Il capitalismo cognitivo: del deja vu? di Enzo Rullani Perché parliamo oggi di capitalismo cognitivo?



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25.11.2017
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Il capitalismo cognitivo: del deja vu?

di Enzo Rullani



Perché parliamo oggi di capitalismo cognitivo? Nel gran parlare che si fa intorno all’economia della conoscenza si trascura, in genere, la domanda più importante: perché si sente oggi il bisogno di legare la produzione di valore economico alla produzione di conoscenza? Perché questo bisogno è emerso prepotentemente oggi, e non dieci o venti anni fa? Il legame tra economia e conoscenza non è infatti una novità. Esso esiste, e «pesa», da quando, dopo la rivoluzione industriale, la produzione ha cominciato ad usare le macchine (ossia la scienza e la tecnologia incorporate nelle macchine), per poi passare, con Taylor, a organizzare scientificamente il lavoro. Tutta la storia del capitalismo industriale, nei suoi due secoli di vita, è storia del progressivo estendersi della capacità di prevedere, di programmare e di calcolare i comportamenti economici e sociali attraverso l’uso della conoscenza. Il «motore» dell’accumulazione di capitale è stato infatti messo a punto dal positivismo scientifico che ha raccolto, nell’ottocento, l’eredità della ragione illuministica, appoggiando il sapere sulla riproducibilità. La conoscenza è stata messa al servizio della produzione in quanto conoscenza deterministica, che ha il compito di controllare la natura (tecnica) e gli uomini (gerarchia). Ne sono derivati vantaggi pratici rilevanti (aumento della produttività e dei redditi), ma a prezzo di perdere la forza liberatrice di una ragione che, dopo avere superato antiche sudditanze, sembrava pronta ad immaginare, sentire, comunicare ben oltre la frontiera dell’utilitarismo. Riducendo la conoscenza a mezzo di calcolo e di controllo tecnico, la modernizzazione ha compresso gli aspetti di varietà, variabilità e indeterminazione del mondo per renderlo conforme alle esigenze della produzione. Ossia ha forzatamente ridotto la complessità (varietà, variabilità, indeterminazione) dell’ambiente naturale, dell’organismo biologico, della mente pensante e della cultura sociale alla misura tollerata dalla fabbrica industriale. Vale a dire: a poco o a niente. Negli ultimi due secoli, la conoscenza ha fatto, dunque, la sua parte per oggettivare il mondo, finalizzando natura e uomini alla produzione. Non ci è riuscita fino in fondo, ma, in questo processo è diventata legittimamente parte integrante del capitalismo industriale, insieme alle macchine, ai mercati, al calcolo economico. Nel capitalismo moderno, dunque, la conoscenza è da tempo divenuta un fattore di produzione, necessario non meno del lavoro e del capitale. Più precisamente, è un fattore intermedio. Un po’ come la macchina, la conoscenza «stocca» il valore del lavoro (e degli altri fattori produttivi) impiegato per produrla e, a sua volta, entra nella produzione governando le macchine, gestendo i processi, generando utilità per il consumatore. Nel circuito produttivo del capitalismo industriale, insomma, il lavoro genera la conoscenza e la conoscenza genera il valore, cosicché il capitale, per valorizzarsi, non deve «sussumere» (marxianamente) solo il «lavoro vivo», ma anche la conoscenza che esso genera e immette nel circuito. Sono proprio le difficoltà di questa «sussunzione» che impediscono di ridurre semplicemente la conoscenza a capitale e che dunque danno significato all’idea di capitalismo cognitivo. Infatti:1) la conoscenza, nel circuito produttivo del valore, è un mediatore assai poco docile, perché la valorizzazione della conoscenza risponde a leggi molto particolari che differiscono profondamente da quelle immaginate dal pensiero liberale e da quello marxista nelle rispettive teorie del valore; di conseguenza il capitalismo cognitivo funziona in modo differente dal capitalismo tout court;2) questa differenza, che c’è sempre stata, oggi emerge e diventa facilmente riconoscibile perché i processi di virtualizzazione separano la conoscenza dal suo supporto materiale e la rendono producibile, scambiabile, impiegabile in modo distinto, rispetto al capitale e al lavoro che sono serviti per produrla. Il postfordismo, che usa largamente conoscenza virtualizzata, risulta totalmente incomprensibile se non ci si appoggia ad una teoria del capitalismo cognitivo; 3) la valorizzazione della conoscenza, specialmente quando questa viene usata in forma virtuale, genera tutta una serie di mismatching (disadattamenti) nel circuito della valorizzazione. Il processo di trasformazione della conoscenza in valore non è perciò lineare e stabile nel tempo, ma implica instabilità, punti di discontinuità, catastrofi, molteplicità dei sentieri possibili. Proprio all’interno di una prospettiva postfordista gli ostacoli incontrati nella valorizzazione della conoscenza identificano spazi di «crisi» che sono anche spazi di libertà, in cui possono inserirsi soluzioni nuove e trasformazioni istituzionali non banali. Ecco perché, a ragione, se ne parla tanto.

