Il metodo del pellegrino Russo



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01.06.2018
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Tra le varie forme di

preghiera nella grande

tradizione (ringraziamento,

lode, supplica, ... ) c’è la

preghiera silenziosa.

È un cuore a cuore con

l’Altro, dove non è prioritario

il dire, ma l’essere e l’ascoltare.

TESTI DEI GRANDI MAESTRI SPIRITUALI






Il pellegrino Russo

 

Pellegrino! Il pellegrinaggio è un «luogo» spirituale privilegiato, in quanto comporta tanti elementi favorevoli all’elevazione dell’anima a Dio. «La grande strada – dice Dostoevskij – è qualcosa che sembra non avere fine; assomiglia a un sogno, è la nostalgia dell’infinito».



Il viaggio esige uno sforzo, è un dono, sacrificio delle proprie energie e del proprio tempo. In compenso, la marcia è una vittoria sul tempo e una liberazione dalle preoccupazioni di ogni giorno.

Pellegrino russo! In questo paese di immensi spazi, una vasta categoria di persone, chiamate stranniki, passava la vita visitando santuari, chiese, monasteri, il Monte Athos, la Terra santa. Il pellegrino a cui sono stati attribuiti i «Racconti» è il rappresentante di tutti coloro che cercano Dio per mezzo della preghiera continua del cuore, ideale tracciato da tanti Padri i cui scritti in proposito sono raccolti nel famoso florilegio di testi sulla preghiera, detto Filocalia.

Ma il volume non si accontenta di predicare la necessità dell’ideale. Espone anche un metodo concreto per conseguirlo: si tratta della Preghiera di Gesù, anch’essa tradizionale in Oriente.

I Racconti hanno conosciuto un insolito successo nelle traduzioni in lingue occidentali, fra le quali, in primo luogo, troviamo quelle italiane. È un segno inequivocabile che anche in Occidente il libro viene letto e ammirato. Tuttavia, non tutti sono capaci di comprendere il suo insegnamento, così legato a un contesto di spiritualità che imposta i problemi in un modo a noi non familiare. Ciò rende difficile la questione su come si possa imitare la pratica di preghiera proposta dal pellegrino.




Il metodo del pellegrino

La narrazione comincia col porre la questione fondamentale, che da secoli occupava i monaci: quella della preghiera perpetua.

 

«Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per opere grande peccatore, per vocazione pellegrino senza dimora, del ceto più basso, errante di luogo in luogo. Il mio patrimonio è: sulle spalle una bisaccia col pane secco, sotto la camicia una Bibbia. Tutto qui.

Una volta, era la ventiquattresima domenica dopo la festa della Trinità, entrai in una chiesa a pregare durante la liturgia. Stavano facendo la lettura, tratta dalla lettera ai Tessalonicesi, al passo in cui è detto: pregate incessantemente. Queste parole mi si radicarono nella mente e cominciai a pensare: come è possibile pregare incessantemente, se ciascuno deve per forza preoccuparsi anche di tante altre cose per il proprio sostentamento? Cercai nella mia Bibbia e anche lì trovai scritto che occorre pregare incessantemente, pregare in ogni istante con lo spirito e levare le mani in preghiera in ogni luogo…

Pensai a lungo, senza trovare soluzione.

(…)

Che fare, pensai, dove trovare una persona che possa spiegarmi queste cose? Andrò in giro per le chiese più famose per i loro predicatori: chissà che non senta una buona spiegazione».

Ma la ricerca di spiegazioni si rivela più difficile del previsto. Più tardi il pellegrino lo confiderà al suo starec: «Iniziai quindi a girare per le chiese per ascoltare prediche sulla preghiera, ma per quante ne ascoltassi non trovavo mai indicazioni su come pregare incessantemente. Parlavano soltanto della preparazione alla preghiera attraverso opere di fede, imprese ascetiche o virtù, per la cui attuazione le forze di un povero peccatore non sono sufficienti. Tutto questo non faceva che destare in me timore e sconforto, senza insegnarmi affatto che cosa significhi pregare incessantemente e come ciò sia possibile. Leggevo spesso la Bibbia per confrontarla con quel che ascoltavo, ma senza raggiungere la sospirata conoscenza; compresi soltanto che quelle prediche non dicevano le stesse cose della Bibbia, anzi, a volte mi sembrava che affermassero proprio il contrario» .

