Il mondo non sa quanto preziosi



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Il mondo non sa quanto preziosi

siano a lui gli sparsi uomini,

il piccolo drappello

B. Croce


Guido Cortese, un liberale coerente

1. Quando l’amabilità della Signora Amelia ha voluto che mi occupassi io degli scritti giornalistici di suo marito, confesso che, rapida, volante, una domanda si è affacciata alla mente: perché Guido Cortese? E anzi, precisando meglio: perché Guido Cortese oggi?

Ecco, questo interrogativo mi ha tenuto sospeso, come dubbioso dell’utilità di trattenere il ricordo della sua persona sulla china precipite della dimenticanza. A che pro, mi son chiesto, fermarlo per un’ora di più questo ricordo nella memoria degli uomini? Quale utilità, insomma, a giostrare intorno al pensiero e all’azione di Cortese ora che la ruota della politica ha agganciato altre vicende? Questa la perplessità; ed è perplessità che per un po’ mi si è inasprita in cruccio. Ma per un po’. Soltanto per un po’. Giusto il tempo di sfogliare la collezione de “Il Giornale” (1) e di leggere gli articoli che dal 1944 fino al 1957 vi aveva firmato Guido Cortese. Alcuni li conoscevo; la più parte mi erano ignoti. Ma tutti li ho letti. E poi li ho anche riletti, a volte soltanto per il piacere di lasciarmi prendere dal colore della parola e dalla armonia della costruzione che però se cattura – e vi assicuro che cattura - è precisamente perché dietro la bellezza della forma si sente una forza di convinzione che può ben dirsi di religiosità civile. Sì la bellezza, dunque; anzi – come è stato detto - “l’aristocratica bellezza” della frase (2); ma prima ancora la purezza morale che la cesella quella frase e che poi fu la premessa del suo stesso onore di uomo libero.

Li ho letti dunque quegli articoli: e la risposta che ha svelenito l’iniziale perplessità mi si è parata dinanzi quasi con l’immediatezza dell’evidenza. Perché Cortese? Perché Cortese non deve cadere dall’animo dei contemporanei? Ma perché egli ha ancora molto da dire; e lo dice con parole che, a parte la signorilità dei modi (che pure non è poco in un’epoca di scamiciata volgarità), sono risolute nel taglio e precise nei rilievi. Quelle parole egli le ripulì sempre dalle ombre e dal fumo che ne sfrangiavano i confini sicché, anche nel calore della polemica, quando di solito si procede con frettolosa concitazione, anche allora le sue idee sono chiare, definite, rigorose e danno il piacere – che è sempre un gran piacere – di poter dire: “ho capito”. Per questo, anche per questo, per la pulizia onesta dei concetti, anche per questo i suoi articoli non suonano né tardi né scoloriti e in fondo in fondo ci sentiamo contenti di avere una sensibilità che ce li fa riscoprire. Specie oggi, poi, quando i vapori delle amplificazioni retoriche hanno così tanto gonfiato il manto della bandiera liberale, così tanto l’hanno dilatato, che sotto il suo palpito vediamo riuniti le idee meno compatibili e le azioni più contraddittorie fra loro. Ai giorni nostri, tutti (o quasi) si dicono liberali, e come tali tutti (o quasi) si mostrano solleciti per le sorti della libertà. E sta bene. Ma come sempre capita in tali circostanze è grande il rischio che i principii – in questo caso i principii del liberalismo – sfumino nell’indistinto e peggio ancora rovinino nell’equivoco. Donde l’opportunità di tornare a Cortese, liberale sì, ma liberale che si faceva vanto di appartenere ad un universo popolato da alcuni uomini e non da altri, con istituzioni congegnate così e così e non altrimenti; un universo, dunque, dai confini segnati a punta di acciaio, sicché ciascuno che volesse dirsi “liberale” poteva percorrerlo in lungo e in largo quell’universo; ma giunto che fosse agli estremi limiti, sapeva dove doveva arrestarsi, quasi come davanti ad altrettanti cartelli sui quali a caratteri cubitali era scritto: “fin qui, tu liberale, puoi andare e non oltre!”. Oltre cominciava una zona che era degli altri, che forse era dei fascisti, (magari - come vedremo - a mezzadria coi comunisti), ma che certo non apparteneva ai liberali, e che quindi non era dato di frequentare senza che la loro fede sbalestrasse ed essi uscissero da se stessi.


