Il contenzioso con le Banche



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Incontro di studio organizzato dalla Formazione decentrata presso la Corte d’Appello di Roma

Frosinone, 23 maggio 2005

Il punto su anatocismo e usura

(Anatocismo - Interessi ultra-legali – Interessi usurari)



Fonti normative:

Direttiva del Consiglio n. 89/646/CEE del 15/12/1989 sul “Coordinamento delle disposizioni legislative, regolamentari ed amministrative riguardanti l’accesso all’attività degli enti creditizi ed il suo esercizio” ed il D.lgs. 14/12/1992 n. 481 di attuazione, nonché le successive Direttive in materia e la Legge di attuazione n. 142/1992 (per la parte relativa alla attuazione delle direttive comunitarie in materia di credito al consumo e di raccolta del risparmio);

Legge n. 287/1990 “Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”;

Legge sulla Trasparenza in materia Bancaria n. 154 del 17/2/1992, i cui artt. principali sono entrati in vigore il 9/7/1992 (120 gg. dopo la data di entrata in vigore del 24/2/1992); T.U. delle leggi in materia bancaria e creditizia n. 385/1993, entrato in vigore il 1°/1/1994 (con abrogazione della L.154/1992, salva la sua applicazione fino all’entrata in vigore della nuova legge, ex art.161 comma 2), in particolare gli artt. da 115 a 120, con le modifiche introdotte dal D.lgs.342/1999 (v.art.25 che ha modificato l’art.120) e l’intervento della Corte Costituzionale con la sentenza n. 425 del 17/10/2000 (di illegittimità costituzione dell’art.25 comma 3° del D.Lgs 342/1999); delibera del CICR del 9/2/2000, entrata in vigore il 22/4/2000;

Direttiva 93/13/CEE del 5/4/1993, concernente le clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, e Legge nazionale n. 52/1996 di attuazione (introduzione degli artt.1469 bis e ss.c.c.); Legge n. 108 del 7/3/1996 recante “Disposizioni in materia di usura”; D.L. 29/12/2000 n. 394 convertito con modifiche dalla Legge 28/2/2001 n. 24, sentenza della Corte Costituzionale n. 29 del 25/2/2002;

Artt. 1283-1284-1831-1832-1815-1852/1857 c.c..

Le modifiche normative, di derivazione comunitaria, hanno determinato sensibili mutamenti nel quadro giurisprudenziale, dai quali sono scaturiti immediati interventi del legislatore (si pensi al D.Lgs. 342/1999 sull’anatocismo, intervenuto dopo il revirement giurisprudenziale della Cassazione nel 1999 ed il D.L. 394/2000 in materia di usura, dopo la pronuncia della C.C. n. 14899/2000). Si è parlato, in dottrina, anche di conflitto tra poteri.

A) La pattuizione di interessi ultralegali:

Art.1284 commi 2° e 3° c.c.: “Allo stesso saggio (legale, come determinato in base al comma 1) si computano gli interessi convenzionali, se le parti non ne hanno determinato la misura. Gli interessi superiori alla misura legale devono essere determinati per iscritto, altrimenti sono dovuti nella misura legale”.

La L.154/1992, prima (artt. 2- 3- 4- 5- 6), ed il T.U. bancario n. 385 del 1993 (artt.116-117-118), poi, hanno introdotto obblighi generali di pubblicità e di pattuizione scritta delle condizioni contrattuali in materia bancaria e finanziaria, sancendo la nullità delle clausole di mero rinvio agli usi, per la determinazione dei tassi di interesse e di ogni altro prezzo e condizioni praticati, nonché delle clausole che prevedono tassi, prezzi, condizioni più sfavorevoli per i clienti di quelli pubblicizzati, con un meccanismo di integrazione ex lege (art.117 comma 7, che prevede, per le operazioni attive, l’applicazione del tasso nominale minimo dei buoni ordinari del Tesoro (B.O.T.) annuali, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto) della clausola nulla, e stabilendo anche la necessità di comunicazioni specifiche (nei modi e termini stabiliti dal CICR) al cliente - nei contratti di durata in cui sia stato convenuto, in una apposita clausola contrattuale, specificamente sottoscritta dal cliente, l’esercizio, da parte della banca, dello ius variandi dei tassi, dei prezzi e delle altre condizioni - delle variazioni a lui sfavorevoli, con diritto di recesso del medesimo cliente (art.118).