Il pellegrino giunge quindi a una conclusione:

«Così dunque, dopo aver ascoltato tutte queste prediche senza ricevere alcuna spiegazione su come si possa pregare incessantemente, io smisi finalmente di ascoltare i sermoni pubblici e decisi di cercare, con l’aiuto di Dio, un interlocutore esperto e sapiente che fosse in grado di illuminarmi sulla preghiera incessante, poiché sentivo per questa un’attrazione irresistibile» 72.

 
 


Fatta, in questo modo, la critica degli insegnamenti ordinari che si danno sulla preghiera, il pellegrino incontra uno starec esperto nella «Preghiera di Gesù», secondo la Filocalia. Si rivolge, quindi, a lui.

«“Reverendo padre, fatemi la grazia di spiegarmi che cosa sia l’incessante preghiera interiore e come si possa apprenderla. Vedo che voi ne avete una profonda conoscenza”.

Lo starec accolse amorevolmente questa mia richiesta e mi invitò a seguirlo:

Vieni con me. Ti darò un libro dei santi Padri che ti farà comprendere ogni cosa con chiarezza e precisione, e con l’aiuto di Dio ti insegnerà a pregare”» .

Leggono insieme i brani più caratteristici che si trovano nella Filocalia e che parlano della necessità di una preghiera continua. L’ideale è dunque tracciato, ma bisogna raggiungerlo pian piano. Il primo grado è, come in tutte le preghiere, l’abitudine a recitare la formula con la bocca, oralmente. Il pellegrino russo riceve dallo starec l’ordine di recitare tremila preghiere al giorno.

«Accolsi con gioia il suo precetto e tornai alla mia capanna. Mi misi ad eseguire fedelmente e scrupolosamente questa regola, così come mi era stata insegnata dallo starec. I primi due giorni mi sembrò piuttosto difficile, ma poi tutto divenne più agevole; quando non pronunciavo queste parole, sentivo dentro di me la necessità di ripetere ancora la Preghiera di Gesù, che sgorgava dalle mie labbra spontanea e lieve, senza la costrizione delle prime volte».

Lo scopo di questa prima impresa fu, quindi, quello di acquistare un’abitudine, anche se ancora puramente esterna: il movimento delle labbra.

«Raccontai tutto ciò allo starec; egli mi ordinò allora di recitare seimila volte al giorno la preghiera, e aggiunse: “Stai tranquillo e cerca soltanto di recitare il numero esatto di preghiere che ti ho prescritto. Dio non ti priverà della Sua grazia”.

Nella mia capanna solitaria trascorsi un’intera settimana ripetendo seimila volte al giorno la Preghiera di Gesù, senza preoccuparmi di nulla e senza prestar attenzione ai miei pensieri, quasi non esistessero, sforzandomi solo di obbedire fedelmente al precetto dello starec. In questo modo mi abituai alla preghiera, al punto che se la interrompevo anche per poco tempo, subito sentivo che mi mancava qualcosa, come se avessi perduto qualcosa. Riprendevo allora a pregare ed ecco, nello stesso istante, tutto ritornava facile e gioioso. Quando incontravo qualcuno non provavo il desiderio di parlare, ma solo di ritornare alla solitudine e alla preghiera; così tanto mi ero abituato ad essa in una sola settimana!».

Poi il pellegrino riceve l’ordine di recitare dodicimila preghiere al giorno. All’inizio riuscì a malapena, sentì la fatica, l’indurimento della lingua e una rigidezza delle mascelle; tuttavia anche questa «non era affatto una sensazione sgradevole». Poi si abituò così bene, che l’abitudine passò dallo stato di veglia al sonno.

«Una volta, erano le prime ore della mattina, fu come se la preghiera mi ridestasse. Svegliandomi ebbi l’impressione che le mie labbra e la lingua si muovessero da sole, incessantemente; avrei voluto trattenerle, ma non potevo. Quando cercai di dire le preghiere del mattino, mi accorsi che la lingua non riusciva a pronunciarle con scioltezza: tendevo con tutto il mio desiderio alla Preghiera di Gesù, e non appena iniziai a recitarla ogni cosa divenne facile, gioiosa; la lingua e la bocca pronunciavano le parole spontaneamente, senza che io le sollecitassi» .

