Il decadentismo verso la crisi



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Opere
Le parrocchie di Regalpetra (1956); Gli zii di Sicilia (1958); Il giorno della civetta (1961); Il consiglio d'Egitto (1963); A ciascuno il suo (1966); Il contesto (1971); Il mare colore del vino (1973); Todo modo (1974); La scomparsa di Majorana (1975); I pugnalatori (1976); Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia (1977); L'affaire Moro (1978); Dalle parti degli infedeli (1979); Nero su nero (1979); Il teatro della memoria ( 1981); Occhio di capra (1985); La strega e il capitano (1986); Il Cavaliere e la morte (1989); Una storia semplice (1989).

Le parrocchie di Regalpetra


È una serie di cronache su un immaginario paese siciliano, nel quale sono ravvisabili le condizioni di qualsiasi altro paese dell'isola. In Sciascia c'è una risentita dimensione civile, una speranza nei poteri della ragione e nelle conquiste liberatrici della Storia, ma nel contempo una dolente coscienza delle carenze e delle colpe delle classi dirigenti di ieri e di oggi e del prezzo di dolore e di miseria che esse comportano.
L'opera di Sciascia assume sin dall'inizio il valore di testimonianza:in questo caso, denuncia del fascismo e denuncia sociale (condizioni del Meridione).
Lo stile è molto semplice. In questa prima opera c'è una marcata tendenza al neorealismo: il linguaggio è aderente al mondo rappresentato. Sciascia evita, tuttavia, di cadere nel folclore. Egli va più a fondo, alla sostanza dei problemi della Sicilia.

Gli zii di Sicilia


Consta di quattro racconti: La zia d'America, La morte di Stalin, Il quarantotto, L'antimonio. Ne Il quarantotto si parla della spedizione di Garibaldi in Sicilia. mentre La zia d'America e La morte di Stalin, presentano in chiave ironica - ma si tratta di un'ironia garbata, mista a molta umana simpatia - la Sicilia del dopoguerra.
Ne La zia d'America c'è una demitizzazione del Nuovo Mondo: la zia ha i suoi personali interessi da difendere, così come l'America penserà prima a se stessa che ai problemi dell'Italia. Il racconto vira al genere saggistico.
In La morte di Stalin, la Storia viene registrata attraverso le impressioni di un singolo individuo, Calogero, che fatica a rinunciare al mito di Stalin, nonostante ne venga a conoscere le malefatte. Attraverso questo personaggio, Sciascia ci fa capire come l'adesione al comunismo possa essere motivata più da una situazione di miseria che da scelte ideali e morali.
L'antimonio descrive la drammatica esperienza di un minatore siciliano che la disperazione e la fame spingono volontario in Spagna, nelle file dei legionari fascisti che combattono al fianco dell'esercito franchista. Egli si renderà finalmente conto della vera natura del fascismo, al di là delle esaltazioni retoriche e delle vane promesse.
Il tema di fondo è lo sfruttamento dei poveri da parte del fascismo. Viene messa in evidenza la miseria delle classi inferiori.

Il giorno della civetta
In quest'opera la tensione tra fiducia nella ragione e constatazione della sua continua sconfitta si fa più dolente. Tuttavia, non resta altro che credere, seppur disperatamente, nella ragione. È un romanzo sulla mafia, un'analisi chiara ed esauriente, un'indagine sulle sue cause sociali, storiche, politiche, morali. È l'opera principale di Sciascia.
Protagonista è un ufficiale dei carabinieri, settentrionale, di stanza in Sicilia, ma soprattutto un uomo che crede nei valori di una società democratica e moderna, contro l'immobilità d'un mondo di vecchi interessi costituiti. La narrazione si muove su due piani: quello dell'inchiesta che l'ufficiale conduce su una catena di delitti di mafia e quello delle complicità, più o meno forti, più o meno segrete, che scattano a fermarla o a vanificarne i risultati.
Subito viene rappresentato uno degli aspetti tipici della realtà meridionale: l'omertà.
Lo scrittore è scettico circa la possibilità di cambiare la situazione: vi è nei siciliani una sfiducia radicata nei confronti della giustizia. Il senso di estraneità nei confronti della legalità e dello Stato conosce cause storiche: dominazioni straniere che, avvicendandosi, hanno scavato un solco fra oppressi e oppressori.
Interessante il personaggio del mafioso ritratto in questo romanzo: don Mariano Arena.

