Il Campo… passo dopo passo



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SUSSIDIO CAMPOSCUOLA 2005

GIOVANISSIMI





A cura dell’equipe diocesana Settore Giovani

Azione Cattolica

Diocesi di Molfetta – Ruvo – Giovinazzo - Terlizzi



Cari amici,

dopo un anno intenso tra assemblee parrocchiali, diocesane, nazionali; congresso eucaristico, feste, incontri, p.f.r, consigli e presidenze… arriva l’estate! E per chi stesse già fraintendendo questa esclamazione, fantasticando scenari ameni e luoghi paradisiaci, diciamo: un attimo solo, c’è prima il camposcuola! Chissà quanti giovanissimi della nostra diocesi, durante il camposcuola, avranno modo di riposarsi dalla calura estiva, all’ombra di una quercia rinfrescante e riposante sotto un cinguettio a tratti roboante…ma questi ragazzi dovranno pur riflettere su qualcosa…non potranno trastullarsi fingendo un singolare e mistico rapporto con la natura! Scriveva Alberto Marvelli, uno dei testimoni di cui parleremo, di desiderare l’attività continua, “mai stare in ozio!”. È per questo che, come equipe, abbiamo pensato a questo sussidio, perché gli animatori possano aiutare gruppi giovani o giovanissimi a discernere sui valori di un’esemplare vita cristiana che rifugge dal vano ozio e si tinge di scoperte quanto mai interessanti!

Quest’anno come alcuni di voi avranno già notato, i sussidi vari per campiscuola trattano tutti il tema dell’eucaristia. Come equipe abbiamo voluto offrire un’alternativa a questa scelta per venire incontro alle diverse esigenze delle parrocchie della nostra diocesi. Quest’anno infatti molti consigli parrocchiali si sono rinnovati in toto, di conseguenza molti responsabili associativi sono alle loro prime esperienze. Abbiamo pensato, quindi, a un sussidio che tratti il tema della “gratuità”, in linea anche con la scelta associativa dell’anno appena trascorso. La “gratuità”, quindi, inteso come principio che deve guidare sempre l’opera di quanti si impegnano in AC. Auspichiamo quindi che le nuove leve possano davvero aspirare verso mete più alte di vita associativa sempre guidati da questo principio evangelico. Non di rado ci capita di sentire proteste e mugugni per i troppi impegni parrocchiali e per il loro frenetico susseguirsi. A volte però dalla protesta si passa al rischio della sterilità del proprio servizio, quel servizio che purtroppo è fine a se stesso e non porta all’intimità con Gesù Cristo. Per tutti questi motivi, vogliamo, in questo primo anno di rinnovo delle cariche, porre dei punti fermi che siano basilari per il cammino associativo di ogni aderente.

La “gratuità” può aiutarci a scoprire l’ardente desiderio di camminare nella propria vita spirituale senza che questo pellegrinaggio si fermi per esaurimento di motivazioni e mete. La “gratuità” non si ferma, è in tutti i giorni, è radicata intrinsecamente in ogni cristiano.

Abbiamo voluto porre in risalto la “gratuità” sotto più aspetti. Allo scopo di non far sembrare il tutto vacuo e insondabile abbiamo proposto dei testimoni che hanno vissuto in modo esemplare il vangelo. La scelta è ricaduta su testimoni giovani, affinché si possa rendere più vicina ai nostri gruppi, la realtà della vita vissuta alla luce dei principi evangelici.
Il sussidio si apre con una celebrazione di inizio campo “Gratuitamente… c’è più Gioia nel DARE!”, a cui seguono quattro incontri:


  • Nel primo si tratterà della “gratuità” come “scelta” e presenterà come testimone il “giudice ragazzino”, Rosario Livatino.

  • Nel secondo incontro si affronterà la “gratuità” come “servizio” e la scelta del testimone è caduta su Alberto Marvelli.

  • Nel terzo incontro si discuterà della “gratuità” come “talento” e avrà come testimone San Domenico Savio.

  • Il quarto incontro si distingue dai primi tre perché metterà al centro della discussione la personalità dei partecipanti al campo, discutendo sulla vita, dono di Dio.

Speriamo di avervi fornito abbastanza materiale per mettere su un campo modellato sulle esigenze di ogni parrocchia. E dopo tante parole di presentazione, non resta che augurarvi un buon campo! All’insegna della “gratuità”, il vostro spendersi per i giovani e giovanissimi delle vostre parrocchie, sia sempre proficuo ed evangelico!

Il Campo… passo dopo passo


La preghiera del mattino - All’aurora ti cerco - introduce il tema del giorno che siamo chiamati a vivere. Si orienta l’attenzione degli adolescenti sul senso della giornata da vivere.
Un tempo per pensare: è la catechesi di ogni giorno che presenta da una parte il testimone (per tre giornate) che ci accompagnerà nella giornata, dall’altro ci permetterà di riflettere sul tema.
Laboratorio: attraverso dinamiche, attività, lavori di gruppo… i giovanissimi si confronteranno sul tema del giorno, in modo da far emergere, attraverso il gioco e lo scambio di opinioni il loro mondo interiore…
È tempo di…: è il momento dell’incontro con il Signore. La liturgia conclude la giornata in cui le riflessioni, gli atteggiamenti, i giochi, le azioni diventano celebrazione, attraverso lode e ringraziamento verso Dio.

Per gli educatori



perché l'esperienza del Campo sia efficace, vi ricordiamo che è necessario "sin­tonizzare" le esperienze concrete dei giovanissimi. Il materiale proposto desideriamo essere soprattutto un aiuto a voi educatori per il lavoro che andrete a fare per adattare il campo alle diverse situazioni dei gruppi parrocchiali.


Buon lavoro

Margherita, Vincenzo, don Mimmo

e l’equipe diocesana

Celebrazione d’inizio campo






Cel. Dio creò l'uomo a sua immagine e somiglianza. Dono lo creò. L'identità di ogni ragazzo e ragazza è quella di essere dono che si dona. Anche se spesso il mondo ci fa credere di essere nati per caso o addirittura per sbaglio, non è così! Noi siamo doni nati dal Dono: Dio-Trinità. Quell'amore che c'è tra Padre, Figlio e Spirito Santo non poteva non riversarsi su di noi.
Canto

Lettore

L'isola, una sottile striscia di sabbia, è poco lontana dalla costa di Mindanao e dalla città di Zamboanga (Filippine); sembra una cartolina, con il mare limpidissimo, le palme, la sabbia candida. Ma per chi ci abita è un altro. discorso, perché si sopravvive a fatica con la pesca e la coltivazione delle alghe.

Padre Sebastiano mi accompagna alla scuoletta dove i bambini collezio­nano un'incredibile varietà di splendide conchiglie, che mi mostrano con fierezza. Mentre salutiamo qualche famiglia che abita nelle piccole case in legno e paglia allineate sulla spiaggia, un bambino sugli otto anni ci corre incontro, sprizzando gioia: «Venite, papà vi aspetta, stanotte è nata una sorellina!».

Entriamo, salendo la scaletta traballante, nella casa dell'imam (capo moschea): tre stanze spoglie e un'accoglienza sorridente. Ci fa accomodare per terra, offre una bibita, parla con emozione della neonata: ora i figli sono sei!

Poi ci fa passare di là dove la moglie riposa su una stuoia e ci mostra contento Myriam, chiedendoci di pregare per lei...

Poche settimane dopo, ho partecipato alla gioia per la nascita del mio nipotino Francesco, in una solida e attrezzata clinica di Lugano, fra mille attenzioni e accorgimenti tecnici, accuratamente custodito in una sala luccicante e mostrato ai parenti attraverso il vetro...

Eccoli Myriam e Francesco, così diversi per le condizioni in cui vengo­no al mondo! Femmina e maschio, Filippine e Svizzera, di famiglia musulmana e di famiglia cristiana, adagiata sul pavimento e in una culla asettica a temperatura controllata... Eppure, né Myriam né Francesco hanno deciso dove, come e quando nascere; né lei né lui possono dire di essere più fortunati, perché nessuno sa come sarà la loro vita.