Lo ius variandi è stato comunque introdotto legislativamente solo con l’art.4 L.154/1992 (prima vi era solo di disposto di cui all’art.1283 c.c.).

Viene quindi, con detta normativa, definitivamente sancita la nullità delle clausole per relationem determinative degli interessi ultralegali.

Detta normativa, avendo carattere innovativo e non interpretativo, appare, in generale, insuscettibile di applicazione (con riguardo anche al meccanismo di integrazione ex lege delle clausole nulle, ivi contemplato) ai contratti stipulati anteriormente alla sua entrata in vigore (vedasi art.161 comma 6° T.U.385/1993 ove si legge: “i contratti già conclusi… restano regolati dalle norme anteriori”), salvo quanto si dirà appresso.

La Corte di Cassazione è intervenuta in diverse pronunce sulla problematica relativa alle clausole di mero rinvio agli usi di piazza, contenute nei contratti stipulati antecedentemente alla L.154/1992 ed al T.U. 385/1993 ed ancora in essere. All’art.7 delle norme generali regolanti il rapporto, riportate nel contratto, era infatti previsto che “gli interessi dovuti dal correntista, salvo patto diverso, si intendono determinati alle condizioni praticate usualmente dalle aziende di credito sulla piazza e producono a loro volta interessi nella stessa misura”.

Secondo l’orientamento oggi prevalente, la convenzione relativa agli interessi (nel regime anteriore alla L.154/192) deve ritenersi correttamente stipulata, ex art.1284 c.c., solo quando il relativo tasso risulti determinabile e controllabile in base a criteri, anche estrinseci rispetto al documento negoziale, univoci ed oggettivamente indicati, essendo nulla la clausola, delle condizioni generali di contratto, contenente un generico riferimento “alle condizioni usualmente praticate dalle aziende di credito sulla piazza”, ove non coordinata all’esistenza di vincolanti discipline fissate su larga scala nazionale con accordi interbancari che garantiscano, sin dall’atto della costituzione del rapporto, la totale assenza di discrezionalità nell’apprensione ed utilizzo del dato, vale a dire la misura del saggio (da ultimo, C.C. 1287/2002; C.C. 5675/2001; C.C. 9465/2000; C.C. 6247/1998; C.C. 11042/1997; C.C. 10657/1996).

In ogni caso tali clausole, stipulate anteriormente all’entrata in vigore della L.154/1992, sono divenute improduttive di ulteriori effetti, a partire dal 9/7/1992, data di entrata in vigore della nuova normativa, implicante espressamente la nullità delle clausole di rinvio agli usi per la determinazione dei tassi di interesse, in quanto tale disciplina innovativa, se non incide sulla validità delle clausole contrattuali inserite in contratti già conclusi, per i principi regolanti le successioni delle leggi nel tempo, impedisce che esse possano continuare a produrre ulteriori effetti per l’avvenire nei rapporti ancora in corso (C.C. S.U. 21095/2004; C.C.13739/2003; C.C.12222/2003.

Da notare che, di recente, la Suprema Corte (C.C. 4490/2002) ha ritenuto irrilevante la presenza di accordi di cartello interbancari, diretti a fissare i tassi di interesse attivi e passivi in modo vincolante in ambito comunitario, dovendo ritenersi detti accordi “nulli in applicazione dell’art.2 della legge 287/1990…che vieta le intese tra imprese che abbiano per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare in maniera consistente la concorrenza all’interno del mercato nazionale o in una sua parte rilevante” (contra, relativamente al richiamo al prime rate ABI, A.Milano 28/4/1987, B.B.T.C. 1988, II, 190).

Risultano quindi nulle, anche relativamente ai contratti stipulati prima dell’entrata in vigore (giugno 1992) della L.154/1992, sia le clausole che non prevedono una specifica pattuizione scritta del tasso degli interessi, ma un generico rinvio agli usi di piazza, sia le clausole legittimanti l’esercizio da parte della banca di uno ius variandi in peius, rispetto al correntista, senza criteri di sufficiente, oggettiva e certa determinabilità del tasso applicato poi al rapporto.

Alla declaratoria di nullità della clausola (inserita in contratto stipulato prima della L.154/1992), consegue quindi l’applicazione dell’interesse legale ex art.1284 c.c. (v. da ultimo, T.Napoli 24/4/2001, in B.B.T.C., 2003, II, 99).

