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Il Giudice Penale Italiano e

il Diritto dell'Unione Europea:

Un approccio non più differibile


Mercoledì 06 Giugno 2012 - H. 15,00 - 18,00

Giudice comune e diritto dell'Unione Europea.

Cinque buone ragioni pratiche per diventare giudici comuni di Diritto Eurounitario.
Dott.Roberto Conti

Corte di Cassazione

Indice:
1. Per quali ragioni e' ancora utile riflettere sul ruolo del giudice nell'attuazione del diritto UE e dei diritti fondamentali. 2. Perché è doveroso offrire piena tutela ai diritti di matrice eurounitaria? 3. Perché è necessario conoscere i rapporti fra il sistema del diritto EU, il sistema ordinamentale interno e quello della CEDU? 4.1. I “limiti” all’interpretazione conforme secondo la Corte di Giustizia. 4.2 L'elasticità dell'interpretazione conforme al diritto dell'Unione europea. 4.3 Qual è il significato e la rilevanza del rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia? L’importanza del dialogo. 4.4 Rinvio pregiudiziale ed interpretazione del diritto UE. 5. Perché serve al giudice nazionale comprendere il significato della tutela multilivello dei diritti fondamentali. 6. Ruolo ed efficacia dei princìpi generali dell’ordinamento comunitario, dei princìpi generali e dei princìpi contenuti nella Carta di Nizza. 7. ll livello più elevato di tutela dei diritti fondamentali. 8. Il ruolo della tutela multilivello. L’osmosi fra i sistemi. Dal falso in bilancio - Corte giust.Grande Sezione-3 maggio 2005, Cause riunite C-387/02, C-391/02 e C-403/02 , Berlusconi e altri- al principio della retroattività della lex mitior. 8.1. Alcune considerazioni sulla sentenza della Corte di Giustizia del maggio 2005. 8.2. Il dialogo fra Corti sul principio di retroattività della lex mitior:a)Corte cost.n. 393/2006. 8. 3 Corte dir.uomo,17 settembre 2009, Scoppola c.Italia: il principio della retroattività della legge mitior approda, attraverso l’interpretazione conforme della CEDU al diritto internazionale, nel diritto dei Paesi membri.Ancora conferme della circolarità dell’interpretazione conforme. 8.4. La Corte costituzionale (sent.n. 236/2010) dialoga ex officio con la CEDU e con la sentenza Scoppola cercando un distinguishing. 9. Internazionalizzazione dei valori costituzionali e costituzionalizzazione degli ordinamenti sovranazionali. Il valore di Corte cost. n.93/2010 in tema di misure di prevenzione. 10. Dalla teoria alla prassi. Il problema delle scommesse in Italia.Il giudice nazionale si confronta con la Corte di Giustizia. Il ruolo svolto dalla Corte di Cassazione e dalla Corte Costituzionale alla ricerca di un terreno comune. 10.1 Segue:la sentenza Gambelli. 10.2. (Segue):l’ordinanza di rimessione alle Sezioni Unite. 10.3 Cass.S.U. 26 aprile-18 Maggio 2004, n. 111. 10. 4 Segue):Corte giust. 6 marzo 2007, Placanica. 10. 5 L’ulteriore intervento della Cassazione dopo la sentenza Gambelli- Cass.pen. n. 16969 del 28/03/2007 -. 10.6 La risposta della Corte costituzionale in tema di scommesse(Corte cost.nn.454/2006 e 284/2007). 10.7 Corte cost.n.284/2007 ed i controlimiti. 10.8 Il decreto Bersani e la nuova richiesta di chiarimenti alla Corte di Giustizia. Un’altra sconfitta per il “sistema Italia” agli occhi della Corte di Giustizia- Corte giust. 17 febbraio 2012, cause C-72/10 e C-77/2010, Costa e Cifone-. 10. 9 La lettura di Corte Giust. 17 febbraio 2012, cause C-72/10 e C-77/2010, Costa e Cifone, da parte di Cass.n.18767/2012. 10.10 L'obiter di Cass.18767/2012 sulla portata dei principi generali dei Trattati e sulla loro immediata operatività. Un ritorno al passato. 11. A mo’ di conclusione. Il ruolo del giudice nazionale -di merito e di legittimita'- quando è chiamato a disapplicare una norma nazionale contrastante con il diritto UE o interpretare il diritto interno in modo conforme al diritto eurounitario e' diverso se in gioco sono i diritti di matrice CEDU?