Il Consiglio d'Egitto


Palermo, 1783; i baroni, pur fremendo di sdegno per le tentate riforme del vicerè Caracciolo, continuano a giocarsi interi feudi al biribissi; le nobildonne leggono romanzi francesi proibiti e il quarantenne abate Vella, sensibile alle dolcezze di questa società, coltiva speranze di vedersi assegnata una pingue abbazia che gli assicuri l'agiatezza. Per ingraziarsi la Sacra Real Maestà di Napoli, Vella inventa ex novo, con gusto di narratore e umanista, un antico codice arabo, appunto Il Consiglio d'Egitto, che fa giustizia di tutti i privilegi baronali e restituisce al Regno la piena potestà sull'isola. Le prime indiscrezioni gettano lo scompiglio nella città. La risonanza è enorme. L'abate diventa "il grande Vella"; il papa in persona si interessa alla sua salute.
Una delle più straordinarie imposture che la storia ricordi ha così inizio nel bel mezzo dell'"epoca delle riforme" e la sua vicenda si lega a quella di una congiura giacobina: quella che il giovane avvocato De Blasi, spinto dall'esempio dei rivoluzionari di Francia a rinnovare secondo ragione gli ordinamenti del Regno, tenta invano di condurre a termine contro le usurpazioni e gli arbitri dell'aristocrazia.

A ciascuno il suo
Siamo in un paese dell'entroterra siciliano. Una lettera anonima minaccia di morte il farmacista, uno "che viveva tranquillo, non aveva mai avuto questioni, non faceva politica". L'uomo pensa ad uno scherzo, ma la minaccia si avvera, al termine di una giornata di caccia, coinvolgendo l'amico dottore che si trova con lui. Un altro delitto che sembra immotivato ed offre pochi appigli al professore di liceo Paolo Laurana che, quasi mosso da una astratta passione intellettuale, si ritrova a cercarne il bandolo in una rete di silenzi e di complicità.
Sciascia  torna sulla Sicilia di oggi, continuando il discorso iniziato con Il giorno della civetta, in un giallo divertito e amaro, che non rispetta i canoni del romanzo poliziesco tradizionale.
Pagine animate da passione civile, denuncia civile e compiuta raffigurazione poetica.
Il personaggio del professore rappresenta la ribellione, per quanto ancora oscura e contraddittoria, del singolo laddove è fallita la giustizia. Per lo scrittore ognuno deve farsi della mafia un problema personale e vincerlo.

Il contesto


Al centro della vicenda è l'ispettore Rogas, un letterato mosso da un geometrico rigore intellettuale, che si immerge nel "caso" con una tenacia ossessiva, alla caccia dell'assassino: un tale, forse, "accusato di tentato uxoricidio attraverso una concatenazione di indizi che sembrano essere stati fabbricati, predisposti ed offerti dalla moglie stessa".
Il romanzo si presenta al lettore come un racconto poliziesco perfetto. Al di là del "giallo", emergono l'allegoria e la passione politica.

Il mare colore del vino


Raccolta di racconti che costituisce una piccola "summa" dei temi e dello stile della narrativa di Leonardo Sciascia,  segnata da un'intelligenza lucida e amara.

Todo modo


Il romanzo è ambientato in un eremo albergo adibito agli esercizi spirituali. Il protagonista è un pittore quarantenne di successo. Nell'eremo si svolge un ritiro annuale di particolare interesse, a cui partecipano vescovi, cardinali, uomini politici, industriali, notabili di ogni genere, accomunati dalla medesima trama di intrallazzi e complicità. Diventa presto evidente che gli esercizi spirituali sono solo un pretesto e offrono una copertura neppur troppo dissimulata a traffici e trattative che hanno come scopo una più lucrosa spartizione del potere.
Una serie di delitti inspiegabile viene però a mettere a soqquadro quel microcosmo in apparenza ben ordinato. 
Sciascia usa ancora il genere "giallo" per denunciare la sostanza, le modalità e l'arroganza del potere, il degradarsi della convivenza civile a sistema clientelare e mafioso, l'impossibilità di una giustizia: in una parola, la crisi di civiltà che oggi stiamo vivendo.