Il pellegrino, da parte sua, recitando le sue preghiere vocali, si sentiva felice e cominciò a credere di essere arrivato già alla preghiera continua. Ma bisognava fare un nuovo passo: dalle labbra alla lingua, cioè un po’ più all’interno, anche se ancora nella bocca.

È ciò che fece, costretto dalle circostanze, un sarto che casualmente si imbatté nella Filocalia. Lui stesso lo racconterà al pellegrino:

«Dopo aver letto queste parole, cominciai a pensare che si trattava di una regola proprio adatta a me. Iniziai allora a mormorare la preghiera mentre ero intento a cucire. Questo mi piacque molto, ma quelli che vivevano con me se ne accorsero e cominciarono a prendermi in giro: “Che cos’hai da bisbigliare sempre, sei forse uno stregone?”. Allora, per nascondere quel che facevo, smisi di muovere le labbra e cominciai a pregare con la sola lingua. Infine mi abituai alla preghiera al punto che la lingua stessa la recitava incessantemente, di giorno e di notte, e questo era molto piacevole».

Ma il processo non finisce qui. L’insegnamento della Filocalia insiste molto per introdurre la preghiera dalla bocca alla mente e al cuore. Ecco come il pellegrino, più tardi, insegnò allo stesso sarto, ormai divenuto cieco, a fare questo passaggio.

«“Ecco, tu adesso non vedi nulla, ma con la mente puoi raffigurarti e immaginarti tutto quel che hai visto in precedenza: una persona o una cosa qualsiasi o un membro del tuo corpo, ad esempio una mano o un piede. Puoi raffigurare queste cose come se le vedessi e rivolgere su di loro i tuoi occhi, che pure sono ciechi?”.

“Sì, posso”, rispose il cieco.

Bene. Allora immagina nella stessa maniera il tuo cuore e rivolgi ad esso i tuoi occhi, come se lo guardassi. Ascolta attentamente con la mente i suoi battiti, l’uno dopo l’altro. I santi padri chiamano quest’operazione portare la mente dalla testa al cuore. Quando ti sarai abituato a questo, comincia allora, sempre guardando interiormente il cuore, a far coincidere a ogni suo battito una parola della preghiera. Al primo battito dirai o penserai: Signore; al secondo: Gesù; al terzo: Cristo; al quarto: abbi pietà; al quinto: di me. Ripeti molte volte questo esercizio; per te sarà facile, perché conosci già la preghiera del cuore e sei preparato ad essa. Poi, quando ti sarai abituato anche a questo, comincia ad inspirare ed espirare dal cuore tutta la preghiera di Gesù insieme con il respiro, così come insegnano i Padri. Inspirando devi dire o pensare: Signore Gesù Cristo; espirando: abbi pietà di me”» .

Il metodo del pellegrino è, quindi, descritto in modo semplice: legare la preghiera di Gesù al battito del cuore, facendola così divenire inseparabile

dalla vita. Almeno, così egli comprese e in questo trovò la sua felicità.

«Andai quindi a confidarmi dallo starec, raccontandogli tutto con precisione. Egli mi ascoltò, poi disse:

Sia lodato Dio, che ha destato in te il desiderio e la facilità della preghiera. Si tratta, del resto, di una cosa naturale, che deriva da un esercizio costante e impegnativo. Avviene come a una macchina, che se la spingi o se fai forza sulla sua ruota motrice poi continua a lungo a muoversi da sé; dopo, però, se vuoi prolungarne il movimento, devi lubrificare la ruota e spingerla ancora (…).

Ed ora hai il mio permesso di recitare la preghiera quanto vorrai, il più spesso possibile; sforzati di dedicarle ogni istante di veglia, invocando il Nome di Gesù Cristo più volte di quanto sia possibile contare, rimettendoti umilmente alla volontà di Dio e confidando nel Suo aiuto, sicuro che Egli non ti abbandonerà e guiderà il tuo cammino”» .

