Il design cartier visto da ettore sottsass



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15.12.2017
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IL DESIGN CARTIER VISTO DA ETTORE SOTTSASS

Intervista di Marie-Laure Jousset a Ettore Sottsass

(Estratto dal catalogo dell'esposizione)



Marie-Laure Jousset: Prima di parlare del contenuto della mostra, vorrei parlare della selezione dei pezzi. Infatti, la prima cosa che ti è stata chiesta, Ettore, è di guardare la Collezione Cartier e di scegliere dei pezzi. Un'avventura insolita, visto che non sei un gioielliere. Hai quindi visto un'enorme quantità di gioielli...
Ettore Sottsass: Si, sono andato varie volte a Ginevra. Su un tavolo, mi hanno presentato quasi mille gioielli. Naturalmente è stato un lavoro complicato perché i gioielli risalgono a vari periodi: dalla fine dell'Ottocento fino a oggi.(...) L'idea era di scegliere i gioielli soltanto in base al design, perché io sono un architetto, sono un designer, e quindi non me ne intendo di pietre. E' evidente che un gioiello non conta solo per il disegno, ma... come dire, vale anche per la qualità della costruzione, la qualità delle pietre e così via. Quindi, ci sono molti criteri per giudicare un gioiello. Non abbiamo avuto, nessuno di noi, un vero e proprio sistema razionale di scelta. Abbiamo scelto quello che ci sembrava più carino, più portabile, più ragionevole...
MLJ: Oppure più stravagante...
ES: ...oppure più stravagante, come la pendola "Elefante" che è una follia, una follia tale da conferirle un'esistenza propria!
MLJ: Quindi, il criterio era l'emozione?
ES: Sì, l'emozione. La parola emozione mi sembra un po' strana... Era comunque come collocare questi oggetti nel mondo contemporaneo, in un'ottica contemporanea.
MLJ: Ed era anche un punto di vista del tutto soggettivo.
ES: Certamente, ma è sempre così... non esiste un giudizio astratto. Il giudizio è sempre condizionato da criteri intellettuali, culturali, fisici e altri ancora...
MLJ: E al tempo stesso, ti sei interessato alla funzione degli oggetti, ogni tanto li hai raggruppati in famiglie, ma non hai voluto farti limitare dalla cronologia...
ES: (...) Non siamo partiti da una scelta o da una catalogazione cronologica. Non mi sembrava molto interessante. Il gioiello è quello che è: o funziona ancora oggi, ossia ha ancora la sua efficacia, la sua forza ritualistica, oppure non ce l'ha. Quindi il tempo non importa. (...)
(...)

