Il libro Cuore e la formazione dei piccoli allievi nella scuola elementare degli anni '80 dell'Ottocento. A cura di Simone Campanozzi



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Il libro Cuore e la formazione dei piccoli allievi nella scuola elementare degli anni '80 dell'Ottocento.

A cura di Simone Campanozzi

Le storie che il maestro Perboni fa leggere e ricopiare ai suoi allievi, una per ogni mese di scuola, rappresentano senza dubbio l’ossatura di Cuore, le vicende esemplari che generazioni di ragazzi hanno letto e tramandato a loro volta a figli e nipoti: la piccola vedetta lombarda; il tamburino sardo, Sangue romagnolo, dagli Appennini alle Ande, solo per citare i più noti. A tale proposito occorre ricordare l’uso che allora si faceva nelle prime classi delle elementari, dei cosiddetti “libri di lettura”, dallo stile semplice e dal contenuto moraleggiante ed edificante. Per gli educatori italiani si poteva perfino far a meno del libro di testo, ma non del libro di lettura: “Supponendo che il maestro abbai capacità intellettuale e didattica…si potrebbero abolire tutti i libri di testo, giudicandoli inutili per il maestro e poco utili, se non dannosi per gli alunni stessi…Poiché, forse, non tutti i maestri sono adatti a dettare convenientemente i sunti da studiare a casa, solo i libri di lettura possono sopperire alle mancanze del maestro”1.

Leggiamo da una circolare del 12 novembre 1882 (l’anno successivo a quello in cui si sviluppano le vicende del libro Cuore) che i libri di lettura dovevano contenere: “nozioni elementari di igiene, scienze naturali, storia e geografia intercalate da novellette, racconti morali e facili poesie” con “speciali attinenze alla vita cittadina e dunque alle arti, industria e commerci (nella scuola urbana) e ai lavori agricoli (nella scuola rurale)”, senza naturalmente dimenticare “la speciale missione della donna nella famiglia e nella società”2.

Dal momento che la maggior parte dei piccoli allievi avrebbe trascorso solo quattro anni nella scuola, prima di essere destinati ai lavori più umili e faticosi, occorreva evidentemente sforzarsi di trasmettere loro poche e utili nozioni. Un’infanzia da educare e disciplinare rapidamente, per la quale il libro doveva assumere un valore simbolico, di civiltà, progresso materiale e morale. Si pensi a Pinocchio e alla sua scellerata decisione di vendere per tre soldi il suo abbecedario, inizio di rovinose vicissitudini.

La preoccupazione principale degli educatori, maestri e funzionari statali, nei primi decenni postunitari, era rivolta naturalmente a risolvere le enormi difficoltà nel far apprendere la lingua italiana a bambini che parlavano quasi esclusivamente il dialetto e trasmettere attraverso di essa i valori della storia patria e della vita associata, nel rispetto delle norme sociali correnti: decoro personale, autocontrollo del corpo, dei gesti e delle parole, dell’amore per il lavoro, il rifiuto dei vizi. Si parlava allora di "culto della buona lingua", come di qualcosa di sacro: "essendo questo culto il primo segno, come la prima prova di amore per la Patria, ché non la ama certamente colui che l'offende - ed è offesa grave d'onore - nella parte sua migliore, che è la favella, in cui sta il pensiero, la vita intellettuale ed affettiva della Nazione3.

A tale proposito occorre rammentare il libro più significativo pubblicato da De Amicis all’inizio del nuovo secolo, L'idioma gentile (Milano 1905), in cui sono esposte le sue idee sulla lingua, che ricalcano l'opzione manzoniana per l'uso del fiorentino, in una fase però in cui ormai la questione della lingua aveva assunto contorni ed esigenze sia scientifiche sia pratiche sensibilmente distanti dalla polemica che diversi decenni prima aveva visto opporsi Manzoni e G. Ascoli.

Come ha scritto Lucia Strappini, attraverso un lungo e accurato esame dei principali studi sulla lingua dei secondo Ottocento (di F. D'Ovidio, G. Ascoli, F. Romani, A. D'Ancona, O. Bacci), “il De Amicis in sostanza richiamava e riprendeva le posizioni sulla lingua che aveva già espresso un trentennio prima in Pagine sparse”, quando incitava i giovani alla "lettura del vocabolario che egli stesso considerava un “prezioso mezzo di penetrazione nel regno delle parole e quindi delle cose. Questa pratica continua e assidua del vocabolario come strumento di conoscenza e di diletto dà ragione delle caratteristiche del linguaggio e delle scelte stilistiche deamicisiane, molto più e meglio probabilmente del suo manzonismo dichiarato”4.