2. Quando il liberalismo non ha un confine preciso – ammoniva Cortese – “la violazione è facile per il fatto stesso che è difficile identificarla”. Di qui la cura meticolosa delle definizioni e quel senso vivissimo dei limiti che spesso gli faceva ricostruire il liberalismo per opposizione, come in un ricamo di contrappunti, mettendolo a confronto con i contrari che lo circoscrivevano dall’esterno (fascismo e comunismo, appunto). Sennonché fascismi e comunismi erano tenuti da Cortese quali specie contrarie del liberalismo. Fieramente, irrimediabilmente contrarie al liberalismo, ma pur sempre di specie si trattava (così almeno nel suo giudizio). Segno, dunque, che al di là delle differenze e al di sopra delle diversità, ci doveva pur essere qualcosa che le teneva insieme quelle due specie e che insieme consentiva di incastonarle in un unico genere. Questo qualcosa che le allacciava e che le faceva svolgere gemelle l’una dell’altra, era il rifiuto del diritto di opposizione, sicché - tanto nel sistema fascista quanto nel regime comunista - le minoranze, i dissenzienti, gli scontenti o si ricacciavano in gola il loro malcontento abbandonandosi così ad una specie di saporosa capitolazione della loro coscienza, o avrebbero piegato sotto la ferocia dei capi, infiammati di violenza contro chiunque avesse osato contestare il monopolio del loro potere. Significativo, da questo punto di vista, l’editoriale del 10 ottobre 1945, lì dove Cortese replicava ad un articolo apparso qualche settimana prima sull’ “Isvjstia”; a quell’articolo replicava dove l’incauto autore ammetteva che, sì, effettivamente in Unione Sovietica non c’era opposizione. Salvo, poi, domandare sornione: ma se non c’è opposizione, perché volgere l’animo al pianto? Che male c’è se tutti consentono con la politica del partito comunista? O forse che bisogna inventarseli i dissenzienti pur di compiacere ad una astratta idea di democrazia liberale?

Picchiettature di domande, queste, quant’altre mai speciose, e che Cortese abbatteva richiamando il nome di Mussolini (la prova, se mai ve ne fosse bisogno, che veramente nel suo magistero correva sintonia tra fascismo e comunismo). Anche Mussolini – ricordava Cortese – “affermò che nessun partito all’estero poteva vantare maggiori consensi del partito fascista in Italia: ‘partito unico’ contro il quale non esisteva opposizione. Il fascismo, disse [Mussolini] ‘è un partito che esprime tutta la nazione’ ”. Sverlovschy (così si chiamava l’articolista sovietico) Sverlovschy – proseguiva Cortese – “dice lo stesso: il comunismo è un partito proletario che esprime tutto il popolo”. (3). Esprimendo il popolo, e l’esito plebiscitario delle elezioni sta lì a testimoniarlo, cade come cosa inutile la regola dell’opposizione la quale sfiorisce quasi per asfissia, come per mancanza d’aria tanto esiguo, tanto stretto è il circolo degli oppositori che le si serra dintorno; non funziona più, insomma, perché da un certo momento innanzi mancano coloro stessi che ne invocano il funzionamento, tutti, tutti benedicendo e tutti acclamando la politica del partito unico.