Sono un caso? Si offenderebbero i genitori di Francesco se dicessi loro questo, e i genitori di Myriam neppure capirebbero: «Che cos'è il "caso"? Myriam ci è stata mandata da Dio!». La vita incomincia così, come un dono, uno sbocciare gratuito. Come saranno, Myriam e Francesco, da grandi? Nessuno lo può dire, ma sono convin­to che saranno infelici se perderanno questa radice, se cercheranno di impossessarsi di sé stessi cancellando la gratuità della loro esistenza, se tenteranno di mettersi al centro del mondo pretendendo sempre di più. Saranno invece sereni se impareranno à dire "sì" alla loro vita e alla loro condizione, facendone non un motivo di egoismo o di rabbia, ma un punto di partenza. Per che cosa?

Venuti al mondo come un dono, dovranno diventare un dono, se vor­ranno essere se stessi. Dono gratuito per gli altri, capaci di condividere quello che sono. Solo così il mondo può migliorare, aprendosi alla fra­ternità invece di avvitarsi in divisioni e lotte cupe.

(p. Franco Cagnasso, Pime)
Lettore

Dal libro della Genesi (1,26-31)

Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e fem­mina li creò. Dio li benedisse é disse loro:

«Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra;

soggiogatela e dominate sui pesci del mare

e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente,

che striscia sulla terra».

E Dio disse: «Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su tutta la terra e ogni albero in cui è il frutto, che produce seme: saranno il vostro cibo. A tutte le bestie selvatiche, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che strisciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo ogni erba verde». E così avvenne. Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno.


Gesto

Per fare memoria della propria vocazione alla vita, il sacerdote chiama ciascuno per nome, dicendo: ...

Cel. vieni alla luce e donati!
Il chiamato risponde:

Rag. eccomi!
Poi va verso l'altare e riceve una piccola luce (lumino acceso), simbolo del suo esistere.
Cel.

Dal Vangelo di Matteo (10,1-10)

Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.

I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolo­meo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simo­ne il Cananeo e Giuda l'lscariota, che poi lo tradì.

Questi dodici Gesù li inviò dopo averi i così istruiti: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore per­dute della casa d'Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Non procura­tevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture, né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l'operaio ha diritto al suo nutrimento. In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza. Entrando nella casa, rivolgetele il saluto».



Parola del Signore

Gesto

In segno della disponibilità ad accettare l’invito di Dio a collaborare con Lui per rendere il mondo “casa” per tutti, ognuno pone il suo lumino nel “Mondo” (ponete un planisfero davanti all’altare). Si esegue un canto.
Cel. Il gesto è segno della vostra disponibilità ad accendere il mondo con la luce della vostra esistenza, donandovi all’altro.
Riflessione del celebrante
Cel. O Dio, tu ci hai chiamati alla vita

e continui a prenderti cura di tutti noi, tuoi figli.

Dall’inizio del mondo fino ad oggi non ci hai abbandonato.

Insegnaci a gustare ogni istante, ciò che la tua bontà ci regala. Amen.


Tutti Siamo nati liberi, noi siamo liberi

senza confini di terra, di cielo, di stelle

in questo immenso universo,

disegnato per noi.

Siamo nati liberi, noi siamo liberi

senza recinti e catene, prigioni e padroni

per queste tue ali celesti

che abbiamo nel cuore.


Lettore Mani, mani da liberare

stringiamoci più forte queste mani.

Piedi, piedi per camminare

camminare sempre e solo per Te.

Occhi, occhi da far brillare

nella luce per poterti rivedere.

Cuori, cuori da riabbracciare

nel perdono per poter ricominciare.


Tutti Siamo nati liberi, noi siamo liberi

come le onde del mare e il viaggiare del vento

liberi d'essere forti della forza del cuore.

Siamo nati liberi, noi siamo liberi

di camminare la Vita anche controcorrente

con umili passi di gioia e senza fare rumore.

Lettore Mani, mani da liberare…

Tu hai scelto noi. Tu ci chiami amici e non ci lasci mai.


Gesto

Ora sarà aperto un pacco dono… al cui interno…
Cel. È il simbolo delle mani aperte con la scritta “Gratuitamente… c’è più gioia nel dare che nel ricevere”.
Il celebrante consegna a ciascuno il cartoncino, mentre si esegue un canto… alla fine del gesto:
Cel. Vi auguro di essere con la vostra vita “mani aperte” all’accoglienza e all’abbandono all’amore di Dio.
Benedizione finale


All’aurora Ti cerco

Tutti È meglio lasciar parlare

per noi la nostra vita

piuttosto

che le nostre parole.

Cristo non portò

Solamente

millenovecento anni fa,

ma la porta oggi,

e muore e risorge

giorno dopo giorno…

Non predicate allora

il Dio che è passato

nella storia

duemila anni fa,

ma mostratelo come

vive oggi in voi.



(M. Gandhi)
Canto d’inizio
Lettore Dal Salmo 119
Conservo nel cuore le tue parole

per non offenderti con il peccato.

Benedetto sei tu, Signore;

mostrami il tuo volere.

Con le mie labbra ho enumerato

tutti i giudizi dello tuo bocca.

Nel seguire i tuoi ordini è lo mio gioia;

più che in ogni altro bene.

Voglio meditare

lo tuo parola

considerare le tue vie.

Nello tuo volontà è lo mio gioia;

mai dimenticherò lo tuo parola.




GRATUITA’, PER ME, VUOL DIRE…

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Guida Un racconto, un detto, una riflessione...

"Immergersi in un gruppo, assumere determinati segni di ricono­scimento serve talvolta a vincere la paura e la solitudine. Altre volte si cerca rifugio nei mondi impossibili della droga, fino alla ini­quità definitiva che si. abbatte su una vita appena fiorita quando sorella morte è costretta a rapire un giovane suicida.

Noi, però, non abbiamo ricevuto "uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza" (2 T m 1.7).

Lo Spirito Santo è penetrato in noi nel segno dell'unzione crisma­le e fa crepitare nelle profondità del nostro essere la forza vitale di Dio stesso: nessuno può cancellarlo.

Ascoltando la sua voce nell'intimo sacrario della coscienza, nella vita ecclesiale e sociale, veniamo trasformati giorno per giorno in testimoni di Gesù, ricchi della sua forza, della sua sapienza, del suo amore che vince ogni paura e ci rende luminosi della verità della sua stessa vita".

Preghiamo insieme la sequenza allo Spirito Santo


Vieni, santo Spirito,

manda a noi dal cielo

un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri,

vieni, datore dei doni,

vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,

ospite dolce dell'anima,

dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,

nella calura, riparo,

nel pianto, conforto.
O luce beatissima,

invadi nell'intimo

il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,

nulla è nell'uomo,

nulla senza colpa.
Lava ciò che è sordido,

bagna ciò che è arido,

sana ciò che sanguina.
Piega ciò che è rigido,

scalda ciò che è gelido,

drizza ciò che è sviato.
Dona ai tuoi fedeli

che solo in te confidano

i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,

dona morte santa,

dona gioia eterna.




Cel. Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascol­tano la tua Parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, per­ché richiami al nostro cuore tutto quello che Gesù Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Canto finale

Un Tempo per Pensare
LA VITA COME VOCAZIONE:

ROSARIO LIVATINO
Un giovane dei nostri tempi. Cresciuto in una terra, la Sicilia, dove ognuno appena viene al mondo deve deciderlo subito da che parte vuole stare, se vuole essere picciotto oppure sbirro, con la legge oppure contro di essa. Rosario Livatino era un ragazzo normale, che aveva respirato aria di mafia fin da bambino, però in lui il richiamo della giustizia è stato più forte di tutto. Un richiamo irresistibile, che portava in sé i connotati profondi della vocazione. Aveva infatti la purezza e la dimensione assoluta dei "chiamati" da Dio. Egli sosteneva che "il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio…". Fare il giudice era la sua vocazione. La mafia lo ha ucciso il 21 settembre 1990 mentre si recava al lavoro presso il Tribunale di Agrigento. Il "giudice ragazzino" non aveva ancora compiuto 38 anni. L’Italia scopriva così l’eroico sacrificio di un giovane servitore dello Stato che aveva vissuto tutta la propria vita alla luce del Vangelo.
Mi appassionai anch’io alla figura di questo giovane magistrato, alla sua purezza, alla sua coraggiosa testimonianza. Ero una studentessa universitaria allora, ma già sapevo che scrivere sarebbe stato il mio mestiere e così decisi in cuor mio che un giorno avrei scritto un libro su di lui, come poi è stato: Rosario Livatino - Martire della giustizia (Ed. Paoline, Milano 2000) è il volume che ho realizzato in occasione del decennale della sua morte.