Secondo alcuni peraltro si può applicare, a partire dal 9/7/1992, la nuova disciplina e quindi il tasso previsto, prima, dall’art.5 della L.154/1992 e, poi, dall’art.117 comma 7° T.U.385/1993 per “le obbligazioni sorte in epoca successiva”, anche se il contratto sia stato stipulato prima della entrata in vigore di tali norme ma il rapporto non sia ancora esaurito (T.Mantova 21/1/2005; T.Terni 16/1/2001, F.I.2001, 1772; T.Monza 4/2/1999, F.I.1999, 1340; T.Roma 19/2/1998, F.I., 1998, 2997; in tema di fideiussioni omnibus C.Cost. 204/1997), atteso che da quel momento la misura legale degli interessi, per i contratti bancari, deve ritenersi quella prevista in tali norme, speciali, rispetto alla disciplina generale di cui all’art.1284 c.c..

Deve peraltro rilevarsi che il tasso previsto dal meccanismo di integrazione legale di cui agli artt.5 L.154/1992 e 117 T.U.B. è un tasso “fisso”, in quanto si riferisce ad un contratto contemplante un’unica operazione e non invece a quello che dà luogo, come nell’ipotesi del conto corrente, ad un rapporto di durata caratterizzato normalmente da molteplici operazioni poste in essere e da continue variazioni del tasso applicato, a seguito delle fluttuazioni dei tassi di riferimento del mercato finanziario, tanto che vi potrebbe essere anche una difformità per eccesso tra il tasso calcolato in relazione al rendimento dei B.O.T. emessi nell’anno antecedente alla stipula del contratto e quello in concreto applicato dall’istituto di credito durante il corso del rapporto.

Troverà dunque applicazione, secondo alcuni, “il tasso nominale minimo del B.O.T. annuali emessi nei dodici mesi precedenti ogni chiusura trimestrale del conto” (T.Roma 27/1/2003, G.Me.1003,I,898; T.Mantova 16/1/2004 e 21/1/2005) ovvero, secondo altri, il tasso previsto dall’art.5 L.154/1992 e dall’art.117 comma 7 del TU 385/1993, sulla base dei BOT “emessi nei dodici mesi precedenti ciascuna chiusura annuale del conto corrente (31 dicembre di ogni anno)” (T.Roma, decisione 10/5/2004, inedita).

Problema diverso si pone per le clausole specifiche (ove effettivamente pattuite per iscritto) che rinviano al “prime rate bancario” (il tasso applicato alla migliore clientela – quindi teoricamente il più basso e dunque il più conveniente per il prenditore - e periodicamente determinato sulla base di una media dei tassi applicati dalle banche per come rilevati dall’ABI, l’Associazione di categoria; all’estremo opposto, sempre per quanto riguarda i prestiti, sta il top rate, il tasso minimo sugli impieghi che viene fatto pagare alla clientela percepita come meno affidabile). Secondo un certo orientamento tale clausola garantisce infatti una sufficiente determinabilità (C.C. 7627/1997). Vedasi C.App.Lecce 22/10/2001, F.I. 2002, 555.

Deve osservarsi, peraltro, che, secondo altri, “ogni singolo istituto di credito stabilisce in assoluta libertà il tasso attivo da praticare ai singoli rapporti, tenendo conto dei saggi guida vigenti sul mercato del credito nonché delle garanzie che assistono l’operazione e della maggiore o minore solidità dell’azienda accreditata. Il prime rate calcolato dall’ABI deriva dalla sistematica rilevazione del livello del prime rate medio del sistema bancario, inteso come tasso nominale contrattuale praticato normalmente alla clientela primaria, al netto di qualsiasi commissione accessoria. Quindi lo stesso prime rate rilevato dall’ABI è un tasso medio determinato in base ad una pluralità di prestiti erogati dalle banche a tassi diversi. Anche le rilevazioni statistiche della Banca d’Italia, pubblicate nel Bollettino Statistico, effettuate sulla base di segnalazioni prodotte trimestralmente da un gruppo di banche che comprende le principali istituzioni creditizie a livello nazionale, mostrano l’esistenza di un fascio di tassi di interesse e non di un tasso unico per le aperture di credito in conto corrente non solo a livello nazionale ma anche nella stessa area geografica


B) Anatocismo.

