Il paesaggio e IL senso del luogo



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21.12.2017
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Il paesaggio e il senso del luogo

di Diego Tomasi


Centro di Ricerca per la Viticoltura

Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura



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Il Paesaggio

La più recente definizione di paesaggio è quella proposta dalla Convenzione Europea del Paesaggio, elaborata dal Consiglio d’Europa (Firenze 20/10/2000), firmata da 33 Paesi e ratificata da 24 (in Italia la convenzione è operativa dal primo settembre 2006), in essa così si attesta: “Paesaggio indica una determinata parte del territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni” inoltre: “La presente convenzione riguarda sia i paesaggi che possono essere considerati eccezionali, sia i paesaggi della vita quotidiana, sia i paesaggi degradati”, infine: “la presente convenzione si prefigge lo scopo di promuovere la salvaguardia, la gestione e la pianificazione dei paesaggi e di organizzare la cooperazione europea in questo campo”.

È importante sottolineare che questa definizione richiama lo stretto legame tra l’uomo, il suo agire e il suo paesaggio, ma ha in sé anche una forte azione di avvicinamento del paesaggio al vivere quotidiano. Quindi non solo paesaggi eccezionali e frequentemente promossi dai media, ma anche situazioni locali che racchiudono in sé un vivere fatto di storia e di tradizioni che ben si raccorda a quanto detto da E. Sereni, il paesaggio è “quella forma che l’uomo, nel corso ed ai fini delle sue attività produttive agricole, coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale” (Storia del paesaggio agrario italiano. Ed. Laterza 1961). Luogo e uomo sono, quindi, un binomio da cui prende origine un paesaggio e la presenza dell’uomo con il suo agire è l’elemento inscindibile e irrinunciabile. Ciò che ci sta attorno ha allora dei connotati fisici, vegetazionali, ma solo il dialogo tra l’uomo e la natura crea un paesaggio e ancor più un luogo di valore.

Il paesaggio è espressione della natura e dell’opera dell’uomo: Colli Euganei, le forme a cono degli antichi vulcani ricordano l’origine dei suoli e caratterizzano il paesaggio costruito.


Il rapporto tra l’opera dell’uomo e la sua terra, è sempre stato il risultato di una necessità rivolta alla messa a coltura delle superfici produttive per la sopravvivenza delle genti, ma solo l’ardire e l’intuizione di Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon (Montbard, 1707 - 1788) nella sua “Histoire naturelle, générale et particulière” ha permesso di affermare, contrariamente al pensiero di allora, che non è la natura che influenza l’uomo, ma è l’uomo che pur non sottraendosi alle leggi generali della natura, la trasforma e la adatta incessantemente alle proprie esigenze. La potenza dell’uomo si è così riunita a quella della natura, ma è la prima che ha impresso i meravigliosi caratteri, assecondando la natura, ed esprimendo in tutta la sua maestria la propria forza, inventiva e sensibilità. In modo esplicito si riconosce quindi il ruolo dell’uomo nel costruire i suoi luoghi: questo intenso e metodico equilibrio è sfociato sia in grandi scenari (vedi le imponenti sistemazioni collinari, i magnifici borghi e contrade), sia nei particolari di un muretto a secco, di un albero che abbellisce un podere, nell’armonia di un fabbricato rurale, nella sinuosità di una strada di campagna; ritorniamo quindi al vivere quotidiano e ai segni impressi dal suo agire.

I singoli elementi che compongono il paesaggio (gli iconemi) diventano allora punto di riferimento e tratti distintivi per chi vive all’interno del luogo, ma anche per chi impara a conoscere, apprezzare e relazionarsi con i siti e con la loro scenicità. L’uomo ha quindi subordinato la natura al proprio agire, abbellendone i tratti e creando dei riferimenti senza i quali viene meno la capacità di orientarsi, ciò diventa ancor più tangibile quando accostiamo al paesaggio esteriore anche quello interiore composto di emozioni e di stati d’animo. Diventa quindi difficile separare le due facce del paesaggio, quella esterna e quella interna: entrambe concorrono assieme a formare un tutt’uno che non si identifica solamente con qualcosa di fisico, ma si concretizza in un dialogo fatto di sentimenti, ricordi, percezioni visive e cultura.
Le emozioni del paesaggio

