Il linguaggio. Caratteristiche generali del linguaggio umano



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Introduzione alla linguistica generale.

Materiali integrativi al corso di Didattica delle lingue moderne.

di Manuel Barbera 



1. Il linguaggio.


1.2 Caratteristiche generali del linguaggio umano.


(b). Chomsky: sintassi e competenza.



1.2.0 Chomsky e la grammatica generativa.

Il pensatore e linguista che dopo Saussure è stato più determinante ed influente per la linguistica contemporanea è probabilmente l'americano Noam Chomsky (1928-...): si può infatti ben dire che dopo il 1957 (data del suo primo libro, Syntactic Structure) il panorama della linguistica non sia più stato lo stesso, e la sua teoria, la "grammatica generativo-trasformazionale" (o semplicemente "grammatica generativa"), nelle varie forme che ha assunto nel suo ormai quasi mezzo secolo di vita, è presto diventata il paradigma di riferimento per tutta la comunità scientifica. 


Abbiamo detto "nelle varie forme" perché è in realtà difficile parlare della grammatica generativa come di UNA teoria, perchè tale è stata la continua evoluzione dal 1957 ad oggi che si dovrebbe parlare di MOLTE teorie successive, e non basterebbe un corso intiero a tracciarne la storia. Dovremmo, pertanto, limitarci a considerare solo DUE forme della teoria, in quanto particolarmente importanti ed attuali: (1) l'ultima forma organica proposta, che è quella de The Minimalist Program, London (England) - Cambridge (Massachusetts), MIT Press, 1995, detta appunto teoria minimalista; e (2) la forma della teoria tuttora più diffusa tra i linguisti e cui è più spesso fatto riferimento, che è quella proposta in Lectures on Government and Binding, Dordrecht, Foris, 1981, detta appunto teoria GB, ossia Government and Binding Theory 'Teoria della reggenza e del legamento'.

A differenza dello strutturalismo nato con Saussure, che si costruiva a partire dalla significazione (ossia sulla teoria dei segni) e dalla semantica (ossia sulla teoria del significato), fondandosi sulla comunicazione e sulla convenzione sociale, la grammatica generativa di Chomsky si concentra soprattutto sulla sintassi (ossia sulle regole di combinazione dei costituenti) e sulla matrice biologica, individuale, del linguaggio. Come vedremo, inoltre, le due impostazioni presuppongono anche due filosofie radicalmente diverse.


Ma, al di là delle differenze teoriche, e delle nostre eventuali preferenze filosofiche per l'una o l'altra teoria, tanto Saussure quanto Chomsky, e le rispettive tradizioni linguistiche, hanno messo in evidenza caratteristiche del linguaggio comunque fondamentali per la linguistica e che possono (e devono) essere integrate in una descrizione efficiente dei fatti delle lingue.

Questo si può fare anche tenendo sempre presente che, al di là dei risultati linguistici e scientifici utilizzabili in sé (indipendentemente dalle posizioni filosofiche "pre-linguistiche" che li hanno suscitati), il programma chomskyano è fondamentalmente altro e molto più di una semplice teoria linguistica: è, infatti, anche una teoria filosofica forte sul linguaggio, teoria che, naturalmente, si può accettare o meno, ma di sicuro non ignorare. Chomsky, non a caso, è forse il linguista che ha più interagito con la filosofia e le pratiche dei filosofi contemporanei ("analitici" e soprattutto "cognitivi"), che (d'accordo o contrari che fossero) comunque non hanno mai potuto trascurarlo.


La sua inclinazione filosofica si è infatti espressa in una nutrita serie di pubblicazioni che hanno sempre affiancato la sua produzione più tecnicamente linguistica: al di là degli interventi politici (molto radicali e di larga diffusione) che non ci interessano in questa sede, dei suoi numerosi scritti di filosofia del linguaggio dobbiamo tenerne presenti almeno due. Il primo è Cartesian Linguistics. A Chapter in the History of Rationalist Thought, New York, Harper & Row, 1966. In esso, al di là di una lettura originale della storia della linguistica del Settecento (che viene "riletta" in funzione delle problematiche della linguistica contemporanea), si profila una strategia costante nella teorizzazione linguistica di Chomsky: saltare la glottologia (diacronica) dell'Ottocento e lo strutturalismo (sincronico) del Novecento, rivalutando invece il pensiero (non solo linguistico) del Settecento. Il secondo, recente, è New Horizons in the Study of Language and Mind, Cambridge (UK), Cambridge University Press, 2000, una raccolta organica di saggi che costituisce probabilmente la lettura più illuminante (e caldamente consigliabile) sul pensiero di Chomsky e sul dibattito filosofico attuale di cui è parte integrante.