1. Per quali ragioni e' ancora utile riflettere sul ruolo del giudice nell'attuazione del diritto UE e dei diritti fondamentali.
Preparando l'intervento che mi e' stato chiesto dai colleghi formatori decentrati, ho avuto serie difficolta' ad individuare modi e termini da utilizzare per veicolare qualche riflessione maturata negli anni, anche grazie all'esperienza della formazione centrale, su un tema spesso avvertito da noi giudici come "da convegno", magari importante, rilevante, talvolta addirittura affascinante, ma generalmente visto come lontano anni luce dal nostro quotidiano, da quei problemi di vario ordine e grandezza che la nostra pratica ci prospetta come incomparabilmente superiori rispetto a quelli "di nicchia" che ruotano attorno al diritto sovranazionale ed alla sua efficacia nell'ordinamento interno.

Per questo motivo il titolo del mio intervento, quando mi fu chiesto di sintetizzare il contenuto di questo intervento, era quasi provocatoriamente rivolto a dimostrare con i fatti quanto fallace fosse il convincimento dei più sui temi accennati e quanto straordinariamente importante fosse, invece, soffermarsi sulle ragioni, impellenti ed imperiose, che giustificano ed impongono un cambio di prospettiva radicale, profondo, nella cultura della giurisdizione e dunque in noi stessi.

E' questa prospettiva che ha cercato di animare le riflessioni che seguono, tutte sicuramente tenute insieme dalla consapevolezza che solo un cambio di passo culturale puo' realizzare un sistema di tutela dei diritti significativamente diverso da quello che la mancata conoscenza del diritto UE puo' invece determinare.
2. Perché è doveroso offrire piena tutela ai diritti di matrice eurounitaria?

Quello dei rapporti fra diritto comunitario -oggi eurounitario- e diritto interno è ormai diventato un tema classico per gli operatori giudiziari che ad esso guardano, tuttavia, con una lente ancora oggi non sempre orientata a metterne a fuoco le reali coordinate.

Individuare esattamente le cause di questo atteggiamento è opera certamente complessa.

Per un verso va considerato che i giuristi di oggi si sono per buona parte formati all’interno di una cultura giuridica in cui il diritto UE non aveva il peso, la diffusione ed il “prestigio” che attualmente gode nella comunità internazionale ed in buona parte degli Stati europei.

Ma a questo dato, che finisce con l’atteggiarsi come peccato originale del diritto comunitario, si associa un approccio alle norme sovranazionali che il giurista avverte generalmente come “diverso” e, dunque, “pericoloso”, se è vero che maneggiando il diritto UE si potrebbe giungere ad un risultato inimmaginabile per il diritto nazionale qual è quello della “non applicazione”, ad opera del Giudice, della norma giuridica domestica contrastante con quella eurounitaria.

Questo potere di “non applicazione” attribuito pretoriamente dal giudice di Lussemburgo al giudice nazionale - con il solo limite del rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona- ha posto in posizione addirittura preminente rispetto ai legislatori nazionali il Giudice nazionale, al quale viene così riconosciuto un sindacato diffuso sulla legislazione interna, prima inimmaginabile in un sistema fondato oltre che sulla rigida tripartizione dei poteri, soprattutto sul sindacato accentrato della Corte Costituzionale. Si comprende, allora, come ancora oggi la Corte costituzionale, autoescludendosi dal rinvio pregiudiziale nei giudizi incidentali(Corte cost.n.103/2008), non si sia completamente aperta all'idea di un dialogo "franco ed alla pari" con la Corte di giustizia anzi caldeggiando, in nome di principi intoccabili, un sereno distacco da quelli che altri colgono come frutti virtuosi prodotti dall'ordinamento eurounitario e che ancora oggi il giudice delle leggi interpreta come elementi capaci di minare le fondamenta dello Stato e della sua sovranità. Il tema riguarda, in particolare, la portata dei diritti fondamentali e la loro capacita' di integrare precetti immediatamente efficaci ed idonei a determinare la non applicazione del diritto interno ad essi contrastanti e sullo stesso si avrà modo di tornare nel prosieguo.

