Il medioevo occidentale: problemi di periodizzazione



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27.11.2017
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Il medioevo occidentale: problemi di periodizzazione
Premessa
Nell’affrontare il tema della periodizzazione (e cioè della definizione stessa) del medioevo occidentale, occorre prima di tutto acquisire consapevolezza dei limiti del concetto stesso di medioevo.

Procediamo per ‘opposizione’. C’è una profonda differenziazione tra medioevo bizantino e medioevo occidentale, dal punto di vista della definizione concettuale. Del millennio bizantino, è apparso possibile ancora di recente proporre un’interpretazione d’insieme che lo configurava come «una civiltà immobile... contrassegnata da una sorta di non tempo», in considerazione della fortissima continuità delle strutture sociali e dell’assetto istituzionale rispetto all’età imperiale romana», e del consapevole richiamo a quella eredità e alla sua trasformazione. Per il millennio che convenzionalmene definiamo ‘medioevo occidentale’, con riferimento appunto alla pars Occidentis dell’impero romano, una proposta del genere non sarebbe comunque possibile, quale che sia l’orientamento epistemologico.

La percezione di un’età caratterizzata (negativamente) dalla trasformazione, dalla rottura, dalla decadenza rispetto all’antichità classica - alla quale essi si riallacciano consapevolmente nelle sue manifestazioni letterarie ed artistico/figurative - è alla base stessa del formarsi dell’idea di media aetas o media tempestas nel pensiero degli umanisti italiani del Trecento e Quattrocento (idea che prescinde dal rapporto con l’Oriente bizantino). Nell’universo di valori di quegli intellettuali, tale percezione conviveva, è vero, con la consapevolezza del fatto che le istituzioni ecclesiastiche e politiche - la chiesa, la città - del loro tempo erano, diversamente dai prodotti della letteratura e dell’arte, il prodotto di un processo che affondava le sue radici in quello stesso periodo post-classico, che era segnato dalla decadenza culturale durata sino alle generazioni vicine. Ciò non attenuava tuttavia il giudizio complessivamente negativo su quella che comincia ad essere percepita, pur se ancora raramente veniva definita, come una «età di mezzo».

Iniziava allora nella cultura occidentale – grosso modo, all’epoca, se vogliamo fare un nome, di Petrarca (con la sua consapevolezza letteraria, ma anche paleografica, come consente di dire il suo giudizio sulla scrittura “gotica”) – il lungo e contrastato processo di definizione del concetto di medioevo, come periodo cronologicamente determinato e come categoria storiografica. È un processo che accompagna tutta la storia della cultura europea lungo l’età moderna e contemporanea, e nel quale interferiscono gli stimoli più diversi: la polemica religiosa contro la chiesa cattolica, l’emergere delle ‘culture’ nazionali e la ricerca delle origini degli stati e delle identità, l’approccio illuministico. Sino all’Ottocento, questa riflessione fu caratterizzata in molti contesti da una valutazione complessivamente negativa della media aetas. Inevitabilmente, queste riflessioni comportarono anche la ricerca di riferimenti cronologici precisi, ritenuti portatori di un valore emblematico, che definissero temporalmente l’intero periodo storico.

Nessuna operazione di periodizzazione, come è ovvio, può ridursi ad una procedura asettica, puramente formale ed oggettiva; al contrario, nascendo dall’esperienza storiografica, la scelta di uno spartiacque cronologico è conseguenza di una valutazione. Analizzare brevemente le motivazioni che sottostanno alla scelta dell’una o dell’altra data, dell’uno o dell’altro episodio, significa dunque richiamare in sintesi criteri valutativi, stereotipi, punti di vista sulla base dei quali si è tentato di dare una definizione d’insieme del medioevo occidentale. Significa anche accostarsi in modo più critico, anche in vista della proposta didattica, alle tematiche fondamentali che la scelta di quelle data hanno come sottinteso; e significa “scomporre” il medioevo, rendersi conto della convenzionalità del concetto stesso di medioevo.
Il terminus post quem: date-simbolo per la crisi di Roma
L’aristocrazia politica e culturale della pars Occidentis era ben conscia, nel V secolo, di vivere un’epoca di profonde trasformazioni, ma incarnava nel contempo l’eredità ancora fortissima e viva della tradizione romana. Dall’angolo visuale delle fonti storiografiche e letterarie, non sempre emerge con chiarezza la percezione della crescente crisi delle strutture politiche, e della mutevolezza, contraddittorietà, fluidità degli assetti di potere che venivano via via emergendo. I singoli episodi, che nella riflessione storiografica dei secoli successivi hanno assunto la funzione di discrimine cronologico, non hanno dunque necessariamente un rilievo peculiare nella coscienza dei contemporanei. Nel loro giudizio può così avere una maggiore rilevanza un evento peraltro estremamente significativo della storia religiosa, come il concilio di Calcedonia del 451, che non i due episodi sui quali si sono imperniate le più vulgate periodizzazioni: il sacco di Roma e la deposizione di Romolo Augustolo.