Il paesaggio è uno stato d’animo (Henri Frédéric Amiel, Ginevra 1821 – 1881, Frammenti di un diario intimo) ed è in grado di generare emozioni e portare con sé un messaggio che si trasmette in modo inconscio fino alla qualità percepita del vino: infatti, tutto ciò che nasce da una base che cattura, attrae e coinvolge i nostri sensi, viene immediatamente associato ad un maggiore valore qualitativo. Quindi, la contemplazione di un vigneto in grado per i suoi caratteri e per il contesto circostante, di creare intensi stati d’animo, produrrà nel consumatore una predisposizione inconscia a premiare il suo prodotto rispetto ad un vino del quale non si hanno punti di riferimento. Questo stretto legame tra emozioni suscitate dalla contemplazione del paesaggio e qualità percepita del vino, si trasforma in un sicuro grado di preferenza e di fedeltà per quei prodotti che nascono in contesti ambientali attraenti e che vengono così ad avere un valore aggiunto non presente in altre realtà produttive. Il vino diventa allora un veicolo con il quale diffondere la cultura dei luoghi e la tradizione delle produzioni in quanto, concordi con J. R. Pitte (1983), per cogliere appieno l’unicità dei paesaggi bisogna conoscerne la loro storia e la cultura che li ha creati: “ciò che si vede in un paesaggio è molto di più delle forme, delle ombre e dei disegni. E’ un’intera civiltà. Senza dubbio vedere è sapere, ma sapere aiuta a vedere”. Un messaggio chiaro e nel contempo impegnativo per tutti noi.



Soave: i ciliegi in fiore a ricamare i vigneti e a decorare il paesaggio.

Per il vino tutto questo ha un significato ancora maggiore data la quota di soggettività che influenza il giudizio organolettico: se al momento dell’assaggio la mente recupera stati d’animo ed emozioni che il paesaggio ha saputo suscitare, sicuramente quel vino avrà un grado di preferenza maggiore rispetto ad un vino di cui si ignora l’origine. Claude Levi Strauss (Bruxelles 1908) amava dire: “a buon pensare, buon mangiare”, questo ci porta immediatamente alla quota di preferenza che viene assegnata ad un vino quando la sua origine è nota e riconducibile ad un bel paesaggio e questo sulla base della stretta relazione che esiste tra bello e buono. La miglior predisposizione ad esprimere un giudizio positivo quando il consumatore ha in mente e rievoca il paesaggio da cui trae origine il vino che ha nel bicchiere, deve indurre a conservare, tutelare e valorizzare nella sua unicità e tipicità il paesaggio, ma soprattutto a farlo conoscere, incontrare e ricordare anche attraverso l’ospitalità di chi lo abita.

Area di produzione del Prosecco DOCG: il paesaggio ad immagine di una qualità superiore.

Per questi motivi la salvaguardia della potenzialità espressiva del paesaggio deve essere un’opera collettiva, cui tutti gli abitanti devono concorrere con un intento comune anche per la tutela dei piccoli particolari che sono alla portata quotidiana di tutti e che contribuiscono ad accrescere il potere di attrazione dei luoghi e del contesto in cui sono inseriti.
Vino e paesaggio

Con quanto fino ad ora commentato, si è voluto portare l’attenzione sul forte potere evocativo ed espressivo del paesaggio. La sua evoluzione storica, la sua pregnanza culturale e la ricchezza di tradizioni, si devono sposare con la sua bellezza e con la sua conservazione. Il consumatore sarà così portato ad associare al paesaggio la qualità del vino e il suo giudizio sarà favorevolmente condizionato. Questo, come dimostrato, è ancora più palpabile se si tratta di produzioni collinari, dove alla scenicità dei luoghi si può associare anche l’impegno fisico del viticoltore e l’artigianalità del suo agire. Non si stanno quindi promuovendo valori astratti o anacronistici, ma al contrario si vuole proporre al consumatore un territorio, indurlo a scoprire gli elementi che lo compongono, la cultura e le tradizioni in esso racchiuse e soprattutto l’impegno per la sua conservazione. Tutto questo si associa in ultima analisi al benessere individuale sempre più bisognoso di stati d’animo legati a piacevoli disposizioni dello spirito (Luginbühl Y., 2004).

Essendo il vino sempre più un bene culturale, vissuto come comportamento emozionale di alcuni momenti particolari del vivere, in esso si cerca quindi non solo una qualità e una piacevolezza organolettica, ma anche un ritorno a stati d’animo, a sensazioni, a piacevoli ricordi. Una stretta associazione al paesaggio diventa allora il filo conduttore con un luogo, con il suo ricordo in una armonia di sensazioni gustative ed emotive.

Questo il vero significato del paesaggio, fortunatamente in corso di piena valorizzazione anche attraverso la sua conservazione, che non deve prestare attenzione solo a poche e maestose realtà, ma che deve premiare anche le particolarità quotidiane.



