Il “declino” delle nascite in Italia secondo gli esperti: un’analisi critica



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Il “declino” delle nascite in Italia secondo gli esperti: un’analisi critica

di Daniela Danna


Questo articolo presenta il dibattito sulla diminuzione del tasso di fecondità, o denatalità, delle donne italiane in libri scientifici e divulgativi editi nel ventennio che va dal 1992, anno della firma del Trattato di Maastricht costitutivo dell’Unione Europea, al 2012. È il primo ventennio in cui in Italia si affermano le politiche neoliberali, a partire dall’adempimento delle condizioni poste nel Trattato per “entrare in Europa”, ed è un ventennio nel quale il tasso di fecondità totale1 delle donne italiane si mantiene a livelli detti di lowest-low fertility, toccando il minimo nel 1995 con 1,19 figli per donna, in un calo cominciato già con la generazione delle donne nate nel 1920 (Gillis et al. 1992).

La diminuzione della fecondità in Italia è presentata attraverso l'analisi critica di testi che ne trattano, esaminando in particolare questi temi: se e perché gli autori la considerano un problema, quali connotazioni assume il loro discorso, quali rimedi vengono proposti. In questo periodo, come vedremo, riemerge con vigore il tema espresso nel ventennio fascista del bisogno della nazione di aumentare il tasso di natalità (Quine 1996), cosa che negli anni del boom economico non era considerata necessaria vista la ripresa della natalità a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Poi negli anni 70 emerse il tema della “bomba della popolazione” (Ehrlich 1971), che insieme agli allarmi lanciati dai lavori del Club di Roma sull’esaurimento delle risorse non rinnovabili (Meadows et al. 1972) suggeriva la ricerca di un limite alle attività umane per salvaguardare gli ecosistemi – discorso che ha probabilmente raggiunto il suo massimo di forza e presenza nell’”infosfera” con lo shock nel 1987 per l’incidente di Chernobyl, che ha mostrato gli effetti negativi delle rischiose tecnologie di punta, come il nucleare. Tutte ciò confluiva nella ricerca di un “paradigma del limite” (ad es. Commoner 1977, Mies e Bennholdt-Thomsen 2000), oggi tenuto vivo dal pensiero della decrescita, che invece parte dalla critica al concetto di crescita economica basato sul Pil (Pallante 2013, Bonaiuti 2013, D'Alisa et al. 2015, Latouche 2017). Ma il pensiero neoliberale ha sempre lottato contro la prospettiva di limiti sociali allo sviluppo dei mercati, mostrando piuttosto affinità con il paradigma transumanista della fiducia nell’onnipotenza della tecnologia2. È questo paradigma che oggi ha preso il posto d’onore nel dibattito pubblico, in cui difficilmente si parla ancora dell’aumento della popolazione come di un problema.


Fonti, metodo e obiettivi

Le fonti utilizzate sono i libri in italiano scritti da esperti che mettono a tema la “demografia”, la “popolazione”, la “natalità” e la “fertilità” (le parole che ho cercato sul soggettario) custoditi presso la British Library e la biblioteca Sormani di Milano, più una scelta (data la mole di materiale presente classificato con questi soggetti) di altri testi giudicati significativi, più rivolti a un pubblico generico e meno a specialisti, reperiti presso la biblioteca Enrica Collotti Pischel dell’Università Statale di Milano. Tutti i libri sono editi nel ventennio considerato (1992-2012). La collezione di testi, che non ha pretese di esaustività, è basata quindi principalmente sulla loro reperibilità in alcune importanti biblioteche, che è indice di circolazione e frutto di selezione da parte degli uffici acquisti. Per queste caratteristiche i libri esaminati dovrebbero presentare uno spaccato sufficientemente rappresentativo del dibattito sia colto che divulgativo nel panorama editoriale italiano sui temi elencati. Si tratta di 35 saggi di demografi e/o economisti e sociologi sul tema della popolazione e della denatalità in Italia (alcuni sono apparsi in collane rivolte al grande pubblico), 2 libri dichiaratamente divulgativi, e 12 saggi sul tema della popolazione attuale nel mondo (tra questi, due in particolare analizzano la regione mediterranea e i paesi musulmani e uno l’Europa).