Il sacco fu operato nel 410 dagli Ostrogoti di Alarico: e fu il riferimento cronologico già assunto, in più casi, dagli storici italiani del Rinascimento (Flavio Biondo, Machiavelli), non senza aperture alla considerazione di scenari storiografici più ampi, che tenevano conto della translatio imperii da Roma a Costantinopoli. L’altro, non meno noto, spartiacque cronologico fu individuato nel 476, l’anno della deposizione di Romolo Augustolo imperatore per volontà del capo barbaro Odoacre. Scontata, in ogni caso, la sua valenza esclusiva per la pars Occidentis dell’impero, l’episodio non può invero essere considerato del tutto irrilevante, sul piano strettamente istituzionale.

È significativo tuttavia che questa rilevanza fu percepita e sottolineata soltanto dopo alcuni decenni, in ambienti storiografici ben circoscritti, vicini all’aristocrazia romana, al tempo della riunificazione giustinianea: mentre nella storiografia rinascimentale e moderna, che quelle fonti cronistiche pur conobbe, i fatti del 476 furono costantemente presenti, ma ebbero costantemente un ruolo marginale. Sul piano puramente istituzionale, del resto, già nelle fonti contemporanee o immediatamente successive altri episodi, come la morte di Valentiniano III nel 455 (che aveva portato a conseguenze rilevanti sul piano dinastico) avevano avuto un rilievo maggiore. Mentre altre date-simbolo erano state tenute in onore sin dal Quattrocento (o dalla prima età moderna), la sottolineatura, l’enfatizzazione dell’ importanza del 476 è tutta otto-novecentesca. Si può dire che essa rinvia a due parametri fondamentali della cultura storica europea dell’epoca: la centralità della dimensione stricto sensu istituzionale (è l’impero, lo ‘stato’ che finisce; ed è l’impero di Roma, come vuole Gregorovius nella sua celebre storia della città), e le potenzialità che questa fine offriva all’affermazione del germanesimo come energia vitale dell’Europa.

In sé, il riferimento all’anno 476, che nella pratica corrente resta il più frequentato, ci appare oggi tanto più suscettibile di una tranquilla e duratura fortuna, quanto più esso è convenzionalmente manualistico. Ma se lo si è ripreso qui, è proprio perché tale riferimento (e ciò vale anche per qualsiasi altra scansione cronologica) appare alla coscienza storiografica definitivamente superato, sostanzialmente privo di senso. Ciò che è davvero significativo, infatti, è l’acquisizione diffusa, nella riflessione contemporanea, della relativizzazione di ogni astratta partizione del tempo storico.


Il terminus ad quem: pluralità di approcci possibili
Analoghe considerazioni potrebbero essere svolte per le scansioni cronologiche che incarnano, in una tradizione consolidatissima, la ‘fine’ del medioevo. Com’è ben noto, oltre che il 1492 i riferimenti cronologici più usualmente adottati sono l’inizio della riforma protestante (il 1517, in genere) o la caduta di Costantinopoli in potere di Mehmet II (1453): eventi questi ultimi emblematici di trasformazioni appariscenti del tradizionale assetto dell’Europa cristiana, e gravidi nel caso della scoperta del continente americano di conseguenze economiche e culturali: peraltro, in quel momento del tutto imprevedibili.

Una interpretazione univoca e un giudizio complessivo sul millennio del medioevo occidentale, quale ancora lo proponeva una certa storiografia ottocentesca o del primo Novecento, link-1SERGI appaiono oggi piuttosto lontani dalla sensibilità storiografica. Oggi c’è maggiore consapevolezza che non in passato della parzialità di visuale e della manipolabilità ideologica alla quale è sottoposta ogni definizione globale del medioevo. Ci sembra più difficile accettare «definizioni che tendono ad assolutizzare una delle sue componenti», si tratti della christianitas medievale (storia religiosa ed ecclesiastica), del modo feudale di produzione (storia economica e sociale), dell’aristocrazia e delle autonomie (storia politico-istituzionale).


L’adozione di nuove metodologie di ricerca, mutuate ben spesso - a partire dalla fine dell’Ottocento - dalle scienze sociali, come si può vedere dalle lezioni di approfondimento della prof. Crivellari, link a Crivellari Il primo medioevo: aggregazioni etniche e sperimentazioni politico-istituzionali ha infatti arricchito di significative potenzialità la ricostruzione storica, complicando il quadro: una realtà storica può essere osservata da angolazioni molto diverse, da provocare scarti cronologici considerevoli (e varianti geografiche non meno significative, che si intersecano con la cronologia). Se è scemato, per non dire scomparso, l’interesse per una periodizzazione di carattere generale ed onnicomprensivo, all’interno dei diversi settori di indagine - religioso, politico-istituzionale, economico-sociale - permane forte l’esigenza di individuare criteri di ordinamento, di categorizzazione e classificazione, di cronologia, che seguono dinamiche proprie. In tali specifici settori - come è stato giustamente osservato - pur affrontando un campo determinato è necessario pur sempre «evitare l’isolamento, scoprendone i nessi con un’assai più completa realtà, di cui esprime un particolare significato, non un mitico significato globale e fondamentale» (così il grande medievista italiano del Novecento, G. Tabacco). In questo senso, l’arbitrarietà delle scelte periodizzanti compiute all’interno di ogni storia speciale - scelte che non è né lecito né opportuno ricondurre forzatamente ad unità - è mitigata e legittimata dalla consapevolezza della complessità e della relatività del modello che si viene costruendo, meno ambizioso e onnicomprensivo di quanto non accadesse ancora pochi decenni or sono.