La conoscenza non è una risorsa naturalmente scarsa, ma ha soltanto una scarsità artificiale In quanto termine intermedio, la conoscenza sarebbe ininfluente sulla teoria del valore se si limitasse ad essere una specie di semilavorato che semplicemente «conserva», e «trasmette» ai processi a valle, il valore del lavoro e del capitale impiegati per produrla.

Ma non è così.



Né la teoria del valore della tradizione marxista né quella di impostazione liberale, attualmente dominante, rendono conto del modo con cui la conoscenza si traduce in valore. Infatti:

  • la conoscenza ha certamente un valore d’uso (per gli utilizzatori, per la società) ma non ha un valore-costo di riferimento che possa essere impiegato come riferimento per il valore di scambio, funzionando come il costo marginale (teoria neoclassica) o come il costo di riproduzione (teoria marxista). Infatti il costo di produzione della conoscenza è altamente incerto (il processo di apprendimento è per sua natura aleatorio) e, soprattutto, è radicalmente diverso dal costo di riproduzione. Una volta prodotta la prima unità, il costo necessario per riprodurre le altre tende a infatti a zero (se la conoscenza è codificata) o, comunque, non ha niente a che fare col costo di produzione iniziale;

  • nemmeno il valore d’uso della conoscenza è, però, il punto fermo su cui appoggiare il valore di scambio, un po’ come succede con l’utilità marginale nella teoria neoclassica del valore. Infatti, qualunque sia il valore d’uso per gli utilizzatori, in un regime di libera concorrenza il valore di scambio di una merce che ha costo di riproduzione nullo tenderebbe inevitabilmente a zero. Il valore di scambio della conoscenza è dunque interamente legato alla capacità pratica di limitarne la libera diffusione, ossia di limitare con mezzi giuridici (brevetti, diritti d’autore, licenze, contratti) o monopolistici la possibilità di copiare, imitare, «reinventare», apprendere dalle conoscenze altrui.

Il valore della conoscenza, in altre parole, non è frutto della sua scarsità (naturale) ma unicamente delle limitazioni stabilite, istituzionalmente o di fatto, all’accesso, limitazioni che comunque riescono a frenare solo temporaneamente l’imitazione, la «reinvenzione» o l’apprendimento sostitutivo da parte di altri potenziali produttori. La scarsità della conoscenza, ciò che le dà valore, è dunque di natura artificiale, e deriva dalla capacità di questo o quel «potere» di limitarne temporaneamente la diffusione e di regolarne gli accessi.

Economia della velocità Il valore degli assets conoscitivi, garantito da questa forma di scarsità artificiale, tende strutturalmente a decrescere in funzione del tempo. I valori economici sono iscritti nel tempo e variano con esso. In questo senso, l’economia della conoscenza è un’economia della velocità: i valori non sono stocks che si conservano attraverso il tempo, ma decrescono all’aumentare della velocità dei processi. Per estrarre valore dalle conoscenze possedute bisogna dunque velocizzarne l’uso, diffondendo al massimo la conoscenza; al tempo stesso, però, bisogna considerare che, nel tempo, e anzi spesso a causa della diffusione stessa, la conoscenza viene socializzata, ossia diventa patrimonio comune dei potenziali concorrenti e dei potenziali utilizzatori, man mano che si abbassano le barriere che ne limitato l’accesso. Diffusione e socializzazione sono due processi paralleli che tuttavia il proprietario (o possessore) della conoscenza deve mantenere divaricati, accelerando il primo e rallentando il secondo. Il valore disponibile per i produttori dipende dunque, in ogni momento, dal gap che essi riescono a mantenere tra la velocità della diffusione e quella della socializzazione. Il potere contrattuale (sostituibilità) dei diversi anelli e dei diversi fattori, determina, attraverso i prezzi delle conoscenze scambiate sui mercati «intermedi», la distribuzione del valore disponibile tra le imprese, da una parte, e tra i fattori, dall’altra.

