Il corpo in psicoterapia



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13.11.2018
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IL CORPO IN PSICOTERAPIA

Franco Gnudi
Il paziente viene in terapia con la sua storia, il modo attuale di prendere la vita, la tensione verso i cambiamenti possibili: tutti questi aspetti sono già scritti nel suo corpo.

Ha imparato fin dall'inizio, quando ancora non sapeva né capire né pronunciare una singola parola, ad agire e a reagire con il corpo al corpo dei genitori nella costruzione della relazione e di un mondo condiviso (intercorporeità, v. Merleau-Ponty e Giovanni Salonia), avvertendo nei corpi il calore o la freddezza, la sicurezza od il pericolo, sentendo o negando i bisogni nel proprio, accettando o rifiutando di fronte alle richieste o desensibilizzandosi di fronte all’abuso, cercando la giusta vicinanza/distanza e la regolazione di ciò che attraversa il confine, sia esso materia (cibo..) o energia (eccitazione, contatto, affetto..) o informazioni (gioco, apprendimento, linguaggio, cultura, eccetera..). In tutto ciò, il corpo, che già dall’inizio ha una vasta conoscenza, continua ad imparare ed a crescere, preparando l’avvento del linguaggio simbolico.


Impariamo col corpo il significato delle situazioni, la direzione degli eventi, i comportamenti adattivi, cresciamo nel corpo e con l’ambiente in coerenza e complessità. Sul terreno delle sensazioni all’interno delle situazioni relazionali sorgono le elaborazioni successive di quella capacità di sintesi ed astrazione che chiamiamo mente, che si traduce in modelli sempre più coerenti e complessi di sé e del mondo.

Dalla sintesi delle percezioni e delle sensazioni del corpo in relazione con l’ambiente, diventiamo consapevoli del significato complessivo e spontaneo che conferiamo alla situazione attraverso quel vissuto relazionale sintetico e multiforme che chiamiamo emozione. La paura mi dà il senso del pericolo nell’ambiente e mi spinge a proteggermi, a distanziarmi o ad allontanarmi, il dolore mi esprime la ferita ricevuta, la rabbia sorge con l’invasione del confine e fornisce la forza per difenderlo, la tristezza è il desiderio per qualcosa che non posso raggiungere, la gioia è la celebrazione del contatto positivo avvenuto e segnala che nulla deve essere fatto se non assaporarne la bellezza.


Dal ripetersi delle emozioni in situazioni, analoghe sorgono ulteriori sintesi che vanno oltre il momento e la situazione presente astraendone positività o negatività durature in termini di sentimenti più stabili, o generalizzati o verso specifiche persone, o positivi (amore, amicizia, rispetto, eccetera) o negativi (rancore, odio, timore, eccetera), e anche giudizi di valore (riconoscimento, stima, interesse) o disvalore (disprezzo, indifferenza), scelte di campo e guide per l’azione. Nemmeno a questo livello si tratta di manifestazioni psicologiche “pure”, separate dal corpo: i sentimenti più stabili di sé (senso di identità) e dell'ambiente (visione del mondo) sono elementi incarnati in metabolismi fisiologici, livelli energetici, toni dell’umore e strutture corporee, atteggiamenti posturali e modi di riempire lo spazio, che assumono contemporaneamente funzione di preparazione e proposta relazionale al mondo percepito.
Dalla percezione del corpo nella situazione e nella relazione, dalla sensorialità (estetica) del buono e del cattivo, del bello e del brutto, dal consolidamento delle identificazioni e delle alienazioni emergono dunque le relazioni consolidate, l'etica, la stabilità degli atteggiamenti e dei comportamenti, le abitudini, le abilità . Nella terminologia gestaltica diciamo che dalla capacità originaria di percepire le sensazioni corporee ancora indifferenziate nell'esperienza di interazione (che in terapia della Gestalt chiameremmo funzione Es) emerge e si consolida via via, attraverso esperienze successive di contatto, la funzione Personalità, quella che Goodman ha chiamato "seconda natura" , un insieme di schemi semantici e comportamentali relativamente stabili che si incarna e dà al corpo forma, struttura, postura, gestualità, si aggiunge e addirittura modifica la fisiologia innata nonché la modalità originaria di percepire se stessi ed il mondo (intersecandosi con e trasformando la stessa funzione Es) e arricchendo anche la già esistente capacità di pervenire a nuove creative sintesi di significato e di azione (funzione Io).