Nelle pagine che seguono, discuteremo alcune di queste prospettive prestando particolare attenzione alla prospettiva economica.
Il concetto di “tardo antico” e la messa in discussione dell’idea di “alto medioevo”
Occorre però in via preliminare qualche considerazione sul concetto di “tardo antico”.
a) Alois Riegl e le origini del “tardo antico”
Il rilievo, ormai codificato, del concetto di tarda antichità - a definire il quale concorrono (piuttosto che convergono) proposte, sottolineature, scelte periodizzanti assunte a partire da molti approcci ‘specialistici’ - merita particolare attenzione. In sé, il riconoscimento di una peculiare fisionomia ad una campata cronologica che inizii al III secolo non può certo essere giudicato una novità, se già Sigonio, nel Cinquecento, aveva considerato unitariamente, movendosi su un piano meramente istituzionale, la storia dell’impero da Diocleziano a Giustiniano; il dibattito sull’età costantiniana è poi da sempre vivo nella cultura occidentale (basta pensare a Burckhardt), e gli stessi intellettuali dei secoli VI-VII erano ben consapevoli della cesura costituita, nella storia dell’impero, dal III-IV secolo. Ma qui interessa soprattutto - per chiarire l’itinerario mediante il quale si giunge agli orientamenti che prevalgono nella storiografia contemporanea - ricordare che all’esorcizzazione del concetto di decadenza di gibboniana memoria, e al cambiamento di segno da una visione da negativa a una positiva, dall’involuzione alla trasformazione/complessità, le sollecitazioni delle diverse sensibilità cooperano ormai da molto tempo, a partire dal tornante otto-novecentesco.

A tale altezza cronologica si collocò infatti la rivalutazione, da parte di Alois Riegl Link2-Riegl e della scuola di Vienna, dell’arte figurativa e decorativa tardo-antica: una rivalutazione che sospinge molto in avanti la cesura cronologica, sostanzialmente sino all’età carolingia. Ma mentre tale analisi si mosse su un piano di autosufficiente formalismo, e non ebbe echi immediati al di fuori dello specifico disciplinare (e anche - per qualche tempo - al di fuori dell’area culturale di lingua tedesca), più influente e ricca di implicazioni fu la riflessione sull’età tardo-antica che partì, alla fine del secolo scorso, dalle sollecitazioni delle scienze umane - demografia, antropologia etnicamente venata, geografia.... - per svilupparsi largamente nel corso del Novecento sul piano economico e sociale. Minimo comune denominatore, base imprescindibile di questa riflessione, furono i progressi degli specialismi storiografici - si trattasse di dati numismatici o di studio dei corredi funerari o di codicologia e papirologia -, che diedero un apporto enorme di nuove conoscenze, criticamente fondate; e rivedute e reinterpretate appunto con l’apporto delle scienze umane.


b) la tesi Pirenne: periodizzare sulla base delle trasformazioni strutturali e congiunturali dell’economia mediterranea
L’enorme insieme di dati che i vari “specialisti” – archeologi, papirologi, codicologi, numismatici…, ecc., - misero insieme, portò a conseguenze importanti. Ne nacque - non priva ancora di astrattezze e di assiomi, talvolta di qualche meccanicismo nella trasposizione su un piano di valutazione generale di questo o quel dato, di questo o quel ritrovamento monetario o materiale - la grande discussione sull’economia tardoantica del Mediterraneo e dell’Europa, le cui implicazioni andarono ben al di là delle domande originarie (ci fu una crisi dell’economia monetaria e di scambio?) per trasformarsi in un dibattito sulla continuità e sul ‘tardo antico’.

Le opinioni di chi sostenne che che già nel III secolo si era verificata una forte depressione economica con una marcata involuzione verso l’economia naturale, furono smentite da chi rilevò la vitalità dell’economia monetaria del IV secolo; e queste posizioni furono fatte proprie dallo storico tedesco Dopsch e dallo storico belga Henri Pirenne, sulla base di comuni fondamenti orientamenti ad onta delle diversità di valutazione. Come è noto, il momento di svolta è individuato da Pirenne link3-Wickham su Pirenne al momento della (e per conseguenza della) rapida espansione araba alla fine del VII secolo (e ne conseguirono la crisi urbana e la continentalizzazione del baricentro politico nel mondo occidentale), mentre per Dopsch e per la sua scuola - inclini invece a sottolineare la continuità della trasformazione socio-economica, sulla base di una cospicua documentazione - si doveva privilegiare come punto d’arrivo l’età di Carlomagno. In ogni caso, ne risultava comunque rafforzata la considerazione di un lungo arco cronologico, plurisecolare, da valutarsi iuxta propria principia e non in riferimento a concetti di “decadenza”.