Quello che ci riproponiamo nei seguenti paragrafi è, dopo avere chiarite un poco i presupposti del pensiero chomskyano (in base soprattutto ai citati New Horizons), presentare brevemente quelle caratteristiche che Chomsky ha individuato nel linguaggio umano, cui accennavamo, e che costituiscono le fondamenta linguistiche della teoria generativa. In ciò fare, ci atterremo soprattutto alla forma "GB" della grammatica generativa, dato che il programma minimalista non è ancora generalmente accettato dalla più parte dei linguisti generativi, forse perché ancora in fieri e poco chiaro. Non entremo tuttavia nello specifico di come è strutturato e funziona in concreto il meccanismo descrittivo della GB, dato che è già efficacemente spiegato nel manuale di Graffi - Scalise. Le questioni, inoltre, della teoria generativa che più hanno interazioni col piano biologico (cognitivismo, apprendimento del linguaggio), dobbiamo rimandarle ad altro capitolo, cfr. ¶ 1.4, quando avremo un poco spiegato, appunto, le basi biologiche del linguaggio; e solo allora potremo anche tentare un qualche bilancio critico del generativismo (cfr. § 1.4.6).


1.2.1 Le basi filosofiche: internismo 
vs esternismo, la naturalizzazione della mente.

Nel paragrafo 1.1.8, tracciando un bilancio sulle posizioni delineatesi tra fine Ottocento ed inizio Novecento riguardo alla teoria del significato, notavamo che alla linea Saussure-Wittgenstein si contrapponeva la linea che partiva da Frege. Avevamo, ossia, «da una parte una concezione antropologica per cui il significato è funzione dell'uso, e dall'altra una posizione "platonica" per cui il significato è funzione di una verofalsità possibile a priori, ossia insita nei segni stessi che rimandano ad una realtà esterna indipendentemente dall'uso che ne fa una comunità» (§ 1.1.8): per Frege «l'umanità [deve avere] un patrimonio comune di pensieri che trasmette di generazione in generazione» (Frege, Senso e denotazione, in La struttura logica del linguaggio, a cura di Andrea Bonomi, Milano, Bompiani, 1995 [1973], p. 12). Orbene, Chomsky si colloca precisamente sulla linea "platonica" di Frege (Chomsky, per la verità, con la sua solita mossa di rifarsi al Settecento saltando i precedenti più diretti, si riallaccia esplicitamente a Cartesio), solo precisando in senso biologico, genetico la natura di quel "patrimonio comune di pensieri" che in Frege restava piuttosto vago. Avremo modo di approfondire in seguito (cfr. § 1.4.5) la soluzione "innatista" di Chomsky; ora quello che ci preme è chiarirci bene la contrapposizione generale tra le due possibili impostazioni.

Usando molto alla buona una terminologia comune in filosofia, chiameremo le posizioni "antropologiche" del tipo di quelle di Saussure e Wittgenstein (il significato è funzione della comunità che lo usa, il linguaggio è pubblico) esterniste e le posizioni latamente "platoniche" del tipo di quelle di Frege e Chomsky (il significato dipende da concetti che sono dati - idealisticamente o biologicamente - all'interno delle nostre menti, il linguaggio è individuale) interniste. La distinzione tra internismo ed esternismo, in realtà, è stata tracciata in molti modi in filosofia ed ha assunto accezioni anche contrastanti, spesso intrecciandosi con la ancora più problematica nozione di "realismo": una definizione, molto tecnica, ma di carattere sufficientemente generale da comprendere la più parte delle accezioni (inclusa la nostra) potrebbe essere la seguente proposta da Alberto Voltolini, Internalism & Externalism(disponibile online): «Taken in their simplest versions, externalism and internalism are the conceptions according to which, pending on the broad vs. the narrow identification of an intentional state, the content of such a state can legitimately be conceived only either as relational or as non-relational respectively. For externalists, the representational content of an intentional state depends on a reality lying outside the subject of such a state. For internalists, no external object or event which lies or occurs outside a subject’s brain (or at most its body) is relevant for the individuation of the content of an intentional state.» Come vedete, nella definizione "buona" si parla di "stati intenzionali" in generale (ricordate la nozione di intenzionalità?), e di come il loro contenuto sia determinabile solo in funzione di fattori esterni al soggetto o solo in base a condizioni interne alla mente del soggetto medesimo. Naturalmente, vi possono poi essere molti modi e fattori (interni o esterni) in base ai quali il contenuto di uno stato mentale può essere individuato (quasi tutti chiaramente descritti nell'articolo cit. di Voltolini), il che dà ragione della molteplicità di accezioni in questione.

