Il contributo delle analisi mitologiche di Claude Lévi-Strauss



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Il contributo delle analisi mitologiche di Claude Lévi-Strauss
alla grammatica narrativa di Algirdas Greimas

Un altro attento lettore di Propp è Claude Lévi-Strauss il quale però, anziché incrementare il carattere astratto del modello proppiano, come fa Greimas, lo critica al contrario come troppo «formalistico» (Lévi­Strauss, 1960). Propp dice che le determinazioni figurative, concrete delle fiabe sono quelle incaricate di dare al racconto il suo carattere bril­lante, affascinante, estetico, ma in un certo senso l'autore tende a svalu­tare il polimorfismo della fiaba che riconduce a «influenze esterne». Lévi-Strauss invece è contrario a un'eccessiva riduzione delle varietà perché, osserva, se il livello di astrazione è troppo alto «il formalismo annienta il suo oggetto» (ivi, p. 186 della trad. it.). La proposta dell'an­tropologo è quindi di tenere conto anche delle figure di superficie delle fiabe (azioni specifiche, personaggi, particolari concreti) in quanto esse non sarebbero affatto irrilevanti. Questa convinzione gli deriva dall'ana­lisi dei miti che con le fiabe hanno incerta parentela ma che sicuramente possiedono, in comune con queste ultime, una strutturazione narrativa profonda. Ora, nell'analisi del mito, il piano delle figure di superficie è importantissimo per poter fare delle ipotesi circa i livelli più astratti e profondi. Per esempio, nei miti bororo e in particolare per quanto ri­guarda la loro dimensione alimentare, non è affatto arbitrario che com­paiano alcuni animali invece di altri. Il giaguaro, il cervo, l'avvoltoio e la tartaruga, per esempio, sono incaricati di rappresentare altrettanti stili alimentari (Greimas, 1970, p. 206 della trad. it.):



In generale, il mito funzionerebbe in base a una «logica del concre­to» che spinge le società tradizionali a cercare nel mondo naturale dei «significanti»1 mediante i quali organizzare logicamente i propri con­tenuti culturali. Ecco perché la funzione quasi di puro abbellimento che Propp attribuisce alle determinazioni concrete delle fiabe non può trovare d'accordo Lévi-Strauss il quale, proprio nella mappa del concreto, individua le chiavi per aprire il significato profondo dei miti.

Nel mito bororo già citato, i successi e gli insuccessi dei vari pro­tagonisti equivarrebbero ad affermazioni/negazioni di diversi stili ali­mentari. Ad esempio, ad un certo punto, l'eroe è vegetariano e l'anta­gonista è cacciatore e quindi consumatore di cibo animale. Ecco le attribuzioni finali di valore positivo (vitale) e negativo (mortifero) date ai vari modi di alimentarsi secondo lo schema riassuntivo propo­sto da Greimas (Greimas, 1970, p. 228 della trad. it., con modifi­che):

Lévi-Strauss espresse molte riserve nei confronti di questa e altre rie­laborazioni greimasiane delle sue analisi mitologiche. Del resto qui non ci interessa stabilire se Greimas abbia stravolto o meno la teoria di Lévi-Strauss. Il metodo e i risultati del lavoro dell'antropologo sono infinitamente più complessi di come vengono esposti in questo capitolo. Il fatto è che non stiamo discutendo sul significato dei miti o sul metodo effettivo di Lévi-Strauss ma sull'interpretazione che la semiotica greimasiana ha dato delle analisi mitologiche e dell'uso che ne ha fatto per elaborare una propria metodologia di analisi testuale. Quello che preme dimostrare in questo passaggio, ad esempio, è la nuova saldatura fra il livello strutturale profondo e quello dei partico­lari concreti delle varie fiabe, così come esse sono manifestate. Si deve concludere che la critica di Lévi-Strauss vanifica il lavoro di Propp e quello di Greimas sul modello proppiano? No, anzi, per quanto riguarda lo sviluppo della semiotica greimasiana, questa obie­zione e in generale l'opera di Lévi-Strauss sui miti sono state estrema­mente importanti perché hanno permesso a Greimas di rendere più complesso e completo il suo modello. A mano a mano che la rifles­sione dell'autore progrediva, diveniva sempre più chiaro che, nell'a­nalisi di un testo, non bisognava prendere in considerazione solo il livello più astratto e profondo ma tutti i livelli, perché il senso com­plessivo del testo nasce solo dalla loro reciproca determinazione (che Greimas, come si dirà, vede in termini di «generazione»).