3. Facile cogliere l’incrinatura che guasta la solidità del ragionamento; e l’incrinatura è tutta lì, nel tenere per consenso quel che consenso non è. Perché è sicuramente vero che in Unione Sovietica e in Italia i cittadini dicevano di sì a Stalin e a Mussolini. Ma il loro “sì” sarebbe stato davvero la misura del consenso, solo se e solo quando, nel contempo, essi avessero avuto la possibilità di dire di no. Esisteva questa possibilità in Italia? Valeva in Unione Sovietica? Il fatto è – come scriveva Cortese – che “se degli individui osassero fondare un’associazione anticomunista sarebbero arrestati e condannati; se osassero pubblicare un giornale di opposizione al governo subirebbero la stessa sorte; se volessero sostituire Stalin, come gli inglesi hanno sostituito Churchill, sarebbero processati e puniti” (4). Questo e non altro è il punto: non c’è consenso se chi deve esprimerlo non ha la libertà del dissenso, e per dissentire bisogna bene che i singoli esercitino alcune fondamentali libertà, prime fra tutte la libertà di stampa e di riunione (che, non a caso, scapitano assai tanto nel fascismo che nel comunismo). Non basta dunque votare le leggi e la politica del partito, ancorché a suffragio universale, per dire che quelle leggi e quella politica sono volute dai cittadini. Prima ancora, occorre che il voto sia libero. Diversamente, quando non si voglia indulgere a mistificazioni che prostituiscono il linguaggio, l’atto di deporre la scheda nell’urna non può assolutamente essere rubricato come “voto”. Che voto potrò mai esprimere quando mi costringono a “scegliere” il candidato unico che da solo occupa tutto l’arengo politico? Sarà violenza, sarà ricatto, sarà manipolazione: quella scheda sarà tutto fuorché il prodotto della mia autonoma volontà. E per quanto i governanti e i loro ventriloqui vorranno tenerla in conto di voto, pure essa rimarrà soltanto l’ombra bugiarda di qualcosa che non c’è (la mia libera preferenza, appunto); che non c’è, si capisce, perché non ci può essere mancando la regola prima – la regola del dissenso - al riparo della quale essa può svolgersi e rafforzarsi. Ora, si dà il caso che precisamente questa regola riesce dura e refrattaria ai fascisti e ai comunisti, magari diversi nei toni, forse negli argomenti, ma tutti e due ben risoluti a spazzarla via dai loro orizzonti perché per gli uni come per gli altri chi vince vince tutto e chi comanda comanda per sempre e non c’è verso di disarcionarlo, dunque, se non con le punte delle baionette e sotto l’urto di una rivoluzione. Allo stringer dei conti – ricordava Cortese – la questione “potrebbe sintetizzarsi in modo molto semplice: la possibilità di cambiare governo senza fare la rivoluzione. Ora – argomentava - sia il governo fascista che il governo comunista non si possono mandar via senza fare la rivoluzione”. E proseguendo: “Io fermamente credo, a costo di essere chiamato ancora una volta reazionario, che il nostro popolo non desidera altro se non proprio questo: di essere sempre in condizione di cambiare governo quando vuole e di poter dire, quando crede, che non è vero che tutto va bene”. “Queste cose il popolo non può farle né può dirle né con la dittatura fascista, né con quella comunista.” (5). Da cui la scoperta somiglianza degli uni con gli altri e quella indefinibile, quell’inafferabile cosa che si chiama “aria di famiglia” per cui i primi si fanno fratelli dei secondi (anche se, forse, soltanto fratelli minori). Ad ogni modo, proprio codesta fratellanza faceva scrivere a Cortese come “nessun partito più di quello liberale sia in posizione d’intransigente e totale antagonismo nei confronti del fascismo e del comunismo, che rappresentano, allo stesso grado, la negazione completa della idea liberale” (6).