È ben noto che la periodizzazione proposta da Pirenne fu oggetto di immediate critiche nel merito, a partire da Weber (e per tacere di altri non meno autorevoli storici dell’economia e della politica). La discussione impostata negli anni ’20 si mantenne per lungo tempo nell’ambito circoscritto di una storiografia economica attenta soprattutto alle fonti scritte e alla dimensione dei traffici a lunga distanza. Negli anni ’50 e ’60, tuttavia, da un lato la ricezione in questo dibattito di tematiche legate all’antropologia e ai suoi riflessi sui comportamenti economici, e dall’altro le riflessioni di storici dell’economia e della moneta come Grierson portarono ad un profondo rinnovamento della discussione sulla transizione tardo antico / alto medioevo in Occidente. Riprese un suo ruolo significativo nel dibattito il ruolo dell’impero tardo antico come protagonista dell’economia monetaria, e della successiva sostanziale incapacità degli stati romano-barbarici di mantenere in vita un’imposta fondiaria di tipo catastale, uniformemente diffusa sul territorio: «la discontinuità fiscale è una delle pietre di paragone principali per la cesura economica», giacché è l’esistenza di un potere pubblico che fa circolare la moneta e mantiene in vita un sistema urbano che versa poi, invece, in una crisi crescente nel secolo VI. Le riflessioni di Chris Wickham sull’agricoltura altomedievale costituiscono un punto di riferimento Link4Wickham-Agricolt., e in generale la contrapposizione tra città e campagna può costituire una chiave di lettura di grande importanza.link5-Wickham-Città

c) “cancellare” l’alto medioevo?
Delle tesi di Pirenne resta comunque valida l’intuizione di fondo, cioè la consapevolezza della necessità di proiettare in avanti la cesura cronologica costituita dalla fine della tarda antichità, ben al di là delle invasioni germaniche - delle quali in fondo si ridimensionava il ruolo e l’impatto. In questo senso si è parlato recentemente della sua «immortalità»; o se si preferisce delle sue reincarnazioni, del progressivo arricchirsi e complicarsi - aggiungendo nuovi o vecchi piani d’indagine (antropologico, politico/istituzionale) - di un ragionamento storiografico collocato inizialmente sul solo terreno economico. Ricerche che si imperniano su specifici punti di vista sfociano infatti in riflessioni, e in conseguenti proposte di periodizzazione, di significato generale. In chiave di storia degli insediamenti, è stata riproposta recentemente l’idea di una incisiva cesura da collocarsi all’altezza del secolo VII, per dinamica interna piuttosto che in riferimento a fattori esterni. La linea di esasperata continuità sostenuta da Durliat a proposito delle finanze pubbliche, con la conseguente rivalutazione del ruolo dello stato, non può non riverberarsi in valutazioni periodizzanti di carattere generale, mettendo in discussione il punto largamente accettato della destrutturazione/‘dissoluzione’ dello stato come uno dei minimi comuni denominatori della trasformazione della pars Occidentis.

È molto interessante osservare che, parallelamente all’individuazione delle linee di frattura tra antico e medioevo che stiamo definendo nel tempo, si potrebbero individuare molte e differenziate linee di frattura anche nello spazio. evidenti sono nella ricerca attuale le conseguenze della diffusione e del consolidamento di ricerche di taglio regionale, di ottiche locali che a loro volta influenzano - mediante un meccanismo di ipostatizzazione delle conclusioni raggiunte in tali circoscritti ambiti - interpretazioni e conseguenti periodizzazioni. Per esempio, l’interpretazione dell’esperienza merovingia in Francia è segnata da un orientamento di particolare attenzione alla continuità fra antico e medioevale. E inoltre, la lettura dell’alto medioevo occidentale che si ricava dalle ricerche imperniate su certe regioni dell’Europa sud-occidentale, come l’Aquitania o la Catalogna segnate da una forte continuità del potere e della cultura delle aristocrazie gallo-romane, non può così che essere profondamente, sostanzialmente diversa da quella assunta dagli studiosi che hanno approfondito l’Italia longobarda. E per restare all’interno dello spazio geografico italiano, è banale ricordare che la ricerca recente ha sottolineato con forza come nell’Italia meridionale ed in Sicilia gli elementi di continuità prevalgono largamente - in Sicilia, ad esempio, sino alla conquista araba fra IX e X secolo - su cesure e fratture.