Dall'opera di Lévi-Strauss però Greimas non ricava solo questa accresciuta considerazione del piano superficiale rispetto al formali­smo proppiano. L'influenza dell'antropologo sul semiotico va anche nella direzione dell'integrazione della dimensione sintattica del model­lo proppiano con una dimensione semantica. Come è noto, in gram­matica si chiama morfologia lo studio delle forme e Propp chiama «morfologia della fiaba» l'insieme dei fattori che secondo lui danno forma specifica al genere «fiaba di magia». Ancora, come in gramma­tica si intende per sintassi l'insieme di regole che presiede alla conca­tenazione degli elementi linguistici, così in semiotica narrativa si parla di sintassi narrativa per indicare la successione logicamente ordinata di stati e di trasformazioni. Il modello di Propp, anche dopo la rielaborazione di Greimas, è sostanzialmente un modello morfo-sintattico che indica le forme e le regole di concatenazione degli elementi nar­rativi senza azzardare ipotesi sul significato di questo corpus di fiabe. Secondo Lévi-Strauss, in esse verrebbe messo in scena l'eterno con­flitto fra libertà individuale e bene collettivo. Non tutti gli studiosi del folklore russo sono d'accordo su questa interpretazione; tuttavia, per quanto riguarda le nostre preoccupazioni presenti, qualsiasi sia il significato profondo della fiaba russa, Propp non sembra essersene particolarmente interessato. Forse una certa carenza di ipotesi circa il significato della fiaba è dovuta alla sua natura poco "riflessiva", poco psicologica. La fiaba sembra poter sussistere delle proprie fantasiose macchinazioni senza porre domande al lettore, incantato dall'intrec­cio. Questo genere testuale, dice Propp, non motiva quasi mai espli­citamente le proprie azioni, non spiega ad esempio perché il drago rapisca la fanciulla. Spesso le uniche motivazioni sono legate alla mancanza iniziale, da cui parte tutta l'azione. Ma a volte nemmeno questo: il re si limita a chiedere un servigio senza spiegare il perché.

Immaginiamo però che il testo che dobbiamo analizzare non sia una favola bensì un romanzo moderno, tutto incentrato su un tormentato dramma interiore; o un complicatissimo mito in apparenza sconclusionato. In questi casi, il problema del significato profondo, non immediatamente evidente, del testo dovrà essere posto, altrimenti si perde la possibilità stessa di comprendere quel testo. Confrontiamo ad esempio questi due brevi brani, tratti rispettivamente da una fiaba bretone (a) e da un racconto mitico (b):


a) Il figlio di un re di Francia, a caccia in una foresta, si smarrisce al calare della notte. Egli vide infine una luce lontana ed arrivò alla capanna di un carbonaio, dove domandò ospitalità per una notte. La moglie del carbonaio nella notte partorì un bambino: era il loro nono figlio e, siccome erano pove­ri, essi non riuscivano a trovare padrini e madrine per i loro bambini. Il principe propose, senza farsi riconoscere, di far da padrino al neonato e pro­mise anche di trovare una madrina. Al battesimo il bimbo venne chiamato Louis. Il principe raccomandò al padre di mandarlo a scuola quando fosse stato in età da andarci e poi gli consegnò una lettera che il figlioccio in per­sona avrebbe dovuto riportare nel suo palazzo, appena fosse stato in grado di leggerla.

Il bambino cresceva a meraviglia. A scuola imparò tutto ciò che volle. Ben presto egli poté leggere la lettera lasciata a suo padre dal padrino e vide allora che questi era nientemeno che il re di Francia e che gli diceva di an­darlo a visitare nel suo palazzo. Suo padre gli comprò un buon cavallo per andare a Parigi e gli raccomandò, prima che si mettesse in cammino, di non viaggiare né con un gobbo, né con uno zoppo, né con un Cacous2.

Egli partì felice e contento. [...] Arrivò poco dopo vicino a una fontana sul bordo della strada. Come egli si sporse sull'acqua per bere, un Cacous lo colse di spalle, lo spinse violentemente e lo fece cadere nella vasca; poi prese la lettera, corse al cavallo e partì al galoppo. Mentre Petit-Louis riprendeva dolorosamente il suo viaggio a piedi, il Cacous era arrivato a Parigi.