La valorizzazione del luogo natio, città o borghi rurali, aveva l'obiettivo di orientare i sentimenti, fin dalla più tenera età, verso una realtà ancora ignota e astratta, qual era per molti l'Italia. Nelle primissime pagine di Cuore, De Amicis così ci presenta il "ragazzo calabrese", condotto dal Direttore in classe in modo che fosse presentato ai nuovi compagni: "un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte: tutto vestito di scuro, con una cintura di marocchino nero intorno alla vita". Una rappresentazione fenotipica assai significativa, che precede le risolute parole del maestro Perboni ala classe: "Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio di Calabria, a più di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, che diede all'Italia degli uomini illustri, e le dà dei forti lavoratori e dei bravi soldati". Perché un ragazzo calabrese potesse studiare a Torino sentendosi come a casa propria, continua il maestro, "il nostro paese lottò per cinquant'anni, e trentamila italiani morirono". E conclude, ammonendo: "Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore".



La nozione di Patria è un sentimento che antecede quello di Nazione e si basa su elementi emotivi che danno senso al nascere, al vivere e al morire e che cementano la comunità dei cittadini, uniti da usanze, territorio e lingua. Per questo il legislatore, il maestro, il padre di famiglia è chiamato a educare i bambini e i futuri cittadini. Ecco allora che i testi e le letture abbondano di esempi virtuosi, di uomini che adempiono ai loro compiti di bravi ed onesti cittadini: lavorare, pagare le tasse, servire la Patria attraverso il servizio militare. Ciascuno è chiamato a concentrare le proprie energie nel compiere il proprio lavoro e a nessuno è concesso denigrare mestieri più umili e faticosi. Nelle prime pagine di Cuore, non a caso, quando lo sprezzante e superbo Carlo Nobis, apostrofa il compagno di classe Betti, figlio di un carbonaio "Tuo padre è uno straccione", la reazione del padre di Nobis non si fa attendere. Non solo obbliga il figlio a chiedere scusa al padre di Betti per una parola "ingiuriosa, insensata e ignobile", ma stringe personalmente la mano all'imbarazzato carbonaio e chiede al maestro di spostare suo figlio nel banco proprio accanto al compagno insultato. Anche la madre di Enrico Bottini, in una delle lettere rivolte al figlio, si sofferma sulla necessità di fare l'elemosina ai poveri e prega Enrico di non essere mai indifferente al dolore dei più bisognosi: "I poveri amano l'elemosina dei ragazzi perché non li umilia, e perché i ragazzi che han bisogno di tutti, somigliano a loro: vedi che ce n'è sempre intorno alle a scuole, dei poveri...Oh, mai più, Enrico, non passare mai più davanti a una madre che mendica senza metterle un soldo nella mano!".