 


LE TRE CHIAVI
per entrare nella preghiera interiore
Nel mio cuore custodisco la tua parola

(dai Salmi)
Bisogna che la mente si protenda verso l’alto con ogni mezzo.
(autore spirituale)

"Come la pioggia, quanto più scende abbondante, tanto più impregna la terra, così anche la terra del nostro cuore è plasmata e rallegrata dal nome di Cristo gioiosamente invocato” (Sant’Esichio)


Premessa

Se è vero che ciascuno di noi ha le sue qualità, inclinazioni e capacità, e che lo stesso fine si raggiunge per vie diverse, in modi differenti, che portano tutti all'unica meta, così anche l'acquisizione dell'attività interiore della preghiera si ottiene per mezzo di molte vie, come leggiamo negli insegnamenti dei maestri spirituali.

I mezzi generali e più essenziali per la preghiera, che per così dire la riguardano direttamente, sono tre, come li troviamo presso i santi padri:

1) l'invocazione frequente del nome di Gesù Cristo;

2) l'attenzione da porre in questa invocazione;

3) la discesa in se stessi, ovvero, come si esprimono i padri della chiesa, la discesa della mente nel cuore, attraverso il re­spiro per le narici.

Siccome questi mezzi ridestano nel modo più rapido e oppor­tuno il regno di Dio dentro di noi e permettono di scoprire il tesoro della preghiera spirituale interiore, è assolutamente giusto chiamarli chiavi di quest'arca sacrosanta.
Prima chiave

L'invocazione assidua, quasi incessante del nome di Gesù Cristo, anche se all'inizio ancora distratta, può condurre all'attenzione e al tepore del cuore; poiché, come lo stesso nome di Dio contiene in se stesso un mistero che opera come forza santificante (Giovanni), così anche la natura umana è capace di far propria una determina­ta disposizione, attraverso la ripetizione frequente e l'abitudi­ne. "Per imparare a far bene qualsiasi cosa, occorre farla molto spesso", disse uno scrittore spirituale; e sant'Esichio afferma che "l'assiduità genera l'abitudine e si trasforma in natura".

Questo, come è evidente dalle osservazioni di coloro che ne hanno la pratica, avviene riguardo alla preghiera inte­riore nel modo seguente. 

Colui che desidera acquisire la pre­ghiera interiore si decide a invocare il nome di Dio spesso, pressoché ininterrottamente, vale a dire pronuncia con le lab­bra la preghiera di Gesù: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore! ".

Senza turbarsi se all'inizio que­sta invocazione sarà ancora impura a causa dei pensieri e fati­cosa a causa della pigrizia, egli la pronuncerà anzitutto a voce alta; quando poi si sarà affaticata la gola, comincerà a mormo­rarla sottovoce, e solo dopo con il pensiero.

Talvolta pronuncia tutte le parole della preghiera, cioè: "Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore!", talvolta anche abbreviata, cioè: "Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me", come insegna san Gregorio il Sinaita. Lo stesso aggiunge che l'invocazione abbreviata è più adatta per i principianti, anche se a dire il vero non respinge né l'una né l'altra, consigliando solo di non cambiare di frequente la formula di preghiera, per potersi meglio abituare all'invoca­zione.

E per ridestarsi totalmente all'incessante proferimento della preghiera, chi desidera ap­prenderla si pone per regola, secondo il tempo, una determinata quantità di ripetizioni, vale a dire di recitare sul rosario qual­che centinaio o migliaio di preghiere giorno e notte, senza af­frettarsi, ma distintamente, articolando la lingua e le labbra...

Dopo un certo tempo, le labbra e la lingua di chi si esercita fi­niscono per abituarvisi e per così dire acquisiscono un movimento spontaneo, così che senza particolare sforzo si muove­ranno da sole pronunciando il nome di Dio, persino senza voce.

Col tempo, la mente comincerà ad acconsentire a questo movimento della lingua, e gradualmente si purificherà dalla distrazione fino a giungere all'attenzione della preghiera (un pò come i ragazzini imparano le lezioni a scuola, in principio solo con la ripetizione meccanica, ma frequente, della stessa cosa: prima fissano le parole nella memoria, pur senza comprender­ne il senso, poi, col passare del tempo, si rivela loro anche la comprensione di quel che, sia pure in modo inconsapevole, hanno ormai indelebilmente appreso).