Un ulteriore-concorrente- fonte di difficoltà per il Giudice è data dalla progressiva emersione, all’interno del diritto eurounitario, di uno “zoccolo duro” di diritti fondamentali, teso a circoscrivere le prerogative dei legislatori (nazionali e comunitario) che tende a sovrapporsi alle tutele dei diritti fondamentali apprestata a livello costituzionale dei singoli Paesi europei.

La problematicità dei temi appena accennati si amplifica poi a dismisura se si guarda al piano dei rapporti fra diritto penale- processuale e sostanziale- e diritto eurounitario.

Quello penale è stato,infatti, tradizionalmente considerato come ambito di pertinenza esclusiva dei singoli Paesi e, dunque, refrattario ad interventi “esterni”, appunto rappresentando la proiezione della sovranità statuale.

Questa considerazione, tuttavia, certamente valevole agli albori della Comunità europea, è andata progressivamente sgretolandosi, con l’avvento prima del Trattato sull’Unione europea di Maastricht e, successivamente, con le modifiche apportate dal Trattato di Amsterdam fino ad ulteriormente annichilirsi con il Trattato di Lisbona.

Inizialmente, infatti, il diritto penale stava fuori dal diritto comunitario e solo con Maastricht- e con la formazione dei tre pilastri- si delineò l’ambito della cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (terzo pilastro) per il quale si realizzava il passaggio dagli accordi tra singoli Stati ad una politica comune all’interno dell’Unione europea ma fuori dalla diritto comunitario.

In questa prima fase gli atti con i quali si poteva legiferare nell’ambito della cooperazione erano le posizioni comuni- che imponevano agli Stati un obbligo di conformazione a quanto ivi sancito- le azioni comuni-provvedimenti attuati nel quadro dell’Unione europea- e le Convenzioni- strumenti da ratificare negli Stati in conformità alle norme costituzionali interne-.

Con il Trattato di Amsterdam si realizza la comunitarizzazione della cooperazione in materia civile- che passa dal 3^ al 1^ pilastro- mentre per il settore delle cooperazione giudiziaria in materia di polizia e giudiziaria si sottolinea l’esigenza, ritenuta fondamentale, di garantire un elevato livello di sicurezza.

I nuovi strumenti che il Trattato di Amsterdam individua per realizzare tale obiettivo sono le posizioni comuni- che riguardano specifiche questioni- le decisioni quadro- volte a realizzare il ravvicinamento delle disposizioni nazionali su singoli questioni- le decisioni- prive di valore diretto- e le convenzioni- per le quali si raccomanda l’adozione da parte dei singoli Stati di regole attuative nel rispetto delle norme costituzionali. In questo contesto, il ruolo della Corte di giustizia ha assunto rilevanza notevole, concernendo l’interpretazione delle decisioni, delle decisioni e delle Convenzioni.

Il Trattato di Lisbona, abolendo i pilastri e, per quel che interessa, la cooperazione giudiziaria in materia penale, ha reso possibile il pieno inserimento delle materie di cui si discute nel diritto dell’Unione europea e, dunque, l’espansione della direttiva quale strumento principe per attuare nuove forme di cooperazione.

L’ultima frontiera che sta cominciando a diventare realtà1 proprio in ambito penale è dunque l’individuazione di strumenti normativi che realizzino forme armonizzate di tutela nelle quali campeggiano la protezione dei valori fondamentali- giusto processo, libertà e sicurezza degli individui-.




3. Perché è necessario conoscere i rapporti fra il sistema del diritto EU, il sistema ordinamentale interno e quello della CEDU?

Al quesito che si e' appena proposto occorre fornire una risposta secca.

La conoscenza delle regole che governano i diversi sistemi di protezione dei diritti fondamentali -nei piani interno, eurounitario e CEDU- aiuta l'operatore ad evitare errori di prospettiva e di sostanza, elidendo alla radice la critica, che pure spesso serpeggia, più o meno scopertamente, che al di la' della bellezza estetica, peraltro effimera, di un sistema di tutela multilivello, questo sarebbe foriero di risposte parcellizzate e ondivaghe, capaci di minare la certezza e prevedibilità del diritto, riversando sul giudiziario poteri allo stesso non attribuiti.Ciò che, in definitiva, incrinerebbe il piano dei rapporti fra giudice e legge, marginalizzando la Costituzione in favore di Trattati internazionali, i quali ultimi dovrebbero comunque porsi su un piano inferiore rispetto a quello costituzionale interno, favorendo pericolosamente un'Europa dei giudici. Questa Europa sarebbe dunque priva di legittimazione democratica e finirebbe col dimostrarsi antitetica rispetto all'Europa dei parlamenti eletti dai cittadini, confusamente pure favorendo operazioni di tutela al rialzo ben lontane dal rappresentare appaganti risposte alla domande di giustizia.