Egli andò subito al palazzo del re dove, grazie alla lettera, si fece ricono­scere come il figlioccio del re. Quando anche Petit-Louis arrivò al palazzo del re, fu assunto come garzone di scuderia e ritrovò il suo vecchio cavallo. Questo gli predisse che molte pene e travagli lo avrebbero atteso perché egli aveva disobbedito, ma che, d'ora in avanti, se egli avesse obbedito, egli avrebbe trionfato3.


b) Cimidyuë era odiata dal marito, il quale decise di disfarsene nel corso di una spedizione di caccia. L'uomo la convinse che gli organi sessuali delle scimmie coatà erano fatti di un'ovatta bianca come quella che guarniva i dardi di cerbot­tana e che perciò bisognava aspettare che il veleno facesse effetto per racco­gliere gli animali quando fossero caduti morti. Egli sarebbe andato avanti e avrebbe ucciso altra selvaggina. Ma l'uomo si allontanò, e tornò al villaggio sen­za dare il segnale convenuto alla moglie. Quella rimase a lungo ai piedi dell'al­bero e, siccome non conosceva la strada del ritorno, decise di seguire le scim­mie e di nutrirsi dei frutti di sorba che quelle le gettavano. Di notte, le scimmie diventavano esseri umani e invitavano la loro protetta a dormire in una delle amache di cui era fornita la loro capanna; all'alba, la capanna e le amache scom­parivano, e le scimmie riprendevano il loro aspetto animale.

Dopo aver errato a lungo con le scimmie, Cimidyuë arrivò dinanzi al loro capo, che aveva una forma umana benché fosse della razza dei giaguari. Essa aiutò a preparare la birra dolce di manioca per le libagioni. Il signore delle scimmie si addormentò e annunciò, russando, che avrebbe mangiato l'eroina. Quella, preoccupata, lo svegliò rendendolo così furioso. L'uomo scimmia si fece allora portare un grosso nocciolo del frutto ciaivarù, con cui si pestò il naso fino a farlo sanguinare. A questo punto si riaddormentò e ricominciò a proferire minacce mentre russava. Cimidyuë lo risvegliò ripetutamente: l'uo­mo scimmia continuò a pestarsi il naso e a raccogliere il sangue in una cop­pa per berlo. Poi si fece portare della birra, e tutti si ubriacarono.

Il giorno dopo, il signore delle scimmie se ne andò a caccia, dopo aver attaccato alla gamba di Cimidyuë una lunga corda di cui teneva un capo. Ogni tanto tirava la corda per assicurarsi che la donna fosse sempre prigio­niera. Nella capanna si trovava una testuggine che era legata allo stesso modo. Essa spiegò che il signore delle scimmie era un giaguaro e che aveva intenzione di mangiarle entrambe e che avrebbero fatto bene a scappare. Si liberarono così dalla corda, la legarono a un palo della capanna e si eclissa­rono attraversando il recinto di Venkicia, fratello del signore delle scimmie [...].Venkicia è visibile nella costellazione di Orione (Lévi-Strauss, 1968, pp. 100-1 della trad. it.).
Nonostante vi siano delle incoerenze logiche anche nella fiaba (per esempio il ragazzo non disubbidisce affatto, è aggredito dal Cacous), il confronto fra i due brani fa risaltare il carattere meno coeso del raccon­to mitico che, per acquistare senso, sembra richiedere all'interprete un surplus di lavoro. Nel caso del mito, anche il piacere narrativo e il piace­re estetico della fiaba sono messi a repentaglio: gli avvenimenti si susse­guono in una serie a volte molto lunga tanto che diventa difficile se­guirne il filo; i personaggi cambiano spesso identità, per esempio da umani diventano animali e viceversa, quando non assumono addirittura le sembianze di elementi cosmici, come stelle, satelliti e costellazioni; le azioni sono ripetute, strane, a volte slegate fra loro come in un sogno che attende di trovare un significato grazie alla ricostruzione della sua logica profonda, fatta di spostamenti e condensazioni.