un\' interpretazione umoristica della mente internista e dell\'esternista

[tav. 1]


Una simpatica rappresentazione dei concetti di internismo ed esternismo tratta dalla utilissima pagina di Alberto Voltolini su Internalism & Externalism.

Non possiamo, chiaramente, approfondire troppo il problema. Possiamo però soffermarci a notare come l' "internismo" chomskyano si differenzi da quello di Frege per il diverso modo in cui i concetti all'interno delle nostre menti sono concepiti: idealisticamente (Frege) o biologicamente (Chomsky). La differenza è in realtà molto rilevante, e con conseguenza di vastissima portata (al di là del fatto paradossale che in Chomsky si coniugano istanze platoniche e posizioni realistiche), dato che comporta una radicale naturalizzazione degli stati mentali.


Cosa vuole dire questa strana espressione? Dobbiamo prendere la cosa un po' da lontano. Molto spesso, quando una disciplina nuova inizia a prendere forma si trova di fronte al problema di far riconoscere il proprio status scientifico. Molto spesso la strategia è stata quella di mostrare come le proprie teorie fossero esprimibili ("riducibili") anche nel linguaggio di un'altra disciplina già sicuramente scientifica (di solito la fisica): così, ad esempio, nel Sette-Ottocento la chimica dovette essere "ridotta" alla fisica, prima di poter tornare a camminare con le proprie zampe, ecc. ecc. Quest'operazione, tecnicamente chiamata riduzione, è stata tentata molte volte nella storia della scienza, ma raramente con risultati di lunga durata (al di là dell'ammissione nel club delle "scienze buone" delle neoscienze che vi si sono sottoposte). Chomsky, per rendere la linguistica una scienza alla pari di tutte le altre, opera anche lui una riduzione: riduce gli stati mentali in generale e quelli linguistici in particolare, che sono lo specifico oggetto della scienza linguistica, ad oggetti "naturali", fisici e reali, alla pari degli oggetti della fisica e delle altre scienze "forti". Questa particolare riduzione è appunto la "naturalizzazione" del mentale. Nel fare ciò Chomsky, tra l'altro, è in compagnia di un buon numero di filosofi "cognitivi" che pure mirano alla naturalizzazione della mente, ossia alla sua riduzione agli stati fisici indagabili da psicologi e neurologi (e quanto questo comporti dal punto di vista della psicologia lo vedremo meglio più avanti, nel quarto capitolo). Quello che voglio sottolineare, però, è come con questa mossa Chomsky rinunci del tutto a quella che da Brentano (cfr. il § 1.0.4) in poi è la principale caratteristica degli stati intenzionali (tra cui i segni linguistici!): la loro inesistenza oggettiva (o meglio: la non esistenza degli oggetti negli stati mentali, che quindi non sono essi stessi oggetti), la famosa "inesistenza intenzionale". Ma questa rinuncia alla più radicale specificità degli stati linguistici, naturalizzati e normalizzati alla stregua degli oggetti di qualsiasi altra scienza, è davvero un gioco che vale la candela? Il giudizio è difficile, ed in effetti il dibattito, tanto tra i linguisti come, ancor più, tra i filosofi è tuttora aperto.


1.2.2 La ricorsività.


La ricorsività, o più correttamente "funzione ricorsiva", è propriamente un concetto matematico con il quale si definisce il dominio dei numeri naturali, che è un insieme infinito di unità discrete, ognuna delle quali non si può che definire ricorsivamente come la somma un unità al suo antecedente (se la serie dei numeri naturali è infinita, come potremmo definirli tutti in modo diretto?).