Ma restando sul piano di ricostruzioni che si propongano, programmaticamente, come d’insieme, basterà qui ricordare alcuni esempi significativi degli ultimi decenni. Una autorevole sintesi come quella di Jones, molto attenta a distinguere dal concetto moderno di mercato, ha come taglio cronologico l’età di Diocleziano e il 602. Peter Brown a sua volta ha adottato una cronologia, che prevede una cesura assai più vicina all’altezza cronologica di Carlo Magno e Maometto, ma in una recente sintesi proposta da questo autore, la cronologia proposta per individuare «La fine di un mondo antico» si spinge anzi fino a comprendere l’intera età carolingia ed ottoniana. R. Fossier intitola ai Nuovi mondi, con cesure cronologiche 350-950, la sintesi da lui curata sull’alto medioevo europeo; e si ricorderanno infine le proposte di un altro medievista francese, G. Bois, secondo il quale anche l’età carolingia manifesta lineamenti di continuità con l’età tardo-antica, nella sopravvivenza di alcuni elementi dell’organizzazione del potere pubblico e di condizioni di dipendenza personale assimilabili alla schiavitù. Secondo queste interpretazioni, le origini della società feudale andrebbero ricercate in un profondo rivolgimento, verificatosi nei decenni attorno al 1000.
A parte - ma non senza uno sfondo comune con quanto or ora osservato –può esser citato, per la sua radicale prudenza che confina con l’asetticità, il progetto internazionale e pluridisciplinare denominato «Transformation of the Roman World», la cui impostazione è in una certa misura ricapitolativa di una sensibilità diffusa. Esso ha bensì come scenario cronologico di massima i secoli III e IX; ma è il mutamento in sé, come recita il titolo, il filo rosso che gli dà unità. Volutamente si sottolinea la avalutatività, la neutralità di ambedue i termini che figurano nel titolo del progetto, sia del concetto di ‘trasformazione’ sia di un concetto di ‘Roman World’ che non obbliga a periodizzazioni. C’è sotto, come è stato giustamente osservato, una considerazione riduttiva, se non proprio una «sfiducia», nel «ruolo del coordinamento politico dei processi sociali»: non si dà alcuna connotazione negativa a concetti come disruption e disaggregation, riferiti rispettivamente agli insediamenti e ai rapporti commerciali interni all’ambito dell’impero. Non a caso le tematiche prescelte per questa collettiva prescindono dal problema dello ‘stato’: un solo volume è dedicato ai «Kingdoms of Empire», mentre largamente si approfondisce la trasformazione della città, le tematiche di taglio antropologico e la formazione delle «ethnic communities» vale a dire il processo di etnogenesi, e così via. Sdrammatizzando il falso problema del turning point, si pongono le premesse per analisi di fenomeni la cui durata si proietta certamente ‘dentro’ il medioevo.
Il medioevo e il ‘moderno’
Passiamo ora all’altro estremo cronologico del nostro discorso.
Si può certamente dire che la convenzione cronologica che regola la fine del medioevo e l’inizio dell’età moderna non ha alternative in grado di metterla in discussione: è oggettivamente difficile sopravvalutare la portata epocale di eventi come la scoperta dell’America, o come la Riforma protestante, che ebbero ripercussioni profonde ed irreversibili sull’economia e sulla politica non meno che sulla visione del mondo e sulla coscienza di sé dell’élite europea del Cinquecento, e agirono quindi tanto sul piano delle strutture quanto sul piano etico-politico. Si tratta del resto di una scelta che ha una lunga tradizione alle spalle, e che prende le mosse proprio dalla cultura cinquecentesca, permeata e fecondata dai valori dell’umanesimo diffusosi dall’Italia in Europa. La riflessione teorica al riguardo non è stata nel complesso approfondita tanto quanto la riflessione sul tardo antico. Ciò non toglie tuttavia che a tale periodizzazione convenzionale fosse comunque - inevitabilmente - sottesa anche una più complessiva sistemazione concettuale, propria della cultura ottocentesca. Tale sistemazione concettuale, a lungo egemone, ha visto nei decenni fra Quattrocento e Cinquecento una cesura decisiva, un momento di rottura irreversibile nel senso della libertà intellettuale, dell’affermazione della ragione, dell’abbandono del dogmatismo, in una parola del progresso. La modernità come ‘altro’ e come nuovo, insomma, senza negazione assoluta ma certamente anche senza sottolineature di quel rapporto di continuità / trasformazione / rivalutazione dell’antico che segnava la cultura medioevale e per molti versi la stessa ideologia umanistica.
a) quando inizia l’età moderna?
Orbene, diverse linee di riflessione hanno riveduto e contestato lungo tutto il Novecento - dall’interno della pratica storiografica - questo orientamento, così da sottolineare ulteriormente, in modo indiretto, il tasso di convenzionalità della periodizzazione sopra ricordata. Si può dire, schematizzando, che queste riflessioni si sono mosse nei decenni iniziali e centrali del secolo secondo due dinamiche prevalenti. Innanzitutto, una articolata e fecondissima tradizione di studi ha sistematicamente ricercato e trovato segni di novità e di originalità nei campi della riflessione filosofica, dell’arte, della storia del pensiero scientifico a partire dal sec. XII, ed ha conseguentemente applicato ad epoche ben precedenti al Quattrocento le definizioni di ‘rinascimento’ o di ‘rinascita’; è stata così negata quell’idea di soluzione di continuità, di rottura con il passato che tradizionalmente caratterizzava il momento umanistico, la valutazione del quale si è fatta via via più complessa e meno univoca. E specularmente, in opere di grande suggestione come quella di Huizinga (basate, è noto, su esperienze di ricerca di area borgognona e fiamminga) è stata usata la categoria dell’‘autunno’, (L’autunno del medioevo) del tramonto, del conclusivo estenuarsi di una civiltà, applicandola a quella stessa spanna cronologica nella quale si sviluppa, in Italia, la coscienza del superamento della media aetas. Del resto, una visione più ampia ed onnicomprensiva della cultura rinascimentale ha superato l’unilateralismo razionalistico e progressista ed ha recuperato - specie nella seconda metà del Novecento - tematiche come l’occultismo e la magia come elementi costitutivi del rapporto tra l’uomo e la natura che per certi versi si svilupperà nella ‘misura della natura’ (la linea scientifica di Galilei e Newton), ma che ha anche l’altro versante (quello di Giordano Bruno, per intenderci).