Infine, potrà avvenire anche la discesa della mente nel cuore, come si esprimono i santi padri14, ovvero la mente, rivolgendosi nel cuore,lo riscal­da con il calore dell'amore di Dio, e ormai il cuore stesso, senza costrizione, liberamente, con indicibile dolcezza invoche­rà il nome di Gesù Cristo, effondendosi senza interruzione da­vanti a Dio, toccato dalla sua misericordia, come è scritto: Io dormo, ma veglia il mio cuore.

La fecondità della frequente invocazione mentale del nome di Gesù Cristo è stata splendi­damente espressa da sant'Esichio: "Come la pioggia, quanto più scende abbondante, tanto più impregna la terra, così anche la terra del nostro cuore è plasmata e rallegrata dal nome di Cristo gioiosamente invocato, quanto più spesso lo pronunciamo".

Benché questo metodo, basato sull'esperienza e le osserva­zioni dei santi padri, sia sufficiente come guida pratica per raggiungere il fine desiderato della preghiera interiore, esistono tuttavia metodi più elevati, come l'attenzione e l'introduzione della mente nel cuore. Questo primo metodo è soprattutto in­dicato per coloro che non hanno ancora appreso l'attenzione e non sono in grado di lavorare proficuamente sul proprio cuore, ovvero può essere un'introduzione e preparazione ai metodi successivi. D'altra parte, secondo le diverse disposi­zioni e capacità, ognuno può scegliere il metodo più adatto per sé, come consiglia Niceforo il monaco..




Seconda chiave

L'attenzione è la sorveglianza (custodia) della mente, come si esprime Niceforo il monaco, ovvero l'attenzione è la raccolta della mente in se stessa, sprofondata nella meditazione di un unico oggetto, abbandonando tutti i pensieri e le rappresentazioni secondarie. Quanto questo sia necessario nell'opera­zione della preghiera lo testimoniano i santi Callisto e Ignazio, sostenendo che “l'attenzione che cerca la preghiera la trova si­curamente: la preghiera infatti consegue all'attenzione più che a qualsiasi altra cosa di cui ci si debba occupare”. Similmente scrive anche sant'Esichio: “Quan­to più presterai attenzione ai pensieri, tanto più ardentemen­te pregherai Gesù” e ancora che “la ragione della gioia e della pace del cuore è l'attenzione estrema”, che è al­trettanto "indispensabile per la preghiera che il lucignolo per la luce della lampada”.

Allo stesso modo anche Ni­ceforo il monaco, nell'esposizione dell'insegnamento sulla tec­nica della preghiera interiore, conclude infine che se non sa­rà agevole, seguendo il metodo indicato, discendere nel cuore, allora bisognerà adoperare tutta l'attenzione possibile durante la preghiera, ed essa sicuramente aprirà l'ingresso del cuore e dischiuderà la preghiera interiore, cosa che, come egli stesso assicura, è provata dall'esperienza.

Anche la sacra Scrittura conferma questa verità, che senza at­tenzione non è possibile unirsi a Dio, quando dice: imparate e sappiate che io sono Dio. E così, colui che desidera attraverso l'attenzione ottenere la preghiera interiore, deve mantenersi, per quanto è possibile, in solitudine, evitare le conversazioni con la gente, operare la preghiera senza fretta e non tutta di seguito, ma con qualche intervallo,sprofondando la mente nelle parole della preghiera nello stesso modo in cui ci si concentra nella lettura di un libro, cacciando quanto più possibile i pensieri e fissando con tutte le forze l'attenzione su quel Gesù che invochiamo, e sulla sua misericordia, che imploriamo.

Talvolta, dopo aver mormo­rato la preghiera, è bene custodire un po' di silenzio, come nell'attesa della risposta di Dio (reactio), sforzandosi di man­tenere l'attenzione anche quando capita d'essere distratti, ri­cordando sempre che a causa del Signore ci siamo decisi a di­morare nell'incessante attenzione della preghiera, purificando la mente dai pensieri.