La conoscenza in-forma l’accumulazione di capitale Come si vede, il rapporto tra valore (di scambio) e conoscenza è molto complesso, passando per l’effetto moltiplicativo della diffusione e quello demoltiplicativo della socializzazione. Il capitale cognitivo interiorizza le leggi della valorizzazione della conoscenza, ossia la logica dei rendimenti decrescenti nel tempo, dell’accelerazione della diffusione, del contenimento della socializzazione, della riduzione, con ogni mezzo, della propria sostituibilità. Inoltre, si tratta di un processo che resta sempre, in una certa misura, indeterminato. Non c’è un modo ottimale di far rendere le conoscenze, estraendone il massimo profitto, perché ciascun operatore deve esplorare a suo rischio lo spazio delle diverse possibilità di diffusione, socializzazione e sostituzione nella supply chain. L’accumulazione delle conoscenze e del valore che esse generano è, in effetti, un processo sperimentale che prende forma in diversi contesti e va avanti senza risultati predeterminati. Niente a che fare con l’omogeneità del capitale-denaro, che pretende di prevedere e livellare i tassi di profitto delle diverse unità astratte di capitale.
I processi cognitivi partono da contesti differenti e procedono sperimentalmente, cosicché non ammettono una sola risposta, ma molte risposte. La varietà delle situazioni e delle strategie possibili differenzia strutturalmente e in modo durevole le diverse unità del capitale cognitivo, ciascuna delle quali incorpora conoscenze di partenza diverse, adotta diversi sentieri di valorizzazione e ottiene, alla fine diversi tassi di profitto. Viene dunque a mancare quella astrazione reale (riduzione del lavoro a tempo lavoro) con cui il capitale marxiano realizzava la sussunzione del «lavoro vivo», riducendolo a capitale-denaro. Nella sussunzione delle conoscenze il capitale cognitivo rimane contestuale e differenziato, anche se usa, in parte, conoscenza astratta. Il livellamento del tasso di profitto che rende omogeneo il capitale finanziario, dandogli la forma di capitale-denaro, viene dunque clamorosamente contraddetto dalla natura situata, specifica, in parte autoreferente del capitale cognitivo che esso pretende di livellare e dirigere. Il capitale-denaro riesce, in realtà, ad affermare la sua omogeneità solo separando il livello finanziario da quello produttivo, nel quale i capitali cognitivi sono e rimangono profondamente differenziati. Le due «anime» del capitale, ossia la forma-conoscenza (capitale cognitivo) e la forma-denaro (capitale finanziario), non si fondono, ma restano invece distinte, dando luogo a tutta una serie di mismatchings (disadattamenti).

I tipici mismatching del capitalismo cognitivo Per quanto detto, all’interno del capitalismo cognitivo, la logica intrinseca della valorizzazione della conoscenza non coincide, e anzi spesso contrasta apertamente con quella degli attori (le imprese in primo luogo, ma anche i lavoratori, i consumatori ecc.) che dovrebbero produrla e utilizzarla. Si crea in altri termini un’incoerenza, una forma di mismatching tra i vari elementi che concorrono al ciclo di accumulazione delle conoscenze e del valore. A causa dell’incoerenza: - il valore estraibile dalle conoscenze prodotte non viene massimizzato, perché la diffusione rimane minore di quella potenzialmente possibile;



- se, anche per effetto di questo difetto di diffusione, non ci sono sufficienti garanzie di rendimento, i nuovi investimenti in conoscenza non vengono fatti o vengono fatti in misura minore di quello che sarebbe astrattamente possibile e conveniente (per la società). Nel primo caso, c’è uno spreco sociale, un uso poco efficiente di una risorsa disponibile. Nel secondo, c’è una sotto-accumulazione sia sul piano cognitivo che su quello del valore: la produttività e il reddito prodotto crescono meno di quanto sarebbe possibile ottenere se si aumentassero, in modo appropriato, gli investimenti in apprendimento. Si tratta di due condizioni in cui si può intervenire: dal punto di vista imprenditoriale con innovazioni organizzative, contrattuali, istituzionali che riducano gli effetti di mismatching; dal punto di vista politico con innovazioni istituzionali e di contesto che rendano governabile il mismatching e realizzabili gli investimenti socialmente convenienti. Nel funzionamento del capitalismo cognitivo, ci sono almeno tre grandi occasioni di mismatching, in funzione del contrasto tra: a) diffusione e appropriazione. La conoscenza genera valore se viene diffusa, ma la diffusione tende a ridurre il grado di appropriazione. b) tempo della vita e tempo della produzione. Il tempo della vita procede con la lentezza necessaria all’apprendimento complesso. Il tempo della produzione è invece dominato dalla velocità dell’apprendimento semplificato, che genera un mondo di oggetti e di comportamenti estraneo, alienante, rispetto al mondo della vita; c) rischio e investimento cognitivo. Le persone, le imprese e i territori rischiano di sbagliare quando cercano di orientarsi in situazioni complesse, dove il valore delle proprie risorse non è garantito. Per ridurre il rischio tendono a ridurre l’investimento in nuova conoscenza, emarginandosi dal processo di apprendimento sociale e di produzione del valore.

Una mappa dei capitalismi possibili I tre problemi sopra richiamati ci offrono la possibilità di mappare le diverse varianti di capitalismo cognitivo. Paesi, regioni, imprese, lavoratori e consumatori hanno, nel corso del tempo, scelto posizionamenti diversi in questa ideale mappa delle risposte possibili. Alcuni hanno anche introdotto innovazioni tecniche, organizzative e istituzionali capaci di spostare il trade-off e di generare in questo modo nuovo valore potenziale. Quando ci sono stati avanzamenti rilevanti su questo terreno, è cambiato il disegno complessivo di governo dei trade-off, creando una discontinuità tra «prima» e «poi» che può essere efficacemente descritta come cambiamento da un paradigma di capitalismo cognitivo ad un altro. Ciascuno dei diversi paradigmi che si sono succeduti dalla rivoluzione industriale in poi (capitalismo mercantile nell’ottocento, fordismo nel novecento, postfordismo nel nostro secolo) è partito da qualche avanzamento importante nei trade-off sopra richiamati, realizzando, nel corso del tempo, sistemi coerenti di gestione del circuito cognitivo.


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