In secondo luogo, ma non in ordine di importanza, vanno soppesate le conseguenze che, sulla periodizzazione tra medioevo e ‘modernità’, ha generato l’attenzione predominante alle strutture (economiche, politiche, istituzionali), piuttosto che alla definizione di una ‘civiltà’ euro-occidentale. È banale, ma non per questo meno opportuno ricordare la corrosiva incidenza che la storiografia delle Annales - e le scelte tematiche ed interpretative conseguenti – hanno esercitato, e non avrebbero potuto non esercitare in questo ambito. Proprio nel contesto di una riflessione sull’Autunno del medioevo di Huizinga, Le Goff ha osservato che «non appena si scende agli strati profondi della storia, quel che si vede sono delle continuità....a questo livello di profondità, è impossibile arrivare a una periodizzazione». Ed è appunto l’attenzione agli ‘strati profondi’, alla ‘lunga durata’ dell’economia, della demografia, della storia delle mentalità e delle pratiche, che ha contribuito a deprivare di senso la periodizzazione tradizionale fra medioevo ed età moderna, a metterne a nudo la convenzionalità, a farne in certa misura un epifenomeno. Si tratta di considerazioni talmente ovvie, che non è il caso di insistervi in questa sede. E non meno ovvio è di conseguenza il fatto che la stessa età rinascimentale in questa prospettiva perde di significanza e di specificità, sussunta ed assimilata entro gli schemi mentali di un ‘lungo medioevo’: specularmente, ma in piena coincidenza con la prospettiva della storia della cultura e con il suo ‘lungo rinascimento’.



Anche soltanto su queste basi si potrebbe dire che può essere considerato una nozione condivisa «il vero interrogativo sul cosiddetto basso medioevo, circa dal 1300», se esso «non debba affatto essere messo insieme al medioevo». Ma appare significativo rafforzare con altre prove l’idea che nello sfumare e relativizzare le partizioni cronologiche troppo nette, nell’esorcizzare l’individuazione astratta di una ‘modernità’ contrapposta all’età medievale hanno un grosso peso linee di ricerca, che muovono da interessi e punti di vista più specifici (anche se pur sempre molto ampi e potenzialmente portatori di una lettura globalizzanti) e più attenti alle particolarità regionali. Ci limitiamo a tre esemplificazioni significative di questa ‘mobilità della frontiera’, relative a settori che negli ultimi decenni – ancor più recentemente rispetto ai due filoni sopra citati – sono apparsi molto vivaci. La riflessione sulle strutture politiche che si consolidarono in Europa a partire dal Cinquecento ha abbandonato quelle certezze sulle magnifiche sorti e progressive dello ‘stato moderno’, che fra Otto e Novecento tutta la cultura storiografica europea aveva coltivato, applicando anacronisticamente alle monarchie ‘nazionali’ o agli stati rinascimentali italiani concezioni ottocentesche di sovranità, unità di comando, monopolio della violenza legale. Almeno per due aspetti sostanziali anche le formazioni politiche più robuste e ‘nuove’ o rinnovate del Cinquecento europeo affondano le loro radici in un passato lontano, indebolendo sotto questo profilo la portata periodizzante della congiuntura cinquecentesca: la persistente natura sacrale dell’autorità regia, e la struttura eterogenea e composita, contrattuale e corporativa, dello stato - eterogeneità e complessità della quale si riconoscono i tratti sino al Settecento. Non meno significativa è stata la circostanza che, nella riflessione storico-economica, abbia avuto crescente circolazione e crescente significato periodizzante il termine - di intuitiva evidenza, e peculiarmente europeo/occidentale - di ‘età preindustriale’, con ovvie ripercussioni sulle scansioni cronologiche correnti. Si tratta di un concetto «debole sotto il profilo epistemologico», come è stato osservato, ma proprio per questo efficace come strumento di inquadramento di un ampio spettro di ricerche, dunque concretamente corrosivo degli schemi correnti. Chi ne fa uso non può che assumere come terminus ad quem il Settecento, inglobando in modo sostanziale aspetti significativi e caratterizzanti del medioevo occidentale - si pensi ad esempio alle prospettive di storia agraria. Il terzo esempio è quello del concetto di ‘disciplinamento’ come chiave di lettura di complessive trasfornazioni della società europea fra Quattrocento e Sei-Settecento, con ovvi riferimenti alla portata maieutica, in questa direzione, delle ricerche di Elias e Foucault (ma non solo).link6 Elias e Foucault I processi e i progetti di disciplinamento / inquadramento / omogeneizzazione di comportamenti sono portati avanti tanto dalle istituzioni ecclesiastiche (senza sostanziali differenze fra mondo protestante e mondo cattolico, secondo l’opinione di Bossy [ John Bossy è uno storico inglese, che ha studiato approfonditamente le modalità della cristianizzazione del mondo rurale europeo nel medioevo e nella prima età moderna, arrivando a concludere che questo processo fu molto lento, molto più lento di quanto non si pensi, e si concluse di fatto, pur con “riferimenti teologici ed ecclesiologici diversi”, solo in età moderna, con aspetti di omogeneità tra Europa protestante e Europa cattolica che sono superiori agli aspetti di difformità] o quanto dalle istituzioni politiche e sociali (lo stato; la corte come luogo di elaborazione di modelli di comportamento). L’idea di disciplinamento si contrappone dunque alla linea interpretativa che connette libertà e tolleranza religiosa e sviluppo delle idee di libertà politica come linea guida della modernità, e prescinde dunque dalla periodizzazione tradizionale affondando le radici nel tardo medioevo.
b) i secoli centrali del medioevo occidentale hanno una loro autonomia?
Da quanto sin qui esposto, già emerge indirettamente l’esistenza di un orientamento - che si può leggere con crescente chiarezza della medievistica europea degli ultimi decenni - a conferire al ‘pieno medioevo’ (come talvolta si dice), alla spanna temporale che nel millennio del medioevo occidentale ha una posizione comunque ‘centrale’ ed una certa qual individualità e riconoscibilità., provvista di alcuni minimi comuni denominatori: dall’età carolingia al Duecento, talvolta incluso e talvolta escluso.

