il corpo umano, proprio per il suo carattere sessuato, costituisce un'adeguata manifestazione fisica della persona tutta, specialmente sotto il suo aspetto terminale di dono, di essere destinato a raggiungere il proprio perfezionamento finale con l'offerta di sé. Il corpo sessuato, maschile o femminile, è fatto per donarsi a un corpo di sesso contrario. È, da questa prospettiva, espressione di tutta la personalità sessuata: è quella sessualità personale «fatta carne». Ecco perché attraverso il sesso, attraverso l'unione coniugale, l'uomo e la donna si conoscono «esperienzial­mente» come dono personale; ed ecco parimenti perché il piacere che deriva dall'unione - sempre un corollario, una conseguenza gioiosa della mutua donazione fisica - si costituisce, a sua volta, come immagine ed espressione fedeli della felicità personale, che solo l'amore generoso e donato è capace di produrre: anche come risultato, come fausta conseguenza. Ma, ancora, l'uso del verbo «conoscere» per alludere alle relazioni intime presenta altre armonie, che è necessario rendere esplicite. L'operazione umana di conoscere, in forza della quale chi conosce giunge in qualche modo a essere il conosciuto, suppone una intenzionale identifica­zione previa tra il soggetto e la cosa. Ebbene, l'uso del medesimo vocabolo - conoscere - nelle relazioni matrimoniali permette di cogliere che, attraverso di esse, anche l'uomo e la donna si identificano, diventano uno. Il conoscente in atto è il conosciuto in atto, dicono i filosofi; tramite il rapporto coniugale, potremmo aggiungere noi, l'uomo è attualmente la donna - è la donna in atto -, e la donna è l'uomo in atto (nello scambio coniugale). Ma c'è di più. Nel conoscere, l'identificazione intenzionale è possibile perché l'intelletto umano racchiude un orientamento costitutivo verso la realtà, talché si può affermare che è per essa; l'ente creato, a sua volta, può considerarsi «accidentalmente» relativo all'intel­letto umano - è intelligibile per lui in quanto è stato forgiato, intelligentemente, da un'Intelligenza suprema, l'Intelligenza divi­na, di cui conserva per sempre un'intima impronta. Similmente, l'uomo e la donna possono conoscersi sessualmente - nel corpo e nell' anima -, per il fatto che ciascuno di loro è stato creato per l'altro. E racchiudono questo reciproco orientamento costitutivo al mutuo dono per un'unica ragione: entrambi - uomo e donna - sono stati stabiliti nell'essere, modellati, da un Amore infinito, da un Amore sostanziale e sussistente - abissalmente generoso , che li ha fatti a immagine e somiglianza di Sé stesso. In questa maniera il corpo umano sessuato, orientato all'unione oblativa, permette di conoscere l'indole costitutiva più personale dell'essere umano e quella dell' Amore che gli ha dato origine. È, richiamando il linguaggio teologico, il suo sacramento, il suo segno sensibile. Così dice Giovanni Paolo II: «Il sacramento, come segno visibile, si costituisce con l'uomo, in quanto "corpo", me­diante la sua "visibile" mascolinità e femminilità. Il corpo, infatti, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall'eternità in Dio e così esserne segno»12.
www.famigliaviva.it Concetta e Salvatore Monetti

una vita al servizio delle famiglie



1 JA VIER HERVADA, Didlogos sobre el amor y el matrimonio, Eunsa, Pamplona 1987, p. 32.

2 GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna lo creò, Città Nuova Editrice-Libreria Editrice Vaticana, Roma 1987, p. 222.


3 98 GIOVANNI PAOLO II, Uomo e donna ... .

4 PLUTARCO, Sull'amore, Adelphi, Milano 1993, p. 50.

5 plutarco, op. cit.

6 JOACHIM BODAMER, Liebe und Eros in der modernen Welt, Hamburg 1958, p. 40.

7 Feedback significa letteralmente retroazione, cioè è la reazione ad uno specifico stimolo. Questo concetto è utilizzato in psicologia da quegli approcci più recenti che considerano la mente umana un sistema capace di elaborare informazioni é un meccanismo con il quale il corpo umano controlla le risposte e le azione fisiologiche.

8 PAUL CLAUDEL, L'annuncio a Maria, Vita e Pensiero, Milano 1995, p. 148.

9 PEDRO-JUAN VILADRICH...

10 GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio, n. 19.

11 Ibidem.

12 Op. cit.



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