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Il coraggio

del dialogo


Se credi che ciò che riunisce gli uomini è più importante di ciò che li divide, che essere diversi è una ricchezza e non un pericolo, che sei tu che devi fare il primo passo piuttosto che l'altro, se sai accogliere e accettare un fare diverso dal tuo, allora... la pace verrà.

Charles de Foucauld

N° 6 – 16 gennaio 2017



PRESENTAZIONE pag. 3 A cura del Centro Nazionale

EDITORIALE pag. 4 Il Dialogo necessario

(A cura del Centro Nazionale)



pag. 7 Riflettere e approfondire

PER LA PREGHIERA… pag. 8 Se ti ospito parliamo, se parliamo ti ascolto

(Gen 18,1-15)



ATTIVITÀ PER LE BRANCHE pag. 11 Proposta di attività per Gruppi Emmaus,

Ragazzi Nuovi, Comunità 14, Gruppi pre-

Testimoni

CAMMINARE CON LA CHIESA pag. 20 Il dialogo interreligioso: Agnelli fra i lupi,

o lupi fra gli agnelli?



(Lettera da Taizé)
Cammino 2016/2017 “Missione e coraggio

Se rinunciate al bisogno di avere ragione, avrete a disposizione un'enorme quantità di energia. Avere ragione implica che qualcuna altro abbia torto. La maggior parte delle relazioni, in tutto il mondo, viene danneggiata dai litigi imperniati su torti e ragioni. Ne risultano i numeri voli conflitti ed enormi sofferenze. Rinunciare ad avere ragione non significa non avere un proprio punto di vista, bensì abbandonare la necessità di considerarlo migliore di quello degli altri. Senza difese siete invincibili, perché non sia più nulla di attaccabile, nulla da perdere. Siamo tutti in un'unica coscienza con tanti modi individuali di percepire il mondo. risultati immagini per dialogo

Siamo chiamati ad allargare l'orizzonte del nostro cuore, a farci sorprendere dalla vita che si presenta ogni giorno con le sue novità. Per fare ciò occorre imparare a non dipendere dalle nostre sicurezze, dai nostri schemi consolidati, perché il Signore viene nell'ora in cui non immaginiamo. Viene per introdursi in una dimensione più bella e più grande di quella nostra.
(Papa Francesco Angelus 27 11 2016)


Care e cari Responsabili,

in questo numero trattiamo il tema del dialogo quale presupposto imprescindibile della missione e, insieme, dell’audacia che esso richiede per essere assunto come criterio fondamentale del rapporto con l’altro. La parola “dialogo” (dal greco «dià-lògos» = «attraverso il discorso, il ragionamento») indica lo sviluppo di una relazione, di un confronto, attraverso cui cerchiamo offrire la nostra visione del mondo e, allo stesso tempo, di acquisire una qualche nuova conoscenza, verità, consapevolezza. Attraverso il dialogo interpersonale, se condotto con onestà, facciamo esperienza dei nostri limiti e della possibilità di superarli e scopriamo anche che non possediamo la verità in modo perfetto e definitivo, ma che è possibile camminare con fiducia verso di essa nel confronto con l’identità e il pensiero di qualcun altro.

Ma perché il dialogo avvenga è necessario investirsi nelle relazioni personali, impegnarsi nella conoscenza e nel rispetto delle identità e delle differenze, aprirsi, accogliere e ascoltare l’altro, superando pregiudizi e incomprensioni. Come dice Papa Francesco, “siamo chiamati ad allargare l’orizzonte del nostro cuore” perché la nostra appartenenza a Cristo non diventi una bandiera da sventolare, ma una vita che parli di Lui e del suo modo di stare in mezzo agli uomini, in cui le braccia aperte e l’accoglienza hanno sempre la meglio su qualunque idea o posizione. È questo il coraggio che ci vuole: quello di allargare le braccia come Lui ha fatto sulla croce: perderemo un po’ di noi, ma acquisteremo il suo stesso modo di amare e di accogliere l’uomo.

