Il Mercato Islamico



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02.06.2018
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IL MERCATO ISLAMICO: OPPORTUNITÀ DI SVILUPPO COMMERCIALE, INTEGRAZIONE SOCIALE, DIALOGO INTERCULTURALE
Imam Yahya Pallavicini, Vicepresidente CO.RE.IS. Italiana, Consulente del Ministero dell'Interno nel Comitato per l'Islam italiano

Dott.ssa Valeria Lazzerini, Dottore di Ricerca in Diritto Canonico ed Ecclesistico, Università Cattolica di Milano

Halal Italia srl
L'Islam costituisce attualmente la religione più diffusa nel mondo per numero di fedeli, una comunità transnazionale che raggiunge quasi 2 miliardi di unità (1,83 miliardi nel 2009), con un ritmo di crescita costante ed elevato (tasso medio di crescita annua pari all'1,8%, rispetto all'1,2 % della popolazione non musulmana). Anche in Europa la presenza dei musulmani ha ormai superato i 50 milioni di persone e la percentuale dei fedeli musulmani sul numero totale degli abitanti è addirittura maggiore di quella che ritroviamo nel Nord America, nell'America Latina, nell'area australiana e nei Paesi del Pacifico. I musulmani, sopratutto a livello europeo, stanno inoltre acquisendo un potere d'acquisto sempre maggiore e tutto ciò rende estremamente interessante il potenziale di questo settore di mercato, costituito essenzialmente dai prodotti alimentari “halal”, vale a dire “leciti” da un punto di vista religioso (dunque i prodotti conformi alle regole islamiche che disciplinano il rapporto tra l'uomo e il nutrimento) e dalla finanza “halal” (vale a dire la finanza conforme alle prescrizioni religiose che regolano per i musulmani il corretto rapporto tra l'uomo ed il denaro).

A fronte di opportunità economiche senz'altro allettanti, il commercio internazionale di prodotti alimentari halal è ancora al momento relativamente ridotto, rispondendo a meno del 10% della dimensione potenziale del mercato. Vi è dunque una forte domanda “eticamente orientata” ancora insoddisfatta, ma questa, per essere gestita con successo, non può prescindere da una più approfondita conoscenza delle esigenze e sopratutto della mentalità dei consumatori musulmani a cui ci si voglia approcciare.

In un'economia reale e non astratta il ruolo dei valori religiosi ed etici può essere infatti di straordinaria importanza, rappresentando per molti un valore aggiunto ed un vero e proprio bisogno sociale che non di rado influisce sugli atteggiamenti e sui comportamenti di consumo molto più di quanto non faccia lo sforzo di soddisfare i numerosi bisogni materiali.

Per accostarsi in modo vincente ad una produzione che venga incontro ad esigenze religiose come quella dei prodotti halal è quindi necessario rendersi conto che non potrà trattarsi soltanto di adattamenti tecnici delle procedure o delle linee produttive, ma che tali adattamenti dovranno essere visti anche nell'ottica di acquisire una nuova sensibilità e un'apertura verso esigenze che non sempre sono riconducibili a motivazioni contingenti come salute, igiene, costi di mercato o quant'altro.

Le prescrizioni religiose sulle quali si fondano i requisiti per la certificazione halal hanno infatti un valore prima di tutto simbolico: ciò significa, da una parte, che esse non possono essere alterate a piacimento sulla base di valutazioni semplicemente pragmatiche o quantitative; dall'altra, che esse possono invece rivelarsi molto più elastiche di qualsiasi altra regola o procedura di tipo semplicemente “meccanico”, laddove venga comunque garantito dagli eventuali adattamenti il fine essenziale al quale la prescrizione religiosa mira (e tale fine è sempre costituito da un bene di natura spirituale e non da un mero “formalismo” letteralista). Per fare un esempio, la necessità dell’invocazione rituale al momento della macellazione è qualcosa di strettamente pertinente al valore di consacrazione che assume il cibo tramite tale atto ed è a questo valore sacrale che il credente musulmano si rapporta nel momento in cui ricerca un prodotto halal.

Tale invocazione potrà essere recitata con alcune differenze di formula, o eventualmente potrà essere recitata da un musulmano che assista alla macellazione anche se non sia lui stesso a compierla direttamente (nel caso in cui non abbia la capacità di effettuarla tecnicamente “bene”, come richiesto dalla regola religiosa), ma non potrà mai essere assente o sostituita, ad esempio, da una registrazione vocale (come era stato proposto “per comodità” in alcuni casi), proprio perché verrebbe a mancare il bene essenziale tutelato dalla regola dell'invocazione e cioé il realizzarsi della “consacrazione” attraverso un momento di rapporto reale e attuale tra l'invocatore e Dio.

Detto questo, è proprio compito delle comunità religiose, e dei sapienti all’interno di esse, trovare soluzioni per una sintesi ortodossa, e non formalista, tra la sensibilità religiosa e le esigenze normative proprie dell’industria alimentare o della finanza moderna.

In Italia, un tale lavoro di “traduzione” dei principi islamici nel contesto della produzione moderna è stato svolto dalla CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana nell'ambito di un “Progetto pilota halal” nel settore agro-alimentare, promosso nel 2009 dalla Regione Lombardia, UnionCamere Lombardia e dalla Camera di Commercio di Milano tramite la PROMOS, azienda per l’internazionalizzazione della Camera di Commercio di Milano.