Allo stesso grado, forse, non diremmo perché, nel fatto, il comunismo riuscì ad una pervasività di controllo, ad una capillarità di dominio quale il fascismo non ottenne mai (da cui la “minorità” nella gerarchia della famiglia). Pur nondimeno, a prescindere dagli esiti - nell’un caso più compiuti, nell’altro soltanto accarezzati - è certo che comunisti e fascisti incrudelirono contro le idee e gli istituti liberali avvampati dal medesimo odio catilinario. E primo tra gli istituti che li rimescolava nel profondo era precisamente il dispositivo che riconosceva anche alle minoranze il diritto di tentare le proprie esperienze. Sicché, dove opera questo ritrovato della sapienza liberale, le minoranze, ancorché sconfitte, non si trovano nella necessità di abbandonare il campo e di gettare la spugna. Non più estromesse dal gioco della politica, nulla si può escludere: nemmeno che le preferenze dei cittadini mutino col tempo e, mutando, offrano ai perdenti l’occasione della rivincita. Gira e rigira, il metodo liberale – e si ricordi che per Cortese metodo liberale e democrazia moderna fanno blocco e tornano a dire la stessa cosa – gira e rigira, dicevamo, la democrazia liberale si caratterizza proprio per questo: per una serie di tecniche legislative che favoriscono l’avvicendamento nella Città del Comando; di modo che il potere dei vincitori non è mai assoluto e, appunto, totale. I vincitori prevalgono, come è giusto che sia. Ma anche i vinti contano, posto che un domani potrebbero essere essi a cantar vittoria. Sembra nulla questa regola giuridica dell’avvicendamento o, il che fa lo stesso, questo diritto delle opposizioni. In fondo, si potrebbe pensare, è il portato di una sapienza tecnica, fredda e incolore come solo le invenzioni della tecnica sanno essere. Sembra nulla, dunque. Eppure… eppure è tutto; tutto quanto serviva a Cortese per respingere intanto la taccia di conservatorismo con cui si usava deprimere la sua militanza politica, e quindi per ravvivarla questa militanza al calore di una fede morale di cui, guarda caso, il diritto al dissenso è il precipitato giuridico più immediato e conseguente. Del resto, vi dovrà pur essere una ragione per cui egli poteva scrivere che “il nostro irriducibile antifascismo, il nostro irriducibile anticomunismo, sono una protesta morale” (7). Appunto: una protesta morale.


4. Ma non anticipiamo e disponiamoci a procedere con ordine, cominciando proprio da lì, dal fiero, orgoglioso, quasi catafratto anti-conservatorismo che Cortese levò alto sulla sua bandiera. E come avrebbe potuto altrimenti? Quando anche gli altri hanno il diritto di correre la loro avventura, quando questa avventura ha la possibilità di comunicarsi al prossimo e magari di conquistarne il gusto e di catturarne la simpatia, quando avviene tutto ciò, segno è che non c’è più nulla di statico, nulla più di definitivo; e il mondo – a cominciare dal mondo politico – si emancipa da quella specie di prigione elastica che costringe gli uomini a ciondolare stancamente sulle esperienze del passato che, codificate nelle leggi, si ripetono nel presente e poi si prolungano nel futuro. No, non è più così dove si lascia che le leggi vengano contestate dai dissenzienti i quali a voce spiegata diranno le ragioni della loro insoddisfazione; e poiché tali ragioni potranno pure aprirsi un varco nell’intelligenza della restante umanità, ecco che per il tramite del dissenso dilegua l’idea stessa della politica come uno scenario dove si rappresenta una scena e una scena soltanto, sempre quella, sempre la medesima, con gli uomini fissati in una sorta di rugginosa immobilità ad estenuarsi nella replica dei loro atti. Qui invece, per il foro delle opposizioni, ci si apre al respiro del diverso e quindi al soffio dell’imprevedibile, con la storia che prende l’andamento di un perpetuo superamento e di un continuo divenire. Altro che conservazione! “Siano all’opposizione o al potere – scriveva Cortese in un articolo che non per caso si intitolava “Noi, anticonservatori” – siano all’opposizione o al potere, i liberali sono naturalmente riformisti, perché i loro metodi, la loro mentalità, le loro istituzioni, sono volte al libero progresso, al riformarsi della legge e degli istituti sotto la spinta delle nuove idee, dei nuovi bisogni, dei nuovi sentimenti delle maggioranze libere di esprimere la loro volontà” (8). Facile, poi, da questa verità estrarre il guizzo della replica che rovescia l’argomento su coloro stessi che s’erano avventurati ad usarlo, un po’ come il pugile che stretto in un angolo schiva il colpo e rientra con un gancio che lascia il segno: conservatori i liberali? Macchè! E’ vero proprio il contrario. Conservatori, ad onta di ogni panneggiamento ideologico, sono precisamente i partiti intolleranti d’ogni dissenso perché dove il dissenso è proibito lì non potranno maturare idee nuove, nuovi stili di vita che, soli, riplasmano le leggi col calco, appunto, della novità. “Taluni partiti – scriveva Cortese – e primo fra essi il partito comunista, sono ineluttabilmente i conservatori del domani. Perché una volta imposto il nuovo assetto, pretenderebbero conservarlo con le imposizioni della forza, nelle gabbie della dittatura: e non può esservi, certo, forma più tipica e più aspra di conservatorismo” (9).
5. D’accordo, si dirà: il liberale asseconda i “cangiamenti continui della realtà contingente e le nuove tendenze di riforme” (10); le asseconda nel senso che non vi si oppone. E certo non è poco. Poi però, vien fatto di chiedere: ma quei “cangiamenti” li stimolerà lui, lui in prima persona? Sarà lui stesso a promuovere le “nuove tendenze di riforma”? O lascerà ad altri il carico di questa iniziativa? Quando Cortese, sulla scia dell’insegnamento crociano, scrive che “sono proprio funzioni del liberalismo il difendere, difendendo se stesso, le condizioni di vita degli altri partiti”; quando aggiunge che s’ appartiene ai liberali “il fornire un sistema attraverso il quale non soltanto le proprie idee e i propri orientamenti circa la soluzione dei vari problemi … possono conseguire il successo nella pratica attuazione, ma anche le idee e gli orientamenti degli altri partiti” (11), quando Cortese scrive così, potrebbe rimanere la curiosità di sapere quali siano poi in concreto le idee e i convincimenti specifici dei liberali; e se l’interrogativo restasse inevaso addirittura potrebbe cadere come un velo di incertezza sul loro ansito riformatore. Dopo tutto, verrebbe da dire (ma, come vedremo, non si direbbe bene), dopo tutto il principio della concorrenza fra la maggioranza e le minoranze è solo una regola del gioco. Formale come tutte le regole del gioco. Quale la sostanza? Quale la partita che si giocherà sotto l’impero di quella regola? E soprattutto: questa partita i liberali à la Cortese la giocheranno all’attacco o in difesa? In difesa delle posizioni costituite o all’attacco di nuove frontiere? Anticonservatori nel metodo, dunque. E va bene. Ma poi, i liberali vorranno essere anticonservatori anche nel merito?