Mi aveva colpito soprattutto la lettura dell’esortazione apostolica Evangelii Nuntiandi di Paolo VI, laddove si dice che "l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri". Io vedevo in Livatino un testimone. Un testimone dei nostri tempi. Ho scritto il libro per i giovani come me, perché i giovani sono sempre attratti dal fascino dei testimoni radicali, quelli che testimoniano una vita spesa tutta per grandi ideali, contrassegnata da scelte esistenziali "forti".

La preghiera mattutina, la visita a Gesù nella chiesa accanto al Palazzo di Giustizia, il lavoro indefesso al Tribunale di Agrigento fino a sera inoltrata, la visita a qualche bisognoso. Rosario era così. Un viso dai lineamenti dolci, il sorriso appena accennato, i capelli neri pettinati con la riga di lato. Gli occhi scuri e fondi; lo sguardo fermo, penetrante. Un fisico minuto, da adolescente. Semplice e austero, persino nel vestire. Il ragazzo delle otto beatitudini, qualcuno lo ha definito.
"Cari giovani, abbiate la santa ambizione di essere santi!", ha detto nel messaggio alla gioventù per la XV Giornata Mondiale a Roma (agosto 2000) il Santo Padre Giovanni Paolo II, il quale qualche anno fa, durante la sua visita pastorale in Sicilia, ha definito Rosario Livatino "un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…". Il vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro, ha aperto la fase informativa del suo processo di beatificazione. La speranza di tutti è di vederlo elevato un giorno, a Dio piacendo, alla gloria degli altari. Il chicco di grano solo morendo può partorire la sua spiga. Rosario Livatino lo aveva compreso: essere dono per gli altri è la vocazione profonda di ogni essere umano.
Rosario Livatino, dunque. Un giovane. Un giudice. Un cristiano. Non un "santino" a tutti i costi, non un essere eccezionale, un "superuomo", ma un giovane come mille altri. Innamorato della vita, della giustizia, della verità. Eroe per caso nella terra dei limoni e dei carretti, della lupara e del tritolo mafioso, in quella parte dell’Italia che guarda verso l’Africa.

Rosario Livatino: un uomo che l’Italia conobbe solo all’indomani della sua morte, dalle pagine dei giornali. Prima infatti non erano in molti a sapere chi fosse; dopo il suo barbaro assassinio, la sua figura ha cominciato a distinguersi nell’immaginario collettivo, a sedimentare nella memoria e nel cuore del popolo non solo italiano, a risplendere come un faro davanti agli occhi delle nuove generazioni desiderose di riscatto sociale e di libertà, a ergersi come simbolo per coloro che vivono nell’Italia di oggi sognandone una diversa.

Un servitore dello Stato, non un eroe per vocazione. "Un martire della giustizia e, indirettamente, anche della fede…", ha detto di lui Giovanni Paolo II in occasione della sua visita pastorale in Sicilia il 9 maggio del 1993.

Un magistrato che credeva nella religione del dovere e nel diritto, riaffermato anche nei principi fondamentali della Costituzione, la carta del nostro ordinamento repubblicano, laddove è scritto: "I giudici sono soggetti soltanto alla legge…"

Perché si può morire anche restando vivi, ed è la morte peggiore.



BIBLIOGRAFIA

Maria di Lorenzo, Rosario Livatino. Martire della giustizia, ed. Paoline



Tracce per la riflessione

La vita come vocazione. Tutta la vita di Rosario Livatino ha obbedito a un dovere preciso, a quella che si potrebbe definire una vera e propria "missione": fare il giudice, esercitare la giustizia.


Ma che cos’è la vocazione?

Spesso si pensa che la "vocazione" appartenga soltanto all’esperienza delle persone consacrate al servizio di Dio, preti e suore. Nell’immaginario collettivo sono essi ad avere la vocazione: sono essi i "chiamati" da Dio. Eppure, Dio non chiama solamente alla vita religiosa. Con il dono dell’esistenza, ogni essere umano riceve anche una particolare chiamata a vivere la vita in una forma unica. C’è chi farà l’insegnante, chi il medico, chi la madre di famiglia, chi il giudice... Come Rosario Livatino, appunto.

Oggi si fa molta fatica a concepire la vita come "vocazione". Per lo più si tira avanti, vivendo alla giornata, senza progetti particolari, restii ad assumersi dei chiari impegni di vita. L’ideale della società dei consumi ci propina appunto questo: consumare la vita traendone il massimo godimento. Si vive una volta sola, carpe diem. Si fanno allora delle scelte dettate spesso dall’entusiasmo del momento, magari suggestionati dai modelli imposti dai mass media. Fare il cantante, il manager, il calciatore: è il massimo a cui aspirare secondo l’attuale culto dell’immagine e di un benessere sotto vuoto spinto, sganciato dagli ideali più profondi. Obiettivi di carriera e di felicità a buon mercato sembrano soffocare le esigenze più vive riposte nel cuore di molti ragazzi e ragazze di oggi. Costruirsi la vita secondo un progetto coinvolgente e globale, diventa difficile, soprattutto se non si riconosce la propria vita come vocazione da spendere sotto lo sguardo di Dio.

"Cari giovani, abbiate la santa ambizione di essere santi!", dice il Papa nel messaggio in occasione della XV Giornata Mondiale della Gioventù (Roma, agosto 2000). E con queste parole Giovanni Paolo II tocca il punto nodale, il centro del mistero della vocazione umana: la santità. È un discorso impegnativo che può sembrare distante, o addirittura avulso dalla realtà del mondo di oggi. Eppure il Vaticano II ha ribadito chiaramente che "ogni battezzato è chiamato alla santità" (Lumen gentium, C. V). Che cosa significa? Che la santità è il cuore e la missione della vocazione di ogni cristiano. Dio, dunque, chiama tutti alla santità, anche se questo può farci paura, poiché sembra alludere a qualcosa di troppo grande, di troppo lontano, di irraggiungibile. In realtà non è così. Santità non è sinonimo di perfezione; è una risposta chiara, precisa, all’amore di Colui che ci ha chiamati alla vita.

La santità coincide, pertanto, con la nostra piena adesione al progetto di Dio, un progetto individuale, diverso per ogni creatura umana. E la volontà di Dio, ciò che egli desidera per la nostra vita, corrisponde sempre al desiderio più profondo, spesso segreto, del nostro cuore.

Rosario Livatino lo aveva compreso. Fare il giudice era la sua vocazione. "I laici sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio del proprio ufficio e sotto la guida dello spirito evangelico e in questo modo a manifestare Cristo agli altri, principalmente con la testimonianza della loro vita…"( Lumen gentium , 31).

La vocazione del laico Livatino, giudice antimafia, era tutta protesa nella promozione della verità e al servizio della giustizia, per il bene comune ed il rispetto della dignità della persona, fatta a immagine e somiglianza di Dio. "Dire che l’uomo è creato a immagine e somiglianza di Dio vuol dire che l’uomo è chiamato ad esistere "per" gli altri, a diventare un dono" (Mulieris Dignitatem, 7). Essere dono per gli altri: è la vocazione profonda di ogni essere umano.