E' per questo, allora, che l'interprete si deve fare carico di rispondere a questa critica, mostrando di fare corretta applicazione delle "regole" che governano i diversi sistemi, evitando di fare indiscriminata applicazione di tali regole.

In altri termini, sembra doveroso per il giudice nazionale attribuire al sistema UE ed alla disposizioni di quell'ordinamento il significato e la portata che esso ha attingendo alle regole proprie dello stesso ordinamento, evitando così di esportare regole che riguardano piani magari paralleli, ma pur sempre distinti quanto alle regole.

Questa prospettiva, occorre subito chiarire, non intende affatto favorire la logica gerarchica tra i sistemi n'è assecondare una prospettiva non orientata all'osmosi fra i sistemi, ma semmai soltanto prevenire l'accusa di pressappochismo e di superficialità che viene mossa allorché la risposta giudiziaria non mostra di cogliere le differenze di sistema tra i diversi piani di tutela. Accuse, peraltro, che potrebbero riguardare non solo il giudice comune, ma anche il giudice costituzionale tutte le volte in cui si compiono delle operazioni che tendono a far dire all'un sistema ciò che si vorrebbe dicesse guardando da una prospettiva diversa da quella propria del sistema che viene in considerazione.

In questa prospettiva, offrire di un diritto fondamentale di matrice eurounitaria una lettura non agganciata alle regole che governano quel sistema vuol dire i pericolosamente i piani d'indagine, discostandosi dai percorsi legali ai quali l'interprete, sia esso giudice comune o costituzionale, deve attenersi.

Affermare così l’immediata precettività ed efficacia all’interno di una vicenda interna non direttamente regolata dal diritto dell’Unione europea di un diritto riconosciuto dalla Carta di Nizza Strasburgo o ritenuto principio generale dalla Corte di Giustizia costituire operazione culturalmente apprezzabile ma giuridicamente poco persuasiva- ancorchè ventilata autorevolmente in dottrina2- dovendo questa “fare i conti” con le disposizioni della Carta di Nizza(art.6, art.51) e dei Trattati UE che si fondano sulla competenza dell’Unione e che, come ricorda la Corte di Giustizia, non possono andare “oltre” i confini ivi fissati. Ed infatti, nemmeno la Carta di Nizza appare in grado di modificare i confini del diritto eurounitario3, avuto anche riguardo al contenuto dell’art.5 par.2 del TUE come modificato per effetto dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona - In virtù del principio di attribuzione, l'Unione agisce esclusivamente nei limiti delle competenze che le sono attribuite dagli Stati membri nei trattati per realizzare gli obiettivi da questi stabiliti.- e ancor di più al contenuto dell’art. 6 par.1 TUE, - Le disposizioni della Carta non estendono in alcun modo le competenze dell'Unione definite nei trattati.- e 6 par. 2 TUE-L'Unione aderisce alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. Tale adesione non modifica le competenze dell'Unione definite nei trattati-.

Sul punto, la Corte di Giustizia, fondandosi sulla portata dell’art.51 della Carta4, ha già espresso il proprio avviso5, ancorchè si ritenga, all’interno della stessa Corte di Giustizia, che la questione non sia stata definitivamente risolta6. Ed anche la Commissione europea, nel tracciare, all'interno della Comunicazione "Strategia per una più efficace applicazione della Carta dei diritti fondamentali", le linee di implementazione della tutela dei diritti fondamentali sulla base della Carta di Nizza - Strasburgo, ha messo in evidenza, chiaramente, che il suo intervento sarà limitato ai casi di applicazione del diritto dell'Unione da parte degli Stati Membri in modo incompatibile con la Carta7.

In altri termini, un’attitudine della Carta di Nizza - Strasburgo a divenire strumento generale di tutela dei diritti fondamentali sembra ostacolata dalle competenze comunque limitate dell’Unione Europea- anche se in via di notevole espansione-. Opinione, quest’ultima, condivisa anche dalla Corte costituzionale italiana8.