I muri di sostegno non sono manufatti, ma opere d’arte da conservare e tramandare (le marogne del Valpolicella).
Recenti esperienze hanno confermato in modo statisticamente sorprendente che uno stesso vino quando associato ad un bel paesaggio viene inequivocabilmente preferito ad un vino associato ad un paesaggio monotono o deturpato (L. Corain, D. Tomasi, et al. 2010). I risultati impongono quindi una attenzione particolare alla cura del vigneto che non deve essere solo tecnica, ma anche estetica in grado di attrarre e stupire.
Il valore economico del paesaggio

Le tecniche di promozione e di vendita, il confezionamento, l’etichetta etc, sono tutti elementi importanti nel mondo del vino, ma per un’area viticola è senza dubbio più premiante e duraturo puntare sullo stretto legame tra vino e territorio: tra le diverse componenti di quest’ultimo, il paesaggio ne fa parte in modo autorevole. La necessità di evadere dal vivere quotidiano, porta sempre più le persone a cercare ambienti dove la qualità estetica del panorama e dei luoghi siano superiori e appaganti; il paesaggio è il primo stimolo in questa ricerca e i prodotti in esso presenti diventano a loro volta un’intima parte del territorio non scindibile e non trasferibile.

Si vuole però ricordare che il paesaggio si compone anche dell’agire della gente, che attraverso l’ospitalità, la cortesia e l’accoglienza contribuisce ad arricchire di valori immateriali il vino. Se si riuscisse a scorporare il valore aggiunto dato dal luogo di origine ad un vino, potremmo di conseguenza dare anche un valore economico al paesaggio, al quale potrebbe essere attribuito in via ipotetica un valore pari o alle maggiori vendite da esso garantite o dal maggior prezzo di vendita della bottiglia di vino. Ciò significa che il vino è sempre più un bene culturale vissuto come comportamento emozionale che evoca ambienti, paesaggi, cultura e tradizioni. Logicamente tutto questo non può prescindere da una scontato qualità compositiva del vino; l’evoluzione delle tecniche enologiche e delle pratiche viticole, hanno infatti portato ovunque la qualità dei vini su alti livelli. Il compito cui si è chiamati ora, deve volgere la sua attenzione a tutti quegli elementi che fanno da corollario alla materia prima e che tanto peso hanno sulla preferenza del consumatore. Ciò non significa che si stiano promuovendo valori astratti, ma al contrario si vuole proporre al consumatore un territorio, indurlo a scoprire gli elementi che lo compongono, la cultura della sua conservazione e l’impegno per la sua promozione. Il consumatore, il turista, l’enoturista devono poter verificare autonomamente l’origine dei vini e degli altri prodotti locali e toccare con mano la salubrità e la bellezza dell’ambiente. Quando un luogo si compone di un patrimonio di cultura produttiva e di una biodiversità vegetale che testimonia la cura per l’ambiente, allora sarà più facile per il consumatore sentirsi tutelato e garantito da un insieme produttivo che punta alla conservazione degli elementi che originano la diversità.

Valle di Marano in Valpolicella: si noti l’elevata biodiversità del paesaggio.


In tutto questo il paesaggio ha il compito di trasformare le immagini in sentimenti e stati d’animo affinché ad un ricordo positivo, legato alla visione di un bel paesaggio, corrisponda un giudizio organolettico condizionato favorevolmente dalle emozioni e dalle sensazioni acquisite in quel dato momento. L’immagine obiettiva della fisicità del paesaggio, arricchita dalla scenografia del momento (colori, luminosità, volumi, ecc.), porta ad una percezione visiva che viene elaborata, immediatamente memorizzata e facilmente recuperata al momento dell’assaggio. La vista non è più soltanto un senso primario di percezione, ma diventa un elemento di giudizio in stretto collegamento con il gusto e con l’olfatto, il tutto trae però origine dal soggetto visivo, in questo caso il vigneto ed il suo contorno. A parte alcuni casi che devono essere rigorosamente tutelati ed in caso sovvenzionati per il loro perdurare, bisogna però fare attenzione a non voler ingessare e musealizzare il paesaggio, che deve invece evolvere seguendo l’attività agricola e nello specifico quella viticola; bisogna quindi permettere un giusto e ragionato progresso, che deve però trovarsi in equilibrio con la storicità dei luoghi e con la loro valenza economica. Non sempre ciò che sembra dare un immediato tornaconto od utilità è tale con l’andar del tempo (vedasi gli effetti negativi del rittochino), pertanto deve emergere una nuova attenzione per gli effetti irreparabili che alcuni interventi comportano. Un progresso ragionato e scientificamente guidato, permetterà di mantenere e sfruttare il vantaggio che la storicità della nostra viticoltura e l’unicità dei nostri luoghi hanno, rispetto a viticolture più recenti e più aggressive. Deve nascere una sensibilità che in alcuni casi deve essere costruita attraverso una opportuna educazione alle nostre origini, alla volontà di conservare e tutelare un bene così vulnerabile anche attraverso atti e atteggiamenti semplici e quotidiani.