Terza chiave

L'uomo racchiude in se stesso grandi e misteriosi presentimenti: le estasi improvvise, il gusto della dolcezza spirituale interiore, la tranquilla immersione in se stessi e così via sono segni, e seguendoli si possono raggiungere le più profonde rivelazioni. Molti persino tra i pri­mitivi, induisti, buddisti, brahmani e altri, hanno riconosciuto questa verità per via naturale, ovvero la fecondità della concentrazione in se stessi, e perciò, grazie all'aiuto di diversi metodi fisiologici, propongono una via verso il cuore, che rivela loro il mistero della preghiera spirituale. Gli antichi padri della chiesa, al di sopra di ogni metodo per la salvezza posero l'immersione in se stessi, ovvero l'attenzione al proprio cuore  (la sobrietà), secondo le parole di Cristo Salvatore: “Purifica prima l'interno del bicchiere e del piatto, e allora anche l'esterno sarà puro . Uno dei filosofi contemporanei più noti in Europa, riconoscendo l'importanza del ritorno in se stessi, arriva addirittura a formulare il seguente assioma: "Tutti i concetti astratti, appresi solo dalla scuola, o dai libri, sono poco affidabili. Al fine di acquisire una conoscenza illu­minata e scoprire la verità è necessario scendere nelle profon­dità di se stessi, poiché nell'uomo interiore sta il pegno della conoscenza del mistero".







LA SORGENTE DELL’AMORE
L’esercizio che segue può accompagnarci per anni. Nel silenzio dell’esercizio o nel vivo dell’attività ci immedesimeremo sempre più profondamente con la realtà di cui qui si tratta.
IL TEMA:

  1. Dio è amore (1 Giovanni 4)

  2. Egli ha donato al mondo Gesù Cristo come sorgente di questo amore (o come sua succursale, sua «filiale» - egli è il Figlio). In ogni scena della sua vita terrena questo amore scaturisce da lui.

3. Da quando egli è salito al cielo, non c'è più neppure un cucchiaio di minestra per i poveri, se non attraverso di noi. Noi siamo i canali di questa sorgente. Attraverso di noi il suo amore deve scorrere fino al mondo.

4. I canali devono essere aperti verso la sorgente perché l'acqua possa entrare in essi; e devono esserlo verso l'esterno, per poter distribuire l'acqua agli uomini.


Per la meditazione

Si offrono diverse possibilità, che in parte si integrano a vicenda. Ne presentiamo alcune perché possano essere scelte, penetrate, esercitate e realizzate.

1. Mi metto in atteggiamento di pace e in raccoglimento. Poi lascio emergere in me scene del Vangelo, in cui Gesù è all'opera. In queste riconosco lo scorrere dell'amore. Si tratta forse di guarigioni di infermi, del Discorso della Montagna, dei viaggi e dei colloqui con i discepoli, della morte in croce e di molti altri episodi. Contemplo e riposo. Gratitudine e gioia si muovono forse in me.

2. Un'altra volta concentro lo sguardo interiore sul Cristo glorificato.

Da lui, attraverso il suo Spirito, l'amore giunge agli uomini, al mondo.
Penso alle molte persone che ne vengono investite, in cui esso diventa operosità, impegno e aiuto, comprensione e consiglio, servizio fedele o decisione esistenziale per lui. Vedo dinnanzi a me l'esercito innumerevole di uomini da cui scaturisce l'amore di Cristo. Allora può zampillare la preghiera: «Tu amore che in ogni luogo spinge alla vita». È possibile unire una ricca alternanza e una pacata sosta vicino all'unica realtà.

3. Ricordo casi della mia vita in cui ho sperimentato o visto un amore disinteressato. Guardo il fondo delle cose: l'amore è scaturito in Cristo; attraverso uomini che fanno da canale a questa sorgente, esso può giungere ad altri uomini ...

4. Mi apro interamente a questa sorgente: contemplo, ascolto, desidero, ricevo, ringrazio ...

.

5. Mi apro agli uomini, perché l'amore che in me spinge alla vita possa sgorgare. Nella mentalità, nell'atteggiamento, nella prassi. Sia nell'esercizio che nell'azione, negli incontri, negli interventi...