Con l’augurio che questo coraggio abiti ciascuno di noi e regni all’interno delle nostre comunità

Il Centro Nazionale MEG

Il dialogo necessario


A cura del Centro Nazionale


Il coraggio del dialogo

Posso rinunciare ad avere ragione

Per assumere, come Gesù, la mitezza quale criterio guida delle mie relazioni



Posso allargare i miei orizzonti

Scegliendo di abbandonare orgoglio, competitività,

desiderio di sopraffazione

Accettando la diversità dell’altro e facendola diventare per me opportunità di crescita

E, come Gesù, scegliere di mantenere un atteggiamento sempre aperto, disposto ad accogliere e ad imparare



Allora Gesù si fermò e disse: "Chiamatelo!". E chiamarono il cieco dicendogli: "Coraggio! Alzati, ti chiama!" (Mc 10,49)
Nel Vangelo di Marco che fa da traccia al tema di questo numero il cieco Bartimeo, con una semplice battuta, viene chiamato a cambiare completamente la prospettiva con la quale “guardava” (senza vedere) il mondo. Era seduto, gli viene chiesto di alzarsi; gridava affinché Gesù gli si avvicinasse e invece lo invitano ad andare dal Signore; è un uomo spaventato e bloccato dalla sua malattia e gli dicono di avere coraggio… Ma queste sollecitazioni da parte dei discepoli gli giungono perché è Gesù che lo fa chiamare, che sceglie di entrare in relazione con Lui. Questa è la molla che fa muovere Bartimeo, che lo libera dalla sua situazione di stasi e di autocommiserazione.

Cerchiamo ora di capire come ci muoviamo noi all’interno delle nostre relazioni e dei nostri incontri. Se, all’interno di essi, siamo più preoccupati di far valere la nostra idea piuttosto che ascoltare con attenzione le logiche dell’altro, o se ci capita di sentire qualcosa dentro di noi che impedisce, a volte, di stabilire davvero la relazione con la persona che ci sta di fronte, in favore del fatto di volere imporre a tutti i costi il nostro punto di vista, la nostra idea di mondo, le nostre ragioni. Usando la metafora di Bartimeo, insomma, se preferiamo “rimanere seduti” sulle nostre certezze e “ciechi” di fronte alle sollecitazioni di altri che ci invitano a guardare da un’altra parte, o solamente in maniera differente la realtà.

Chi ha ragione?

A questo “qualcosa” che ostacola lo scambio con le persone e che, di fatto, non ci permette di incontrarle a un livello più profondo, limitandoci alla necessità urgente di stabilire chi ha ragione e chi ha torto, possiamo dare diversi nomi: ‘orgoglio’, ‘competitività’, ‘desiderio di sopraffazione’, ‘pregiudizio’… Ma purtroppo, se molte sono le cause che lo mettono in moto, l'unico risultato che si ottiene da questo tipo di atteggiamento è l’ostilità. Perché la necessità di sentirsi pienamente nella condizione di avere ragione, mette inevitabilmente l’altro automaticamente dalla parte del torto e l’antagonismo e il rifiuto che ne scaturiscono sono la miccia che accende molti dei conflitti con cui abbiamo a che fare, piccoli e grandi. Rinunciare ad avere l’ultima parola, lo sappiamo, non è facile. È come se dentro di noi abitasse una sorta di istinto di sopravvivenza che ci spinge a non rinunciare alla nostra autoaffermazione. Quando però si sceglie di fare un passo indietro, nella maggior parte dei casi si sperimenta che la prospettiva da cui guardiamo il mondo noi non è necessariamente migliore di quella da cui lo guardano gli altri e che quindi la ragione non sta sempre in tutto ciò che si accorda con la nostra percezione della realtà. Questa consapevolezza è molto liberante: “Si svilupperà dentro di voi una capacità di comprensione che abbraccia entrambe le posizioni: la vostra e quella di chi non è d'accordo con voi. In questo modo perderete l’ossessione per le definizioni, le etichette, le descrizioni, le valutazioni, le analisi e i giudizi. Che sono tutti meccanismi difensivi dell'ego ottimi per scatenare litigi e conflitti ma pessimi per portare la pace” (Deepak Chopra “Le sette chiavi della felicità”, Sperling & Kupfer).