MLJ: Vorrei ora parlare dell'allestimento. È da molto che ti conosco, che leggo i tuoi libri, che vedo i tuoi disegni e so che vi sono aspetti per te molto importanti. Per esempio, la calma, creare la calma. E l'idea che tutti i problemi relativi alla luce, al colore, all'architettura interna hanno un rapporto con l'uomo che abita in un certo luogo. (...)
ES: Ho sempre disegnato con l'idea che l'oggetto che si disegna è un po' uno strumento per la vita. Uno strumento che fa capire a chi lo usa o a chi lo guarda che sta vivendo. È il contrario del concetto di consumismo, che vuole che ci si dimentichi che si sta vivendo e morendo perché l'importante è consumare, perché la vita è nell'atto del consumare, dell'usare, del guardare, del comperare ecc. A me non interessa molto questo tipo di definizione della vita. Io penso che tutte le cose che disegniamo, le architetture, gli oggetti ecc., devono aiutare la gente a essere consapevole che sta vivendo. Quindi in tutte le cose che faccio, cerco di disegnare qualche cosa che diventi uno strumento per vivere. (...) Ho pensato che se io avessi messo tutti i gioielli uno vicino all'altro, uno sopra l'altro, praticamente non ne avrei visto neanche uno. (...) Pensavo persino che nei musei ci dovrebbe essere una stanza per ogni quadro importante. Una stanza piccola, con una sedia e una porta. Quando tu entri, la porta fa "Plaff!": sai che non puoi uscire per dieci minuti; sei costretto a guardare quel quadro, a capirlo, a leggerlo per dieci minuti. Qui, qualunque cosa tu faccia con questi armadi - che puoi comporre in vari modi, dovunque, a prescindere dall'ambiente - ogni oggetto è da solo con se stesso e tu sei DAVANTI a questo oggetto. In più, siccome questi oggetti vivono della luce che ricevono e che trasmettono, l’idea è di creare il buio totale in modo che solo l’oggetto emani la luce, solo l’oggetto sia un’apparizione. Tutto il resto è un vago paesaggio oscuro di notte e, come di notte, si vedono le lucciole, quegli insetti che volano nella notte. Insisto sul fatto che questa mostra può essere messa ovunque, non è minimamente legata alla presenza dell'ambiente. C'è già un progetto di mobilità. La puoi fare su un treno, la puoi fare in una piazza, la puoi fare in un ambiente, in un corridoio come in questo caso, puoi aumentarla, puoi diminuirla, insomma, puoi fare quello che vuoi. È un principio di base che mi sembra ragionevole per una mostra di questo genere. Poiché nessun oggetto deve sovrapporsi ad un altro. Quando vi sono più oggetti raggruppati, significa che appartengono ad una categoria precisa: vi sono dieci orologi, ad esempio, ma non vi è un orologio e un anello. Guardi e confronti orologi, ma mentre confronti orologi non vedi con la coda dell’occhio una collana o un braccialetto. Sei davanti ad un oggetto, lo guardi; se non lo vuoi guardare, te ne vai, ma ti ho dato l’occasione di guardarlo a fondo.
MLJ: Hai creato quindi 50 casette in cui giochi con la luce, con la proiezione esterna, senza perdere di vista il tuo interesse principale, ossia la qualità e non la quantità. Presenti, infatti, pochissimi oggetti.
ES: Sì, certo. Ma questo credo sia il principio base di Cartier, che punta sulla qualità e non sulla quantità. Cartier è già un anticonsumista per principio. Infatti, per la loro preziosità, questi oggetti non appartengono al mondo del consumo, sono sempre oggetti molto speciali, anche quelli meno costosi. Quindi non sono 50 casette, ma sono dei piccoli templi che accolgono, ognuno, una divinità. (...)
(...)
MLJ: Vorrei che parlassimo un po' di più del percorso della mostra per capire, attraverso le cronologie e i temi, la disposizione che hai scelto.
E.S.: Il pubblico deve seguire un percorso molto preciso nel quale, in un certo senso, è progettata la sua emozione, buona o cattiva. Come in un concerto, si comincia facendo molto rumore. Prima i diamanti, con due o tre pezzi che fanno entrare subito il pubblico nell'idea che sta visitando una mostra eccezionale. Questi primi oggetti sono dell'inizio del secolo, del 1903, 1906, 1912, un'epoca molto importante... Poi si passa a oggetti più piccoli, sempre più o meno dello stesso periodo, e si va avanti fino al 1920-25.
MLJ: E qui hai giocato con i colori, con le materie...
E.S.: Sì, con la materia. Questi sono smalti. Anche il disegno diventa più semplice. Si lasciano i diamanti, i materiali molto costosi, per scoprire degli oggetti: scatolette, molto belle, orologi, spille... (...) E si continua: si passa continuamente da un estremo all'altro.
(...)
MLJ: Quindi è un percorso che hai ideato per sorprendere il visitatore?
ES: Sì. Non ho pensato alla filologia, ho pensato un po' al tempo, non in termini di date, ma di mood culturale del tempo. Il visitatore passeggia e scopre degli oggetti, ma non solo. Il percorso di questa mostra è quindi estremamente vario.
(...)
MLJ: Un'ultima domanda, Ettore: hai provato piacere in questa avventura?
ES: Io sono un uomo curioso, curioso della vita, di tutto, sono curioso di quel che mangio, delle persone con cui parlo, di cosa mi succede per la strada, sono curioso di tutto. Sono curioso di lavorare, di fare. Sono molto curioso. Per me la mostra è stata un'esperienza pazzesca, assolutamente folle. Scegliere come posizionare oggetti disegnati da altri che non avrei mai disegnato così... non era facile, perché ho dovuto rispettare un lavoro fatto da altri...
(...)
MLJ: Secondo te, perché Cartier si è rivolto a te?
ES: Forse una risposta chiara non c'è... Queste cose vanno per canali che non sempre si capiscono. Cartier ha forse pensato che potevo affrontare il problema in maniera diversa dal solito. Spero di esserci riuscito. Ho cercato di proporre un modo nuovo per capire i gioielli... di concedere loro un'attenzione, un rispetto maggiori rispetto a quello di cui godono nelle vetrine tradizionali. Se avessimo lavorato ancora due anni, magari avremmo fatto una cosa completamente diversa, ancora più strana. Forse si poteva allestire una mostra molto più piccola, con meno pezzi, ma altrettanto intensa. Ad ogni modo, mi sono divertito... e poi mi è piaciuta l'idea di lavorare per Cartier!






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