Art.1283 c.c.: gli interessi anatocistici (o composti) sono gli interessi sugli interessi scaduti, che, in mancanza di usi contrari, possono a loro volta produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di una convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi semplici dovuti da almeno sei mesi. Di conseguenza, in assenza di usi, normativi secondo l’orientamento consolidato dottrinale e giurisprudenziale, e non meramente negoziali, sono vietate pattuizioni anteriori alla scadenza degli interessi ed interessi infrasemestrali.

I requisiti fondamentali dell’uso normativo (art.8 delle disposizioni sulla legge in generale c.c.) sono due: l’uno oggettivo, consistente nell’uniforme e costante ripetizione di un dato comportamento; l’altro soggettivo consistente nella consapevolezza di prestare osservanza, così agendo, ad una norma giuridica.

L’esigenza sottesa all’art.1283 c.c. è quella di tutelare la posizione del debitore, consentendogli di potere conoscere con sufficiente margine di certezza l’ammontare del proprio debito ed impedendo al creditore di percepire liberamente interessi composti sugli interessi maturati nel corso del rapporto, con conseguente elusione dell’obbligo della forma scritta per la convenzione di interessi ultralegali e del divieto di interessi usurari.

La norma si applica a qualsiasi tipo di interesse, compresi gli interessi moratori, in quanto il debito per interessi, anche quando venga adempiuta l’obbligazione principale, è sempre soggetto alla disciplina specifica di cui all’art.1283 c.c. e non a quella generale prevista per le obbligazioni pecuniarie dall’art.1224 c.c., dalla quale deriva il diritto agli ulteriori interessi ed al risarcimento del maggior danno dalla mora (C.C.S.U.9653/2001).

Nel settore bancario, a partire dal 1952, nelle Norme Bancarie Uniformi, predisposte dall’ABI e contenenti le condizioni generali di contratto relative alle principali operazioni bancarie, è stata sempre inserita la clausola secondo cui, mentre sugli interessi applicati a favore dei clienti sui saldi di conto corrente (c.d. interessi attivi) venivano applicati dagli istituti di credito interessi anatocistici con periodicità annuale, sugli interessi dovuti dalla clientela (c.d. interessi passivi) venivano applicati interessi composti al termine di ogni trimestre, secondo la c.d. capitalizzazione trimestrale, e quindi con periodicità inferiore a quella semestrale prevista dall’art.1283 c.c. e comunque al di fuori dei presupposti richiesti da detta norma (“I conti che risultano anche saltuariamente debitori vanno regolati ogni trimestre… con la stessa cadenza gli interessi scaduti producono ulteriori interessi).



Tale clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, nei contratti predisposti dalla Banca, deve ritenersi nulla, in considerazione della natura pattizia e non normativa degli usi in materia, secondo un recente orientamento della Suprema Corte, conseguente ad un vero e proprio revirement giurisprudenziale (espresso, in particolare, nelle sentenze nn. 2374, 3096, 3845 e 12507 del 1999, ribadito nelle sentenze recenti nn. 4490 e 8442/2002 e n. 2593/2003, in ordine alla nullità, per violazione dell’art.1283 c.c., delle clausole previste nei contratti di conto corrente bancario di capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente, in difetto di un uso normativo al riguardo). In precedenza, la Suprema Corte aveva invece considerato valida la clausola di capitalizzazione trimestrale nei contratti bancari (C.C. 5/10/1953; C.C. 6631/1981, che generalizzò questo orientamento all’intero campo dei rapporti bancari; C.C. 4920/1987; C.C.3804/1988; C.C.6153/1990; C.C. 9227/1995; C.C. 12675/1998).