Gesù non vuole sentirsi vincente

L’esperienza ci dice che riuscire ad avere ragione all’interno di una discussione, di una relazione, di un confronto ci restituisce una sensazione di forza, di vittoria, di potenza… Forse è anche da questa sensazione che possiamo partire per affermare che, come discepoli di Gesù, vi possiamo, vi dobbiamo rinunciare. Infatti, quella di “avere ragione”, e quindi imporsi, è una categoria che a Gesù proprio non interessa. Egli vuole invece innanzitutto ascoltare, entrare in dialogo, in relazione, in comunione profonda con l’uomo. A lui non importa vincere! Gesù entra nella nostra vita per dirci innanzitutto che l’altro (chiunque altro) non è un rivale, un avversario da abbattere, ma un fratello da amare. Egli, che è Dio, per incontrare l’uomo, si è fatto uomo accogliendone su di sé tutta la “carne” intesa come luogo dell’esperienza, delle emozioni, della conoscenza, delle relazioni. E all’interno della sua esperienza di incarnazione, pur non essendosi mai tirato indietro dal dichiarare apertamente la sua identità, ciò in cui credeva, i motivi della sua esistenza, ha chiaramente rinunciato ad avere ragione sugli altri, fino al punto di accogliere e ad accettare la Croce. Basterebbe questo perché il nostro atteggiamento, nel dialogo con chi ci appare diverso e lontano da noi, immediatamente cambiasse.

Gesù, uomo di Ascolto e di Relazione

Esiste una parola evangelica che può riassumere e guidare il nostro stile di dialogo, ed è la “mitezza”, cioè quella disposizione del cuore che sceglie di non prevaricare mai, ma di avere un atteggiamento amorevole, accogliente nei confronti di chiunque e che permette così di aprire vie di comprensione e di misericordia per la costruzione di relazioni nuove e feconde.

Ma c’è ancora qualcosa che possiamo aggiungere e che ha a che vedere più da vicino con il cammino nel MEG, all’interno del quale noi costruiamo la nostra identità di uomini e donne di fede. Il Progetto Uomo Eucaristico su cui si fonda la spiritualità del Movimento ci dice che Gesù è “Uomo dell’Ascolto” e quindi, in quanto tale, del Silenzio, dell’Accoglienza, della Risposta. E ci indica ancora Gesù come “Uomo della Relazione” e quindi dell’Incontro, della Fiducia e della Fedeltà.

Riportiamo alcune righe che illustrano e articolano queste affermazioni, proprio per spiegare più chiaramente le ragioni del perché ciascuno di noi, nel suo percorso di crescita umana e cristiana, può scegliere consapevolmente di rinunciare ad avere l’ultima parola in favore di un avvicinamento più prossimo e più accogliente alle persone con cui viene in contatto:

Nelle scelte di vita di Gesù, accogliere significa accettare la diversità, le tensioni che nascono dal confronto fra storie diverse. Significa aprire la porta e proprio cuore all'altro, chinandosi verso di lui senza aspettarsi nessun tornaconto. Diventare simile Gesù nell'essere capaci di accogliere, significa aprire le braccia ad ogni fratello, avvicinandoci a lui liberi dei pregiudizi e scegliendo di trovare il lui il positivo che c'è” (pag 27 del manuale del MEG “Egli entrò per rimanere con loro”).



In ogni relazione con l'uomo Dio sceglie di camminargli accanto, accettando di entrare in una vita caratterizzata da debolezza e povertà, facendosi, sua volta, debole povero. Gesù incontra tutti gli uomini: non sceglie una categoria, il suo messaggio d'amore è per tutti. Il suo essere Uomo della relazione si esplicita nell'essere Uomo dell'incontro…. Il camminare fianco a fianco implica il rivelarsi all'altro così come si è, senza maschere, avendo cura e rispetto per le sensibilità e le storie di chi si ha di fronte, mantenendo un atteggiamento sempre aperto, disposto ad accogliere e ad imparare. Ci guida l'interesse per l'altro, mettendoci a sua disposizione, curando l'intensità e la qualità di ogni rapporto. Nei luoghi in cui si svolge la nostra vita si incontrano sempre persone diverse tra loro e da noi: con alcune si stringono legami più forti, con altre meno profondi. Ma lo stile dell’uomo eucaristico è lo stesso con tutti, come per Gesù (ivi pag 30).

Altroché “avere ragione”! Nella molteplicità delle relazioni di Gesù che il Vangelo ci presenta appare chiaro che il suo obiettivo è sempre uno e molto differente dal volere imporre il suo punto di vista: è la vita piena della persona che incontra. Anche a costo della propria vita. Pur mostrandosi sempre per ciò che è, Egli rispetta profondamente l’identità di chi incontra, dando estremo valore alla storia e alla prospettiva di ciascuno. È quindi da Lui che impariamo l’arte del dialogo, grazie a Lui che diventiamo capaci di andare incontro (non contro!) agli altri e a farci loro compagni di strada. Per quanto diversi e lontani da noi possano sembrarci.