La scomparsa di Majorana


Nel marzo del 1938 Ettore Majorana si imbarca sul postale Napoli-Palermo, dopo aver espresso in due lettere il proposito di uccidersi. A 32 anni è il fisico più geniale della generazione di Fermi, con cui ha studiato. I maggiori scienziati dell'epoca ne ammirano le straordinarie qualità speculative. Solitario, scontroso, riservato, il giovane Majorana ha le doti per arrivare a risolvere i problemi connessi all'invenzione dell'atomica. Poi, l'improvvisa scomparsa. I familiari pensano ad una fuga dettata dalla follia, ma a nulla servono le ricerche dei servizi segreti, spronati dallo stesso Mussolini: il corpo non verrà ritrovato. Majorana si è davvero ucciso? È stato rapito? O forse, di fronte alle sconcertanti prospettive aperte dalla scoperta dell'atomica nell'Europa di Hitler e Mussolini, ha preferito scomparire? Che cosa si nasconde dietro il mistero Majorana? 
Un altro giallo di Sciascia che scava nei problemi del nostro tempo con la  passione civile e la lucida intelligenza, che migliaia di lettori gli riconoscono.

I pugnalatori


Il 25 maggio del 1862 l'avvocato Guido Giacosa, piemontese, viene nominato Sostituto Procuratore Generale del Re presso la Corte d'Appello di Palermo.
Egli diventa ben presto "impaziente e insofferente" di fronte alla realtà siciliana.
La sera del primo ottobre del 1862 accade a Palermo "un fatto criminale di orrida novità": tredici persone in diversi punti della città vengono accoltellati alla stessa ora da feritori tanto simili da assomigliare a uno stesso uomo.
Uno dei feritori, Angelo d'Angelo, confessa e fa i nomi degli esecutori e dei presunti mandanti. Il movente dell'attentato sembra quello di seminare il terrore per far rimpiangere alla popolazione il vecchio ordine borbonico. Condannati gli imputati, la sera stessa della sentenza si verifica un'altra "pugnalazione". La città è presa dal panico. La gente gira munita di bastoni.
Sciascia ci racconta in questo libro una vicenda storica che manifesta inquietanti parallelismi con altre vicende patrie a noi più vicine.
Del caso dei pugnalatori si occupano il procuratore Giacosa e il Consigliere Mari. Tre degli arrestati vengono condannati a morte, mentre il presunto mandante, il principe di Sant'Elia, senatore del Regno, malgrado i pesanti indizi a suo carico, continua a godere di tutte le protezioni e di tutti gli onori. 
La classe dirigente siciliana appare nel racconto come ambigua, nostalgica, irresponsabile, doppiogiochista.

Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia 
Il romanzo racconta la storia di Candido Munafò, nato nel 1943, nella notte dello sbarco alleato in Sicilia, figlio di un avvocato e della signora Maria Grazia, che presto sarebbe fuggita con un ufficiale dell'esercito  americano. Candido cresce con il padre (ma, rivelando un importante segreto professionale, ne causerà il suicidio), il nonno, ex gerarca fascista, e la governate Concetta, che cerca invano di educarlo secondo principi cattolici e borghesi. L'impassibile Candido diventa l'allievo preferito di don Antonio Lepanto, prete inquieto che tenta di coniugare cattolicesimo, psicoanalisi e marxismo: cerca di psicanalizzarlo, ma il ragazzo resiste; gli fa frequentare la sezione del Pci, ma entrambi lasceranno il partito, delusi. Nel frattempo Candido ha conosciuto l'amore, prima portando via al nonno la giovane amante Paola, poi, partita costei, innamorandosi di Francesca, con la quale lascia il paese - e, serenamente, i suoi beni -per andare a vivere prima a Torino, come operaio, poi a Parigi, come meccanico; lei fa la traduttrice ed entrambi vivono felici, amandosi e amando la città libera e tollerante. Li raggiunge don Antonio, sempre in cerca di idee in cui credere, il quale alla fine del romanzo, davanti alla statua di Voltaire, lo propone a Candido come il "nostro vero padre". Candido lo allontana dalla statua e "Non ricominciamo coi padri - disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice".  (G. Traina)

Riscrittura del capolavoro di Voltaire, il libro costituisce "un'operazione liberatoria" da alcuni miti in auge nel Novecento: il cristianesimo, il comunismo, la psicoanalisi e l'Illuminismo. Lo scrittore propone, come alternativa, alcuni valori gioiosi: il sesso, la semplicità, la chiarezza, la sincerità, la passione per il lavoro ben fatto.