La giustizia non è di questo mondo? Quella mattina di settembre il giudice Rosario Livatino, sostituto procuratore in terra di mafia, da dodici anni in prima linea, cade vittima di un agguato mafioso. Contro di lui i giovanissimi killer venuti apposta dalla Germania esplosero sette colpi a bruciapelo lungo la strada che egli percorreva ogni giorno, metodicamente, con la sua utilitaria per andare al lavoro, la strada che da Canicattì introduce alla Valle dei Templi. Il gruppo di fuoco, per ordine della stidda agrigentina, uccide un giudice "pericolosamente" onesto. Un giudice inflessibile, che non si piega al malaffare, che della legge ha un’idea altissima. La sua passione per il dovere era legata alla certezza che il male e l’ingiustizia sono destinati ad essere vinti dalla forza del bene e dalla verità. E ha pagato con la vita la propria dedizione al bene, alla giustizia.


Ma che cos’è veramente la giustizia?

Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel messaggio per la giornata mondiale della pace 1998, dal titolo Dalla giustizia di ciascuno nasce la pace per tutti, ha dichiarato in modo inequivocabile in cosa consiste la vera giustizia, affermando che essa " è, allo stesso tempo, virtù morale e concetto legale, (…) difende e promuove l’inestimabile dignità della persona e si fa carico del bene comune…La giustizia restaura, non distrugge; riconcilia, piuttosto che spingere alla vendetta. La sua ultima ragione, a ben guardare, è situata nell’amore, che ha la sua espressione più significativa nella misericordia…". Parole che sembrano riecheggiare il pensiero di Rosario Livatino, il quale era solito sostenere che da sola "la giustizia è necessaria, ma non sufficiente, e può e deve essere superata dalla legge della carità", perché il compito fondamentale di ogni magistrato non è "solo quello di rendere concreto nei casi di specie il comando astratto della legge ma anche di dare alla legge un’anima, tenendo sempre presente che la legge è un mezzo e non un fine...".

Questo modo di ragionare del giudice Livatino, chiaramente fondato nella sua fede cristiana, va circoscritto soltanto ai magistrati credenti o non è piuttosto un principio valido per ogni operatore del diritto? Mario Cicala, magistrato e docente universitario, sostiene:

"La presenza dei credenti nel mondo giudiziario è oggi assai poco significativa. Giudici e avvocati, anche quando frequentano una chiesa, si sentono sacerdoti di un dio laico. Un dio a volte enigmatico e bizzarro che premia le tesi più assurde, più lontane dalla logica comune. Un dio che sovente si mostra capace di operare secondo giustizia, ma pretende di attingere tale giustizia da se stesso, da un diritto positivo disancorato totalmente dal diritto naturale, ed ancor più dal diritto divino. Un dio che verrebbe fedelmente servito solo da chi entrando nelle aule giudiziarie depone in anticamera, assieme al cappotto e al cappello, la sua Fede in Dio creatore del mondo, e accantona il monito di Gesù "voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore con che cosa lo si potrà render salato?" (Mt 5, 13)".

Ma la giustizia, allora, non è di questo mondo?

Nel corso dei tempi la Chiesa ha avuto sempre una particolare attenzione alla difesa e alla promozione della giustizia, sviluppatasi attraverso il magistero dei Papi. Ricordiamo l’enciclica Rerum novarum (1891) di Leone XIII, in cui si afferma la scoperta dello stato di diritto, cioè lo sviluppo della concezione giuridica dello Stato che si reputa preposto alla realizzazione del bene comune. L’uomo viene prima dello Stato: questa concezione personalistica della società si precisa e si afferma con notevole forza nel magistero di papa Giovanni XXIII. Ricordiamo anche uno dei frutti del pontificato di Paolo VI, la Pontificia Commissione Iustitia et Pax da lui istituita nel 1967, l’organo della Sede Apostolica che ha come scopo lo studio e l’approfondimento, sotto l’aspetto dottrinale, pastorale e apostolico, dei problemi relativi alla giustizia e alla pace nel mondo.

"Sbagliano coloro che, sapendo che qui non abbiamo una città stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano che per questo possono trascurare i propri doveri terreni" (Gaudium et spes , 43). Se la Giustizia, quella con la maiuscola, non è di questo mondo, ciò non consente agli inquilini della terra, e a maggior ragione ai cristiani, di incrociare le braccia, pensando che tanto è tutto inutile, e che è meglio attendere il Regno che verrà dove "misericordia e verità si incontreranno, giustizia e pace si baceranno" (Sal 84, 11).

"La legge morale, il senso di giustizia – asserisce Mario Cicala – rivelano l’impronta di Dio nell’uomo e perciò postulano l’esistenza di Dio. Questa è a me sempre parsa la più convincente prova dell’esistenza di Dio. Senza di Lui la giustizia sarebbe un atroce inganno posto in essere dalla natura contro gli onesti, rendendoli preda degli immorali e dei disonesti…".

Oggigiorno, tranne alcuni casi, da più parti si guarda con apprensione e un certo scetticismo all’operato della Magistratura. Forte è nell’opinione pubblica la sensazione di trovarsi davanti a una nomenclatura giudiziaria non sempre imparziale, vassalla di oscuri interessi economici e politici, quindi non credibile al cento per cento.

"Riformare la giustizia – aveva scritto Rosario Livatino –, è compito non di pochi magistrati, ma di tanti: dello Stato, dei soggetti collettivi, della stessa opinione pubblica…Recuperare il diritto come riferimento unitario della convivenza collettiva non può essere, in una democrazia moderna, compito di una minoranza".

In questo mondo allora non si può incontrare che raramente la giustizia?

E’ una cosa su cui bisogna riflettere. La giustizia, noi lo sappiamo, è un attributo di Dio e giudicare non è un’azione facile. Giudicare, infatti, non vuol dire applicare alla lettera la legge, senza alcuna emozione o sentimento, ma vuol dire decidere secondo verità. Perché il "diritto per il diritto" non ha senso, in quanto tale esso sarebbe soltanto un’aberrazione del sistema giuridico, di quel "sacerdozio laico" che è la magistratura verso cui si appunta frequentemente lo sguardo dubbioso e diffidente della gente comune.

Processi archiviati per oscuri cavilli giuridici, imputati rimessi in libertà, magistrati sottoposti a pesanti inchieste disciplinari… Che cosa pensare della giustizia? E in quale giustizia credere quando il tributo pagato all’illegalità è una lunga scia di sangue?

Si è detto che è molto infelice quel popolo che ha bisogno di eroi. Perché vuol dire che esso non ha nel presente sufficienti energie morali per affermare il principio della legalità se deve attingere forza da un passato pieno di croci. Chi è impegnato nelle strutture pubbliche per dare attuazione a quelle regole di diritto naturale presenti nella legge dello Stato, adempie dunque ad un dovere cristiano.


Costruire la legalità. A partire da un sogno, lungamente accarezzato, a cui dare compimento, un giorno, tutti insieme, e per il bene di tutti. Ce lo spiega Giancarlo Caselli, il magistrato che per molti anni ha guidato la Procura più a rischio d’Italia, quella di Palermo, nella lotta contro la mafia: "Il sogno di riuscire a saldare davvero parole e vita, portando il messaggio evangelico fuori dalle sacrestie, fuori dai recinti delle comodità che tentano ciascuno di noi, per "abitare" il territorio, offrendo un modello di Chiesa nuova, capace di "armare" di fiducia soprattutto i giovani, altrimenti destinati – inesorabilmente – a restare invischiati nelle incertezze e nell’inesperienza…Il sogno di potere adempiere al proprio dovere, quotidianamente, in maniera semplice e piana: senza candidarsi a diventare per ciò stesso eroi o vittime sacrificali…"

"Illegalità, soprusi e mafie sono ancora interlocutori vincenti nei territori che non conoscono una presenza dello Stato che sappia garantire diritti e qualità di vita ad ogni cittadino. Il vero terreno su cui le mafie costruiscono il loro controllo è quello lasciato libero da una presenza capace di contrastare, sul piano del lavoro, della casa, della salute, dell’istruzione, della socializzazione libera e spontanea… (dei diritti, per dirla in breve) l’espandersi illegale di risposte a bisogni di fatto reali.