Analoghe considerazioni sembrano doversi fare con riguardo al piano dei rapporti norma interna Costituzione ed a quello norma interna diritto UE.

Ed allora, se nessuno oggi dubita che non è possibile esportare il meccanismo della disapplicazione proprio dei rapporti ordinamento interno diritto UE al piano dei rapporti norma interna Costituzione, deve essere parimenti chiaro che quando si discute della portata di un diritto fondamentale di matrice eurounitaria e della sua precettività o meno le regole applicabili devono essere quelle proprie di quel sistema e non altre.

La vicenda del mandato di arresto europeo e dell' estensibilita' del meccanismo di espiazione in Italia della misura o della condanna per lo straniero residente in Italia non prevista dalla legge che ha attuato la decisione quadro - artt. 18, comma 1, lettera r), e 19, comma 1, lettera c), della legge 22 aprile 2005, n. 69 (Disposizioni per conformare il diritto interno alla decisione quadro 2002/584/GAI del Consiglio, del 13 giugno 2002, relativa al mandato d’arresto europeo e alle procedure di consegna tra Stati membri-esaminata da Corte cost. n.227/2010 sembra rappresentare in modo solare quanto i risultati – caldeggiati dalla Cassazione(giudice remittente) e- raggiunti dal giudice delle leggi a proposito della portata del principio di non discriminazione fondato sulla nazionalita' e della sua asserita non immediata precettivita'9 possano condurre a risultati che, in definitiva, rischiamo effettivamente di determinare risultati poco appaganti e, soprattutto, legati a logiche che appaiono non solo estranee al sistema di tutela esaminato, ma addirittura distoniche con il piano di tutela offerto al livello considerato.

Basta sul punto richiamare le recentissime conclusioni del 20 marzo 2012 dell'Avvocato Generale Mengozzi nella causa C 42/11, João Pedro Lopes Da Silva Jorge, che ha riguardo ad una vicenda speculare a quella esaminata da Corte cost.n.227/2010 e che sembra destinata ad esaurirsi -correttamente- all'interno del piano UE10, come già aveva ipotizzato l’Avvocato Generale Bot nella causa Wolzemburg11.

Proprio il confronto fra le risposte che la Corte costituzionale italiana ha offerto (sent.227/2010) e la Corte di Giustizia offrirà a breve consentirà probabilmente di riflettere sulla necessita' di informare l'operato del giudice nazionale alle regole che governano il sistema che viene in considerazione.

Quando, allora, ci si accosta ad una disposizione dell'UE, per la sua interpretazione e per la sua stessa individuazione, non si dovra', in prima battuta, cadere nella tentazione di attingere al sistema nazionale o a quello della CEDU per delinearne l'ambito e la portata quando la norma stessa non consente di richiamare piani diversi.

Così operando si rischierebbe, infatti, di compiere un errore giuridico evidente e, soprattutto, di prestare il fianco alle critiche di cui si diceva sopra.

Se dunque un diritto di matrice eurounitaria viene richiamato all'interno di una vicenda che e' estranea all'operatività del diritto UE, commetterà un errore il giudice che applica quel diritto alla vicenda concreta ponendosi in contrasto con il piano delle regole fissate dall'ordinamento eurounitario all'interno della Carta di Nizza e dello stesso Trattato UE.

Non meno discutibile sembra l'atteggiamento volto a ricercare all'interno dei sistemi normativi e dei diritti viventi che fanno parte dei "circuiti di legalità" operanti con riferimento ai diritti fondamentali conferme circa i rapporti fra gli ordinamenti che non sono direttamente presi in considerazione nei medesimi sistemi.

Esemplificativo di siffatto modo di operare potrebbe essere il tentativo di cercare delle conferme al divieto di disapplicazione da parte del giudice comune nazionale della norma interna contrastante con la CEDU espresso dalla Corte Costituzionale a partire dalle sentenze gemelle del 2007 nella recente pronunzia della Corte di Giustizia resa il 24 aprile 2012, causa C-571/2010, p.59, Kamberai12.

