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Il coraggio dell’umiltà INDICE



Il perdono non è una pietra messa sopra qualcosa che non si vuole più vedere e che vorremmo cancellare; il perdono è una pietra scoperchiata verso il nuovo che si vuole vivere.

Oliviero Bettinelli


N° 8 – 10 marzo 2017

Il coraggio

dell’umiltà




PRESENTAZIO pag. 3 A cura del Centro Nazionale

EDITORIALE pag. 4 Umiltà e perdono

(A cura del Centro Nazionale)



pag. 6 Riflettere e approfondire

PER LA PREGHIERA… pag. 7 Chi amerà di più?

(Lc 7,36-50)



ATTIVITÀ PER LE BRANCHE pag. 10 Proposta di attività per Gruppi Emmaus,

Ragazzi Nuovi, Comunità 14, Gruppi pre-

Testimoni

CAMMINARE CON LA CHIESA pag. 18 Accogliere il perdono

(Anthony Bloom)
Cammino 2016/2017 “Missione e coraggio
Nel perdono c'è sempre un'inclinazione dall'alto verso il basso, che impedisce una relazione alla pari. Ma se tu dici: "mi dispiace", stai di fronte. Allora conservi la tua dignità, e così l'altro può avvicinarsi a te più facilmenteperdono-amore

Bert Hellinger



Care e cari Responsabili,

Siamo nel pieno della Quaresima e, prima di lasciare le comunità agli impegni parrocchiali che le coinvolgono in preparazione alla Pasqua, proponiamo un tema che ha molto a che fare con il tempo che stiamo vivendo: il perdono.

In questo caso specifico, su questo sussidio, affronteremo l’argomento soprattutto dal punto di vista di chi sente la necessità di essere perdonato. E, in questa prospettiva, ci è sembrato utile mettere in evidenza principalmente due aspetti: il prendere consapevolezza dei propri errori e la possibilità di chiedere scusa per essi.

Dio è il Padre misericordioso che non si stanca mai di attendere il ritorno dei suoi figli. Di fronte a Lui ciascuno di noi sa di potersi mettere a nudo, senza timore di essere giudicato, ma con l’assoluta consapevolezza che riceverà solo un abbraccio accogliente e rigenerante.

È per questo suo amore sconfinato che l’orgoglio non ha motivo di essere e ammettere la nostra fragilità e incompletezza è un atto di affidamento completo a Lui che ci rinnova dal profondo e ci fa capaci, attraverso la nostra stessa debolezza, di amare e accogliere quella degli altri.

La misericordia di Dio non si ferma all’accoglienza e alla comprensione, ma arriva a perdonare completamente e definitivamente i suoi figli. È per questo che noi possiamo cadere mille volte e mille volte essere risollevati. Questo è il privilegio dei figli che trova la sua espressione più bella nel sacramento della Riconciliazione.

Sapere chiedere scusa è, anche nella vita di tutti i giorni un gesto grande che riavvicina ai fratelli e che mostra la misura di quanto siamo consapevoli della nostra assoluta dipendenza da Lui.

Potrà forse sembrarvi un argomento trito, ma in realtà tutti noi sappiamo bene quanto queste due semplici e apparentemente facili atteggiamenti abbiano necessità di un enorme lavoro su noi stessi e di tempi non immediati, ma spesso molto lunghi. Diventare persone umili, insomma, richiede una buona dose di volontà, oltre che di coraggio, e di fede. Perché, e chi ne ha fatto esperienza lo sa molto bene, occorre un supplemento di amore per mettere da parte il nostro ego e porre al primo posto le persone con le quali ci siamo trovati ad entrare in conflitto. E questo è un dono che può farci solo il Signore.

Chiediamolo a Lui, dunque, per noi, per i nostri cari e per i ragazzi delle nostre comunità perché attraverso la nostra testimonianza possiamo davvero contribuire a costruire una società più equa e giusta, dove la parola “pace” non sia solo uno slogan, ma un reale moto dei cuori.