Le sentenze del 1999, in particolare, poggiano la loro decisione su tre ordini di notazioni: 1) non consta che, al momento dell’entrata in vigore del codice civile del 1942, vi fossero, a livello nazionale, usi normativi di capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di credito né è stato accertato successivamente dalla Commissione permanente presso il Ministero dell’Industria un uso nazionale di anatocismo trimestrale; 2) gli accertamenti di usi anatocistici nelle raccolte locali sono tutti posteriori al 1952, data di comparsa della clausola di capitalizzazione trimestrale nelle Norme Bancarie Uniformi di conto corrente di corrispondenza, norme pattizie, nel senso che si tratta di proposte di condizioni generali di contratto indirizzate dalla ABI alle banche associate, e ciò esclude che possa essere attribuita a tale clausola, in vigore dal 1952, una funzione probatoria di usi locali preesistenti; 3) nella prassi bancaria di anatocismo manca “quella spontanea adesione ad un precetto giuridico in cui sostanzialmente consiste l’opinio iuris ac necessitatis” (implicante convinzione e consapevolezza di attuare una regola vertente su materia giuridicamente rilevante), in quanto l’inserimento delle clausole in oggetto viene acconsentito dai clienti solo perché comprese nei moduli predisposti dagli istituti di credito, in suscettibili di negoziazione individuale e “la cui sottoscrizione costituisce al tempo stesso presupposto indefettibile per accedere ai servizi bancari”.

Esclusa quindi l’esistenza di un uso normativo bancario, la clausola (preventiva) di anatocismo trimestrale prevista nelle condizioni generali di contratto è nulla, perché in violazione delle prescrizioni imperative di cui all’art.1283 c.c. stante la sua contrarietà sia al termine semestrale minimo di capitalizzazione sia alla prescrizione che subordina la produzione degli interessi ad una domanda giudiziale ovvero ad una convenzione posteriore alla scadenza della relativa obbligazione.

A fronte del nuovo orientamento della Suprema Corte è stato emanato, utilizzando la delega contenuta nell’art.1 V° comma della Legge comunitaria 24/4/1998 n. 128 (per l’emanazione entro il termine di un anno di disposizioni integrative e correttive del T.U. bancario, nel rispetto dei principi e criteri direttivi di cui all’art.25 L.142/1992), il D.lgs.4/8/1999 n.342, pubblicato nella G.U.del 4/10/1999 n.233.

All’art.25 secondo comma di detto decreto e nell’introdotto comma 3° dell’art.120 del TU in materia bancaria, si leggeva: “le clausole relative alla produzione degli interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente all’entrata in vigore della delibera – del CICR, da emanare entro 120 gg. dall’entrata in vigore del decreto delegato– di cui al comma 2, sono valide ed efficaci sino a tale data…”, delibera del CICR poi effettivamente emanata il 9/2/2000 ed entrata in vigore il 22/4/2000, con previsione di nuove articolate disposizioni, in punto di produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, cui avrebbero dovuto adeguarsi, entro il 30/6/2000, secondo le modalità ivi stabilite, i contratti stipulati anteriormente) per “tamponare” la situazione venutasi a creare con il revirement della Corte di Cassazione (si è parlato di una “generalizzata sanatoria” ex lege dei contratti stipulati anteriormente al 30/6/2000).

Da notare che con detta delibera è stato anche circoscritto l’ambito oggettivo di operatività dell’anatocismo in ambito bancario, disponendo che esso possa essere previsto, per effetto della contrattazione tra le parti, esclusivamente nei rapporti di conto corrente, nelle operazioni di raccolta e nelle operazioni di finanziamento con un piano di rimborso rateale. Con riguardo al conto corrente in particolare, l’art.2 della delibera del CICR stabilisce: “1.Nel conto corrente l’accredito e l’addebito degli interessi avviene sulla base dei tassi con la periodicità contrattualmente stabiliti. Il saldo periodico produce interessi secondo le medesime modalità. 2. Nell’ambito di ogni singolo conto corrente deve essere stabilita la stessa periodicità nel conteggio degli interessi creditori e debitori. 3. Il saldo risultante a seguito della chiusura definitiva del conto corrente può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi. Su questi interessi non è consentita la capitalizzazione periodica”.

Detta disposizione (art.25 comma 3° D.lgs.342/1999 contenente la generica validazione delle clausole anatocistiche) è stata però dichiarata incostituzionale dalla sentenza n. 425 del 9-17/10/2000 della Corte Costituzionale, sotto il profilo dell’eccesso di delega rispetto alla L.128/1998, essendo stata ritenuta non riconducibile ad alcuno dei principi e criteri posti a base del testo unico bancario, e conseguente violazione dell’art.76 Cost..

Peraltro il D.lgs.342/1999 ha anche sancito, all’art.25 comma 2, a modifica dell’art.120 T.U.385/1993, che nelle operazioni di conto corrente deve essere “assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori”.