6. Non posso restare deluso, perché l'acqua sgorga da lui. Non sono tenuto a ringraziare, ma libero nella mia azione di bontà. L'amore viene da lui - attraverso di me - a loro. Percepisco tutto ciò e mi fermo a meditare.

7. Quali sono i punti in cui questo amore può uscire da noi? Il volto, gli occhi, anche l'ascolto, le palme delle mani, la bocca con una parola di aiuto e di amicizia, il buon consiglio. Che altro? Diamo spazio a questa permeabilità fino al sentimento fisico del volto, delle mani... La forza viene da lui ... attraverso di noi... agli uomini... Diventiamo interamente canali per questa 'sorgente ... Così l'amore non può inaridirsi... Lo verifichiamo fino alla sensazione fisica in quei punti di comunicazione ...


durante l'esercizio ... e nell'agire ... anche retrospettivamente e prospetticamente ...

8. In nome di questo legame compiamo piccoli servizi e azioni... Qui sentiamo come una corrente che passa in noi. È l'effetto dello Spirito di Cristo che ci inabita ... Così da questa sorgente ... attraverso questi canali ... sgorga l'amore di Dio ... segretamente, con l'apparenza esterna della più ovvia esistenza nel mondo ...

9. Più tardi, quando sui tempi lunghi questo esercizio sarà passato
nella vita, potrà arrivare a una maggiore semplicità e pace:

Immergersi fino al proprio fondo, magari attraverso l'esercizio fondamentale, fino a quel luogo in cui la vita di Cristo scorre in noi. Sostare, lasciarla scorrere, lasciarsi riempire. Aspettare ...

10. Un'altra pratica; lasciar scorrere l'«acqua di fonte» dell'amore dal profondo attraverso il corpo fino alle mani e al volto ... lì dove l'amore si esprime, si comunica... Nel rapporto quotidiano con gli altri tenersi collegati a questa corrente di vita... lasciar scorrere... essere canale di . sorgente, che ristora altri...


2.

VIVERE SOTTO LA GUIDA

DI DIO

Di .che si tratta

Nella meditazione di fede non ci accontentiamo delle nostre insufficienti esperienze personali, che possiamo fare con il nostro profondo e con Dio. Entriamo invece nella grande corrente delle esperienze di Dio, che inizia con gli avvenimenti della Bibbia; qui Dio insegue attivamente l'uomo cercandolo, perdonandolo, amandolo, e si comunica a lui. Chi accoglie con fede queste esperienze più grandi e vive di esse, ne sentirà la verità, la profondità e la credibilità.

Tutto ciò testimonia chiaramente che l'uomo è destinato a vivere con Dio. A questo fine l'uomo deve mettersi sotto la guida di Dio. Egli rinuncia così alla sua falsa e presuntuosa autonomia e accede alle grandi possibilità di sviluppo che gli prepara il suo partner pieno d'amore. Come un muratore che rinuncia a costruire a casaccio, si mette a disposizione dell'architetto di una cattedrale e diventa così anch'egli costruttore di una cattedrale. Possiamo farlo senza paura nei confronti di Dio, perché Dio ci conosce meglio di quanto ci conosciamo poi stessi, ci ama di più e sa far confluire meglio al nostro bene il nostro ambiente e tutte le sue possibilità.
PER LA MEDITAZIONE

Ripeteremo spesso questo esercizio a gradi. In questo modo ci alleniamo a vivere sotto la sua guida, che diventerà sempre più intensa su di noi, ci penetrerà e ci trasformerà sempre più profondamente.

(Prendi uno di questi brani del Vangelo, leggilo per intero e resta del tempo in silenzio e segui la via qui indicata.

Lc 22,42 «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà».
Gv 4,34 Gesù disse loro: «Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera.
Gv 5,30 Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
Gv 6,38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.
Gv 6,39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell'ultimo giorno.
Gv 6,40 Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno».
Gv 7,17 Chi vuol fare la sua volontà, riconoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso.

1. Diciamo, ripetendole spesso, le parole: «Sia fatta la tua volontà» e guardiamo la nostra vita, le nostre possibilità, i nostri compiti, con il desiderio profondo di conoscere in tutto il suo progetto, il suo disegno sulla nostra vita. Così consegniamo a lui in linea di principio, ma anche con concretezza, il piano e la guida della nostra vita, e le nostre decisioni.