Il Centro Nazionale MEG
Umiltà e perdono
A cura del Centro Nazionale


Il coraggio dell’umiltà

Un cammino di conversione che richiede di

chiedere perdono

Che sarà sempre pronto ad accoglierci

Con i quali ristabilire una relazione rinnovata

a Dio

Riconoscere i propri errori davanti

ai fratelli fratelli

Allora Gesù gli disse: "Che vuoi che io ti faccia?". E il cieco a lui: "Rabbunì, che io riabbia la vista!".

(Mc 10,51)

La parola “umiltà deriva da un termine latino, “humus”, che significa “terra”. Umiltà, potremmo dire, è la capacità dell’uomo di “radicarsi”, di vivere in profondità e, quindi, di accogliere i propri limiti e le proprie fragilità come elementi essenziali della propria autenticità. Per fare questo, per essere umili, è necessario molto coraggio. Da questa premessa partiamo per provare a capire cosa concretamente possa significare per noi essere persone umili.

A tutti noi è certamente successo di entrare in conflitto con qualcuno. Proviamo a ricordarci l'ultima volta che è accaduto con un fratello, un genitore, un amico, un professore... È normale... Capita... Il conflitto fa parte della nostra natura umana e non rappresenta necessariamente qualcosa di negativo. Esso può essere, invece, un processo da attraversare per stabilire relazioni più autentiche e trasparenti. Ma se i litigi sono tanto naturali quanto comuni in ogni rapporto umano, meno frequente e meno ovvio è il saper chiedere scusa: eppure, ogni conflitto si può dire chiuso solo quando chi ha sbagliato dimostra vero pentimento, e soprattutto lo sa ammettere.

Quello che dovrebbe metterci all'erta, quindi, non è tanto lo scontro, l’affiorare di ostilità e incomprensioni con le persone, quanto il nostro atteggiamento all'interno del conflitto stesso.... Quante volte, a priori, infatti, pretendiamo di essere noi dalla parte del giusto, della ragione, ergendoci in questo modo a giudici di chi ci troviamo di fronte? Quante volte ci succede di arrabbiarci per l'incapacità dell'altro di riconoscere l'errore e chiedere scusa? O di sentirci in diritto di esigere un 'mi dispiace' per un'offesa ricevuta? Sembrerebbe così facile! Eppure, quando tocca a noi, le cose si fanno più complicate e chiedere perdono appare un ostacolo insormontabile per il nostro ego!

Di chi è la colpa?

Non sempre è facile assumersi la responsabilità di un dissidio ed ammettere almeno una parte dei propri errori, anche quando questi sono evidenti e hanno concorso a rendere la soluzione del conflitto più difficoltosa. Ci risulta difficile ammettere di avere sbagliato perché ci fa sentire deboli, esposti, senza difese. Il fatto è che scusarsi viene spesso interpretato come un atto di subordinazione, come un’ammissione di debolezza. La paura di apparire sottomessi ci costringe a non piegarci all’“umiliazione” di avere torto. In noi scatta un meccanismo che ci fa pensare che se noi per primi scegliamo di abbassarci a dire che non siamo perfetti, tanto più gli altri si faranno di noi l'idea che siamo dei buoni a nulla, dei codardi, dei falliti. E se questo dovesse accadere, chi vorrebbe più essere amico di uno che ha sbagliato, o che ha mentito, o che si è fatto prendere dalla rabbia e, in più, non ha neppure il coraggio di difendere la sua posizione?



Un'altra ragione che può frenarci dall'ammettere un nostro errore è il rapporto che esiste fra l'azione che abbiamo commesso e i valori in cui crediamo. A nessuno piace doversi riconoscere incoerente e quando, purtroppo, accade che quello che affermiamo e le nostre azioni entrino in conflitto è facile che ci rifiutiamo di ammetterlo.

In tutti questi casi, potremmo dire che ciò che ostacola l'esercizio della nostra umiltà e quindi del riconoscimento dei nostri limiti è la superbia e, cioè, un’eccessiva considerazione di noi stessi e del nostro valore rispetto agli altri, assieme alla mancanza di attenzione e di interesse degli altri e del loro punto di vista.

