Il “declino” delle nascite in Italia secondo gli esperti: un’analisi critica


Le donne come soggetto della procreazione



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Le donne come soggetto della procreazione

In generale la procreazione è considerata un affare di donne. Benché criticate dagli stessi demografi per questa loro caratteristica, le inchieste sulle intenzioni procreative sono realizzate solitamente intervistando solo donne e non coppie. Si parla ad esempio anche di “scelte procreative delle singole” (Barbagli, Castiglioni e Dalla Zuanna 2003, 238). Dalla Zuanna scrive a proposito della ben nota correlazione statistica tra istruzione delle donne e denatalità:


“Qual è la connessione causale fra istruzione della donna e fecondità di terzo e quart'ordine? [Si intende la nascita del terzo e quarto figlio] Si possono ipotizzare almeno quattro meccanismi. Il primo è molto semplice. I metodi anticoncezionali moderni (pillola e spirale, soprattutto) fino ad anni recentissimi sono stati molto più diffusi fra le coppie più istruite, mentre la maggioranza delle altre limitava le nascite – per lo più – grazie al coito interrotto, magari ricorrendo all'aborto indotto in caso di concepimento indesiderato. Fra le coppie meno istruite erano assai più diffusi i fallimenti contraccettivi, in larga parte responsabili delle nascite di terzo e quart'ordine (Castiglioni et al. 2001, Dalla Zuanna 2002). Il secondo meccanismo, invece, si rifà a discorsi simili a quelli visti per il lavoro. La donna istruita è dotata di un maggiore ‘capitale umano’ (nel senso che il titolo di studio più elevato le permette di fare lavori meglio pagati e più interessanti). Il tempo ‘perso’ per accudire i figli è per lei una maggiore perdita economica e di posizione sociale. Il terzo meccanismo, invece, non è di ordine economico. Le donne che studiano dovrebbero essere più propense alle modifiche di mentalità: dovrebbero accettare meno volentieri i ruoli femminili tradizionali; nel caso specifico, dovrebbero essere meno propense ad accettare il ‘destino’ della maternità, più attente alla soddisfazione di alcune esigenze individuali (come la disponibilità di tempo libero). Il quarto meccanismo è un po' più sofisticato” [riguarda la qualità dei figli contrapposta alla quantità] (Barbagli, Castiglioni e Dalla Zuanna 2003, 259-260).

Se alle donne è attribuito l’essere soggetto decisore della procreazione (infatti emerge che gli uomini in media vorrebbero più figli di quanti non ne vogliano le donne – Istat 2006, 106), si arriva anche a dare un riconoscimento al lavoro femminile nella procreazione e nella cura dei figli? In genere sì, anche la fatica femminile nell’allevamento dei bambini è nominata e descritta. Fa eccezione il documento dei vescovi della Cei (Comitato per il progetto culturale 2011), che credono che un’accelerata sul pedale dei valori familiari sia necessaria e sufficiente per colmare le donne italiane di voglia di fare figli. Nel contempo comunque anch’essi si rendono conto della necessità di “conciliazione”, come si usa dire, tra la cura dei figli e il lavoro, del bisogno di una maggior collaborazione maschile (che distingue i paesi del Nord Europa, dove la natalità è più alta, da quelli del Sud), dell’assenza di politiche pubbliche efficaci. Cambiare le condizioni materiali tuttavia non sarebbe sufficiente: le ipotetiche offerte stratosferiche dell’indagine “Troppi o nessuno” – tre anni di congedo di maternità a stipendio pieno – se realizzate convincerebbero solo poco più della metà delle donne con un figlio a farne un altro (Maria Castiglioni: “Decidere di non avere un altro figlio. Valori, costrizioni e possibilità”, pp. 339-385, in Accademia Nazionale dei Lincei 2004).