L'analisi dei testi è stata realizzata con una lettura (senza impiego di metodi quantitativi) tesa a rilevare quali siano i problemi più frequentemente individuati nel fatto della denatalità, quale la connotazione data alla riduzione della natalità in Italia, quali rimedi a questo “declino” (come viene più frequentemente connotato), quale ruolo viene attribuito alle donne, finendo con alcune considerazioni sulla dimensione internazionale del discorso sugli andamenti della popolazione. Gli autori e autrici di questi libri costituiscono quello che ho chiamato il gruppo degli “esperti”, e generalizzando si potrebbe anche parlare di “demografi” (tra di essi si trovano i più prominenti demografi italiani, che pubblicano con le maggiori case editrici accademiche: Il Mulino, Franco Angeli, Laterza, e anche Mondadori), anche se molti altri scienziati sociali, come economisti e sociologi, partecipano al dibattito. Le posizioni espresse dagli esperti saranno presentate in chiave critica, contrapponendole ai dati e alle riflessioni che sorgono applicando all’andamento della popolazione il paradigma del limite e l’orizzonte della decrescita.
I problemi demografici dell’Italia

I testi esaminati sono unanimi nel deplorare il calo della natalità in Italia. Contemporaneamente, chi si occupa anche di questo biasima la più alta natalità dei paesi poveri, anche se ovunque il numero di figli per donna è in calo (dati nazionali dell’United Nations Population Division 2015), mentre è vero che la popolazione umana del pianeta continua a crescere per l’impatto di classi in età riproduttiva oggi molto numerose. Il tasso di fecondità totale attuale dell’umanità è indicato in 2,5 figli per donna dalle stime dell’Onu, e anche da questo numero si ricava che la popolazione continua ad aumentare, perché il valore che garantisce una popolazione stabile è di 2,1 figli per donna, valido per popolazioni chiuse, cioè senza flussi migratori, come nel calcolo della popolazione globale.

Nonostante il basso numero di figli per donna anche la popolazione italiana nel ventennio considerato ha continuato ad aumentare da circa 56,8 milioni a circa 59,7 milioni, per via sia della numerosità delle classi di età giovane che dell’immigrazione, con cali temporanei in alcuni anni. Il calo negli anni 2011 e 2012 è stato rilevato dal censimento e non appariva nei dati inizialmente diffusi dall’Istat, secondo il quale il primo gennaio 2011 si superavano i 60,9 milioni di residenti – totale che i conti del censimento hanno ridotto a circa 59,4 milioni. Dopo il ventennio in esame i residenti sono poi ancora aumentati, fino al lieve calo nel corso del 2016 e del 2017. La popolazione residente al 1° gennaio 2017 era di circa 60,6 milioni (ultimo dato Istat disponibile)3.

I testi esaminati generalmente sottolineano una presunta eccezionalità italiana nell’aver raggiunto livelli “inediti nella storia” di bassa natalità con “molta velocità”4 e con future conseguenze catastrofiche. Alcuni esempi:

“Il fenomeno di un declino tanto rapido, tanto intenso e tanto generalizzato della fecondità è del tutto nuovo nella storia conosciuta dell'umanità” (Golini e Mussino, Atti del convegno SIS del 1987, citati da Golini, Mussino e Savioli 2000, 15).
“La progressiva caduta dei livelli di fecondità che ha interessato la popolazione europea – un fenomeno che negli ultimi trent’anni ha avuto le sue manifestazioni più esasperate proprio nella realtà italiana” (Centro internazionale studi famiglia 2005, 85).
Nel 1995 il tasso totale di fecondità toccava in Italia il minimo storico di 1,19 figli per donna, seguito da un aumento negli anni successivi solo al nord e al centro del paese, dovuto a un aumento della natalità tra le 30-40enni e al tasso di fecondità più elevato delle donne immigrate (Salvini e De Rose 2011). La colpa per questi “valori che non hanno precedenti storici” (Volonté 1997) è attribuita in questo testo, di ispirazione cattolica, alle pratiche di contraccezione e aborto.