"Non è certamente un caso che le presenze significative, di coloro che hanno avviato una forte azione per riappropriarsi di un territorio spesso quasi "disabitato" (dal punto di vista della legalità e dei diritti), siano state spazzate via dalla violenza mafiosa. Fare l’elenco di tutti i morti che questa drammatica guerra ha ormai lasciato sul campo – conclude Caselli – non basta. Questi morti sono, e devono restare, memoria viva e inquietante. Dobbiamo ricordare – sempre – che se essi sono morti è anche perché noi non siamo stati abbastanza vivi. Non abbiamo vigilato, non ci siamo sufficientemente scandalizzati dell’ingiustizia".

SUSSIDI MULTIMEDIALI


  • Presentazione in Power Point:”Rosario Livatino. Il giudice ragazzino”


Laboratorio
Attività “La legalità in gioco”
Dove vogliamo arrivare

Aiutare a valutare il modo in cui ciascuno sceglie preferenze e valori, rispetto a decisioni riguardanti il nostro modo di essere cittadini.


Materiale necessario

Una riproduzione in grande del tabellone, alcune copia delle carte imprevisto (5-6 per ciascun tipo), un dado, copia delle carte 'soldi' in modo che ciascun giocatore/gruppo possa partire con almeno 60, al­cuni segnaposti, copie delle carte immagini (casco, scontrino, ecc.).


Svolgimento

L'animatore introdurrà l'attività presentandola come un classico gio­co dell'oca ambientato in una città. Lo scopo è di arrivare per primi in fondo al traguardo e con almeno 20 € residui. È necessario giunge­re al traguardo con il numero esatto di dado, e se il numero uscito su­pera quelle richieste, si torna indietro del numero di caselle in ecces­so.

Si costituiscono allora due o più squadre, a cui vengono distribuiti i 60 € cadauno e il segnaposto. Una volta estratto a sorte chi comincia, a turno esse tireranno il dado e avanzeranno sul tabellone di altrettan­te caselle.


  • Se si capita sulle caselle grigie, l'animatore porrà una scelta da compiere, che determinerà la mossa successiva, secondo quanto indicato nella legenda sottostante.

  • Se si arriva invece sulle caselle indicate dal punto interrogativo, sarà necessario pescare una carta imprevisto e comportarsi secondo quanto indicato nella carta stessa.

  • Al semaforo: ti fermi un turno.

  • Al segnale di precedenza: si torna indietro e si ritira il dado.

I soldi spesi durante il gioco vengono raccolti nello spazio indicato sul tabellone 'Ministero del Tesoro'. Tuttavia se si rimane senza sol­di è sempre possibile rivolgersi al Ministero del Tesoro alla casella 43, secondo le modalità sotto indicate.

Legenda


  • Caselle 3 4-5-6- 7. Ti sei dimenticato di indossare il casco:

a) Torni alla partenza per indossarlo (immagine da consegnare: CASCO).

b) Torni a prenderlo un'altra volta, prosegui.




  • Caselle 18 19-20 21-22.Decididiprendere l'autobus:

c) Non hai il biglietto, ti fermi un turno per acquistarlo a 1 € (immagine da consegnare: BIGLIETTO).

d) Pazienza... Continua a giocare.




  • Caselle 28 29-30 31 -32 33. Ti serve urgentemente un certificato:

e) Fai ordinatamente la fila e per questo ti fermi un turno.

f) Hai proprio fretta, fai finta di niente per parlare con l'impiegato e ottenere il certificato. Prosegui.




  • Caselle 45-46-47-48-49. Ti serve un libro per studiare ma costa

30£:

g) Ok, lo compro (immagine da consegnare: LIBRO).

h) Con una fotocopiatrice faccio prima e costa meno. Ritira il dado subito (immagine da consegnare: FOTOCOPIE).



  • Caselle 63-64-65 66-67. Ti fermi al bar:

i) Fermati un turno per aspettare lo scontrino (immagine da consegnare: SCONTRINO).

j) Vado di fretta, lo chiedo un' altra volta.





  • Caselle 73 74 75- 76- 77. E' uscito l'ultimo album del tuo cantan­te preferito:

k) Lo voglio subito, mi fermo un turno e lo acquisto per 20 € (immagi­ne da consegnare: CD originale).

l) Me lo faccio duplicare da un amico, vado avanti (immagine da conse­gnare: CD pirata).



Ministero del Tesoro

Per richiedere un finanziamento è necessario possedere almeno 1 . certificato delle tasse pagate e uno degli oggetti (biglietto, casco, scontrino, ecc.).

È necessario inoltre che ci siano dei fondi depositati e non è possibile prelevarli tutti. Bisogna poi fermarsi un turno e superare una delle seguenti prove a discrezione dell'animatore:


  • costruire una corda con almeno un indumento per ciascun com­ponente del gruppo;

  • mi mare un monumento famoso d'Italia;

  • improvvisare una frase di senso compiuto in cui a turno e in suc­cessione ogni componente dice una parola.

Successivamente, si ripartirà dalla casella 41.
Carta bonus

È stato emanato un 'condono tombale' su ogni infrazione commessa o da commettere. Usa questa carta in caso ti fosse rilevata qualche in­frazione. Per attivarla devi versare subito e in anticipo 10 € al Mini­stero del Tesoro e superare una delle prove indicate.


Osservazioni

Il gioco si presta bene per introdurre la riflessione del gruppo sulla legalità. Attraverso l'agonismo insito nel meccanismo del gioco, si vuole spingere i giocatori a comportarsi, nelle varie situazioni propo­ste, in maniera da valutare ogni volta le conseguenze delle proprie scelte. Come nella vita reale, scegliamo un comportamento piuttosto che un altro a seconda del peso che diamo al valore della scelta (e i valori in cui crediamo) e alle conseguenze (il vantaggio che ne ab­biamo). Le carte imprevisto introducono ulteriori elementi di valuta­zione, ma non esauriscono le situazioni, ad esempio nel caso delle caselle 24/27 non è previsto un fattore di 'correzione'.

L'uso dei soldi aumenta le variabili di comportamento e di valutazio­ne.
Dopogioco

Finito il gioco, per iniziare la discussione si potrebbe partire dalla let­tura del brano Le giustificazioni di quelli che... e confrontarle con le situazioni realmente avvenute in gara.

Ecco alcune domande per la discussione:


  • quali delle situazioni trovate nel gioco corrispondono al tuo com­portamento reale?

  • Credi che la legalità si riduca solo a questo? Prova a fare un velo­

ce brainstorming su 'cos'è per me la legalità...

  • Prova in 5 minuti a fare da solo una tua classifica di azioni 'legali'

e 'illegali'. Confrontala poi con quella dei tuoi amici. Ci sono somiglianze? Quali le diversità?

  • Hai mai pensato a chi danneggi con il tuo comportamento? Prova a fare una ricerca, ad esempio, sul perché un CD musicale costa

tanto, o sulle leggi che proteggono il copyright.

Materiali utili ai gruppi: Le giustificazioni di quelli che...

. Quelli che non pagano i contributi alla colf

(io la metterei in regola ma è lei che non vuole).

. Quelli che danno lezioni private e non le denunciano

(con la miseria che lo Stato ci paga).

. Quelli che duplicano illegalmente le musica sette

(perché? Non si può?).

. Quelli che fumano dove è vietato

(quante storie per una sigaretta sola).

. Quelli che non pagano il canone Rai

(con tutta la pubblicità che mettono! Poi io guardo solo Canale 5).

. Quelli che non registrano il contratto di affitto

(se ci pago le tasse; non mi conviene affittare).

. Quelli che non allacciano le cinture di sicurezza

(in città non mi servono e poi mi sento soffocare).

. Quelli che dichiarano la metà nella compravendita di una casa

(È normale. Si è sempre fatto così

. Quelli che usano le corsie preferenziali dei taxi

(non sono mica il solo. Quanti permessi danno ai raccomandati?).

. Quelli che parcheggiano sui marciapiedi

(se il Comune facesse costruire finalmente i parcheggi!).

. Quelli che commettono abusi edilizi (se chiedo il permesso devo aspettare un anno).

. Quelli che si mettono in malattia. E sono sanissirni.

(mi sono fatto un mazzo per 20 anni. Che cosa sarà mai un giorno?).

. Quelli che non chiedono lo scontrino fiscale al bar

(quando lo chiedi ti guardano come un pezzente).