Il fatto che le ricerche mostrano che le donne italiane dichiarano di volere due figli ma poi ne hanno uno solo è considerato motivo di azione pubblica. Non sono però ovviamente le stesse donne ad essere intervistate prima sulle intenzioni riproduttive e poi sulla loro realizzazione, quindi la spiegazione più semplice è che le donne abbiano cambiato idea, che un figlio solo basti a loro o al loro partner. Certo, è possibile che poche o tante rimangano con un desiderio irrealizzato, ma gli esperti attribuiscono tutto il divario tra figli desiderati a 20 anni e figli avuti a 50 anni a ostacoli esterni:

“Dall'indagine INF-213 emerge il desiderio pressoché generalizzato di avere figli: ben il 98% delle 20-29enni intervistate dichiarano di volere figli. In media il numero desiderato è pari a 2,1, valore molto superiore al Tasso di Fecondità Totale (TFT) degli ultimi anni (1,2-1,3). Nel corso della vita evidentemente cambiano le prospettive e il divario tra fecondità desiderata (ideale) e numero di figli avuto mostra i disagi della percezione soggettiva di non riuscire a affrontare le difficoltà economiche e di gestione di una famiglia relativamente numerosa. Ecco allora che le cause immediate della bassa fecondità possono riassumersi in due ordini di problemi: quello legato al costo (monetario e non solo) dei figli (figli che sempre più dovrebbero essere considerati un bene sociale, per la collettività e come tali sostenuti) e quello legato alla difficoltà per la donna di gestire i suoi ruoli, di lavoratrice e di madre, in una società in cui le strutture pubbliche non la supportano (e solo le reti di aiuti familiari intervengono ad aiutare, quando possibile) e in una famiglia caratterizzata da una forte disparità nella divisione di compiti tra i due partner” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 14).


L’indagine INF-2 però ha registrato solo le intenzioni e nulla si viene a sapere da essa sui motivi concreti per cui molte donne non hanno avuto il numero di figli che avevano pensato di volere. Invece nella ricerca “Troppi o nessuno” si è chiesto alle donne se volessero un figlio in più, e il perché in caso di risposta negativa. La motivazione più condivisa per non avere il secondo figlio (30% delle intervistate) è stata che i primi anni sono stati duri. Questi altri interessanti risultati dell’indagine:

“Per le donne senza figli, il 35% ha indicato tra le motivazioni importanti per non avere voluto figli e il 22% per rinviarli, proprio la carenza di tempo a disposizione. Per le donne con figli, tra le motivazioni per non averne avuti altri, il fatto che con un figlio in più sia il nuovo nato sia i figli già nati sarebbero stati seguiti male ha riscosso il 40% dei consensi (il 43% tra le donne che hanno sempre lavorato e il 28% tra le madri casalinghe) (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 37).


Sulla base di questi dati Tanturri e Mencarini offrono “Un ritratto delle donne senza figli” (pp. 71-116) che, a differenza degli altri testi, risulta piuttosto simpatetico:
“Una parte di tali risposte, tuttavia, può essere influenzata dalla reticenza a rivelare le proprie preferenze per una vita senza figli, per non incorrere in un giudizio sociale negativo. O ancora, vi potrebbe essere una maggiore consapevolezza dei costi dei figli al crescere dell'età, mano a mano che si chiariscono le condizioni familiari e lavorative concrete in cui la maternità andrebbe ad inserirsi” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 77).
Altri esperti danno invece per scontata nelle donne una voglia insaziabile di prole. Un’analisi dei costi di un figlio in più li trova così elevati da indurre a una “rinuncia”: le autrici danno per scontato che un figlio in più è qualcosa che tutte vorrebbero (Fadiga Zanatta e Mirabile 1993, 30).

Il linguaggio dei demografi spesso cancella completamente le scelte delle persone, sostituendole con astrazioni sociali – nel caso seguente “l’aumento del lavoro femminile”:

“Ma l'aumento del lavoro femminile, oltre che a spostare in avanti nel ciclo di vita il processo fecondo (indirettamente incidendo sul numero di figli avuto) può agire direttamente sull'intensità del processo, aumentando la proporzione di donne che non desiderano figli o che comunque, pur desiderando vivere l'esperienza materna, realizzano il loro desiderio con un solo figlio” (Accademia Nazionale dei Lincei 2004, 16).
In questo caso invece è “il controllo delle nascite” ad essere descritto come una sorta di automatismo tecnologico, e non qualcosa che le persone usano per i propri fini:

“Un controllo delle nascite sempre più diffuso ed efficace ha, nel contempo, ridotto la fecondità delle generazioni delle donne italiane ai livelli più bassi del mondo” (Golini, Mussino e Savioli 2000, 7).