Ammettere di avere sbagliato è scomodo

Perché dovremmo e come potremmo cambiare noi stessi fino ad apprendere l'umiltà che ci porta ad ammettere i nostri errori? E se confessare di aver sbagliato fosse una grande forza, invece che una debolezza? Non è da persone coraggiose, forse, l’ammettere a se stessi prima e con gli altri poi, che siamo capaci di cambiare, di riparare al male che abbiamo fatto, di tenere, in altri termini, in mano la nostra vita e le nostre scelte? Non è questo atteggiamento indice di grande maturità, di senso profondo della giustizia, di certezza del proprio valore al di là dell’opinione altrui da una parte e della possibilità di crescere e migliorarsi, dall’altra? Noi crediamo che riconoscere il proprio errore e chiederne perdono sia un processo che ha la potenza di trasformare le relazioni e, soprattutto, che possiede la forza di rivelare il volto e l’identità del Signore. Quando non vogliamo chiedere scusa, infatti, siamo dominati dall’orgoglio. La nostra attenzione è rivolta tutta verso le fragilità dell’altro con la presunzione di riconoscerle e portarle alla luce. Chiedere di essere perdonati, invece, ci mette invece di fronte alle nostre fragilità e rende questo gesto segno del desiderio di avvicinarsi sempre più al modo di amare di Dio. Solo Lui, la fiducia nella sua misericordia, può spiegare le ragioni di un gesto così “scomodo” che racconta di uomini e di donne disposti a “lasciare tutto”, anche se stessi, in nome di una logica più alta, più bella, più convincente che afferma che fra noi siamo fratelli, figli amati dell’unico Padre. Chiedere perdono a qualcuno, dunque, non significa sempre che tu hai sbagliato e l’altro ha ragione. Significa semplicemente che tieni più a quella relazione del tuo orgoglio.

Umiltà è un cammino

Non possiamo, però, limitarci a chiedere scusa. Questo è solamente il principio di un cammino. Chiedere perdono è un’azione di vera e propria conversione, una presa di coscienza che ci conduce al profondo di noi stessi per accogliere la nostra povertà e affidarla a Dio, che ci invita a stabilire nuove priorità all’interno della nostra vita e a riconoscere le nostre debolezza e le nostre contraddizioni. E ancora non basta. Occorre, infatti, che dentro di noi venga avviato un percorso attraverso il quale trovare la maniere concreta di ristabilire un equilibrio di giustizia e ricostruire le relazioni interrotte. Al figlio prodigo non è sufficiente capire di avere sbagliato. Egli sente la necessità di stabilire un processo di riconciliazione con il Padre, attraverso delle azioni concrete: “mi alzerò…”, “andrò…”, “gli dirò…”.



Si capisce che, affinché tutto questo avvenga, c’è bisogno di un completo coinvolgimento della persona con la sua intelligenza, la sua affettività, la sua sensibilità. Ma soprattutto, occorrono grandi e profonde generosità e umiltà che nessuno possiede se non come dono gratuito e straordinario di Dio.

Il Signore è sempre pronto a perdonarci

Quando arriviamo ad intraprendere questo itinerario di conversione, infatti, immediatamente capiamo che quello che sta succedendo non è merito nostro, della nostra nobiltà d'animo o della nostra bontà. Anzi, esattamente il contrario: il Signore interviene a “cambiarci” solo quando noi siamo disposti a riconoscerci peccatori: il senso del peccato è la porta che apre alla possibilità della misericordia di Dio. È quel che fa il cieco di Gerico quando accetta di fare cadere ogni difesa e di chiedere a Gesù di riacquistare la vista, senza timore di essere giudicato, ma con l’assoluta consapevolezza che riceverà solo una risposta accogliente e rigenerante.


  • Carlos Macias De Lara, Giuseppe e i suoi fratelli. Dalla discordia alla riconciliazione. Paoline

    Il libro offre un itinerario spirituale sulla fraternità, frutto della meditazione dell’autore su una delle storie più belle ed affascinanti della Bibbia, raccontata negli ultimi tredici capitoli del libro della Genesi: quella di Giuseppe, figlio di Giacobbe, venduto come schiavo dai suoi fratelli per invidia e diventato poi viceré in Egitto e salvatore della sua famiglia e del suo popolo. Queste pagine ci parlano di come Dio voglia condurre i suoi figli ad avere relazioni nuove: con Lui come Padre e con gli altri come fratelli e di come siamo chiamati ad essere fermento e missionari di questo amore di fraternità. 