L’andamento della popolazione è poi spesso ritenuto essere una causa diretta di futuro degrado economico:

“Da ormai un quarto di secolo, la natalità italiana è bassa, troppo bassa. Se il sistema di trasferimenti tra generazioni è in tensione, se il sistema della previdenza sociale fa acqua da più parti, se vengono riversati sulle spalle delle generazioni future oneri più pesanti di quelli sostenuti dai genitori e dai nonni, ebbene tutto questo è anche – se non soprattutto – conseguenza della bassa riproduttività degli ultimi decenni” (prefazione di Livi Bacci, Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 6).
Non convince l’attribuzione diretta alla variazione della fecondità di effetti causali su problemi socioeconomici, come se le scelte di politica economica non fossero importanti. Inoltre il metodo di concentrarsi sulle vicende dello stato nazionale, quando invece viviamo in un’economia-mondo capitalistica il cui sistema interstatale è ancora più strettamente interconnesso dopo l’ultima ondata di globalizzazione (Wallerstein 2004), oscura il fatto che in tutto il mondo la previdenza viene riorganizzata e privatizzata nell’interesse dei grandi gruppi finanziari5, mentre nel mondo del lavoro aumentano gli impieghi irregolari, la precarietà e la disoccupazione – la causa della riduzione dei contributi che entrano nelle casse dell’Inps – anche come conseguenza dell’apertura dei confini alle merci straniere. Richard Freeman (2005) rilevò che la forza lavoro globale negli anni 90 era praticamente raddoppiata con l’apertura al libero mercato dell’India e con l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale per il commercio, cosa che sicuramente non avvantaggia la classe lavoratrice italiana nel mantenimento dei diritti acquisiti nella sua fase di maggior potere negli anni 70.

Un tasso di fecondità totale piuttosto lontano dalla soglia di rimpiazzo generazionale (valori inferiori a 1,5 figli per donna) è una condizione comune, in particolare con gli altri paesi del Sud Europa. Ma anche gli altri stati europei hanno valori simili, come si legge anche nel testo dell’Osservatorio nazionale sulle famiglie (2002, 16): “Infine, è bene tenere presente che i differenziali demografici nell’ambito dell’Europa sono, in realtà, poco rilevanti se collocati in un ambito mondiale”.

Nei testi si usa retoricamente il concetto di una presunta “sostenibilità demografica” per convogliare l’idea che la popolazione debba stabilizzarsi agli altissimi livelli attuali: il capitolo 3 del rapporto della CEI si intitola “Per una demografia sostenibile” (Comitato per il progetto culturale 2011, 133), ma il concetto è usato anche dai laici (Gruppo di coordinamento per la demografia 2007, 7). Un altro modo di esprimere questa idea centrale, che implica di dover intervenire per incentivare le nascite, è un “ricambio tra generazioni” che si presuppone necessario:

Il basso livello riproduttivo, che si protrae ormai da trent’anni, e l’aumento della popolazione nelle età senili, demograficamente improduttive, hanno portato a un ricambio insufficiente nelle generazioni (Gruppo di coordinamento per la demografia 2007, 11).

Questo assunto del rimpiazzo generazionale come obiettivo sociale è errato: nell'economia capitalistica non ci sono “posti fissi” che le nuove generazioni possano e debbano occupare mano a mano che le vecchie escono dall'attività economica, e infatti la disoccupazione non è in relazione diretta con il numero di persone nelle età generalmente dedicate all’attività lavorativa per il mercato o per lo stato, anche se – ceteris paribus – una coorte meno numerosa di giovani può ridurre il problema della disoccupazione. Quanto alla sostenibilità, è errato utilizzare il termine “sostenibile” a proposito di un astratto numero di esseri umani senza considerare la loro concreta interazione con l’ambiente mediata dal modo di produzione. Non ha senso traslare il concetto di sostenibilità dall’ecologia alla demografia. La sostenibilità è nei confronti del nostro ambiente, e quindi sotto il profilo dell'uso delle risorse (come nel calcolo dell’impronta ecologica, vedi Wackernagel e Rees 2000) una culla vuota italiana, ceteris paribus, rende il pianeta molto più sostenibile di una culla vuota africana6, mostrando la speciosità delle richieste di un freno demografico ai paesi poveri da parte di quelli ricchi (Satterthwaite 2009). Se ne deduce, e a volte ciò viene apertamente affermato, che il vero problema che gli esperti si pongono non è di raggiungere una qualche sostenibilità, bensì che venga garantito l’aumento costante della forza lavoro per un’espansione ad infinitum del capitalismo sotto forma di crescita del Pil. Se la crescita demografica non continua, la crisi economica avanzerà minacciosa:

“Ancora, nel breve-medio periodo, gli effetti provocati da un rallentamento della crescita demografica possono essere negativi, in due sensi: perché diminuisce la domanda aggregata e perché vi possono essere modifiche strutturali nella domanda dei beni di consumo, legate a variazioni nella struttura per età (De Santis 1997, 89).