Sulle questioni internazionali

Se i testi di italiani sulla questione demografica in Italia sono allarmati per la diminuzione della natalità del nostro paese e fortemente pronatalisti, la saggistica dedicata alle questioni demografiche internazionali (sia i testi di produzione autoctona che le traduzioni italiane di letteratura straniera, che avvengono quasi totalmente dall’inglese, solo qualche volta dal francese) parla invece della numerosità della popolazione umana (non del suo aumento) come di un problema, menzionando spesso anche il cattivo uso che l’economia fa delle risorse del pianeta. L’impressione generale è quindi che vi sia una sorta di schizofrenia: da una parte si richiede ai paesi poveri di diminuire la crescita della loro popolazione, mentre dall’altra si cercano affannosamente soluzioni al problema della denatalità in Italia.

In nessun testo degli esperti italiani troviamo una preoccupazione per l’aumento della popolazione su scala globale, che si trova nel libro dello statunitense Jeffrey Sachs:

“Dobbiamo essere preoccupati per la crescita demografica e intraprendere azioni pubbliche condivise globalmente per risolvere il problema. Ecco ciò che sosterrò di seguito:



  1. - la crescita della popolazione rimane eccessiva;

  2. - la scarsità di risorse è un fenomeno molto reale, soprattutto in termini di impatto della popolazione in aumento sugli ecosistemi terrestri e sulla biodiversità;

  3. - la rapida crescita demografica nei paesi più poveri ne limita lo sviluppo economico, condanna i bambini alla povertà e minaccia la stabilità politica globale” (Sachs 2010, 175).

L’intreccio tra povertà e alta natalità non è comunque così semplice: alcuni autori rilevano un processo causale opposto che andrebbe dalla povertà e disuguaglianza a un alto numero di figli, considerati appunto come “investimento” per uscire dalla povertà (Mamdani 1974, Nag 1980, Basu 1992).

Per Livi Bacci (1998b, 9): “Una terra densamente popolata è la prova implicita di un assetto sociale stabile, di rapporti umani non precari, di risorse naturali ben sfruttate”. Nella tradizione di Malthus, Livi Bacci evoca la grande carestia irlandese degli anni 40 dell’800 cancellando completamente il ruolo dei proprietari terrieri inglesi che continuavano ad esportare grano dall’Irlanda mentre la gente moriva di fame. L’aumento della popolazione nei paesi poveri è da lui e da molti altri attribuito alla diminuzione della mortalità per l’introduzione della medicina occidentale e di migliori pratiche igieniche, una semplificazione di un dibattito storico e antropologico molto complesso (Handwerker 1987, Harris e Ross 1987, Mies e Shiva 1993, Autrice). Solo alla fine del libro Livi Bacci ammette che: “C'è un sentimento diffuso che l'attuale crescita demografica è come un veicolo che viaggia rapidamente per una strada pericolosa” (p. 283).

Nel testo di Aurora Angeli e Silvana Salvini (2007) si afferma che i fenomeni sociali sono causati da fenomeni demografici, come la Mortalità o la Fecondità reificate che agiscono sulle persone. Le autrici occultano tutte le dinamiche di potere e di oppressione, e non spendono nessuna parola neanche su ambiente, rischi di guerra, effetti dell’inquinamento crescente sulla salute, tranne in una sezione sulla questione dell’acqua, che però è considerata un problema solo nei paesi poveri, mentre i ricchi non sembrano toccati dalla competizione per le risorse.