Il lavoro sui miti ha convinto Lévi-Strauss che la natura del vero si riconosce dalla cura che esso mette a nascondersi. Di nuovo, come in Propp, il problema è quello di fare astrazione dai dati immediati e arrivare a una ricostruzione che però questa volta è di ordine seman­tico: quali sono i valori che generano il mito? Quali sono i contenuti non ancora "sistemati" cognitivamente da una cultura, che richiedono di essere narrati per trovare una loro, sia pur illusoria, composizione? Nella sua analisi dei miti tebani, Lévi-Strauss ne confronta le varie versioni e scopre delle costanti che sintetizza nello schema seguente (Lévi-Strauss, 1958):




Cadmo cerca sua sorella Europa rapita da Zeus
Edipo sposa Giocasta
Antigone sotterra Polinice, suo fratello, violando il divieto

Gli spartani si uccidono fra loro
Edipo uccide suo padre Laio
Eteocle uccide suo fratello Polinice

Cadmo uccide il drago

Edipo immola la sfinge



Labdaco = zoppo

Laio = storpio


Edipo = piede gonfio

L'autore conclude che questi miti mettono in relazione fra loro due di­verse concezioni dell'origine dell'uomo, evidentemente coesistenti in quel periodo presso i greci. In base alla prima ipotesi, gli esseri umani spuntarono dalla terra (origine ctonia); in base alla seconda, nacquero da progenitori umani. Da una parte infatti i miti tebani presentano casi di sopravvalutazione dei rapporti famigliari (Edipo che sposa la propria madre, Antigone che sfida la morte per amore del fratello Polinice); dal­l'altra, casi di sottovalutazione dei rapporti familiari (uccisioni di con­sanguinei). E questo, nella solita logica delle negazioni-affermazioni, starebbe per l'affermazione e la negazione dell'origine parentale del­l'uomo. Lo stesso si verificherebbe per l'origine ctonia: l'uccisione dei mostri ctonii da parte degli eroi equivarrebbe "simbolicamente" alla ne­gazione dell'origine dell'uomo dalla terra; viceversa, il particolare ricor­rente della zoppia la confermerebbe, indicando l'imperfetta emancipazione dell'essere umano dal suolo da cui è emerso. Come si vede, il mito non "risolve" la contraddizione ma si limita a enunciarla, mettendo in rapporto di analogia due contraddizioni.

Un'interpretazione di questo genere dei miti tebani, giusta o sbagliata che sia, richiede di allontanarsi un bel po' da quello che i testi dicono esplicitamente. Il modello lévi-straussiano approda alla cosid­detta "armatura" del mito, ovvero a significati profondi in contrapposi­zione logica. Dice Lévi-Strauss: «In questo modo si precisa una correla­zione: la sopravvalutazione della parentela di sangue sta alla sottovaluta­zione di quest'ultima, come lo sforzo di sfuggire all'autoctonia sta all'impossibilità di riuscirci» (1958, p. 242 della trad. it.). In questa affer­mazione secondo la quale A: non A ≈ B: non B, non si può non ravvisa­re l'ombra del famoso quadrato semiotico greimasiano anche se, sem­plicemente come tale, questo schema non si trova mai in Lévi-Strauss. Il quadrato è una struttura logica che Greimas colloca al livello più astrat­to e profondo del suo cosiddetto Percorso Generativo del senso. Ne an­ticipo provvisoriamente lo schema in maniera semplificata, indicando con "A" e "B" delle grandezze semantiche qualsiasi:

Abbiamo visto come Propp suggerisca a Greimas una «sintassi di funzioni narrative», ovvero una forma standardizzata di concatenazio­ne di avvenimenti, anche se astratti. Lévi-Strauss invece influenza la semiotica greimasiana con l'idea di una «semantica profonda», ovvero dell'esistenza di significati profondi, in relazione di contrarietà, che orientano lo svolgimento stesso delle azioni.



Nell'economia generale della teoria di Greimas, così come viene schematizzata nel cosiddetto Percorso Generativo, entrambe queste componenti (sintattica e semantica) troveranno, come vedremo, una collocazione precisa.


1 Si ricorderà che in Saussure i «significanti», opposti ai «significati», sono le forme della componente sensibile del segno linguistico: i fonemi per la lingua orale, i simboli grafici per quella scritta ecc. A questo proposito, Hjelmslev parlerà di piano dell'espressione (opposto al piano del contenuto).

2 Una specie di paria del tempo. Naturalmente il ragazzo cade nelle trappole del gobbo, dello zoppo e del Cacous. Per brevità riportiamo solo il terzo fallimento.

3 Cit. in Joseph Courtés (1986, pp. 47-8 della trad. it). Courtés avanza qui un ulteriore problema, quello dei «motivi», come ad esempio il motivo della «lettera» (presente in questa fiaba), che trasmigrano da una storia all'altra, da un genere all'al­tro, portando con sé articolazioni narrative specifiche. Per esempio, la lettera è qui al contempo mezzo per conoscere l'identità del benefattore e mezzo di riconoscimento dell'eroe presso la corte.




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