E’ tempo di …

Canto
Guida: Tipo "datti una mossa"

Siamo tutti dei "bei tipi". Ognuno con la propria storia e con i sogni nel cassetto da realizzare in futuro. Tutti i tipi che hai conosciuto in questi giorni sono stati chiamati in causa da una serie di persone scomode che, bene o male, hanno messo in discussione le loro vite.

Sono gli altri, che spesso assumono le vesti dei deboli e degli sfruttati. Emarginati, donne, bambini, immigrati, poveri, "altri" a cui è negata la dignità umana in una società superficiale e spendacciona come la nostra. Accorgersi della loro presenza è ormai inevitabile, anche se non basta. Molto più difficile accettare di ascoltarli e di costruire assieme a loro dei rapporti in cui lo stare bene e la condivisione non siano solo vuote paro­le. Perché non ti dai una mossa ed accetti questa sfida?

Siamo sicuri che sorprese non mancheranno a chi saprà rispettare ed accogliere i nostri amici altri!

(P. Sartori in PM - Dossier "Arrivano gli altri")
Cel.

Dal vangelo di Matteo (5,1-11)

Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvi­cinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.

Beati gli afflitti, perché saranno consolati.

Beati i miti, perché erediteranno la terra.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.

Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia,

perché di essi è il regno dei cieli.

Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
Parola del Signore
Riflessione del celebrante
Consegna dell'impegno per la vita
Guida

La radicalità della sequela è la proposta che Gesù fa a Stefano, a Pietro, a Paolo, a ciascuno di noi... Ogni risposta è resa possibile dall'azione dello Spirito. Per questo rivolgiamo al Padre la nostra preghiera: Egli, che ha mandato nel mondo suo Figlio Gesù, ci aiuti a seguirlo in una crescita spirituale continua.



Lettore Diciamo insieme: Padre, sia fatta la tua volontà.


  • Le esigenze della sequela del tuo Figlio sono molto elevate. Gesù sia per noi non solo un esempio, ma fonte di gioia vera: ci alimenti e ci sorregga con la presenza e la luce dello Spirito Santo. Noi ti preghiamo.




  • Il tuo Figlio Gesù amò i suoi fino alla fine. Stefano e molti mar­tiri, anche del nostro tempo, sono stati capaci di imitarlo in modo radicale. Donaci di comprendere la logica di amore della Sua vita e della Sua morte. Noi ti preghiamo.




  • Il tuo Figlio Gesù si è donato senza riserve perché noi avessi­mo la vita vera; concedi ci di vivere il Suo comandamento, amandoci gli uni gli altri come Lui, pronti a dare la vita per gli amici. Noi ti preghiamo.




  • Il tuo Figlio Gesù ha perdonato tutti, persino sulla croce. Stefano l'ha imitato. Fa' che anche noi perdoniamo senza condizioni, facendo del bene a tutti. Noi ti preghiamo.


Lettore

Rosario Livatino in un discorso aveva detto: "Il compito del magistrato è quello di decidere. Decidere è scegliere e, a volte, scegliere fra numerose cose o strade o soluzioni; e scegliere è una delle cose più difficili che l'uomo sia chiamato a fare. (Ma) è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio: un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio". E ancora: "Il sommo atto di giustizia è necessariamente sommo atto di amore se è giustizia vera, e viceversa se è amore autentico."
Lettore

Dalla saggezza ebraica

Un vecchio rabbino domandò una volta ai suoi allievi da che cosa si potesse riconoscere il momento preciso in cui finiva la notte e comincia­va il giorno.

«Forse da quando si può distinguere con facilità Un cane da una pecora?». «No», disse il rabbino.

«Quando si distingue un albero di datteri da un albero di fichi?».

«No», ripetè il rabbino. «Ma quand'è, allora?», domandarono gli allievi.

Il rabbino rispose: «È quando, guardando il volto di una persona, tu rico­nosci un fratello o una sorella.

Fino a quel punto, è ancora notte nel tuo cuore».
Gesto

Ciascuno di noi riceve un pane, segno di avere scelto di donare gratuitamente la propria vita agli altri, di camminare nel mondo nello stile delle Beatitudini come via di santità.


Tutti Ti ringraziamo, Signore Gesù.
Lettore 1 Ti ringraziamo perché non ci vuoi indifferenti e isolati gli uni dagli altri, bensì parte di una comunità di popoli, responsabili di noi stessi e degli altri.

Lettore 2 Ti ringraziamo perché nel silenzio ci parli e ci fai percepire la bellezza a partecipare alla costruzione del tuo regno.

Lettore 3 Ti ringraziamo perché ci chiedi di “pro-gettare” con te la nostra vita, di essere protagonisti di un futuro carico di speranza.
Tutti Ti ringraziamo, Signore Gesù.
Preghiera conclusiva (di A. M. Canopi)

Signore, quante volte, pur vedendo qualcuno che soffre,

noi passiamo oltre, perché la fretta ci impedisce di fermarci,

perché riteniamo che la cosa spetti ad altri…

In realtà non vogliamo comprometterci.

Fa che dalle profondità del nostro cuore

Scaturisca una fonte di pietà e di misericordia,

una fonte di dolcezza e di consolazione

per ogni uomo noto o sconosciuto, per ogni povero che invoca.

E sarà gioia grande, un giorno, accorgersi

Che quell’uomo raccolto dalla strada

e portato alla locanda nella santa Chiesa eri Tu,

proprio Tu, Signore. Amen.



All’aurora Ti cerco

Tutti Dio Onnipotente,

eterno, giusto e misericordioso,

concedi a me misero

di fare sempre, per grazia tua,

quello che Tu vuoi,

e di volere sempre quel che a te piace.


Purifica l’anima mia

perché illuminato

dalla luce dello Spirito Santo

e acceso dal tuo fuoco,

possa seguire

l’esempio del Figlio tuo

e Nostro Signore Gesù Cristo.
Donami di giungere,

per tua sola grazia, a Te,

Altissimo Onnipotente Dio

che vivi e regni nella gloria,

in perfetta trinità e in semplice unità,

per i secoli eterni amen.

Canto d’inizio
Lettore

Dal vangelo di Giovanni ( 13, 1-5, 12-15):

Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, gli amò fino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e , preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua in un catino e cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.

Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: “ Sapete ciò che vi ho fatto? voi mi chiamate Signore e Maestro e fate bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io facciate anche voi”.


PRESTO IL MIO SERVIZIO AGLI ALTRI QUANDO…

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Tutti Lo sai,

o Signore,

nulla io posso da me,

sono il più miserabile

di questa terra

degno solo del tuo disprezzo

e della tua vendetta.

Confido completamente

nel tuo aiuto;

da parte mia

cercherò di mettere

la maggior volontà possibile.

(Alberto Marvelli, Nulla posso senza di Te, Pasqua 1938)

Canto finale



Un Tempo per Pensare

IN BICICLETTA SULLE STRADE DI DIO!

ALBERTO MARVELLI
Nato a Ferrara il 21 marzo 1918. Secondogenito di sei fratelli, cresce in una famiglia veramente cristiana, in cui la vita di pietà si coniugava con l’attività caritativa, catechetica e sociale. 

Frequenta l’Oratorio salesiano e l’Azione Cattolica, dove matura la sua fede con una scelta decisiva: “il mio programma si compendia in una parola: santo”. 

Prega con raccoglimento, fa catechismo con convinzione, manifesta zelo, carità, serenità. E’ forte di carattere, fermo, deciso, volitivo, generoso; ha un forte senso della giustizia. Ha un grande ascendente fra tutti i compagni. E’ un giovane sportivo e dinamico: ama tutti gli sport: il tennis, la pallavolo, l’atletica, il calcio, il nuoto, le escursioni in montagna. Ma la sua più grande passione sarà la bicicletta, anche come mezzo privilegiato del suo apostolato e della sua azione caritativa. All’Università matura la sua formazione culturale e spirituale nella FUCI. Sceglie come modello Piergiorgio Frassati. 