    Marco Guzzi, Per donarsi. Un manuale di guarigione profonda – con cd - Paoline

    L’autore afferma che, per donarci di più alla vita, dobbiamo imparare aperdonarci o, meglio, a lasciarci perdonare. Il  lettore è invitato a svolgere esercizi di autoconoscimento psicologico e meditazioni guidate, tre delle quali sono contenute nel CD che accompagna il libro.

    Gary Chapman, Jennifer Thomas - I 5 linguaggi del perdono - Edizioni Elle Di Ci

    Nella vita si commettono sbagli. Il bisogno di chiedere perdono riguarda ogni realtà umana, ma a volte limitarsi a dire "mi dispiace" non è sufficiente. Attraverso le loro ricerche e il lavoro svolto accanto a centinaia di persone, gli autori di questo volume hanno scoperto cinque aspetti o "linguaggi" fondamentali del perdono: Esprimere rammarico - Assumersi le proprie responsabilità - Cercare di rimediare - Pentirsi sinceramente - Chiedere perdono. Con questo strumento è possibile individuare il proprio linguaggio principale del perdono, parlando i linguaggi delle persone amate. 

    • Quando “faccio pace” con qualcuno, pongo alcune condizioni?

    • Accorgermi di quanto sono fragile e piccolo davanti a Dio, mi rende maggiormente misericordioso e capace di accogliere i limiti dell’altro?

    • Nella mia esperienza di cristiano, c’è un episodio particolare che mi ha fatto sperimentare in prima persona la forza rivoluzionaria e rigeneratrice del perdono?

    • Con quale frequenza mi confesso? Il sacramento della Riconciliazione è per me una opportunità o una fatica? Ho fiducia nel suo potere rinnovatore? Credo profondamente ché in quel Sacramento si realizza un “abbraccio” fra me e Dio?
    Il perdono del Signore, assoluto e senza esigenze di reciprocità, il suo amore che supera e vince ogni nostra perplessità, ci rende improvvisamente persone nuove, avvolte da un abbraccio misericordioso che trasforma tutta la nostra esistenza e che ci mette in moto nella direzione dei fratelli. Siamo nel pieno della Quaresima e questi temi rappresentano un ottimo spunto di riflessione per prepararci alla Pasqua. Gesù che ha offerto la sua vita per noi senza porre condizioni, senza misurare la nostra infedeltà, senza aspettarsi nulla è per noi l’unica misura dell’amore. Ce lo ricordano più volte i vangeli quando, a chi ha ricevuto un’offesa, Gesù indica il perdono come azione che deve precedere qualsiasi culto o preghiera: "Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello…" (Mt 5,24). Tutto ciò non avviene spontaneamente, richiede uno sforzo, implica la scelta di buttare giù le nostre difese, di mettersi in gioco e di volere iniziare un cammino di libertà e di conversione profonda: il cammino, appunto, della Pasqua.




Chi amerà di più? (Lc 7, 36-50)

Siamo di fronte a uno dei brani scandalosi del Vangelo nei quali emerge l’atteggiamento di Gesù di accoglienza e di tolleranza nei confronti di un peccatore e, ancor più sorprendentemente, di una donna. Egli non si tira indietro al contatto fisico ed ai gesti ambigui della “peccatrice”, permettendole così di rendere impuro lui stesso e, di conseguenza, tutta la casa. c:\users\user\desktop\dati recuperati\documenti\immagini\resize.jpg

Allo stesso tempo, nel testo emerge anche la delicatezza con la quale Gesù si rivolge a Simone, il fariseo, il quale, a sua volta, non è giudicato, ma invitato a riflettere, attraverso un racconto, sulla maniera di vivere la sua relazione con Dio: cosa deve prevalere, la giustizia o l’amore?

Questo episodio si ricollega alla parabola del fariseo e del pubblicano al tempio, raccontata da Gesù proprio “per alcuni che presumevano di essere giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Lasciandoci provocare dalla Parola si tratta, allora, di riconoscerci debitori per poter, con umiltà, chiedere ed accogliere il perdono e la vita nuova che Gesù è pronto a donarci.