L'affaire Moro
Appare ispirato, già nel titolo, a Voltaire e Zola, a quella letteratura francese che Sciascia tanto amava. In questo libro,  lo scrittore siciliano ricostruisce i giorni del sequestro Moro, soprattutto attraverso l'analisi e l'interpretazione delle lettere scritte dal Presidente della Dc dalla sua prigione di via Gradoli e indirizzate, per la maggior parte, ai principali dirigenti del partito cattolico. Dopo l'agguato di via Fani e il sequestro, Moro temporeggia, prende tempo, probabilmente per favorire le indagini e il suo ritrovamento, poi invoca le autorità di tenere una linea morbida, umanitaria, orientata alla trattativa e allo scambio dei prigionieri, coerente in questo con i suoi precedenti convincimenti. Afferma che la sua famiglia versa in condizioni pietose e che abbisogna di lui. Gli ex colleghi di partito, con cui ha condiviso "le ore liete" del potere, lo delegittimano, ritenendolo pazzo, e intendono far valere la ferrea ragion di Stato, ostile a ogni trattativa. Si arriva, secondo Sciascia a un'esecuzione che poteva essere evitata e che andava oltre i propositi delle stesse BR. Brigate Rosse che Sciascia ritiene un fenomeno tutto italiano e che accomuna, per metodi e organizzazione, alla mafia. Nel lanciare un atto d'accusa contro una classe politica ritenuta responsabile della morte di Aldo Moro, rilevando i ritardi, l'imperizia  e la svogliatezza con cui sono state condotte le indagini in quei giorni, Sciascia adombra come, dietro la volontà di sacrificare Moro, si celino ancora una volta gli oscuri disegni del potere.
All'uomo politico democristiano, incarnazione del notabile meridionale con quell'oratoria sfuggente, specializzata nel "non dire", che quando appariva in televisione "sembrava preda della più antica stanchezza, della più profonda noia", che più che un grande statista era, secondo Sciascia, "un grande politicante: vigile, accorto, calcolatore", va tuttavia la pietà dello scrittore che vede in lui la vittima sacrificale di un intero regime politico.

Dalle parti degli infedeli


Al vescovo di Patti, monsignor Angelo Ficarra, viene racapitata, nel marzo del 1947, una lettera anonima unita a un ritaglio dell'Osservatore romano. Al vescovo si rimprovera di non adoperarsi in favore del partito politico che difende le ragioni della religione cattolica e della Chiesa, vale a dire la Democrazia Cristiana. Già durante il fascismo, monsignor Ficarra, a causa del suo candore evangelico, era entrato in conflitto con le autorità.
Ora, nonostante il vescovo di dichiari estraneo a manovre politiche, preso com'è in verità "dai suoi diletti studi, dalla meditazione, dalla preghiera, dall'operosa carità quotidiana, dalla tolleranza meglio che professata vissuta", egli viene fatto oggetto di un processo inquisitoriale o stalinista, in cui lo si vuole costringere ad accettare la propria colpa anche se innocente.
Le autorità ecclesiastiche esercitano pressioni affinché il prelato si dimetta, invocando, con ipocrisia, inesistenti motivi di salute. Di fronte alla menzogna e alla persecuzione, monsignor Ficarra non si arrende, come vorrebbero i suoi avversari, all'ingiustizia. Ma, prima gli viene affiancato un altro vescovo, poi egli viene rimosso ricorrendo all'escamotage della sua nomina a vescovo di Leontopoli di Augustamnica: in partibus infidelium.
Come spesso succede nel corso dell'umana esistenza, si assiste all'ennesimo scacco alla giustizia, alla verità, alla fede, alla speranza, alla dignità umana. 