Conseguita la laurea in ingegneria meccanica il 30 giugno 1941 Alberto deve partire militare.  L’Italia è in guerra; una guerra che Alberto condanna con lucida fermezza: “scenda presto la pace con giustizia per tutti i popoli, la guerra sparisca sempre dal mondo”. Congedato, perché ha altri tre fratelli al fronte, lavora per un breve periodo alla FIAT di Torino.  

Dopo i tragici eventi del 25 luglio, caduta del fascismo, e l’8 settembre 1943, occupazione tedesca del suolo italiano, Alberto torna a casa a Rimini. Sa qual è il suo compito: diventa l’operaio della carità. Dopo ogni bombardamento è il primo a correre in soccorso ai feriti, a incoraggiare i superstiti, ad assistere i moribondi, a sottrarre alle macerie i sepolti vivi. Non solo macerie, ma anche fame. Alberto distribuiva ai poveri tutto quello che riusciva a raccogliere, materassi, coperte, pentole. Si recava dai contadini e negozianti, comperava ogni genere di viveri. Poi in bicicletta, carica di sporte, andava dove sapeva che c’era fame e malattia. A volte tornava a casa senza scarpe o senza bicicletta: aveva donato a chi ne aveva più bisogno. 

Nel periodo dell’occupazione tedesca, Alberto riuscì a salvare molti giovani dalle deportazioni tedesche. Riuscì, con una coraggiosa ed eroica azione, ad aprire i vagoni, già piombati e in partenza nella stazione di Santarcangelo e liberare uomini e donne destinati ai campi di concentramento. Dopo la liberazione della città, il 23 settembre 1945, si costituì la prima giunta del Comitato di Liberazione. Fra gli assessori c’è anche Alberto Marvelli: non è iscritto ad alcun partito, non è stato partigiano: ma tutti hanno riconosciuto ed apprezzato l’enorme lavoro da lui compiuto a favore degli sfollati. 

È giovane, ha solo 26 anni, ma ha concretezza e competenza nell’affrontare i problemi, il coraggio nelle situazioni più difficili, la disponibilità senza limiti. Gli affidano il compito più difficile: la commissione alloggi, che deve disciplinare l’assegnazione degli alloggi in città, comporre vertenze, requisire appartamenti, non senza inevitabili risentimenti. Poi gli affidano il compito della ricostruzione, come collaboratore della Sezione distaccata del Genio Civile. 

Su un piccolo block notes Alberto scrive. “servire è migliore del farsi servire. Gesù serve”. E’ con questo spirito di servizio che Alberto affronta il suo impegno civico.  

Quando a Rimini rinascono i partiti, si iscrive al partito della Democrazia Cristiana. Sentì e visse il suo impegno in politica come un servizio alla collettività organizzata: l’attività politica poteva e doveva diventare l’espressione più alta della fede vissuta.  

Nel 1945 il Vescovo lo chiama a dirigere i Laureati Cattolici. Il suo impegno si potrebbe sintetizzare in due parole: cultura e carità. “Non bisogna portare la cultura solo agli intellettuali, ma a tutto il popolo”: Così dà vita ad una università popolare. Apre una mensa per i poveri. Li invita a messa, prega con loro; poi al ristorante scodella le minestre e ascolta le loro necessità. La sua attività a favore di tutti è instancabile: è tra i fondatori delle ACLI, costituisce una cooperativa di lavoratori edili, la prima cooperativa “bianca” nella “rossa” Romagna. 

L’intimità con Gesù Eucaristico, non diventa mai ripiegamento su se stesso, alienazione dai suoi impegni e dalla storia. Anzi, quando avverte che il mondo attorno a lui è sotto il segno dell’ingiustizia e del peccato, l’Eucaristia diventa per lui forza per intraprendere un lavoro di redenzione, di liberazione, capace di umanizzare la faccia della terra. 

La sera del 5 ottobre 1946 si reca in bicicletta a tenere un comizio elettorale; anche lui è candidato per l’elezione della prima amministrazione comunale. Alle 20,30 un camion militare lo investe. Morirà, a soli 28 anni, poche ore dopo senza aver ripreso conoscenza; la madre Maria, forte nel dolore, gli è accanto. 

Largo fu in tutta Italia il rimpianto per la sua morte: nella storia dell’apostolato dei laici la figura di Alberto Marvelli è quella di un autentico precursore del Concilio Vaticano II, per quanto riguarda l’animazione l’impegno dei laici per l’animazione cristiana della società. Di lui il servo di Dio Giorgio La Pira scrisse: “La Chiesa di Rimini potrà dire alle generazioni nuove: ecco io vi mostro com’è l’autentica vita cristiana”. 

Tracce per la riflessione

Chissà quanti animatori ora, leggendo questa scheda penseranno: «ancora Marvelli!», «ma non ne abbiamo parlato abbastanza a Loreto?». Ebbene… forse per i giovani più maturi Alberto può essere già un modello di vita ideale, ma chissà quanti giovanissimi reputano lontanissima un’esperienza esemplare di vita cristiana solo perché non ne conoscono esempi immediati come la figura di Alberto. E poi pensiamo sinceramente che di persone così… non se ne parla mai abbastanza!!!
Il servizio nell’oratorio salesiano del giovanissimo Marvelli:

Dopo aver raccontato sinteticamente tutta la vita di Marvelli, pensiamo sia opportuno focalizzare l’attenzione sul momento del servizio svolto da Alberto appena diciassettenne, prima nell’oratorio salesiano e dopo nell’azione cattolica diocesana.


L’ambiente nel quale Alberto comincia il suo cammino e supera ogni incertezza, è l’oratorio salesiano della sua parrocchia, che ha una grande influenza sulla sua formazione e maturazione umana e spirituale.

La passione apostolica di Don Bosco, l’esempio del giovane Domenico Savio, lasciano un’impronta indelebile nel suo spirito. Nell’oratorio salesiano si vive un’atmosfera di profonda spiritualità.

I salesiani vivono a diretto contatto con i ragazzi dell’oratorio e ne diventano gli amici e i confidenti. La vita scorre serena e gioiosa, ricca di attività creative: giochi, sport, filo-drammatica, gite; ma anche catechesi, preghiera, sacramenti.

In questo ambiente Alberto ha modo di esprimere le sue doti di grande organizzatore: diventa il capo e la guida dell’oratorio,amato e stimato da tutti per la sua naturale autorevolezza. Concretezza, decisione, saggezza dimostra in ogni sua attività.

Oltre al calcio Alberto partecipava attivamente anche alla filo-drammatica come attore, ma è pronto a cedere volentieri il posto ad altri attori in erba, accettando magari piccole parti da tutti rifiutate.

Quando era necessario gli si chiedeva di partecipare alla commedia, e lui era disposto a pronunciare una semplice battuta, a effettuare una sola entrata, a sostenere solo il ruolo di comparsa. Anche nella filo-drammatica Alberto è modello di correttezza ed umiltà.

Durante l’estate organizza con i ragazzi dell’oratorio bellissime gite che erano momenti di discussione, si parlava soprattutto di Azione Cattolica. Alberto in bicicletta è il più veloce ma sceglie di rimanere con i più pigri per spronarli.

Alberto prega con raccoglimento; manifesta zelo, carità, serenità, purezza. Emerge fra tutti i suoi coetanei per le virtù non comuni e per la facilità con cui risolve anche le situazioni più difficili.



Fare catechismo è la sua passione. Scrive nel suo Diario: «non credere di perdere tempo trascorrendo anche alcune ore con i bimbi, cercando di divertirli e di renderli più buoni. Gesù stesso li prediligeva e li voleva vicino a sé».

Era un simpatico presentatore di Gesù ai ragazzi, che lo amavano e lo seguivano. In quel periodo, in cui l’insegnamento catechistico era modellato sul catechismo di Pio X, il suo insegnamento non consisteva nel presentare una serie di verità astratte o di norme morali, ma nel presentare e nel far amare Gesù.



Ogni domenica, nella chiesa di Maria Ausiliatrice, Alberto anima la messa delle 9.00. Precorrendo i tempi, legge in italiano la parola di Dio, stimola a una partecipazione corale. Dirige e sostiene i canti. Sa interessare e infervorare l’assemblea giovanile.