Il testo dell’Accademia Nazionale dei Lincei (2004) riporta che nel 2002 in risposta a un’inchiesta delle Nazioni Unite sulle politiche nazionali sulla popolazione, il governo italiano (“finalmente” secondo la fonte) ha dichiarato insoddisfacenti il livello e l’andamento della fecondità.

È diffuso anche un certo fastidio per l'invecchiamento della popolazione (dato anche dall’allungamento dell’età media, non solo dalla scarsa natalità), quasi ritenendolo un problema di per sé:

“Questa sproporzione tra le generazioni è una delle cause principali dei disequilibri che si stanno manifestando nel contesto demografico italiano, primo fra tutti il processo di invecchiamento della popolazione” (Osservatorio nazionale sulle famiglie 2002, 14).
Un unico testo dichiara apertamente che non esiste un problema di “declino delle nascite” – ma non perché la diminuzione sarebbe un falso problema:

“Secondo noi non esiste, oggi, un problema demografico. Al contrario, ciò che sta accadendo oggi e le tendenze per l’immediato futuro suggeriscono che è nata, e cresce oggi nella culla, una vera e propria rivoluzione demografica. Proprio così, rivoluzione, non declino” (Billari e Dalla Zuanna 2008, 2).


Ciò è dovuto alla ripresa della natalità grazie all’immigrazione di donne straniere:

“Il problema demografico in Italia ‘non esiste’. A meno che, si capisce, non si ragioni in astratto ignorando i ‘nuovi italiani’ e tenendo conto soltanto di una immaginaria e ridicola “Purezza etnica” di una altrettanto ipotetica ‘razza italiana’” (prefazione di Gian Antonio Stella, in Billari e Dalla Zuanna 2008, x).



Connotazioni

All’unanimità questi testi parlano del calo del tasso di natalità connotandolo negativamente come “declino”, mentre ogni suo reale o auspicato innalzamento è descritto con termini gioiosi (“ripresa”, addirittura “primavera”, in Gruppo di coordinamento per la demografia 2007, 11). Il tono generale dei testi è di lamento per un passaggio dall'ordine al disordine, per esempio per i cambiamenti nella configurazione della “piramide delle età”, che nella forma attuale è chiamata “invertita”, come se normalmente la natalità dovesse superare la mortalità così tanto da costituire la larga base di una piramide. Da “albero frondoso” a “tronco senza rami” è invece la visualizzazione proposta da un testo cattolico (Centro internazionale studi famiglia 1995, 39). Il clima è già di allarme, anche se a volte si confessa che la prevista estinzione degli italiani avverrà tra non meno di 200 anni, un tempo più lungo di quello in cui è esistita l’attuale Italia unita.

La negatività è spesso così profonda da rappresentare una sorta di terrorismo intellettuale. Vediamone alcuni esempi: il primo è un testo divulgativo in cui il noto giornalista Piero Angela (che ringrazia i maggiori demografi italiani per la collaborazione7) parla di problemi energetici, di esplosione demografica mondiale e di molto altro. Il titolo è perentorio: Perché dobbiamo fare più figli. Vi si legge che:

“L'Italia è fra i paesi al mondo dove nascono meno figli. E questo sta portando a conseguenze traumatiche” (Angela e Pinna 2008, 11);


“Per riequilibrare le perdite, già oggi le donne italiane dovrebbero avere in media 2,1 figli a testa” (Angela e Pinna 2008, 19);
Un terremoto demografico mai visto?

Mai visto” (Angela e Pinna 2008, 19);


“Nel 2050, si prevede, nasceranno solo 355 mila italiani (aggiungendo i figli degli immigrati arriveranno a 450 mila).