Oggi dunque, per effetto di provvedimenti di normativa primaria e secondaria, la norma speciale di cui all’art.120 T.U.B. e la delibera del C.I.C.R., del 9/2/2000 ed entrata in vigore il 22/4/2000, è consentito alle banche di operare la capitalizzazione degli interessi purché la stessa capitalizzazione sia riconosciuta dalla clientela.



In una recentissima pronuncia, la Suprema Corte (n.17813/2002), in materia non bancaria, ha ribadito tale orientamento, specificando che il divieto di anatocismo è applicabile anche allorché il pagamento di interessi moratori anatocistici sia stato pattuito in forma di clausola penale (nella fattispecie, nell’ambito di una scrittura privata di riconoscimento di debito).

Sempre la Suprema Corte in altra recente pronuncia (C.C. 2593/2003, I Contratti, 2003, 545 e F.I. 2003, 1774) ha affermato che “in tema di mutuo bancario e con riferimento al calcolo degli interessi devono ritenersi senz’altro applicabili le limitazioni previste dall’art.1283 c.c., non rilevando, in senso opposto, l’esistenza di un uso bancario contrario a quanto disposto dalla norma predetta” ed ha poi precisato, attraverso una attenta disamina della nascita dell’art.1283 c.c. ed il raffronto tra detto articolo e gli altri articoli del codice civile che rinviano agli usi contrari in funzione integrativa-derogatoria della disciplina legale (artt.1457, 1510, 1528,1665,1739,1756,2148), che gli usi normativi contrari cui fa riferimento l’art.1283 c.c. sono soltanto quelli formatisi anteriormente all’entrata in vigore del codice civile (1942), in quanto “usi contrari non avrebbero potuto formarsi in epoca successiva, atteso il carattere imperativo della norma in oggetto – impeditivo, per l’effetto, del riconoscimento di pattuizioni e comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente -, norma che si poneva come del tutto ostativa alla realizzazione delle condizioni di fatto idonee a produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche dell’uso normativo” (in tale sentenza si legge anche: “E’ infatti vero che l’uso contrario, se richiamato dalle norme di legge, non è contra legem ma secundum legem, ma è anche vero che l’uso formatosi contro la legge esistente, in quanto frutto di patti posti in essere contro il divieto in essa contenuto, non può mai divenire secundum legem”) La Suprema Corte ha osservato che: 1) solo nell’art.1283 c.c. è usata la locuzione “in mancanza di usi contrari”, senza alcun riferimento a pattuizioni contrarie ovvero a manifestazioni unilaterali di volontà (richiamate invece negli altri articoli sopra riportati; 2) in base all’art.1283 c.c. l’anatocismo è ammesso nei soli limiti indicati positivamente dalla norma (interessi dovuti per almeno sei mesi, domanda giudiziale ovvero convenzione posteriore alla loro scadenza), sono fatti salvi gli usi contrari ma non sono ammessi patti anteriori alla scadenza degli interessi; 3) la salvezza degli usi contrari è dovuta “alla constatazione da parte del legislatore del 1942 dell’esistenza nella pratica commerciale di radicati usi che consentivano l’anatocismo e dall’evidente intenzione di non incidere su di essi, riconoscendone il valore positivo, ancorché fossero contrari alla disciplina positiva che si intendeva dettare”; 4) da quanto sopra deriva che non può essere consentita la formazione di usi contrari aventi forza di legge in epoca successiva all’entrata in vigore della norma e che la “disciplina dell’anatocismo dopo l’entrata in vigore del codice civile del 1942, è dettata dalle disposizioni positive contenute nell’art.1283 c.c. e dagli usi contrari (presupposti già esistenti) dal detto articolo richiamati”; 5) una pattuizione (ovvero un comportamento) relativa all’anatocismo, intervenuta successivamente all’entrata in vigore del codice, non conforme al dettato dell’art.1283 c.c. ovvero agli usi già esistenti (perché relativa ad un contratto diverso a quello in riferimento al quale l’uso si era formato ovvero relativa a soggetti diversi) sarebbe stata nulla perché contraria al divieto, seppure limitato, contenuto nella legge, ed, ancorché ripetuta nel tempo, avrebbe potuto al più generare una prassi negoziale contra legem, inidonea a modificare la disciplina positiva esistente.



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