L’8 Dicembre, festa dell’ Immacolata, è un giorno particolarmente caro ad Alberto. Come delegato Aspiranti, tocca a lui distribuire le tessere ed i distintivi di Azione Cattolica e leggere in chiesa la promessa della Gioventù Cattolica Italiana. La sua voce chiara e sicura scandisce con convinzione le parole e sembra voler trasfondere l’impegno nel cuore di tutti.

Quando Alberto scrive nel Diario: «Ho consacrato il mio cuore a Maria Immacolata» e quando scrive «Gesù piuttosto morire che peccare» è evidente che il piccolo Domenico Savio era stato il suo modello di vita. Da lui aveva certamente appreso anche l’amore per l’Eucarestia e lo stile apostolico del servizio e del sorriso.

A 17 anni Alberto comincia a frequentare il centro Diocesano dell’azione Cattolica giovanile. Incontra nuovi amici, tutti impegnati in un serio cammino spirituale e in un generoso apostolato. Il clima che si respira nell’Azione Cattolica è ricco spiritualmente e culturalmente, sempre rivolto all’apostolato. Alberto ama l’Azione Cattolica; la vive intensamente, la diffonde con entusiasmo. L’AC fu l’ambito entro il quale Alberto educò la sua giovinezza alla generosità, all’impegno, alla santità. La partecipazione a congressi eucaristici come quelli di Firenze e di Faenza, a settimane di studio pro Oriente cristiano, a incontri nazionali per dirigenti, contribuirono in modo decisivo ad allargare i suoi orizzonti di fede, di cultura e di apostolato. È nel periodo in cui vive intensamente l’AC, che rafforza l’impulso verso la santità e l’impegno costante nell’apostolato.

Per Alberto, fare apostolato in azione Cattolica significa prima di tutto essere esemplari: il primo apostolato si fa con la propria testimonianza.

Com’era nel suo carattere, Alberto non usava mezza misure: compresa l’importanza dell’azione Cattolica, vi spese tutte le energie e il suo tempo libero.

Non mancano i momenti di difficoltà, nonostante un lavoro assiduo e generoso, a volte i gruppi parrocchiali “sonnecchiano” o qualche attività, pur ben organizzata non da risultati. Alberto non si perde mai d’animo e riesce a far fronte alle situazioni più svariate con la serenità di chi si affida nelle mani del Signore.

Il suo apostolato sarà intenso e fervido ma a causa della povertà dei mezzi,in quegli anni il suo apostolato correrà in bicicletta.


L’ACQUA DEL CICLISTA ALBERTO…

LA PREGHIERA E IL DESIDERIO DI SANTITÀ
Il desiderio della santità affiora ben presto in Alberto per una progressiva fedeltà all’azione dello Spirito e per gli stimoli che gli vengono dall’ambiente dell’oratorio, dell’Azione Cattolica e dalla lettura delle vite dei santi.

Scrive nel suo diario:“questo deve essere il programma,il proposito: imitare Gesù e i santi, ricopiare la loro vita santa”. “ Voglio scrivere un piccolo schema di quello che dovrà essere la mia vita spirituale. Alla mattina orazioni, e , se possibile un po’ di meditazione. Una visita giornaliera in chiesa, e il più possibile frequentare i Sacramenti. Oh, se mi riuscisse di comunicarmi tutti i giorni! Recitare ogni giorno il santo Rosario. Non cercare in nessun modo occasioni di male. Alla sera orazioni, meditazioni, esame di coscienza. Vincere i difetti più grossi: la pigrizia, la gola, l’impazienza, la curiosità e tanti altri. Invocare l’aiuto di Gesù in ogni momento difficile.” (marzo 1935).

Ancora nel suo diario: “ Solo col tuo aiuto e con quello della Vergine e dei santi potrò tendere verso quelle mete luminose che qualche volta intravedo, ma che sono così lontane. Voglio o Gesù, farmi santo. Aiutami e soccorrimi Tu” ( Dicembre 1936). “ Una continua vittoria sulle passioni, sulla carne, sul mondano, un trionfo dello spirito, un desiderio intenso di farmi santo, attraverso la vita che il Signore mi riserba. Questo è ilo programma per il futuro” ( marzo 1938).

Una meta mi sono prefisso di raggiungere ad ogni costo con l’aiuto di Dio. meta alta, sublime, preziosa, desiderata da tempo, ma finora mai attuata: essere santo, apostolo, studioso, puro, forte. Non stare mai un attimo in ozio. forse è presunzione? Forse credo di essere così forte da riuscire? Lo sai, o Signore,nulla io posso da me, sono il più miserabile di questa terra, confido completamente nel tuo aiuto e da parte mia cercherò di mettere la maggior volontà possibile. Voglio raggiungere questa meta, non per essere migliore degli altri, non per guardare con disprezzo i peccatori, ma solo per la tua maggior gloria, per essere l’umile servo delle anime, per portarle a Te, per essere come S. Francesco, giullare di Dio,e fare un poco di bene con l’aiuto della Vergine madre celeste, tanto buona” ( Pasqua 1938).

La santità di Alberto vuole essere una santità incarnata, che lo porta a vivere nella storia. É la santità dell’uomo d’azione, che si immerge nel suo tempo e si fa carico di tutte le situazioni in cui Dio lo pone a vivere.
( I brani sono tratti dal testo: Alberto Marvelli, l’ingegnere dei poveri. Editrice AVE, Roma 2004.)


  • In grassetto sono le parole chiave che caratterizzano l’aspetto del servizio di Alberto nella sua prima giovinezza.

  • Moltissimi sono gli spunti per paragonare la vita semplice di Alberto con la nostra. Anche noi come Lui siamo impegnati in parrocchia, giochiamo a calcetto, magari avremo realizzato anche qualche musical o opera teatrale, siamo educatori, animiamo a messa, collaboriamo con il centro diocesano….insomma la nostra vita nei suoi tanti aspetti della giornata non si distingue molto da quella di Alberto. Qual è allora la distanza? Cosa ci manca per diventare come Lui? Quali sono i nostri atteggiamenti sbagliati? Nonostante l’impegno, sappiamo motivare, come faceva Alberto, il nostro apostolato? La nostra preghiera è fervida e costante?

  • Le domande possono diventar tante ma vi accorgerete che le risposte saranno semplici e scontate perché in fondo, non dobbiamo arrivare alla conclusione dell’inavvicinabilità a figure di “santità ordinarie” come quella di Alberto, ma scoprire che se si apre il cuore a Cristo Gesù, con il suo potente aiuto potremo aspirare a mete di Santità anche mediante il servizio quotidiano.



BIBLIOGRAFIA


  • M. Massani, Alberto Marvelli. Operaio di Cristo, Vicenza 1949.

  • Alberto Marvelli, Diario e lettere, Ed. S. Paolo 1997.

  • M. Codi, Corsa a cronometro. Un Ingegnere a servizio di Dio, Padova 1998.

  • D. Zorzi, Alberto Marvelli: pienezza di vita cristiana e civile, Rimini 2002.

  • F. Lanfranchi, Alberto Marvelli, ingegnere manovale della carità, Ed. S. Paolo, Cinisello Balsamo 2004.

  • F. Lanfranchi, In preghiera con Alberto Marvelli, Rimini 2004.

  • Alberto Marvelli, La santità nel quotidiano.Itinerario spirituale, Ed. S. Paolo 2004.




  • www.diocesi.rimini.it/albertomarvelli/

(Il più completo sito su Alberto. Raccoglie preghiere, fotografie, pubblicazioni, video e tanto altro....)

  • www.vatican.va/news_services/liturgy/saints/ns_lit_doc_20040905_marvelli_it.html

  •  www.azionecattolica.it/aci/Chi_siamo/Testimoni/Venerabili/Marvelli

Al termine della mattinata, conclusioni tirate dagli animatori incentrate sul valore della gratuità come servizio e sull’umiltà evangelica che sempre deve essere la guida di quanti si impegnano in parrocchia, altrimenti tutto diventa più sterile e ci si affanna inutilmente!





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