Domande maliziose, battute col pestello dell’animosità polemica? No, per nulla; Cortese per primo non vi passa accanto spensierato, quasi fingendo di non accorgersene; e anzi, senza rotondità diplomatiche, fino in fondo le affronta di faccia quelle domande, con argomenti che davvero tolgono conforto a chi ricusa di ascriverlo ad uno schietto repertorio di estro progressista, di progressismo liberale si capisce. Il liberalismo – egli soleva ripetere – è una concezione “naturalmente progressista” (12); e per non girare nella nebulosa di termini che non vengono mai tirati a conclusione (anche perché qui da noi di “progressivo” c’è soltanto la paralisi), vale subito precisare che per Cortese – come per molti liberali coerenti e conseguenti – “progressisti” erano tutti coloro che non rimanevano “sordi alla voce dei tempi che porta più in alto il grido di giustizia” (13). Se dunque quel termine lì (“progressista”) può dispiacere per l’evanescenza dei suoi significati, si sappia fin d’ora che dietro di esso, e magari dentro di esso, gorgogliava la nota di un afflato umano fraterna con l’ansia di riscatto degli umili e dei diseredati. A soddisfare la quale non si opponeva nulla, certo non un ruolo più attivo dello Stato e un suo più incisivo intervento nella vita economica e sociale. Questo interventismo statale, Cortese lo promosse, insieme, con prudenza e cautela ma pure con tutta il vigore necessario quando ricorrevano quelle determinate circostanze per cui solo grazie al potere pubblico i postulati primi del pensiero liberale avrebbero potuto svolgersi su una linea diritta e continuarsi nell’azione pratica con la bella felicità della coerenza. “Bisogna essere guidati da un partito preso o dall’ignoranza – ammoniva – per raffigurarsi una dottrina liberale ferma al liberismo di Manchester e per meravigliarsi che un liberale possa attuare interventi per combattere la speculazione, per orientare gli investimenti, per colpire i monopoli” (14).

E sono tante le iniziative, tanti i provvedimenti legislativi a firma di Cortese che stanno lì e premono per essere esibiti quali testimonianze di questo atteggiamento “pragmatico”, certo non sedotto da lusinghe statolatriche ma neppure necessariamente ostile allo Stato; molti esempi, dunque, vi sono che si inanellano nella nostra memoria e ci sfilano dinanzi quasi in ordine di parata (e qualcuno bisognerà pure richiamarlo più avanti).