Se si trattasse di panda o di gorilla di montagna, il WWF se ne sarebbe già occupato attivamente...

È vero” (Angela e Pinna 2008, 231).


Non è vero. I gorilla rimasti sono intorno a 100.000 secondo il WWF, mentre i gorilla di montagna non arrivano a novecento esemplari8. Secondo il censimento svolto sempre dal WWF9 nel 2014, i panda che vivono in natura sono 1864.

Ma nemmeno i testi scientifici usano un lessico che osserva la regola weberiana dell’”avalutatività scientifica” nel presentare i fenomeni sociali. Si legge:

“ristagno demografico” (Del Panta et al. 2002)10;
[abbiamo superato] “la soglia di allarme per la fecondità in un livello pari a 1,5 figli per donna e, nello stesso tempo, quella di pericolo, 1,3 figli” (Natale 1992, 39);
“inesorabile declino delle nascite” (Baldi e Cagiano de Azevedo 1999, 45);

“È significativo un confronto tra la situazione della Svezia, mitico esempio di comportamento procreativo responsabile, e la Campania, altrettanto riconosciuto esempio di irresponsabilità procreativa” (Micheli 1995, 28);


“Chi si occupa di questi temi sta nella preoccupante posizione del medico con il caso di un’adolescente che rifiuta il cibo. Si tratterà di una disappetenza prolungata ma destinata naturalmente a sparire o siamo di fronte a un caso di anoressia?” (Golini 1994, 14).

Anche il lessico dell’economia liberale mainstream viene usato per descrivere i rapporti famigliari:


“La coppia moderna sente sempre più la necessità di avere maggior tempo a disposizione e il bisogno di maggiore libertà, indipendenza e soddisfazioni in termini di realizzazione personale. La nascita di un figlio viene quindi considerata dai genitori un onere sia economico sia psicologico e non come un investimento” (Baldi e Cagiano de Azevedo 1999, 75).
In Lombardia la nascita di un solo figlio per donna rappresenta un “quadro fosco” (IReR 1999, 11). Un capitolo degli atti di un convegno tenutosi presso l’Accademia dei Lincei si intitola: “Le differenze nel ritardo alla maternità nei paesi europei”, di Cheti Nicoletti e Maria Letizia Tanturri (Accademia Nazionale dei Lincei 2006, 101). Per Massimo Livi Bacci la bassa fecondità “rappresenta un gravame sulle spalle delle future generazioni” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 462). Maria Letizia Tanturri e Letizia Mencarini in “Un ritratto delle donne senza figli” si allarmano per il loro numero crescente: “Il fenomeno dell'infecondità definitiva, dunque, sta emergendo in modo drammatico nelle coorti più recenti” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 75). Danno per scontato che non avere figli sia un evento tragico, quando il “dramma” riguarda 1/5 delle donne nate negli anni 60. In Effetto generazione si parla de “il campo di variazione tra regioni più o meno sterili” (Micheli 1999, 21). Un volume intero è intitolato al “malessere demografico”:

“In particolare, ci pare che uno dei problemi più importanti sia quello di riuscire a stabilire se esista una soglia di malessere demografico o di alterazione della struttura che possa indurre sia gravi conseguenze biodemografiche (soprattutto nel far elevare molto al di sopra di uno il rapporto tra morti e nascite), sia condizioni di malessere economico, sociale, culturale e psicologico, che possa quindi instaurare un circolo vizioso che si autoalimenti fino ad un punto di non ritorno e possa quindi addirittura portare, come si diceva, alla scomparsa dell'aggregato demografico” (Golini, Mussino e Savioli 2000, 17).


Nei testi di esperti cattolici si trova un linguaggio persino più minaccioso: “Tendenze suicidogene dal punto di vista demografico per l'intera popolazione” (Comitato per il progetto culturale 2011). In questo testo firmato dalla CEI non solo si esemplificano ma addirittura si identificano i problemi della famiglia con la denatalità. Anche questo lavoro vanta la collaborazione di alcuni demografi prominenti (Gian Carlo Blangiardo e Antonio Golini), e include tra i suoi bersagli la legge sull’aborto. Nella sua prefazione il cardinale Camillo Ruini ragiona su “le conseguenze demografiche dell'aborto” (p. viii); un capitolo del libro si intitola: “L'incidenza del popolo dei ‘non nati’ nella questione demografica del nostro paese” (p. 101), e vi si legge che: “il totale dei cittadini assenti per l'interruzione volontaria di gravidanza supera quello dei presenti per immigrazione” (p. 103), calcolando che ben uno su cinque potenziali nati venga volontariamente abortito. Il problema è anche che le donne che abortiscono soffrirebbero della “sindrome post abortiva”, un grave male da cui vanno salvate impedendo l’interruzione volontaria di gravidanza, cioè abrogandone la possibilità legale.