  1. Ti proponiamo un metodo per pregare con il brano di Luca:

    1. Prima di tutto fermati in silenzio per un minuto, respira lentamente pensando che incontrerai il Signore e che lui aspetta di incontrare te.

    2. Fai un segno di croce e affida tutto ciò che sei a lui, la tua memoria, la tua intelligenza, la tua volontà, le tue capacità.

    3. Chiedi la grazia di riconoscerti debitore “graziato”.

    4. Leggi il testo lentamente, fermandoti nei punti in cui trovi gusto, in cui senti che la tua vita viene toccata; non avere fretta: non è il molto sapere che sazia l’anima, ma il sentire e gustare internamente.



36 Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 37 Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato; 38 e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.39 A quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice». 40 Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure». 41 «Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. 42 Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». 43 Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene». 44 E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. 45 Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. 46 Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. 47 Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 48 Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». 50 Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

v.36: Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. 

Gesù accetta l’invito del fariseo perché è venuto per incontrare i peccatori, anche, e soprattutto, quelli che si ritengono giusti. Entra nella casa, nell’intimità, nel cuore, là dove si svolge la vita affettiva della persona, dove si può essere se stessi, dove ci si può distendere. E si mette a tavola, condividendo la gioia del banchetto, della convivialità, gustando il cibo e le bevande preparate. Tutte condizioni che facilitano l’incontro.

  • Permetto agli altri di incontrarmi invitandoli nella “mia casa”? E a Gesù? In quali modi facilito l’incontro?

v. 37: Ed ecco una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, venne con un vasetto di olio profumato 

In questo clima di serenità ecco un “colpo di scena”, un intrusione, un elemento disturbatore. Una donna, di cui non si conosce l’identità, ma nota a tutti come “peccatrice”, ha il coraggio di affrontare il rischio del rifiuto, l’incomprensione, il disprezzo, la condanna pur di incontrare Gesù ed esprimergli il suo amore. È talmente forte il desiderio di incontrarlo che non lo aspetta fuori, attendendo che finisca il banchetto, ma, infrangendo tutte le strette regole sociali, entra in casa di Simone portando con sé un vasetto ripieno di profumo e si dirige dritta da Gesù, sotto gli sguardi sconvolti e scandalizzati di tutti i presenti.



  • Ripenso a delle situazioni nelle quali, per amore, ho avuto il coraggio di affrontare il giudizio degli altri…

v. 38: e fermatasi dietro si rannicchiò piangendo ai piedi di lui e cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di olio profumato.

Fermiamoci con attenzione su questo versetto che descrive una scena delicatissima e lasciamoci coinvolgere con tutti i nostri sensi: vista, udito, tatto, odorato e gusto. La donna non dice una parola, ma parla con il corpo, la sua posizione, di grande umiltà, ed i suoi gesti sono molto eloquenti. Sa di non essere degna di stare di fronte a Gesù, di guardarlo e di parlargli e sta rannicchiata, prostrata per terra, più in basso possibile, ai suoi piedi e compie quattro azioni che comportano un contatto fisico che Gesù accetta con naturalezza. La donna con le sue lacrime, all’esterno bagna i piedi di Gesù, all’interno purifica il suo cuore dai suoi mali e da ciò che lo teneva prigioniero. I capelli sciolti, simbolo della bellezza femminile, sono usati non per sedurre ma per un umile servizio d’amore, asciugare i piedi. E poi li bacia ripetutamente in un tenerissimo gesto d’amore, ed infine li accarezza ungendoli con l’olio profumato, il cui aroma si diffonde per tutta la casa: è il buon odore dell’amore gratuito. Gesù si lascia bagnare, asciugare, baciare, accarezzare ed ungere i piedi… si lascia amare da quella donna così come lei sa fare.



  • Sant’Ignazio ci ricorda che l’amore consiste nei fatti e non nelle parole. Quali gesti concreti e di gratuità caratterizzano il mio relazionarmi con chi mi sta accanto?

v.39: a quella vista il fariseo che l'aveva invitato pensò tra sé. «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice».