Conclusioni

Sul tema della popolazione durante il primo ventennio neoliberale si è configurato in Italia un discorso pubblico pronatalista in contrasto con il paradigma del limite: ad esempio gli esperti non includono mai nelle loro analisi una riflessione sull’enorme e sproporzionata impronta ecologica della nazione Italia, che secondo le ultime stime ammonta a quattro volte il nostro territorio14. Tale discorso pronatalista è proseguito negli anni più recenti, culminando nel 2017 nella campagna #FertilityDay del Ministero della Salute del governo Renzi, nella quale la fecondità delle donne italiane è stata dichiarata “un bene pubblico”, proprio riecheggiando i testi presentati. Il dibattito italiano si è nutrito di comparazioni con altri paesi – il tasso di fecondità delle donne italiane nel 1995 è risultato essere il più basso al mondo – e ha assunto in toto le preoccupazioni espresse da una parte dalla Chiesa cattolica, ancorata a una visione in cui la moltiplicazione dei propri fedeli è fortemente desiderata (come fanno solitamente le religioni), e dall’altra dagli economisti liberali, che paventano un freno alla crescita economica per le prospettive di calo della popolazione (Simon 1977, Kuznet 1990). Risulta assente nei testi esaminati il paradigma della decrescita e della coscienza ecologica del limite – quasi scomparso dall’orizzonte del pubblico dibattito con l’allontanarsi del ricordo dell’incidente di Chernobyl del 1987.

La retorica della crescita non risparmia quindi l'ambito della popolazione: vi sarebbero pericoli di “declino demografico”, e per evitarli ci vuole una crescita del numero di figli per donna con l’obiettivo almeno del livello di rimpiazzo generazionale. Questa posizione isola completamente la questione del numero di abitanti di un paese da tutte le altre variabili economiche e sociali che definiscono la qualità della vita della popolazione, e inoltre prescinde dal fenomeno migratorio, che ha contribuito a far crescere la popolazione italiana nel ventennio esaminato dal 1992 al 2012.

La finalizzazione delle analisi ad incentivare le nascite smaschera il gruppo degli “esperti”, che sono soprattutto demografi, come costruttori di ideologia. L’articolo si è inevitabilmente soffermato sulla presentazione degli aspetti più discutibili e preoccupanti di questo dibattito, che parte da presupposti non scientifici come la “sostenibilità demografica” – mentre l’unica sostenibilità di cui ha senso occuparsi è quella ecologica (Hornborg e Crumley 2007). La demografia, come tutte altre discipline in cui la teoria liberale ha separato l’analisi dei fenomeni sociali, nella misura in cui elabora concetti e analisi considerando la “popolazione” e i fenomeni chiamati “demografici” come un assoluto, e prescindendo dalle altre componenti di quella che dovrebbe essere un’unica scienza sociale, non può comprendere i fenomeni sociali umani né indicare soluzioni significative (Wallerstein 1991 e 1996, Autrice 2014), ma costruisce un’ideologia funzionale alla perpetuazione del modo di produzione capitalistico, cioè all'accumulazione incessante del capitale.

Un’ultima notazione: in altri paesi semplicemente gli esperti constatano la realtà della “seconda transizione demografica”, concettualizzata nel dibattito scientifico internazionale già a partire dagli anni 80 osservando i mutamenti della famiglia nei paesi più sviluppati (Lesthaege 2010). In Germania poi l’interesse si è spostato sul modo di adattare il sistema socio-economico alla diminuzione delle nascite, considerandola un fatto e non un pericoloso “declino”15.

Nelle circostanze attuali, perché dovremmo porci l'obiettivo di mantenere stabile la popolazione? Nel paradigma del limite potremmo invece accogliere con soddisfazione la prospettiva di una decrescita della popolazione in un paese come l'Italia che consuma risorse ben oltre le capacità di carico del proprio territorio, proiettando un'impronta ecologica pari al suo quadruplo. Non solo è necessaria la riduzione della produzione e dei consumi, ma anche la diminuzione della popolazione, ceteris paribus, contribuisce alla decrescita del nostro impatto insostenibile sul pianeta.


Saggi analizzati

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(* = testi divulgativi)




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