La «idea of "infinite use of finite means"» viene da Chomsky, con la sua usuale mossa di ricavarsi gli antenati nel periodo precedente la glottologia otto-novecentesca, fatta risalire a Wilhelm von Humboldt (1767–1835), poliedrica figura di diplomatico, studioso e linguista (lo incontreremo anche più avanti, come padre nientemeno che della linguistica austronesiana !). 
L'esigenza di spiegare (nei termini, almeno, che saranno poi di Chomsky) «l'apparente paradosso [...] - per usare le parole di Andrea Bonomi, Le immagini dei nomi, Milano, Garzanti, 1987, p. 35 - che un insieme finito di mezzi, quali sono appunto i dispositivi grammaticali di una qualsiasi lingua, producono un insieme virtualmente infinito di enunciati» risale, in realtà, al filosofo Edmund Husserl (1859-1938), il padre della fenomenologia che, nelle sue Logische Untersuchungen 'Ricerche logiche' (1900-1901) «individua questa capacità generativa nell'iterabilità delle regole grammaticali» (ibidem; è degno di nota il fatto che le Ricerche logiche anticipano la prospettiva chomskyana anche nella concezione di una "grammatica universale" formale, "generativa" ed a regole). Analogamente, in grammatica generativa, l'accento è sempre sulla capacità delle regole della lingua di generare (non a caso la teoria è detta "generativa") ricorsivamente sempre nuove frasi.

La ricorsività investe ogni aspetto della lingua, anche se i generativisti la evidenziano prevalentemente come capacità di generare infinite frasi semplici (ad es. "Tizio dorme", "Caio mangia la zuppa", "Piove"), e come possibilità teoricamente illimitata di incassare frasi dipendenti (ad es. "[Sempronio compra la casa [che ha fatto il muratore [che viene dal paese [che è nella valle [che è bagnata dal fiume [che nasce dal monte [dove mia nonna raccontava [che ...]]]]]]]]": uno decide di fermarsi solo per ragioni pratiche, ma teoricamente potrebbe proseguire all'infinito).


Naturalmente, possiamo aggiungere noi, ciò è vero, evidentemente, anche per il lessico (il dizionario dei "segni" elementari della lingua, aspetto che interessa di meno alla prospettiva chomskyana): possiamo sempre introdurre lessemi nuovi per nuovi oggetti (pensate ad esempio ai frutti "esotici" entrati in occidente: non conoscendo la Bromelia ananas non avevamo certo una parola per designarla, ma questo non ci ha impedito di introdurla quando ne abbiamo avuto bisogno, nella fattispecie prendendola indirettamente dal guaraní, la lingua indigena del Paraguai) o per nuovi concetti (pensate a molti "nuovi" concetti introdotti dalla scienza come ciberneticatopologia, ecc.).


1.2.3 La dipendenza dalla struttura, il principio di proiezione e la teoria X-barra.


Quando diciamo "Pippo chiama Topolino" non diciamo la stessa cosa di "Topolino chiama Pippo" in quanto il significato delle due proposizioni è chiaramente diverso, ma quando diciamo "2+3" e "3+2" il significato, "5", non cambia. Il linguaggio umano, ossia, è caratterizzato da una dipendenza dalla struttura ("Structure Dependency"), laddove il linguaggio dell'addizione aritmetica è "indipendente" dalla struttura. Molti linguaggi "artificiali" (cfr. più avanti), compreso quello dell'aritmetica e compresi molti linguaggi informatici di programmazione, sono in effetti "structure independent": non così il nostro linguaggio naturale.


Se, però il linguaggio umano è sempre dipendente dalla struttura, a tutta prima la "struttura" in questione non sembra essere sempre la stessa. Se confrontiamo, ad esempio, in italiano e giapponese la composizione di una frase semplice od il modo in cui viene costruita una incassatura (l'abbiamo vista a livello di frase nel paragrafo precedente), una volta eliminate le combinazioni agrammaticali (tipo "del padre la casa di Taro") e insensate (tipo "una mela mangia Taro") in entrambe le lingue, otterremo il quadro seguente:

Taro

mangia

una mela

....|....

Taro

una mela

mangia

Taroo ga

tabe

ringo o

....|....

Taroo ga

ringo o

tabe



[La casa

[del padre

[di Taro]]]

....|....

[[[di Taro]

del padre]

la casa]

[ie

[otosaan no

[Taroo no]]]

....|....

[[[Taroo no]

otosaan no]

ie]



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