Non si tratta infatti solo di una mera convenzione, necessitata dalla ‘erosione’ che il consolidarsi di altre campiture periodizzanti (appunto il tardo antico e la transizione al ‘moderno’) ha provocato. Si constata invece che fra IX e XII-XIII secolo appaiono dispiegati e leggibili - sui diversi piani, degli assetti istituzionali, economici, culturali e sociali - alcuni tratti di quell’incontro fra tradizione romano-latina e tradizione germanica, che aveva segnato l’Occidente europeo nella transizione tardo antica. ed altomedievale, e che la discussione sul tardo antico sopra evocata complessivamente trascurava. Le letture polemiche ed egemoniche che animavano la medievistica otto-novecentesca, imperniate sul nesso ‘latinità e germanesimo’, sono state via via sostituite da interpretazioni più duttili ed articolate, nelle quali tali componenti sono esaminate nella concreta dialettica della ricerca istituzionale, culturale, politico-sociale, religiosa a partire dall’età carolingia.



Nella scelte di periodizzazione della storiografia recente a proposito dei secoli centrali del medioevo si possono forse individuare due dimensioni principali. La prima, non esente da un certo sentore di teleologismo, sembra puntare su concetti di sviluppo, di dinamismo, di propulsività innovante, i cui effetti si proiettano in qualche modo anche al di là dei limiti del ‘medioevo centrale’ o pieno medioevo. Le formulazioni e le metafore ‘genetiche’ prescelte da alcune ricerche di sintesi che si rifanno a questa periodizzazione sono di per sé significative: «l’infanzia dell’Europa» di R. Fossier, che assume come terminus post quem l’età ottoniana; l’ Aufbruch - il ‘risveglio’, l’ essor - di una nota sintesi di K. Bosl; la «nascita dell’Europa». Al riguardo, non va trascurato il fatto che queste formulazioni permettono di ricomprendere pienamente in questa periodizzazione il processo di assestamento e di definizione istituzionale e sociale delle regioni centro-europee ai confini con l’area slava o dentro di essa (Ungheria, Boemia, Polonia) e a nord delle regioni e dei regni baltico-scandinavi), superando la stretta limitazione all’area più propria tradizione romano-carolingia; tali assestamenti interferiscono (per contatto e per intreccio) con la ridefinizione politico-sociale della fase postcarolingia. Un’altra tendenza interpretativa che sorregge l’autonoma periodizzazione del medioevo centrale punta maggiormente sulla natura di sistema dei secoli X-XII, e si imposta su chiavi di lettura politico-istituzionali e sociali. Piuttosto che l’impero - per quanto l’arco cronologico citato coincida con la maggior efficacia dell’istituzione -, è tuttavia l’omogeneità di massima delle forme del potere signorile nelle campagne dell’Europa occidentale, l’ordre seigneurial, a fungere da filo conduttore. Gli eccessi di questa tesi - come la proposta di G. Bois che dilata sino al sec. X i postumi dell’età tardo-antica, alla quale già si è fatto cenno - sono stati respinti da molti interpreti, ma resta diffusa e solidamente argomentata l’idea di fondo che solo in una fase successiva a quella dell’età carolingia sia maturato lo sviluppo dei poteri signorili e si sia venuto variamente articolando un ‘sistema’ feudale nel senso pieno del termine: sviluppi suscettibili appunto di esser letti come un minimo comune denominatore per buona parte dell’Europa occidentale/carolingia.
c) la storia della chiesa cattolica e l’Occidente: davvero un’altra storia?
Si è molto insistito, nelle pagine precedenti, sul significato e sulla oggettiva legittimità e praticabilità, per così dire, di scelte periodizzanti che partono da specifiche prospettiva di ricerca. Il loro vario interferire e combinarsi con le periodizzazioni di carattere tendenzialmente più comprensivo - che a del resto loro volta rinviano sempre a delle polarità tematiche, esplicitate o meno - si può rivelare euristicamente utile: purché si sia sempre consapevoli della loro relatività, e si eviti di imprigionarsi troppo strettamente nella cronologia specifica di quel determinato settore di indagine. Un peso del tutto speciale assume in questa prospettiva la riflessione su alcune cesure della storia della chiesa occidentale nel medioevo: strumento di lettura e d’interpretazione, in passato, dell’intero millennio medievale. Non si tratta di segnare una volta di più le tappe di strade già note, e di richiamare i concetti (bene assimilati dal senso comune storiografico) che sottolineano la centralità strutturale del rapporto fra istituzione ecclesiastica e potere politico: dal che è discesa la periodizzazione imperniata sull’età costantiniana o sulla sintesi gallo-romana, o sulla proposta carolingia. Può essere invece più utile presentare schematicamente e vagliare quelle proposte di periodizzazione che obbediscono a logiche autonome, individuano cesure iuxta propria principia dall’interno di una prospettiva specifica di storia delle istituzioni ecclesiastiche, della cultura teologico-canonistica, delle forme di religiosità; proposte che interferiscono, senza prescinderne, con quelle ‘frontiere dinamiche’ verso il tardo-antico ed il moderno cui si è fatto cenno in precedenza - attuando dosaggi da caso a caso diversi con le altre prospettive.