Simone in quella donna vede solo una peccatrice, una contro cui puntare il dito e ritiene che Gesù certamente non sia il profeta che si dice in giro, visto che si fa mettere le mani addosso da questa donna senza accorgersi (secondo lui!) che si tratta di una prostituta. Emette, nel segreto del suo cuore (da buon fariseo si guarda bene dal rivelarlo), un giudizio sommario, una sentenza inappellabile non solo nei confronti della donna ma anche di Gesù.

  • Provo ad esaminare com’è il mio sguardo sulle persone che sbagliano… Punto il dito ritenendomi giusto o cerco di tener conto del loro vissuto, dei sentimenti, delle difficoltà...?

v. 40-43: Gesù allora gli disse: «Simone, ho una cosa da dirti». Ed egli: «Maestro, di' pure».«Un creditore aveva due debitori: l'uno gli doveva cinquecento denari, l'altro cinquanta. Non avendo essi da restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi dunque di loro lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo quello a cui ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene».

E qui notiamo la delicatezza e la strategia con la quale Gesù si rivolge al fariseo. Intanto lo chiama per nome, rivelando così che gli sta molto a cuore, e poi sceglie la via del linguaggio indiretto. Attraverso il racconto sarà lo stesso Simone ad ammettere che ad amare di più è proprio colui al quale è stato condonato di più; colui che riconosce di avere un grande debito vive con gratitudine l’essere stato graziato. Il problema, allora, è quello di non riuscire a riconoscere la nostra situazione di debitori insolventi; perché non potremo mai ripagare quanto Dio ci ha dato e tutto ciò che ha fatto per noi. Dobbiamo, invece, soltanto accogliere il dono del suo amore gratuito al quale dobbiamo corrispondere con amore altrettanto gratuito.

  • Faccio memoria dei tanti doni ricevuti senza mio merito… (la vita, la famiglia, la salute, l’intelligenza, la libertà, ecc. ) e di questi ringrazio Dio…

v. 44-47: E volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e tu non m'hai dato l'acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio, lei invece da quando sono entrato non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato, ma lei mi ha cosparso di profumo i piedi. Per questo ti dico: le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto amato. Invece quello a cui si perdona poco, ama poco». 

Gesù dalla storia passa alla realtà, ed invita Simone ad aprire gli occhi, o meglio a vedere con occhi diversi quella donna (chiamandola “donna” le restituisce tutta la sua dignità) che, attraverso i suoi gesti pieni di dolcezza, ha espresso il suo amore per lui. Essa, riconoscendosi debitrice verso l’amore di Gesù, è stata perdonata e fa da specchio a Simone che, invece, ha vissuto il rapporto con Gesù limitandosi alla formalità della legge; lei, che per non farsi notare si era rannicchiata, ora viene posta come esempio e modello da seguire proprio a colui che si riteneva un perfetto modello di giustizia. Simone, e con lui tutti noi, siamo invitati a spostare l’attenzione dall’osservanza della legge all’amore per Colui che ci ama, ci accoglie e ci perdona.



  • Come vivo la mia relazione con Dio, limitandomi ad osservare delle regole, o con cuore riconoscente e pieno di amore?

v. 48-50: Poi disse a lei: «Ti sono perdonati i tuoi peccati». 49 Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è quest'uomo che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace!».

Adesso Gesù si rivolge direttamente alla donna perdonandole i peccati. Quei peccati che ha confessato senza dire una parola e dimostrando il suo amore per lui. Ora lei lo può guardare negli occhi e pian piano si alza, passando dalla posizione rannicchiata a quella in piedi, per poi mettersi in cammino. È una nuova nascita, un passaggio dalla posizione fetale a quella della risurrezione. “Và in pace” significa: “ti viene donata la pace, puoi camminare verso di essa, ti si apre un futuro nuovo, una nuova vita”. Questa pace è lo shalom, è la vita in pienezza che allarga il cuore. Incontrare Gesù è sempre un punto di partenza, una finestra aperta sul futuro, la possibilità di una nuova vita.



  • Sperimento questa vita nuova che mi rilancia al futuro quando mi accosto al sacramento della Riconciliazione?


    1. Fermati ancora qualche minuto, riprendi il testo letto, e parla con il Signore, da amico ad amico su ciò che colpisce maggiormente la tua vita.