Ma poiché gli elenchi hanno sempre un po’ della freddezza notarile e noi invece – come il lettore ricorderà - siamo alla ricerca del calore della fede da cui essi escono riscaldati, ecco la necessità di riparare nel giro più largo dei principi morali che di tutte quelle iniziative e di tutti questi esempi sono come la premessa e l’annuncio.


6. Per la verità non di principii (al plurale), ma del principio (uno solo, al singolare) si tratta; una, una soltanto è la convinzione morale sui cui è piantato tutto il liberalismo di Guido Cortese. Ma quanto ferma questa convinzione! E quanto perentoria! Quale essa sia, è cosa che potremmo dire subito, come di volata; che però, appunto per tanta sollecitudine, avrebbe un po’ della perentorietà apodittica. Meglio allora invocare la pazienza del lettore e invitarlo lungo un ragionamento che si vorrebbe pulito e lineare, al termine del quale la soluzione si annuncia da sola, con la fresca confidenza che è propria delle cose spontanee e naturali. E che per essere spontanee e naturali, sono anche le più adatte a chiudere la fonte stessa da cui si spandono gli argomenti di tanti neo-clericali, i quali prendono materia per le loro rampogne sempre e soltanto da lì: dalla convinzione che nella architettura dello Stato liberale non circola nemmeno un refolo di aspirazione morale, nemmeno un alito di convincimento ideale; niente, niente di niente: un po’ come avviene per la nostra struttura ossea, per lo scheletro, insomma – mirabile per l’armonia delle sue forme – ma assolutamente incapace di vita quando non rimpolpato da sangue e da carne. Donde la necessità che la religione (“carne” e “sangue” dell’uomo) sforzi il cerchio dell’esperienza privata e irrompa nella vita pubblica tonificandola così con quel fiotto di vitalità che solo le sue credenze possono assicurare. Tutto questo, beninteso, nel presupposto che lo Stato liberale - o, in questo contesto fa lo stesso, - lo Stato liberal-democratico sia “vuoto” e si riduca ad un ingranaggio di regole formali. Come se le regole (cosiddette) formali non fossero sagomate su ideali e valori così e così definiti, sicché chi le adotta quelle regole può coltivare certi ideali non altri; perseguire alcuni, non altri valori. Donde l’autonomia e meglio diremmo, l’autosufficienza del liberalismo il cui diritto, appunto perché si svolge gemello con determinate esigenze della vita etica, ritrae da se stesso la forza dei convincimenti morali, senza che altri sistemi, dall’esterno, debbano provvedere a rinvigorirne la spiritualità. Ecco perché Cortese aveva cento, mille ragioni dalla sua quando ricordava che le leggi, incluse le leggi liberali, sono sempre un “riverbero della coscienza” (15) e che esse affondano le loro radici “nei campi più vasti della cultura” (16).

Ebbene: quale moralità si spande nella regola del dissenso (tanto per rimanere a fuoco con il principio primo dell’organizzazione liberale)? Posto, come insegnava Cortese, che il liberale “porta scritto sulla sua bandiera: ‘io combatto perché tu possa avere una idea contraria alla mia’”(17), posto questo, bisogna ben chiedersi: perché? Perché il dissenso? Perché tollerare il diversamente pensante?