Dovere del lavoro e dovere dell'istruzione sono due facce della stessa medaglia. L'uomo che non adempie ai suoi doveri di scolaro e non acquisisce almeno una istruzione elementare (che voleva dire essere minimamente capace di leggere, scrivere e far di conto) equivaleva a rozzezza e ignoranza legate, in un circolo che si riteneva vizioso, a disonestà, malvagità, ozio, ubriachezza, violenza. Si pensi alla figura di Precossi, che Enrico descrive così, il primo giorno di scuola: "il figliuolo d'un fabbro ferraio, insaccato in una giacchetta che gli arriva al ginocchio, pallidino che par malato e ha sempre l'aria spaventata e non ride mai...". Con il passare delle settimane sia i compagni sia il maestro comprendono che il bambino viene regolarmente picchiato dal padre, uomo rozzo, violento e spesso ubriaco (come si evince anche dal film di Comencini), che si accanisce ancor più quando vede il figlio studiare o chiedere soldi per comprare "la Grammatica", stracciando o bruciando i lavori che il povero bambino aveva diligentemente eseguito. Ma Precossi, nella lunga galleria dei compagni di Enrico, rappresenta l'emblema del riscatto, di quell'Italia stracciona e ignorante che solo attraverso la scuola poteva alzare la testa e contribuire col proprio impegno al Progresso economico, civile e morale della Nazione. E infatti non si arrende, "si riduce i quaderni stracciati, si fa imprestare i libri per studiare la lezione, si riattacca i brandelli della camicia con degli spilli, ed è una pietà vederlo far ginnastica con quegli scarponi che ci guazza dentro, con quei calzoni che strascicano, e quel giacchettone troppo lungo, con le maniche rimboccate sino ai gomiti. E studia, s'impegna; sarebbe uno dei primi se potesse lavorare a casa tranquillo". Del resto, De Amicis trasmette ai suoi lettori il messaggio che ciascuno può superare i propri limiti, fisici e di ceto sociale, attraverso l'impegno e la volontà. Il piccolo Nelli, gracile ed emaciato e, naturalmente deriso dalla maggior parte dei compagni, trova finalmente il suo riscatto riuscendo, con un enorme sforzo, ad arrampicarsi sulla sbarra verticale della palestra, incitato dal solito buon Garrone e, alla fine dell'impresa, anche dagli altri allievi. Così, anche Precossi alla fine vince la sua medaglia, arrivando primo su 54 allievi della classe, "meritata per i lavori di casa, per le lezioni, per la calligrafia, per la condotta, per tutto". Ma il Sovraintendente, attaccandogli la medaglia, aggiunge: "Non la do soltanto ala tua intelligenza e al tuo buon volere; la do al tuo cuore, la do al tuo coraggio, al tuo carattere di bravo e buon figliolo". La scena si sposta quindi fuori della scuola, dove ad attendere Pietro Precossi c'è il padre, alla cui vista il bambino comincia a tremare. Ma il Direttore e il Sovraintendente si avvicinano all'uomo (nel film di Comencini, invece, ad accompagnare Pietro è il maestro Perboni, figura centrale di educatore e anima buona) e lo informano del grande prestigio ottenuto con la medaglia dal figlio. Solo in quel momento, finalmente, l'uomo "mostrò a un tratto nel viso una certa meraviglia stupita, poi un dolore accigliato, infine una tenerezza violenta e triste, e con un rapido gesto afferrò il ragazzo per il capo e se lo strinse al petto".

Siamo in presenza di figure senza dubbio esemplari, ma come scrive Lucia Strappini, è tuttavia proprio qui la forza del libro. I personaggi non richiedono nessun tipo di caratterizzazione psicologica e individuale, ma piuttosto “una definizione di funzione nel corpo del racconto complessivo, che, come già nei bozzetti e nelle novelle, è strutturato, per lo più, su una coppia di opposti, in modo che possano agevolmente essere colti i motivi portanti delle vicende. Nel caso di Cuore, la figura di Franti, in parallelo e in alternativa a tutte le altre, ricopre interamente da sola il ruolo di polo negativo, raccogliendo su di sé tutto il male che in piccole dosi è distribuito nei comportamenti degli altri ragazzi. La figura esemplarmente opposta è naturalmente quella di Garrone che svolge esattamente lo stesso ruolo, rovesciato, tutto al positivo. Attorno a questa struttura diadica, tipica della narrativa cosiddetta "popolare" (d'appendice, rosa, poliziesca, ecc.), il D. organizza la materia secondo schemi e modi narrativi che, per essere prevedibili e ripetitivi, non sono però meno efficaci”5.

Giorgio Chiosso, in un suo recente volume sopra citato, si sofferma sui sogni di riscatto economico e sociale e di una ideologia industrialista, segnata da una sconfinata fiducia nel progresso scientifico e produttivo, propria di buona parte della borghesia italiana, intellettuali, uomini di scuola, benefattori e filantropi, preti e massoni. Il self-helpismo pareva "ispirato a una critica serrata del costume italiano e impegnato a denunciare le debolezze della nuova realtà unitaria6", soprattutto in confronto a quanto stava accadendo in nazioni più evolute. Ecco dunque che l'elogio dell'uomo che sa leggere e scrivere, posto nella condizione di innalzarsi nella scala sociale, si incrocia con la colpevolizzazione di chi è incapace di sollevarsi dalla propria miseria.