    2. Prega con il Padre Nostro e esci lentamente dalla preghiera.







Preghiera del MEG mondiale

Proponiamo a tutte le comunità, dai più grandi ai più piccoli di incominciare i loro incontri recitando la preghiera del MEG Mondiale che è stata formulata in preparazione dell’incontro internazionale di Buenos Aires di settembre 2012. Questa preghiera, inoltre, può aiutarci a mettere nelle mani di Gesù ogni nostra giornata:
Gesù, Signore e nostro Amico,

ci hai scelto e chiamato nel Movimento Eucaristico Giovanile.

Mostraci il tuo volto risorto, apri a noi il tuo cuore, cammina a nostro fianco ogni giorno.

Dacci la tua vita in ogni Eucaristia:

insegnaci a vivere secondo il tuo stile, fino a dare la vita.

Desideriamo essere con te apostoli, al servizio della tua Chiesa.

Semina il tuo sorriso nei nostri incontri, perché fiorisca la gioia nel mondo.

Maria, tua madre e madre del MEG, ci accompagni. Amen
Nel mese di marzo preghiamo in particolare:
Gruppi Emmaus (8-10 anni): Ti preghiamo, Gesù, perché nessuno debba soffrire a causa tua, a nessuno venga in mente di prendere in giro qualcuno perché è cristiano, e neppure di fargli del male. Aiutaci a prendere sempre le difese di chi è più debole.
Ragazzi Nuovi (11-13 anni): Perché credere in te, Signore, non sia mai, in nessuna parte del mondo, una scelta pericolosa o da tenere nascosta.
Comunità 14 (14-17 anni): Per tutte le persone che vengono perseguitate a causa del Vangelo, perché trovino la forza per resistere e non si sentano soli ma sostenuti da una comunità cristiana che prega sempre per loro.
Pre-Testimoni (18-23 anni): Per i cristiani perseguitati, perché sperimentino il sostegno di tutta la Chiesa nella preghiera e attraverso l’aiuto materiale.

C’è sempre un Padre che attende…

Intorno alla stazione principale di una grande città, si dava appuntamento, ogni giorno e ogni notte, una folla di relitti umani: barboni, ladruncoli, marocchini e giovani drogati.

Di tutti i tipi e di tutti i colori. Si vedeva bene che erano infelici e disperati. Barbe lunghe, occhi cisposi, mani tremanti, stracci, sporcizia. Più che di soldi, avevano tutti bisogno di un po' di consolazione e di coraggio per vivere; ma queste cose oggi non le sa dare quasi più nessuno.

Colpiva, tra tutti, un giovane, sporco e con i capelli lunghi e trascurati, che si aggirava in mezzo agli altri poveri naufraghi della città come se avesse una sua personale zattera di salvezza. Quando le cose gli sembravano proprio andare male, nei momenti di solitudine e di angoscia più nera, il giovane estraeva dalla sua tasca un bigliettino unto e stropicciato e lo leggeva. Poi lo ripiegava accuratamente e lo rimetteva in tasca.

Qualche volta lo baciava, se lo appoggiava al cuore o alla fronte. La lettura del bigliettino faceva effetto subito. Il giovane sembrava riconfortato, raddrizzava le spalle, riprendeva coraggio.

Che cosa c'era scritto su quel misterioso biglietto? Sei piccole parole soltanto: "La porta piccola è sempre aperta". Tutto qui.

Era un biglietto che gli aveva mandato suo padre. Significava che era stato perdonato e in qualunque momento avrebbe potuto tornare a casa. E una notte lo fece. Trovò la porta piccola del giardino di casa aperta. Salì le scale in silenzio e si infilò nel suo letto. Il mattino dopo, quando si sveglio, accanto al letto, c'era suo padre. In silenzio, si abbracciarono.

Il biglietto misterioso spiega che c'è sempre una piccola porta aperta per l'uomo. Può essere la porta del confessionale, quella della chiesa o del pentimento. E là sempre un Padre che attende. Un Padre che ha già perdonato e che aspetta di ricominciare tutto daccapo.

PROPOSTE DI ATTIVITÁ PER I BAMBINI EMMAUS (8-10 anni)



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