Nel progetto, che aveva l'obiettivo di accompagnare le aziende italiane ad ottenere una certificazione halal che le rendesse competitive nei mercati islamici, la CO.RE.IS. Italiana ha svolto proprio il ruolo di autorità religiosa che potesse rilasciare la certificazione e ha realizzato, dopo un importante lavoro di studio e adattamento delle norme tradizionali islamiche sull’alimentazione al contesto produttivo contemporaneo, un apposito Disciplinare Tecnico di certificazione halal per il settore agro-alimentare, registrando un proprio marchio di certificazione, “Halal Italia”, presentato a marzo del 2009.

Si è trattato, dal punto di vista islamico, di uno sforzo di traduzione dei principi religiosi in un contesto industriale post moderno.

Su questa base, sono stati messi a punto gli adattamenti necessari, integrando gli standard halal ai criteri di igiene, sicurezza e qualità più elevati già presenti nei sistemi di produzione secondo la legislazione vigente.

D'altra parte molte delle normative europee in materia alimentare e di benessere animale ricalcano quasi esattamente alcuni principi delle prescrizioni islamiche in materia halal. Si può allora dire a ragione che la prospettiva islamica dell’alimentazione non è qualche cosa di completamente estraneo alla cultura europea, e non merita quindi di diventare una causa di ghettizzazione o auto-ghettizzazione delle comunità islamiche, tendenza che a volte sembra invece purtroppo delinearsi. Si tratta invece di un valore “etico” aggiunto che si pone come strumento di integrazione ed interazione dei musulmani nella società europea contemporanea.

Proprio nel senso di stabilire delle buone pratiche in ambito socio-economico da estendere su scala globale e costituire un esempio di eccellenza nell’interazione costruttiva tra la minoranza islamica in Europa e le Istituzioni nazionali e internazionali, il 30 giugno 2010 è stata firmata alla Farnesina una Convenzione interministeriale promossa dal Ministero degli Affari Esteri con lo Sviluppo Economico, la Salute e le Politiche Agricole a sostegno del progetto “Halal Italia” in collaborazione con la CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana. Questo riconoscimento interministeriale testimonia da una parte la serietà e l’affidabilità del progetto partito nel 2009 e dall'altra il forte interesse del mondo islamico all'importazione di prodotti che uniscano al valore del made in Italy una qualificazione di conformità religiosa halal rigorosa.

Alla Farnesina era infatti presente la maggior parte delle rappresentanze diplomatiche accreditate in Italia dei Paesi dell'OCI (Organizzazione della Conferenza Islamica), molto interessate a seguire lo sviluppo del progetto Halal Italia. La Convenzione firmata è un fatto storico e positivo per tutta la comunità islamica italiana che forse per la prima volta viene riconosciuta formalmente, attraverso l'accordo di quattro Ministeri, come una presenza reale, religiosa, affidabile e dignitosa nel nostro Paese, in grado non soltanto di contribuire al benessere diffuso di tutta la popolazione nazionale, ma persino di costituire un'eccellenza con cui lo Stato italiano vuole rappresentarsi nel mondo.

Tutto ciò risulta ancora più significativo se consideriamo che l'Italia è uno dei pochi Paesi al mondo a non riconoscere giuridicamente la religione islamica secondo gli strumenti normativi tipici previsti dalla nostra Costituzione, mentre è diventato l'unico Paese europeo a fornire un livello di riconoscimento a base normativa ad una specifica esperienza di certificazione halal.

In un momento in cui le comunità islamiche europee corrono il rischio di oscillare infruttuosamente tra omologazione e auto-ghettizzazione, tra la tentazione di abbandonare la propria identità religiosa e quella di erigere muri anacronistici nell'illusione di difenderla, la comunità islamica italiana ha così l'occasione di partecipare al processo di sviluppo complessivo del Continente, per dare un contributo efficace allo sviluppo economico del proprio Paese, costituendo un valore aggiunto e non un peso sociale o un frammento estraneo al contesto generale. Su queste basi è possibile sviluppare metodologie economiche che siano in accordo coi principi islamici e rispettino gli standard europei; promuovere l'etica negli affari, nel commercio e nella finanza; sostenere una prospettiva interculturale e interreligiosa.

Con il progetto di certificazione Halal Italia, la CO.RE.IS. (Comunità Religiosa Islamica) Italiana, quale ente religioso, ha infatti voluto dare un importante contributo allo sviluppo di una cultura e di una pratica che rispettino le differenze religiose, attraverso la certificazione di prodotti alimentari, cosmetici e farmaceutici che tengano conto delle specifiche esigenze della comunità islamica in Italia e nel resto del mondo.

Il fine è quello di costituire un ponte culturale tra l'Europa e il mondo islamico in vari settori produttivi, aiutando così a promuovere lo sviluppo armonioso del pluralismo nell'attuale società multi-culturale e multi-confessionale, nel rispetto del quadro giuridico europeo, della cultura nazionale e di tutte le diverse comunità religiose.









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