La celebrazione dell'etica del lavoro si associa spesso, in quei decenni durante i quali si cercava di costruire un'identità comune e valori in cui si potessero riconoscere uomini e donne di diversa estrazione sociale, ad una paternale valorizzazione del lavoro manuale. In tal senso, appare significativa la figura del "muratorino", ossia di Antonio Rabucco, il bambino che sapeva fare "il muso di lepre". Quando egli è invitato nella casa borghese di Enrico Bottini, vestito "da povero figliuolo", senza accorgersene sporca di gesso il divano con la sua sudicia giacchetta, ma il padre di Enrico impedisce al figlio di pulire in presenza del compagno. Quando il "muratorino" andò via, l'uomo spiegò a suo figlio che "quello che si fa lavorando non è sudiciume: è polvere, è calce, è tutto quello che vuoi; ma non è sudiciume. Il lavoro non insudicia. Non dir mai di un operaio che vien dal lavoro_ - E' sporco. - Devi dire: Ha sui panni i segni, le tracce del suo lavoro. Ricordatene. E vogli bene al muratorino, prima perché è tuo compagno, poi perché è figliuolo di un operaio". Che tra l'altro, studiava la sera per prendersi la licenza elementare, aiutato e incentivato dal figlio. Un uomo doppiamente degno di elogio, da parte della borghesia trionfante di quegli anni.

Del resto, l'analfabeta era considerato un infelice, in quanto condannato alla miseria e alla dipendenza servile. Ala fine degli ani '80 dell'Ottocento, così veniva definito l'analfabeta da Pasquale Fornari, noto protagonista dell'editoria scolastica di quegli anni: "Chi non sa leggere e scrivere, è un sordo muto cieco...E' sordo perché non può comprendere a modo i pensieri altrui, e tutto ciò che intorno ad esso avviene, è per lui come un mistero. E' muto, perché non sa manifestare convenientemente i propri pensieri. Infine è cieco, dovendo nei suoi interessi lasciarsi condurre qual è colà a posta d'altri. In poche parole: l'analfabeta è lo schiavo di tutti, ché tutti ne sanno gli interessi, e sovente più di lui"7.

In conclusione, la cultura del tempo riconduceva le disgrazie individuali e sociali, ubriachezza, violenza, assuefazione al gioco d'azzardo, prostituzione e via dicendo, all'incapacità di moderare le proprie passioni e alla mancanza di previdenza degli uomini, tutti motivi presenti nel fortunato volume di De Amicis, che riempivano le pagine dei racconti, dei romanzi d'avventura e dei libri di lettura, ad ammonimento delle giovani generazioni.

I Programmi scolastici del 1888 introducono l'insegnamento della Storia e della Geografia fin dalla terza elementare, con esplicito riferimento alla conoscenza dei principali fatti concernenti l'unificazione. Gradualmente però, dal sentimento patrio dei primi decenni postunitari, comincia a fare la sua comparsa sui libri di lettura il motivo della superiorità dell'uomo bianco rispetto alle altre razze. La politica espansionistica crispina, rivolta a conquistare "terre al sole", si rifletterà nei libri di lettura, finalizzati dalla fine degli anni '80 a veicolare un forte senso di appartenenza ad una nazione potente e culturalmente progredita. Primi germi di una ideologia nazionalistica. Come finirà lo sappiamo bene, ma questa è un'altra storia.



1 Atti delle Conferenze pedagogiche che si tennero negli anni 1881, 1882, 1883, Roma, Tipografia Sciolla, p. 460

2 Circolare 12 novembre 1882, n.688

3 "Libro di lettura", in Antonio Martinazzoli, Luigi Credaro (edd.), Dizionario illustrato di Pedagogia, Milano, Vallardi, s.d., vol.II, p.520.

Per un approfondimento sulla formazione degli alunni delle scuole elementari attraverso i libri di lettura, si veda il bel volume G. Chiosso, Libri di scuola e mercato editoriale. Dal primo Ottocento alla riforma Gentile, Milano, Franco Angeli, 2013, in particolare pp.83-108



4 Lucia Strappini, Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 33, (1987)


5 Lucia Strappini, op. cit.

6 G. Chiosso, op. cit., p. 104

7 Pasquale Fornari, Tomaso o il galantuomo istruito, Torino, Paravia, 1887, pp.28-29




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