In qualche caso, c’è una coincidenza sostanziale fra i due punti di vista. Fa pensare, così, il fatto che in molte grandi storie della chiesa (occidentale) redatte in questo secolo è attorno all’età di Gregorio Magno - nel cuore del ‘tardo antico’ - che si coagula una periodizzazione significativa. Vi si individua il punto d’arrivo cronologicamente più avanzato dell’esperienza patristica, pur così differenziato fra le sintesi originali di vecchio e di nuovo che Gregorio stesso e un Isidoro di Siviglia seppero proporre a Roma e in Spagna, e vi si può riscontrare altresì il profilo a quell’epoca meno appariscente ma già ricco di premesse della chiesa franca.

In altri casi, il discorso può esser invece posto diversamente, e forse non senza frutto. Una periodizzazione che sottolinei la ‘svolta’ del sec. XI, tradizionalmente considerato (in Italia, e non solo) un momento ricco di origini e di ‘cominciamenti’, è praticata di fatto solo nell’ottica di storia ecclesiastico-religiosa. I dati di fatto sono conosciuti. Attorno alla metà del secolo, la congiuntura della storia della chiesa occidentale - ché non si tratta, ovviamente, di coincidenze - offre riferimenti emblematici, ad un tempo di forte impatto simbolico e di concreta efficacia. Viene infatti sancita allora - al termine di un accidentato itinerario di opposizione e di separazione, teologico-dottrinale e politica ad un tempo, fra i due ‘mondi’ - la separazione fra la chiesa orientale e la chiesa occidentale. Contestualmente, si assiste al decisivo consolidamento della monarchia papale e della sua ideologia, della cui lenta progressiva elaborazione nei secoli precedenti si ha oggi più piena conscienza; e si affermano nuove concezioni teologiche e liturgiche, ispirate ad una concezione nuova del sacerdozio ministeriale, ad una vera e propria ierocrazia (dal che nasce il superamento della connessione stretta fra ambito temporale ed ambito spirituale, che aveva caratterizzato i secoli precedenti). Causa e sintomo ad un tempo della svolta è poi lo sviluppo - per certi aspetti decisivo - della cultura giuridico-canonistica. La Christianitas, d’altronde, l’Occidente cristiano, aveva nei decenni immediatamente precedenti assimilato i nuovi regni dell’Europa centro-orientale, che hanno peculiari legami con il papato: così come nell’età di Gregorio VII e di Urbano II non sono poche le formazioni politiche che manifestano una dipendenza feudale, oltre che religiosa, dal papato romano. In sostanza, al di sotto del minimo comune denominatore del sec. XI come tornante significativo nella storia della chiesa occidentale, l’idea della ‘riforma gregoriana’ che a lungo ne aveva costituito il perno - già stemperata ed articolata dalla sottolineatura delle riforme ‘vescovili’ e ‘monastiche’ - viene recuperata e confermata da un insieme di indagini, che partono da punti di vista - tematici, ma anche geografico-territoriali - molto diversi ma fortemente interrelati.

Orbene, del processo che si innesca a partire da questo riferimento cronologico gli effetti possono esser osservati ben dentro l’età moderna. Il «processo di de-magificazione» del mondo (per usare la terminologia di Weber) e in ultima analisi il germe della laicità, della autonomia del mondo dal sacro, passa anche attraverso il controllo del culto dei santi e la «restrizione del sacro al ‘sacramento’ come amministrazione di un invisibile soggetto al magistero e al potere della chiesa». Aspetti fondamentali del ‘moderno’ nascono dal cuore del medioevo della chiesa: e a queste valutazioni si giunge a partire da scelte periodizzanti apparentemente settoriali. Ma proprio la loro relatività e limitatezza, la loro intrinseca parzialità, sono la garanzia della loro incisività.


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