2. Prendiamo come preghiera ripetitiva: «Mostrami qual è il tuo disegno su di me». Con l'anelito interiore a conoscere le sue intenzioni, e a raggiungere il livello dei suoi piani amorosi, noi lo preghiamo e cero chiamo ,di individuare le sue intenzioni nelle situazioni della vita, e di disporci a realizzarle.

3. Ci poniamo interamente sotto la sua guida. Rinunciamo a vedere la vita isolati e solo dal nostro punto di vista, e a progettarla e realizzarla di conseguenza. A questo proposito sappiamo che la sua guida ci raggiunge, da una parte nelle situazioni esterne che ci si presentano come dono o come impegno, dall'altra nel tratto tenero e illuminante del SUO volto, che egli ha inscritto nel nostro cuore.

4. Meditazione e realizzazione della vita raggiungono un'unità sempre più profonda. Le interiorizzazioni di testi biblici ci aiutano a cogliere meglio le" sue intenzioni. Deviazioni e mancanze colpevoli esigono conversione, pentimento e un nuovo inizio. Invece adesione e consentimento ci riportano energicamente sulla strada della grande unità con l'Infinito, quell'unità verso la quale ci moviamo.





IL PADRE MISERICORDIOSO (Luca 15, 16-32)
Com’è in realtà il mistero ultimo della nostra esistenza, che chiamiamo Dio? Come si comporta nei miei confronti? A questi interrogativi molti non trovano negli eventi e nelle esperienze dell'Antico Testamento la risposta che cercano. La trovano invece più facilmente rivolgendosiai vangeli.

Il loro messaggio è estremamente ricco. Mostriamo attraverso il Vangelo di Luca al cap. 15; dal testo ci si può introdurre alla meditazione; e cominciamo con la scelta del testo citato sopra.


LA MEDITAZIONE

Cominciamo col leggere il testo lentamente e con precisione, meglio se a voce alta, magari insieme ad altri.

Poi ci chiediamo: Che cosa ci vien detto qui? A quali interrogativi risponde il testo? Quali sono i suoi centri d'interesse? Che rapporto ha con noi e con la nostra vita?

Ci immettiamo interiormente nel silenzio che segue. Ci immedesimiamo con la sorte del figlio che se ne va di casa e la riviviamo, soprattutto la sua miseria, l'itinerario interiore verso casa, poi la strada del ritorno, l'accoglienza ...

Poi lasciamo che l'episodio diventi trasparenza di Dio e del nostro rapporto con lui. Egli mi attira a sé, mi desidera, mi accoglie come sono, perdonandomi, senza rimprovero, con gioia, con amore; basta che mi affidi a lui senza riserve ...

La meditazione vera e propria comincia con l'accoglienza da parte del padre e si mantiene in questo punto. Così Dio agisce con me. Mi fermo qui. Per poterlo fare, una volta chiariti gli interrogativi, bisogna percorrere - soli o in gruppo - i passi che già conosciamo: fare silenzio, respirare tranquillamente, distendersi, rendersi pacatamente presenti, desti e aperti, a questa realtà, che lasciamo ora penetrare in noi, e che lasciamo ci padroneggi.

«Ho 'sentito per tutto il tempo la mano del Padre sulla mia spalla» scrive una studentessa dopo questo esercizio. Aveva trovato il proprio centro e si era fermata in esso.
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"L'energia della grazia è una forza ardente dello Spirito che si muove con gioia e diletto nel cuore"   "Questi sono i segni della sua presenza e i frutti che ne rivelano la verità: le lacrime, il cordoglio delle colpe, l'umiltà, il dominio delle forze fisiche, il silenzio, la pazienza, l'amore per la solitudine, tutto questo riempie l'anima di un senso di indubbia pienezza"

"Chi pratica la preghiera per sentito dire o per le letture fatte senza una guida, si perde"

"L'invocazione di Dio, la preghiera mentale è la più alta opera che l'uomo possa compiere, è il vertice di tutte le virtù" (Gragorio Il Sinaita)

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