Il Giardino dei Pensieri Studi di storia della Filosofia



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Il Giardino dei Pensieri - Studi di storia della Filosofia

Mario Trombino
Introduzione all'
Emilio di Rousseau [*]
[Vedi anche le voci:
Libertà, Generi letterari in Filosofia, Pedagogia, Rousseau ]

 

1. Pensare l'uomo integrale

L'Emilio è un libro che intrattiene un singolare rapporto con i suoi lettori. È scritto con linguaggio semplice e piano - senza tecnicismi o terminologia scientificamente fissata - da un autore che conosce sia le tecniche teatrali che narrative per avvincere il lettore (da buon scrittore di commedie e romanzi di successo). Tuttavia la lettera delle affermazioni e delle tesi pedagogiche contenute nel testo è sconcertante, a volte paradossale, a volte finisce con l'assumere il carattere di una sfida.

Rousseau intrattiene un vero e proprio dialogo con il lettore, gli si rivolge spesso direttamente, lo guida attraverso esempi e riflessioni. Scrive per l'uomo comune - cioè per il borghese - saltando la mediazione degli intellettuali con cui intrattiene pessimi rapporti. Egli parla - illuministicamente - alla ragione dell'uomo, senza paura dei paradossi perché il pensiero deve sapere affrontare le sfide della realtà, deve sapere rompere il guscio del pregiudizio e lasciare emergere la verità. Egli parla però - e i romantici lo sentiranno per questo vicino alla loro sensibilità - all'uomo concreto, immerso in un mondo di passioni su cui il pensiero non si eleva che per universalizzare, per poi tornare ad immergersi nell'individuale, in ciò che è concretamente e sensibilmente vissuto.



Nell'accostarsi all'Emilio, dunque, il lettore di oggi tenga conto del fatto che la seduzione letteraria della pagina roussoiana - altissima, a patto di penetrare nel suo ritmo particolarissimo, su cui torneremo - non è che un primo livello del testo su cui si installa un secondo: la sfida del pensiero. Si tratta di nulla di meno che dello sforzo di conoscere la natura dell'uomo nella sua integrità. È facile evitare paradossi e aporie quando si costruiscono mondi esclusivamente mentali, realtà astratte nate dal pensiero e dunque artificialmente coerenti col principio di non contraddizione. È molto meno facile evitare i paradossi quando il nostro oggetto è l'uomo integrale (1) nel quale la contraddizione è insita come uno dei suoi più caratteristici tratti. Di quale contraddizione si tratta? Distingueremo almeno tre piani.

a) Le affezioni. V'è una dialettica nel cuore dell'uomo: le sue facoltà possono armonizzarsi solo a patto di una lenta educazione. Si prenda il caso del rapporto tra desideri e facoltà, cioè tra l'impulso che guida la volontà e gli strumenti che l'uomo possiede per dare ad essi soddisfazione. Se i desideri si sviluppano troppo, le facoltà dell'uomo non riescono a trovare la strada per soddisfarli: l'uomo cadrà nell'infelicità. Se i desideri vengono inibiti, la vita stessa si spegne, le facoltà dell'uomo sono inutilizzate, l'esistenza umana cede il posto ad un vegetare che non è vita: la natura è tradita. Si pensi ancora alle passioni, che Rousseau vede dominare l'uomo nell'età dell'adolescenza. Esse devono armonizzarsi con la nascente moralità dell'uomo, cioè col dispiegarsi concreto della sua libertà. Il loro libero sviluppo porta invece alla schiavitù del vizio, ad un piacere malato che lascia l'uomo in balia di forze esterne, di altri uomini e donne: la sua libera natura è tradita. Pensare l'uomo integrale significa pensare insieme la libertà e la vita che in essa si esprime.

b) La persona e l'universale. V'è una dialettica tra la vita vissuta, ancorata alla singolarità dell'esperienza ed all'individualità dell'io, e la vita pensata, l'universalità della visione che l'uomo ha di sé, il tratto che lo accomuna agli altri uomini. Dal punto di vista universale della mente l'individuo è un caso particolare della specie e può essere compreso solo se si comprendono i caratteri della specie: studiare l'uomo significa ricostruirne il modello universale. Dal punto di vista della vita vissuta, invece, l'individuo è sempre un io, chiunque sia a vivere come coscienza e pensi a sé come ad un sé. Studiare l'uomo significa ricostruire il suo personale sé, la particolarità delle sue disposizioni, unica al mondo. La filosofia oscilla tra la fedeltà al concreto del vissuto e la fedeltà al concreto della specie. Pensare l'uomo integrale significa pensare insieme la persona e l'universale che vive in lei.

c) La società. V'è una dialettica tra la persona e la società. La felicità dell'uomo non può essere per Rousseau solo privata: il singolo è un essere desiderante, le sue affezioni esigono corrispondenza. La persona è davvero libera e felice solo nel pieno rispetto della sua natura e questa impone un mondo di affetti, una realtà fatta di circolazione affettiva, un ambiente affettivamente rispondente all'io. Tuttavia la persona vive la sua esperienza nella singolarità ed esige che essa sia al centro del sistema; la società è invece da un lato impersonale (un ambiente, l'anonima forza che la generalità esercita sul singolo), dall'altro è invece sin troppo personale, perché ciascuna persona esige, anche a scapito di altri, una soddisfazione personale dei suoi bisogni, e così il singolo entra in conflitto con altri singoli. Pensare l'uomo integrale significa pensare insieme la persona e la comunità.

L'Emilio è dunque un libro che intrattiene un singolare rapporto con i suoi lettori, perché dietro al piano letterario, sempre affascinante, emerge un pensiero duro, radicale, una sfida accettata sino in fondo: l'obiettivo è salvare l'uomo comprendendone la natura, accettato realisticamente il rischio del paradosso come una sorta di corto-circuito del pensiero che si sforza di tenere insieme la dinamica delle forze contrapposte (2). Al lettore è dunque richiesta la capacità di cogliere i diversi piani del testo senza tentare semplificazioni.

Ad esempio, Rousseau scrive che il padre deve essere in prima persona il maestro del figlio e presenta questo compito come una attività totale, che deve impegnare al completo la persona. Ora, è evidente che un padre non può fare questo, perché non dovrebbe lavorare, dovrebbe avere capacità pedagogiche che Rousseau stesso considera rare, e così via. Il lettore non deve cedere alla tentazione di liquidare il problema attribuendo a Rousseau solo il gusto del paradosso (che pur certo possiede), dell'astrazione di chi pensa «per dati puri ed assoluti», o addirittura interpretare l'Emilio nel suo complesso come la fantasticheria di un teorico che pensa ai problemi pedagogici nei termini di un empireo filosofico che sulla terra non ha riscontro. Rousseau al contrario ha solo espresso per così dire nella sua «purezza» una esigenza concreta, o meglio un principio pedagogico fondamentale contraddetto dalla realtà del suo tempo: che il padre sia maestro del figlio, senta la responsabilità della sua educazione e costruisca con lui un rapporto da persona a persona. Bisogna tenere questo principio mentre si pensa alla futura società da costruire. Esso è un elemento puro del pensiero che nel gioco della realtà, interagendo con altri elementi puri e con le forze del mondo, concorrerà a rendere concreto il modello ideale (3).

 




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