Conclusioni

In un periodo storico in cui si vorrebbe che l’origine di un bene non fosse legata a confini, ma bensì “delocalizzata”, confusa e svilita in una generica categoria di prodotti, l’autenticità dei nostri vini deve invece essere vigorosamente difesa. Se i prossimi decenni ci riservavano una sorprendente velocità di innovazione, una continua evoluzione nelle comunicazioni e dell’informazione, un rapidissimo trasferirsi da un luogo all’altro, se nuovi Paesi entreranno prepotentemente nel mercato mondiale che sarà sempre più planetario, allora si intuisce come la necessità di avere dei punti di riferimento diventerà per molti un motivo di difesa contro una vita dai caratteri anonimi. I prodotti enologici, con il loro valore elitario ed edonistico, faranno parte di quei beni, non più strettamente necessari alla dieta quotidiana, che arricchiranno e daranno un momento di piacevole riflessione ad un vivere sempre più frenetico e urbano. Solo il poter associare un vino, o qualsiasi altro prodotto alimentare, ad una terra, ad un luogo, alla gente, ad una tradizione, potrà conservare ed accrescere l’interesse verso quanto contribuisce a mantenere un rapporto con la natura e con ciò che essa rappresenta. Proprio le nuove forme di vita, sempre più svincolate da tradizioni familiari e da riferimenti con il passato, cercano ora una autenticità e una identità che solo un luogo di origine può fornire; solo l’immagine e i caratteri di un sito produttivo possono far riemergere un senso di appartenenza e di naturalità altrimenti difficilmente individuabili. E proprio parlando di elementi rievocativi, dobbiamo principalmente fare riferimento al paesaggio e alla sua immensa forza psicologica sull’immagine di un prodotto. Il paesaggio riassume infatti in un unico insieme tutte le forze che governano un luogo, siano esse naturali (il clima, il suolo), antropiche (la tradizione, la storia, l’impegno umano) o vegetali (simbiosi luogo-coltura), con un risultato di immediato riferimento ad un prodotto e alla sua terra di origine.



In questo complesso sistema vorremmo solo che certe azioni sommarie fossero meglio ragionate per trovare sempre un ottimo compromesso tra esigenze e priorità diverse; vorremmo che si consolidasse una cultura di rispetto del luogo, che considerasse anche la sua tradizione e la sua storia, che si rispecchiano sempre nel paesaggio. Il nemico del paesaggio non è quindi il nuovo (vigneto compreso), ma è l’ignoranza, priva di base storica, che non riesce a coniugare il funzionale con il bello, la tradizione con il progresso, che non sa cogliere i dettagli e mettere in pratica piccole, ma significative azioni di rispetto dell’ambiente. Il paesaggio è un valore, è una ricchezza e la sua evoluzione va ragionata, salvaguardando le specifiche componenti che ne formano una identità inimitabile. Perché dimenticare che il paesaggio non è un bene soggettivo e neanche di pochi? Facciamoci allora tutti partecipi affinché gli elementi caratteristici vengano capiti e rispettati, perché le siepi non vengano sostituite con le tubature, perché il vigneto non si impadronisca di ogni angolo anche dove un solo albero può creare bellezza, perché le macchine trattrici non abbiano ovunque la priorità sul paesaggio viticolo, perché il tornaconto economico non abbia sempre il sopravvento sulla nostra cultura e tradizione. Le nostre colline e pianure sono conosciute per il vino, ma anche per la loro bellezza, non sottovalutiamo lo stretto rapporto che esiste tra bello e buono.

Concludiamo ricordando che qualcuno ebbe a dire che il buon vivere poggia sul radicamento e sullo stabilire dei legami significativi e duraturi con il paesaggio e con i luoghi di appartenenza, in quanto senza punti di riferimento l’uomo “perde l’anima”, ovvero perde la capacità di ricondursi alle sue origini e alle sue memorie. Noi aggiungiamo inoltre l’assoluta necessità di abituarsi al bello, di appartenere ad un luogo curato e diverso, evitando che l’omologazione e il banale diventino parte del nostro vivere e che i centri commerciali siano i nostri punti di riferimento.

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