L’imperativo sociale dell’avere figli rientra anche nel concetto, presente in molti di questi testi, del “ciclo di vita” nel quale la “tappa della riproduzione” è parte inevitabile. Nel brano seguente, Silvana Salvini (“La bassa fecondità italiana: la bonaccia delle Antille?”, pp. 13-43) identifica l’autonomia dell’adulto con il mettere al mondo figli bisognosi di cure:

“Quali sono le cause per le quali la gioventù italiana non intraprende il cammino verso una condizione di autonomia, verso la formazione di nuovi nuclei familiari?” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 14).
Come contrastare il “declino”

I testi esaminati, avendo connotato negativamente la diminuzione delle nascite, spesso argomentano a favore della necessità di un intervento pubblico a favore della natalità:

“Gli aiuti alle giovani coppie non devono essere visti come un'elargizione assistenziale ma come un investimento strategico per il paese. Se infatti vogliamo correggere le distorsioni della nostra ‘piramide’ demografica, nell'interesse della collettività, dobbiamo considerare le giovani coppie come vere produttrici di ricchezza, e quindi dobbiamo metterle in condizione di ‘funzionare’ nel modo migliore, generando e allevando figli” (Angela e Pinna 2008, 52).
Scrive Ruini nella già citata prefazione:

“Il Rapporto-proposta individua due ordini di fattori capaci di influire sull'andamento delle nascite. Il primo è costituito dagli interventi pubblici, cioè da una serie organica di provvedimenti di lungo periodo rivolti non a premere sulle coppie perché mettano al mondo dei figli che non desiderano, bensì semplicemente ad eliminare le difficoltà sociali ed economiche che ostacolano la realizzazione dell'obiettivo di avere i figli che esse vorrebbero. Giustificare una politica di questo genere è abbastanza facile: i figli, o le nuove generazioni, sono una risorsa essenziale per il corpo sociale e quindi rappresentano un bene pubblico, e non soltanto un bene privato dei loro genitori.

Il secondo ordine di fattori si colloca a un livello più profondo, quello delle mentalità, degli insiemi di rappresentazioni e sentimenti, in altre parole dei vissuti personali e familiari e della cultura sociale, che influiscono potentemente sui comportamenti demografici. (Comitato per il progetto culturale della Conferenza episcopale italiana 2011, x).
La parte culturale di quest’ultima analisi che attribuisce il “declino” a una perdita di forza del pronatalismo (l’atteggiamento sociale che prescrive la procreazione, tanto meglio se con prole numerosa) è condivisa da Golini (1994, 51), che chiede di “tornare a dare valenza e dimensione collettiva e sociale alla nascita (mentre ora è solo individuale e di coppia)”, affermazione che nega la persistente dimensione familiare e sociale delle nuove nascite. Questa analisi, giusta in termini di calo delle dimensioni normali (cioè prescritte dalla norma sociale) delle famiglie dimentica però la persistenza dell’obbligo sociale a mettere al mondo dei figli come componente dell’identità soprattutto femminile.

Secondo Livi Bacci:

“Due principi tra loro legati giustificano l'azione pubblica. Il primo è che i figli che nascono per scelta individuale e come ‘bene privato’ sono anche un ‘bene pubblico’ dalla cui presenza la collettività trae un beneficio. Il secondo principio è quello di responsabilità verso le generazioni successive che troverebbero il loro sviluppo pregiudicato dalla bassa natalità delle generazioni precedenti, responsabilità che induce a trovare correttivi alla situazione attuale” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 450)11.
Il confine tra “bene pubblico” e “obbligo pubblico” è però sottile – non vengono risparmiati attacchi a chi è senza figli perché non compie il proprio dovere verso la collettività: “Come non vedere che chi non ha figli non ‘riproduce’ il produttore di domani che dovrebbe contribuire ai trasferimenti a lui destinati? Chi non ha figli sarebbe, dunque, un free rider” (Golini 1994, 16). Anche l’economista Gustavo De Santis (1997, 144-6) nota che un vantaggio del non avere figli è che questi, inesistenti, non pagheranno come i figli degli altri il debito pubblico e le pensioni. De Santis rimprovera al soggetto senza figli, che calcola solo il suo vantaggio, la mancanza di “considerazioni etiche” nella sua scelta.