Le funzioni Io, Es e Personalità sono dunque in continua evoluzione ed interrelazione, e la prima di esse, forse più mentale, si basa sulle ultime, profondamente radicate nel corpo.

Torniamo ancora un momento al primo formarsi della personalità nell'interazione diadica fra bambino e caregiver, ai primi strati della personalità, quello che George Downing chiama nucleo procedurale. L’ "espansione diadica della coscienza" (Ed Tronick) è anzitutto una espansione dei corpi, della loro capacità di espressione, manipolazione e movimento, all'interno del proprio ambiente di vita. Questi corpi si forgiano per relazionarsi creativamente ed adattivamente al loro ambiente primario, e tale struttura porteranno riconoscibilmente per il resto della vita, a meno che nuove esperienze, profondamente diverse, riescano a intaccare, positivamente o negativamente, piacevolmente o dolorosamente, la percezione della propria identità e della visione del mondo.
Quella percezione pregiudiziale, aprioristica di sé e del mondo è, come abbiamo detto, una proposta di relazione, si presenta all'ambiente pregiudizialmente percepito e tende a suscitare le risposte ad essa complementari, che diventano a loro volta conferma e consolidamento della posizione iniziale. Dopo decine e centinaia di volte, l'atteggiamento e il comportamento, specialmente in presenza di stress, ansia e pericolo, possono diventare rigidi ed ipergeneralizzati, segnalando il passaggio della funzione Personalità da un insieme di risposte articolate, specifiche, adattabili, ad una struttura caratteriale, che fenomenologicamente appare come struttura corporea localmente o totalmente irrigidita o "armatura caratteriale" (Wilhelm Reich).

A quel punto diventa difficile fare nuova esperienza: ogni nuova situazione si adatta alle aspettative ed al pregiudizio, sia per scotomizzazione dei particolari non congruenti, sia per amplificazione e sovrastima dei segnali di coerenza. Diventa conseguentemente impossibile apprendere ed impossibile crescere. La terapia è, quando funziona, il ritorno all'esperienza, all'apprendimento, al mondo del possibile.


Anche qui naturalmente il canale privilegiato è il corpo. Come abbiamo visto è dalle sue sensazioni all'interno di una relazione, in questo caso la relazione terapeutica, che possono essere appresi nuovi significati, atteggiamenti e comportamenti. Per un gestaltista si tratta di creare un ambiente sufficientemente sicuro affinché l'esperienza possa essere vissuta con la pienezza dei sensi al “confine di contatto", portando l'attenzione alla percezione dei corpi in interazione, per sperimentare nuovamente e consapevolmente il buono e il cattivo, il bello ed il brutto, secondo sfumature e intensità non più permesse nell'esperienza quotidiana. La ricchezza della realtà supera allora lo schematismo del pregiudizio, lo mette profondamente in discussione, insieme agli schemi non più adeguati, arricchisce la personalità di nuove sintesi.

Alcuni fra i possibili interventi terapeutici:




  • aumento della consapevolezza corporea, del grounding, del respiro

  • lettura della intenzionalità della postura e del gesto

  • creazione e mobilizzazione di sculture

  • gesti caratteriali e gesti creativi

  • esplorazione sensoriale, emozionale ed intenzionale del gesto

  • traduzione delle sensazioni in emozioni

  • traduzione delle emozioni in gesti

  • traduzione del gesto in parole




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