Nero su nero


Diario che inserisce Sciascia nella corrente degli "scrittori di cose", come li definiva Pirandello, in opposizione agli "scrittori di parole"
Un libro che sembra rifarsi, per quanto riguarda la tradizione letteraria italiana, ai diari di Vittorini, Brancati e Alvaro.

Cruciverba


Raccolta di saggi, redatti da Sciascia negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta.

Il teatro della memoria


Tratta del caso, reso famoso dalle cronache giornalistiche degli anni Venti, dello smemorato di Collegno. 
Un tale sorpreso a rubare nel cimitero ebraico di Torino, viene ricoverato nel manicomio di Collegno perché non sa dire chi sia. La sua foto viene pubblicata dai giornali. La vedova del professor Canella lo riconosce come il proprio marito, dato per disperso in guerra. Per la polizia, invece, l'uomo è il tipografo e truffatore Mario Bruneri. Ne nasce un caso umano e giudiziario che appassiona tutta l'Italia. Un caso pirandelliano, che tratta di identità e di memoria.

La strega e il capitano


È la storia di Caterina Medici, serva del senatore milanese Melzi, che egli accusa di volerlo avvelenare. La donna viene processata come strega, lei si lascia convincere di confessare la sua "stregoneria" e viene condotta al rogo.
Omaggio ad Alessandro Manzoni, è un libro contro l'intolleranza e il malgoverno.

Il cavaliere e la morte


Un Vice commissario di polizia indaga sull'omicidio dell'avvocato Sandoz. Conducendo investigazioni private, il Vice giunge a scoprire il colpevole, il potentissimo industriale Aurispa, la cui mano è dietro molti delitti insoluti avvenuti in Italia.
Il Vice però non ha prove, egli ha tratto i propri convincimenti dai colloqui avuti con due signore e un ex agente dei servizi segreti, tale Rieti. Il Commissario Capo, succube del potere, cerca invece di far cadere la colpa su un sedicente gruppo terroristico: i "Figli dell'ottantanove".
Il Vice, minato nel fisico da un tumore che lo sta devastando, si accinge ad andare in ferie, quando viene  ucciso da un colpo di pistola, proprio nel momento in cui aveva deciso di riaprire le indagini, dopo l'assassinio di Rieti.

Un potere, distruttivo come un cancro sta corrodendo l'Italia. Dall'omologazione e dalla collusione col potere sfugge il Vice, che viene per questo eliminato. Novello Gesù Cristo, il Vice, che possiede un esemplare dell'amato Il cavaliere, la morte e il diavolo di Dürer, si oppone alla pervasività del potere e all'arrivo della morte, facendo uso di intelligenza e ironia.


Il protagonista ha molti punti di contatto con Sciascia, anch'egli negli ultimi anni straziato da un  tumore: il fumo di sigaretta, il caffè forte, la bellezza e l'intelligenza delle donne, i libri, le incisioni, il pensiero.
Ne Il cavaliere e la morte Sciascia svela finalmente le sue paure, le sue emozioni e i suoi desideri, che in altre opere aveva schermato.

Una storia semplice


Il console Roccella, alla ricerca di vecchie lettere di Pirandello, si reca nella sua vecchia casa di campagna e non la trova disabitata. Avverte di ciò la polizia e il giorno dopo viene ritrovato morto. Ma non si tratta di suicidio. La sua abitazione era diventata un deposito di droga. Il brigadiere Lagandara scopre che l'assassino è il commissario. Ne segue fra i due un conflitto a fuoco, fatto poi passare per un incidente, in cui però il commissario ha la peggio.

Un romanzo sulla corruzione e gli intrecci illeciti che coinvolgono e minano le istituzioni stesse, in primo luogo la giustizia, anche nei suoi gangli periferici.


Altro tema importante è quello della malattia (il vecchio professor Franzò è in dialisi).

Bibliografia:

C. Ambroise, Invito alla lettura di Sciascia, Mursia, Milano 1988
N. Fano, Come leggere Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia, Mursia, Milano 1993
M. Onofri, Storia di Sciascia, Laterza, Bari 1994
G. Traina, Leonardo Sciascia, Bruno Mondadori, Milano, 1999



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