Tale decisione, escludendo che l'ordinamento eurounitario imponga al giudice nazionale che fa applicazione, all'interno di una controversia regolata dal diritto UE, di un diritto fondamentale che trova la propria matrice nella CEDU del dovere di disapplicazione, non poteva in alcun modo affrontare una tematica estranea al diritto eurounitario nel quale la CEDU assume un ruolo assolutamente chiaro senza che possa o debba venire in gioco l' efficacia che quello strumento ha nei singoli ordinamenti dei Paesi membri.

Se davvero fosse questa la lettura da offrire alla sentenza della Corte di Giustizia, si tratterebbe, all'evidenza, di uno straripamento di potere di quel giudice che non può arrogarsi il potere di disciplinare o regolamentare un ambito ad essa estraneo.

La Corte di Giustizia si e' sempre occupata della Cedu come serbatoio di diritti ora formalmente riconosciuto anche dall'art.6 TFUE, ma non può dir nulla sui rapporti Cedu ordinamenti-nazionali che, come ha di recentemente magistralmente evidenziato Antonio Ruggeri, trovano regolamentazione affatto armonizzata.

In conclusione, può dunque ritenersi che esiste una regola aurea che impone al giudice di


conoscere i diritti fondamentali, le Carte che li contengono e le regole che li governano, con tutto il tasso di difficoltà che ciò può comportare quanto alla differenza fra diritti fondamentali principi contemplati dalla Carta di Nizza13 e principi generali(già dell’ordinamento comunitario), diritti di matrice convenzionae, rapporti fra ordinamento interno e CEDU.
4. Il ruolo dell’interpretazione nel diritto UE.

Un tema che tocca da vicino il ruolo del giudice nazionale è quello dell’interpretazione eurounitariamente orientata.

Secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, è insita nell’ordinamento UE l’esigenza d’interpretare ed applicare le norme interne “alla luce della lettera e dello scopo” delle norme UE.

L’Avvocato Generale Bot, nelle conclusioni presentate il 7 luglio 2009 nella causa C-555/07, Kücükdeveci, osservava come la Corte ha bilanciato il netto rifiuto di un effetto diretto orizzontale delle direttive evidenziando l’esistenza di soluzioni alternative atte a salvaguardare i singoli che si ritengono lesi dall’omessa o dall’errata trasposizione di una direttiva. In quest’ambito "…Il primo palliativo all’assenza di effetto diretto orizzontale delle direttive consiste nell’obbligo che spetta al giudice nazionale di interpretare il diritto interno per quanto possibile alla luce del testo e dello scopo della direttiva in questione, così da conseguire il risultato perseguito da quest’ultima. Il principio di interpretazione conforme esige che i giudici nazionali si adoperino al meglio nei limiti del loro potere, prendendo in considerazione il diritto interno nel suo insieme ed applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest’ultimo, al fine di garantire la piena efficacia della direttiva di cui trattasi e di pervenire ad una soluzione conforme allo scopo perseguito da quest’ultima”.

Per comprendere il concetto di interpretazione conforme ed il suo fondamento occorre muovere dall’obbligo di conseguire il risultato previsto dalle direttive, ex art. 288 par.2 TFUE- già art. 249, 3° comma,TCE e dal principio di leale cooperazione, di cui all’art.4 par.3 TUE-già art. 10 TCE-.

A partire dal caso Marleasing14 la Corte di Giustizia ha chiarito che “...l’obbligo degli Stati membri, derivante da una direttiva, di conseguire il risultato da questa contemplato, come pure l’obbligo loro imposto dall’art. 5 del Trattato, di adottare tutti i provvedimenti generali o particolari atti a garantire l’adempimento di tale obbligo, valgono per tutti gli organi degli Stati membri, ivi compresi, nell’ambito di loro competenza, quelli giurisdizionali. Ne consegue che nell’applicare il diritto nazionale... il giudice nazionale deve interpretare il proprio diritto nazionale alla luce della lettera e dello scopo della direttiva onde conseguire il risultato perseguito da quest’ultima e conformarsi pertanto all’art. 189, terzo comma, del Trattato.”

Già in passato ci siamo soffermati sul tema della c.d. interpretazione conforme del diritto interno a quello comunitario, sottolineando come le apparenti aporie che da essa sembrano emergere rispetto ai principi tuttora professati dal giudice di Lussemburgo in tema di inapplicabilità delle direttive self-executing nei c. d. rapporti orizzontali risultano, invece, pienamente giustificate dal perseguimento del principio dell’effetto utile che permea, in modo sempre più coinvolgente, il tema dei rapporti tra ordinamento interno e diritto UE15.