Allargare i propri orizzonti

Un altro punto importante è messo in luce nelle righe che abbiamo riportato sopra: il dialogo va costruito “mantenendo un atteggiamento sempre aperto, disposto ad accogliere e ad imparare”. Infatti, quando l’incontro vero avviene, quando l’altro non è più per noi un avversario da abbattere o da mettere a tacere, ma riesce a diventare la persona con cui accettiamo di confrontarci, piano piano impariamo che esiste un modo di pensare, un modo di vedere le cose, una prospettiva diversi dai nostri. Infatti, il dialogo con chi non la pensa come noi, con coloro che riteniamo “lontani, se condotto con onestà e desiderio di conoscenza, è un processo che ha come suo ultimo obiettivo quello di restituirci il riflesso dei multiformi doni che Dio fa agli uomini. In questo senso è possibile comprendere che l’incontro con l’altro regala nuove prospettive, allarga i nostri orizzonti, edifica relazioni di fraternità nuove e più ampie.



E, incredibilmente, se ce la facciamo ad abbassare ancora una volta le nostre difese, abbiamo la possibilità di scoprire che quello che ascoltiamo (che guardiamo, che accogliamo) può diventare per noi ricchezza e opportunità. Concludiamo con le parole del Cardinale Kasper che offrono una ulteriore riflessione sulla possibilità di mantenere forti le proprie convinzioni, all’interno del dialogo con l’altro, ma in un atteggiamento di apertura e di ascolto amorevole: «Intesa correttamente, l’identità cristiana non è un’identità timorosa, chiusa in se stessa, barricata dentro la propria fortezza, e non è neppure un ottuso sciovinismo, ma è un’identità aperta all’altro, un’identità che esce da se stessa, che va verso l’altro e che con l’altro s’identifica. Nel far questo, essa non rinuncia a se stessa, ma al contrario si realizza, si dispiega, si approfondisce, viene arricchita dall’altro» (W. Kasper, Il cristianesimo nel dialogo con le religioni, «Rassegna di teologia» 52 (1/2011).


Per la riflessione

  • All’interno delle mie relazioni più significative, voglio sempre avere ragione io? È una scelta, oppure è un atteggiamento compulsivo a cui non ho mai dato troppa importanza? Quante volte mi capita di non accettare che l'altro abbia l'ultima parola?

  • Il Progetto Uomo Eucaristico del MEG mi indica le coordinate chiare entro cui si muove Gesù nell’incontro con l’altro. Esse rappresentano per me un’indicazione chiara per le mie relazioni? Le tengo presenti?

  • Credo davvero che l’incontro con persone diverse da me e che hanno opinioni differenti possa essere elemento di arricchimento? In che senso? Posso ascoltare l’altro e accoglierlo pur non rinunciando ad essere ciò che sono e a credere a ciò in cui credo? Come?




Bibliografia

Pina Varriale, I bambini invisibili - Piemme, 2008

Questo è un libro per i nostri ragazzi più piccoli: Emmaus ed R.N. Sevla ha dodici anni e non capisce perché i gagé, i non Rom, quando la incontrano per strada tirino dritto come se fosse invisibile. Per lei avere una casa con le ruote e addormentarsi al suono dei violini è normale e vorrebbe andare d’accordo con gli altri. Un argomento attuale e delicato, per avvicinare, attraverso un racconto, alla problematica dell’accettazione dell’altro.
Martin Buber, Sul dialogo. Parole che attraversanoBUC San Paolo, 2012

Il dialogo non è semplicemente una forma di comunicazione; è una messa in gioco dell'umanità della donna e dell'uomo, dentro quella presenza che è l'umano, nel mondo e di fronte al divino. Martin Buber conduce il lettore dentro una riflessione modernissima sull'arte della parola che attraversa le distanze tra l'io e il tu, alla ricerca di quella tensione unica (ma non univoca), unitaria (ma che salvaguarda la dualità), che appartiene a ciascuno di noi. E che svela noi a noi stessi, proprio mentre incontriamo l'altro.