Ma i sussidi alla natalità esistono già: l’economista Nicola Sartor (“I rapporti finanziari tra stato e famiglia”, in Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 167-195) ha calcolato che: “Si è in una situazione in cui, in media, il costo complessivo è a carico per due terzi della famiglia di appartenenza e per un terzo alla collettività” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 192), soprattutto per mezzo dei servizi pubblici, in primis l’istruzione e la sanità. Per il mantenimento dei figli altrui, i senza figli hanno dunque già dato. E non è forse vero che storicamente il debito pubblico è stato annullato dall’inflazione, o cancellato da altre vicende storiche (Suter 1992, Graeber 2010), molto più spesso di quanto non sia stato pagato da figli e nipoti di coloro che ne hanno beneficiato?

Per incentivare la natalità gli esperti propongono la corresponsione di assegni per le nascite e il mantenimento dei figli, l’allungamento dei congedi di maternità, l’introduzione del quoziente familiare come criterio fiscale al posto dell’attuale sistema di tassazione individuale – che per i cattolici è il primo rimedio, insieme alla pressione psicologica e agli incentivi economici perché chi vuole abortire cambi idea. L’esempio è quello della Francia family friendly, e non quello della Svezia mother friendly, perché sostenere le madri invece delle famiglie (contrariamente a quanto sostengono Folbre 2001 e Fineman 1995, che argomentano a favore di un sostegno pubblico alle madri):

“ha delle ripercussioni non proprio positive sul tessuto sociale, in termini di minore coesione sociale, con vistosi deficit di reciprocità nelle relazioni fra i sessi, un generale clima di anomia sociale e senso di solitudine” (Comitato per il progetto culturale 2011, 162).


Il quoziente familiare, secondo gli stessi proponenti, è “una misura di redistribuzione orizzontale che trasferisce reddito (in termini di meno tasse) dalle famiglie senza figli (o che ne hanno di meno) alle famiglie con (più) figli” (Comitato per il progetto culturale 2011, 167), quindi non colpisce solo i childfree, ma tutte le famiglie meno numerose.

Per il demografo dell’Università Cattolica di Milano Giuseppe Micheli bisogna in primo luogo incentivare l’uso del congedo di paternità, e in generale far aumentare l’apporto maschile nel lavoro di cura – una proposta che si ritrova nella maggioranza dei testi. Quindi:

“In secondo luogo andrebbe rilanciata una scelta politica di assai scarso appeal elettorale ma di grande utilità strategica: quella del ripristino di una imposta universale sul tempo, un servizio civile per maschi e femmine. Esso consentirebbe di far fronte alle esigenze di care di una società sempre più scoperta su questo fronte” (Accademia Nazionale dei Lincei 2006, 260).
Micheli prosegue immaginando che forzare qualcuno a occuparsi di qualcun altro possa ottenere anche la sua socializzazione alla tolleranza sociale e alla solidarietà intergenerazionale, e lo sviluppo di codici affettivi e pratiche sociali dell'accudimento.

Livi Bacci cita con approvazione un contributo di De Santis12 che suggerisce di “ristabilire il vincolo riproduzione-protezione per altre vie” (Accademia Nazionale dei Lincei 2006, 467). Questa vaga e minacciosa proposta fa un’analisi fondamentalmente corretta delle ragioni storiche del calo del numero di figli (Coontz 1961, Levine 1977, Tilly 1978, Seccombe 1997) – ad esempio il fatto che oggi nei paesi occidentali è lo stato sociale a fornire sostentamento quando non si è più in grado di lavorare, non i figli (e nel contesto della crisi attuale sono viceversa i pensionati a mettere a disposizione risorse preziose per il resto della famiglia), così come il fatto che in passato la potenza politica era data anche da un gran numero di eredi (Caldwell 1982). Per rimediare al calo delle nascite quindi si arriva ad auspicare la fine della protezione sociale per gli anziani e un ritorno a condizioni di vita precarie anche in vecchiaia – la realizzazione della distopia neoliberale.