In generale, può dirsi che tale obbligo di interpretazione conforme costituisce, come più volte chiarito16, uno degli effetti "strutturali" della norma eurounitaria che consente l’adeguamento del diritto interno ai contenuti e agli obiettivi dell’ordinamento comunitario17.

Esso ha finito con l’irradiare l’intero diritto di matrice comunitaria, avendone la Corte di giustizia a più riprese riconosciuto la valenza a proposito delle norme primarie18 - o di diritto derivato19 ed anche per le raccomandazioni20.

In più va aggiunto che la teoria dell’interpretazione conforme ha trovato, grazie al contributo di un’acuta dottrina, una sua appropriata collocazione dogmatica21, individuando condivisibilmente per un verso le regole “autonome” che governano i processi di interpretazione eurounitariamente orientate e, per altro verso, nel momento decisorio il fulcro del processo di adeguamento del diritto interno a quello comunitario22.

In estrema sintesi, va detto che nell’applicare il diritto interno, i giudici nazionali devono interpretarlo, per quanto possibile, alla luce del testo e dello scopo della direttiva per conseguire il risultato perseguito da quest’ultima e conformarsi all’art. 249, terzo comma, CE – ora art. 288 T.F.U.E.-23.

Tale obbligo d’interpretazione conforme, per come messo in evidenza nella sentenza Pfeiffer24, riguarda l’insieme delle disposizioni del diritto nazionale, sia anteriori che posteriori alla direttiva25.

Infatti, proprio il principio d’interpretazione conforme richiede che i giudici nazionali si adoperino al meglio, nei limiti della loro competenza, prendendo in considerazione il diritto interno nella sua interezza e applicando i metodi di interpretazione riconosciuti da quest’ultimo, al fine di garantire la piena effettività della direttiva di cui trattasi e pervenire ad una soluzione conforme alla finalità perseguita da quest’ultima26.

Questo, secondo i postulati fissati dal giudice di Lussemburgo, non dovrebbe comportare che il processo interpretativo possa giungere a risultati incompatibili con quelli enucleabili attraverso il diritto interno, esso trovando comunque un limite nel principio della certezza del diritto e di non retroattività e non potendo servire da fondamento ad un’interpretazione contra legem del diritto nazionale27.

Epperò, anche in questo caso occorrerà comunque che il giudice nazionale “prenda in considerazione, se del caso, il diritto nazionale nel suo complesso per valutare in che misura quest’ultimo può ricevere un’applicazione tale da non sfociare in un risultato contrario a quello perseguito dalla decisione quadro.”

La presa di coscienza che la nozione di interpretazione conforme “si è formata, infatti, in un contesto sovranazionale, di carattere prevalentemente casistico e rimediale ed ha perso molte delle sue caratteristiche interpretative” deve condizionare il giudice nazionale che “prima di escludere la possibilità di fare ricorso al concetto di interpretazione conforme così come applicato estensivamente dalla Corte di giustizia” dovrebbe “ pure ben valutare se tale sua condotta può esporre lo Stato ad un’azione risarcitoria” 28.

Il rimedio caducatorio appare, nella prospettiva disegnata dalla Corte di Giustizia, sussidiario, potendo esso intervenire solo quando è impossibile pervenire ad un’“interpretazione conforme”29.

Tale aspetto è stato nitidamente colto dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo che, chiamata a valutare la possibilità di operare un controllo sul rispetto dei diritti umani fondamentali da parte delle Istituzioni (già) comunitarie, ha espressamente evocato, accanto agli effetti diretti del diritto comunitario sulle legislazioni interne, anche l’effetto indiretto –“interprétation conforme”- fondato sull’art. 5 – ora art. 10 – del Trattato che impone alle autorità nazionali – ivi inclusa la giurisdizione- di “to interpret as far as possible national legislation in the light of the wording and purpose of a relevant Directive”30.

Si tratta, a ben considerare, di un principio generale dell’ordinamento comunitario che la Corte di giustizia ha ripetutamente confermato, non mancando di estenderlo, negli ultimi tempi, fino a confini, come si dirà meglio in seguito, dapprima inimmaginabili.




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