Se ti ospito parliamo, se parliamo ti ascolto… (Genesi 18,1-15)

Il brano che leggeremo e su cui pregheremo ha un’importanza molto grande nella storia di Abramo. Nel capitolo 12 della Genesi viene raccontato come Dio Padre si rivolge ad Abramo personalmente chiedendogli di fidarsi si Lui e di lasciare la sua terra e promettendogli una grande discendenza che sarà motivo di benedizione per tutti i popoli. Piccolo problema: Abramo e Sara sono anziani, non hanno figli e, come se non bastasse, non possono averne. Nei capitoli successivi la storia va avanti e ci racconta come Abramo, che nel suo cuore dice di fidarsi di Dio, in realtà cerchi di arrangiarsi come può per avere dei discendenti: prima pensa di nominare come suo erede un suo fidato domestico (Genesi 15,1-3), poi, su suggerimento della moglie Sara, fa un figlio con la serva di lei. Il nome del bambino è Ismaele (Genesi 16, 1-4). Questi maldestri tentativi di Abramo significano una cosa molto profonda che riguarda la storia di ognuno di noi: Dio fa una promessa bella alta che ci fa sognare ma la realtà sembra proprio contraddire la promessa di Dio. Allora cosa facciamo? Abbassiamo il tiro e ci arrangiamo come possiamo, ci accontentiamo dei nostri espedienti. Dio continua a dire ad Abramo: “No! La tua discendenza sarà frutto tuo e di Sara!”. Ed ecco allora che arriva il nostro brano…risultati immagini per querce di mamre
Ti proponiamo un metodo per pregare con il brano della genesi:

  1. Prima di tutto fermati in silenzio per un minuto, respira lentamente pensando che incontrerai il Signore e che lui aspetta di incontrare te.

  2. Fai un segno di croce e affida tutto ciò che sei a lui, la tua memoria, la tua intelligenza, la tua volontà, le tue capacità.

  3. Chiedi la grazia di capire quali sono i passi che conducono a un dialogo fecondo con le persone e . di ricordartene quando ce ne sarà bisogno.

  1. Leggi il testo lentamente, fermandoti nei punti in cui trovi gusto, in cui senti che la tua vita viene toccata; non avere fretta: non è il molto sapere che sazia l’anima, ma il sentire e gustare internamente.




1 Poi il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. 2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fa’ pure come hai detto”.

6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre “sea” di fior di farina, impastala e fanne focacce”. 7All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

9Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. 10Riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, dietro di lui. 11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne. 12Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. 13Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: “Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia”? 14C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio”. 15Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura; ma egli disse: “Sì, hai proprio riso”.

1Poi il Signore apparve ad Abramo alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno.

Immaginatevi la calura di un primo pomeriggio di agosto, quel periodo della giornata in cui non è possibile fare nulla perché ti mancano le forze. Abramo è in un momento di debolezza e si sta riposando. Lo scrittore del testo ci dice che “il Signore apparve…” ma questo lo può dire dopo il fatto. Abramo ancora non sa che si tratta del Signore. Egli vede tre persone davanti a sé.



  • Il Signore si fa incontrare attraverso i fratelli che entrano nella nostra vita. Non sempre siamo pronti a riconoscerlo. Penso ad alcuni miei incontri e cerco di intravvedere in essi la Sua presenza…

2Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, 3dicendo: “Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”. Quelli dissero: “Fa’ pure come hai detto”.

Abramo accoglie i tre stranieri con i gesti tipici dell’ospitalità antica. Il primo gesto è quello delle abluzioni: ci troviamo in una cultura nomade, le persone viaggiano e il viaggio sporca inevitabilmente, in particolare i piedi. L’ospitalità si prende cura del bisogno dell’altro è già un dialogo di gesti prima ancora che di parole. Forse qualcuno ha provato la sensazione di immergere i piedi nell’acqua e di lavarseli dopo una lunga camminata in montagna, magari durante un campo Meg: la sensazione che si prova è impagabile si percepisce un ristoro fisico che diventa emozione di pace. Ecco che il primo gesto di dialogo tra Abramo e le tre persone significa: fermati da me mi prenderò cura del tuo bisogno. La risposta delle tre persone è breve ma per niente banale: “Ok ci sto, prenditi cura di me”. È come se dicessero: “Bene! Accettiamo di dialogare con te a partire dal nostro bisogno”.



  • Non è per niente facile e scontato entrare in dialogo con qualcuno avendo come punto di partenza il suo bisogno, le sue necessità… Piuttosto, siamo abituati a mettere in primo piano il nostro bisogno… Penso ad alcune relazioni importanti della mia vita in cui non sono capace di vedere il bisogno dell’altro…

6Allora Abramo andò in fretta nella tenda, da Sara, e disse: “Presto, tre “sea” di fior di farina, impastala e fanne focacce”. 7All’armento corse lui stesso, Abramo; prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò a prepararlo. 8Prese panna e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse loro. Così, mentre egli stava in piedi presso di loro sotto l’albero, quelli mangiarono.