Per scettica neutralità? Per fredda indifferenza? Se fosse così, se fosse sempre e necessariamente così, tornerebbe l’idea del diritto come di un sistema anemico e sfiaccolato; quando invece s’è stabilito l’esatto contrario, che cioè nell’ingranaggio dei meccanismi giuridici c’è sempre insinuato la forza di un convincimento etico. E allora, di bel nuovo: perché il liberale tollera l’altro? E cosa implica questa tolleranza?
7. La verità è che il liberale non è – non lo è per decreto di natura, almeno – non è uomo dai convincimenti fiacchi e svigoriti, pronto perciò a cedere agli argomenti dei suoi contraddittori. Come i suoi contraddittori – come ad esempio il cattolico più ostinatamente integralista – anche il liberale coltiva una precisa visione del bene, e proprio come il cattolico, anche il liberale non è disposto a compromettere sul piano intellettuale il suo vero e il suo bene con il vero e il bene degli altri. Quello che è vero e bene per gli altri può non essere tale per lui; può apparirgli come l’errore e il male, e con l’errore e il male l’uomo moralmente integro non deve transigere mai. Dall’intransigenza intellettuale, però, egli non deriva mai l’intolleranza giuridica. Il liberale non accetta che la sua verità divenga causa di restrizione dell’altrui indipendenza, e perciò non si arroga il diritto di imporre alcunché – foss’anche il bene più prezioso di questo mondo – a suon di pugni e con la forza delle armi. Difende, questo sì, l’inflessibilità, o - se più piace chiamarla così – l’”intolleranza intellettuale” ma respinge l’intolleranza giuridica. E la respinge non perché le idee altrui gli siano indifferenti (se gli fossero indifferenti non le combatterebbe nemmeno); no, la respinge perché egli non riconosce a nessuno, nemmeno a se stesso, il diritto di imporre la virtù e la felicità con le randellate e i fucili. Imposta con i fucili, abbrutisce e perverte la dignità dei singoli. Siamo al punto. E’ da qui che origina la tolleranza (e con la tolleranza il diritto al dissenso): dalla sollecitudine per la dignità morale dell’altrui persona. Non dall’indifferenza, dunque, deriva la tolleranza; ma dal convincimento profondo, dalla “consapevolezza che nasce dalla commozione di una fede” direbbe Cortese, che in ognuno, che in ogni individuo vi è qualcosa di irraggiungibile e di inviolabile. E che questo qualcosa di irraggiungibile e di inviolabile è il sacrario della sua coscienza morale. Ecco perchè la libertà di coscienza è la fonte sorgiva del liberalismo e non a caso Cortese – in un articolo magistrale sul laicismo (e il clericalismo), ma magistrale veramente dove un intero tesoro lampeggia come per dire al lettore: “fermati e pensaci!” (18) – non a caso, dicevamo, egli solleva questa libertà a presidio dei diritti che costellano lo Stato laico-liberale, con l’uno che richiama l’altro e con tutti alla fine che si risaldano all’intangibilità del singolo e quindi alla salvaguardia delle sue idee, dei suoi valori e delle sue credenze.

Agevole, a questo punto, setacciare il grano di verità morale che sta dietro l’organizzazione dello Stato liberale: il liberale asseconda la libertà di coscienza e dunque la tolleranza (con il dissenso che vi è correlato) perché per lui l’individuo è sacro e come tale va rispettato e protetto sempre, anche quando - e soprattutto quando – quell’individuo coltiva convincimenti diversi dai nostri. L’individuo, dunque, l’individuo fiero della sua autonomia e geloso della propria indipendenza. L’individuo: questo è il principio etico dell’organizzazione liberale. Altro che frollo e debilitato scetticismo! A volte non bisogna impressionarsi per il turgore di termini troppo impegnativi. E allora, diciamola tutta: il liberalismo è un fede. Proprio: una fede. Il liberalismo è la fede nell’individuo e – come scriveva Cortese – “reclama un ordine che tenga conto d’una suprema verità; che centro e fine della società è l’individuo… Questo supremo, questo sacro valore… chiede che sia rispettato, sia considerato il più alto ed il più inviolabile: la vita dell’uomo che deve essere sacra per l’uomo” (19). E altrove, dispiegando con più comodo il suo pensiero, aggiungeva: il liberalismo “pur non disconoscendo gli aspetti corali della vita moderna, riconosce tutt’ora come protagonista di essa l’individuo, con la sua storia, le sue tendenze, le sue idee, le sue fedi e le sue apostasie, le sue predilezioni e le sue ribellioni” (20). Dove, evidentemente, l’attenzione cade proprio sulle ribellioni e le apostasie; segno, se mai ve ne fosse bisogno, che il sale della terra sono sempre loro, le minoranze, i dissenzienti, gli eretici; e che tutto è perduto, a cominciare appunto dalla dignità dei singoli, quando si organizzano le cose in modo da assicurare la verità di qualcuno contro l’errore di ogni altro e non invece il diritto di tutti a perseguire ognuno la sua verità, per quanto incongrua, per quanto disarmonica essa possa suonare nel concerto della collettività.



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