Non possiamo però in realtà ascrivere il discorso pronatalista che si delinea in questi testi al neoliberismo, perché è ubiqua la richiesta di aiuti pubblici. Gli esperti sono coscienti del fatto che per raggiungere l’obiettivo dell’inversione della tendenza al calo delle nascite bisogna garantire servizi di welfare alle donne e alle coppie per mezzo della mano pubblica. Alcuni cattolici, come il sociologo Pierpaolo Donati, richiedono anche all’UE di fare la sua parte (Donati e Ferrucci 1994, Centro internazionale studi famiglia 2005). Solo poche proposte vorrebbero avvalersi della costrizione, come l’attacco all’aborto legale e (cosa che al momento possiamo giudicare stravagante) l’anno di servizio civile obbligatorio per insegnare il valore della cura di bambini e anziani – una vera contraddizione in termini: ti obbligo all’altruismo mettendoti in una relazione di potere con una parte debole della popolazione.

Emerge chiaramente una fusione tra il revanchismo cattolico sui diritti della famiglia – dichiaratamente contrapposti a quelli dell’individuo (e soprattutto a quelli dell’individua), posizione che punta a una ripresa della natalità in terra cristiana – e l’ideologia della crescita economica nella sua componente demografica, che lancia l’allarme per la diminuzione della popolazione in quanto inceppa i meccanismi dell’economia capitalistica.

L’obiettivo di rialzare il numero delle nascite è generalmente considerato raggiungibile, ma si avverte un cambiamento di tono dalle pubblicazioni più lontane nel tempo a quelle più recenti. Nel 1994 si nutriva ancora la speranza di far risalire il tasso di natalità italiano fino alla sostituzione generazionale di 2,1 figli per donna (“Le tendenze demografiche dell'Italia in un quadro europeo, 17-78, in Golini 1994), e addirittura non si escludeva una nuova crescita:

“Il grande ciclo di sviluppo, iniziato 200 anni fa, che ha portato la popolazione europea a sfiorare il mezzo miliardo di persone è terminato. Molti europei hanno la sensazione che sia bene così, che l'alta densità raggiunta, l'estesa urbanizzazione, l'intensità di attività umane dannose per l'ambiente richiedano un periodo di assestamento e che l'arresto della crescita, e una eventuale inversione di tendenza non vadano accolti come elementi negativi. Il modello malthusiano che aveva individuato il suo limite, fino alla rivoluzione industriale, nella disponibilità di terra, e, nel periodo dell'industrializzazione, nella scarsezza di prodotti energetici e di materie prime strategiche, lo indica oggi nella limitatezza e fragilità dell'ambiente. La storia insegna che i precedenti limiti sono stati scavalcati o aggirati e che nessun assetto demografico è stabile o permanente” (Del Panta et al. 1996, 270-1).


Dai testi più recenti invece sembra emergere la consapevolezza dell’irrimediabilità della denatalità. La speranza di invertire la rotta sul numero di figli per donna si affievolisce, si prende atto che il traguardo della sostituzione delle morti con le nascite in un futuro prevedibile è utopistico, o si sospetta che un grande sforzo finanziario di sostegno pubblico per le spese legate ai figli sarebbe necessario per un mutamento tutto sommato marginale nel tasso di natalità,.

Anna Laura Fadiga Zanatta e Maria Luisa Mirabile, attente alle scelte delle donne, già nel 1993 scrivevano che per la “sostituzione delle generazioni” tra 1/3 e 1/4 delle donne dovrebbero avere un terzo figlio, evento che reputano impossibile:

“Ma c’è soprattutto un motivo di fondo: il declino della fecondità è prevalentemente espressione di un sistema di valori (di cui l’affermazione di una nuova identità femminile è parte determinante), più che di una situazione di penalizzazione delle famiglie con figli o di vincoli di altra natura” (Fadiga Zanatta e Mirabile 1993, 41).



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