Ora scopriamo che Abramo non è solo: c’è anche la moglie, Sara. Sappiamo già che Abramo e Sara non hanno figli non perché non li vogliano, ma perché non possono averli. Magari potessero! Abramo e Sara soffrono per questa loro impossibilità ma non si chiudono nel dolore. Il dolore, la sofferenza a volte ci fanno chiudere in noi stessi: ci ri-volgiamo, ci ri-pieghiamo su noi stessi e diventiamo insensibili nei confronti delle necessità degli altri, quasi come se dicessimo: “Soffro io? Soffri anche tu! Anche se posso io non ti aiuto”! E il dialogo non parte proprio. Abramo e Sara no! Rimangono aperti e si prendono cura dei tre stranieri.



  • Vedo i miei problemi , la mia sofferenza come un ostacolo alla relazione con gli altri? Oppure “sentire” il mio dolore è un’opportunità per capire meglio quello di chi mi sta intorno?

9Poi gli dissero: “Dov’è Sara, tua moglie?”. Rispose: “È là nella tenda”. 10Riprese: “Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio”. Intanto Sara stava ad ascoltare all’ingresso della tenda, dietro di lui. 11Abramo e Sara erano vecchi, avanti negli anni; era cessato a Sara ciò che avviene regolarmente alle donne.

Ora tocca alle tre persone alimentare il dialogo. Chiedono di Sara. Dove è Sara? Perché sta nella tenda e non si fa vedere? Sara è la parte più debole della coppia: è lei la sterile! I tre stranieri ricambiano il favore e ora sono loro che si prendono cura del bisogno di Abramo e Sara, affermano ancora una volta che Sara avrà un bambino! Da vecchia! Dialogare significa innanzitutto saper mettersi in sintonia con chi ho davanti, capire quale è il suo disagio, capire cosa mi vuole dire o chiedere. Empatia, ovvero: saper mettermi nei panni di chi ho di fronte.



  • Mettersi nei panni dell’altro… È uno sforzo che faccio? Lo trovo difficile o facile? Penso che ne valga la pena? Perché?

12Allora Sara rise dentro di sé e disse: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. 13Ma il Signore disse ad Abramo: “Perché Sara ha riso dicendo: “Potrò davvero partorire, mentre sono vecchia”? 14C’è forse qualche cosa d’impossibile per il Signore? Al tempo fissato tornerò da te tra un anno e Sara avrà un figlio”. 15Allora Sara negò: “Non ho riso!”, perché aveva paura; ma egli disse: “Sì, hai proprio riso”.

Il dialogo va avanti e diventa scontro. Sara è convintissima della sua idea: “È impossibile che io abbia figli”, i tre stranieri, invece, dicono di sì. Sara fa tra sé e sé anche un ragionamento per giustificare la sua idea: “Avvizzita come sono, dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio”! È così evidente e logico secondo lei… Sara ride e de-ride le tre persone: è talmente sicura di sé… Cosa le sta succedendo? Si sta chiudendo in se stessa, il suo dolore è così grande che le impedisce di rimanere in dialogo e di fare la domanda che forse noi, che non siamo coinvolti in questa storia, faremmo: “Ma come fate a dire che avrò un bambino? Chi siete voi, che potere avete, che sapienza avete per poter dire una cosa così?”. Il riso di Sara chiude il dialogo, lo fa morire. Quando i tre stranieri chiedono ad Abramo perché Sara ha riso, Sara risponde con una negazione: “No! Non ho riso”… è la morte del dialogo. Sara ha paura. Di cosa? dei tre stranieri? di aver torto? di cambiera idea? Tocca a voi immaginare la risposta…



  • No! Non ho riso”… è la morte del dialogo. Sara ha paura. Di cosa? Dei tre stranieri? Di avere torto? Di cambiera idea? Tocca a voi immaginare la risposta…

Isacco…

A distanza di un anno esatto -questo lo si trova andando avanti a leggere il racconto (cfr.: Genesi 21)- nasce il figlio di Abramo e di Sara. Il suo nome è Isacco che in ebraico significa: “Che Dio rida, che Dio sorrida”. Il significato non è quello di de-ridere, di prendere in giro, il significato è: “che Dio rida, o sorrida, perché è felice di te e ti manda le sue benedizioni”. Anche quando noi chiudiamo il dialogo: deridiamo gli altri o Dio ritenendoci superiori, Dio riapre il dialogo, sempre, ripartendo precisamente da dove ci eravamo chiusi. Nel caso di Sara… da riso a sorriso!



  • A proposito… ma chi potrebbero essere o rappresentare quelle “tre persone” ospitate da Abramo e da Sara?

  1. Fermati ancora qualche minuto, riprendi il testo letto, e parla con il Signore, da amico ad amico su ciò che colpisce maggiormente la tua vita e chiedi per te la capacità di riconoscerlo sempre nelle persone che incontri e, per questo, di rimanere aperto e in dialogo con esse.

  2. . Prega con il Padre Nostro e esci lentamente dalla preghiera.


Preghiera del MEG mondiale

Proponiamo a tutte le comunità, dai più grandi ai più piccoli di incominciare i loro incontri recitando la preghiera del MEG Mondiale che è stata formulata in preparazione dell’incontro internazionale di Buenos Aires di settembre 2012. Questa preghiera, inoltre, può aiutarci a mettere nelle mani di Gesù ogni nostra giornata:

Gesù, Signore e nostro Amico,

ci hai scelto e chiamato nel Movimento Eucaristico Giovanile.

Mostraci il tuo volto risorto, apri a noi il tuo cuore, cammina a nostro fianco ogni giorno.

Dacci la tua vita in ogni Eucaristia:

insegnaci a vivere secondo il tuo stile, fino a dare la vita.

Desideriamo essere con te apostoli, al servizio della tua Chiesa.

Semina il tuo sorriso nei nostri incontri, perché fiorisca la gioia nel mondo.

Maria, tua madre e madre del MEG, ci accompagni. Amen
Nel mese di gennaio preghiamo in particolare:

Gruppi Emmaus (8-10 anni): Gesù, aiutaci a diventare come te, bambini che non si dimenticano mai di pregare perché sanno che solo il Padre può aiutarli a diventare davvero capaci di volere bene.
Ragazzi Nuovi (11-13 anni): Ti preghiamo, Signore, di aiutarci a diventare ragazzi che le persone riconoscono come tuoi amici per quello che dicono e per quello che fanno.
Comunità 14 (14-17 anni): La tua Parola, Signore, illumini le nostre vite e ci renda capaci di diventare tuoi apostoli fra le persone che incontriamo ogni giorno.
Pre-Testimoni (18-23 anni): Perché tutti i cristiani, e quindi anche noi, fedeli all’insegnamento del Signore, si adoperino con la preghiera e la carità fraterna per ristabilire la piena comunione ecclesiale, collaborando per rispondere alle sfide attuali dell’umanità.



Il pericolo di ostinarsi ad avere ragione!

Due uccellini si trovano a poca distanza sullo stesso albero.

Quello che si trova qualche ramo superiore dice: “Che bella giornata di sole!”.

E l’altro dal basso gli risponde: “Veramente una giornata fantastica!”.

Questo bel cielo azzurro, il sole giallo, e queste foglie verdi…”

Tutto vero amico mio, solo che le foglie non sono verdi…” ribatte l’uccellino dal ramo più in basso.

Cosa dici? Certo che sono verdi! Non le vedi?”

Io le vedo, ma forse sei tu che hai problemi di vista e non le vedi, sono bianche!”

Bianche? Questa non si è mai sentita!” risponde innervosito l’uccellino dal ramo più in alto “mi vuoi prendere in giro?”.

Forse sei tu che mi vuoi prendere in giro, quell’albero là ha le foglie verdi, questo le ha bianche!”

Adesso basta con questa storia delle foglie bianche! Quasi quasi vengo a darti una lezione per insegnarti a non prendere in giro gli altri!” dice sempre più minaccioso l’uccellino dal ramo più in alto.

Non serve” rispose l’altro veramente arrabbiato, “vengo io a insegnarti l’educazione brutto saccente che non sei altro”… e spicca il volo per andare sui rami superiori dove si trovava l’altro uccellino.

E così facendo osservò che le foglie che lui vedeva bianche dal ramo sotto erano verdi se guardate da sopra!

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(Fonte non rintracciata)



PROPOSTE DI ATTIVITÁ PER I BAMBINI EMMAUS (8-10 anni)


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