Il pensiero strategico



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02.01.2018
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Il pensiero strategico

  • Il pensiero strategico



Secondo il dizionario della lingua italiana (Treccani), strategia è:

  • Secondo il dizionario della lingua italiana (Treccani), strategia è:

    • nell’arte militare, la tecnica di individuare gli obiettivi generali e finali di una guerra o di un ampio settore di operazioni, di elaborare le grandi linee di azione, predisponendo i mezzi per conseguire la vittoria
    • regola generale di condotta che, prevedendo i possibili sviluppi di certe situazioni (per es., le successive mosse dell’avversario), stabilisce quali linee di azione si debbano seguire per il conseguimento dell’obiettivo.
  • Strategia è innanzitutto capacità di commisurare i mezzi ai fini. Strategia è attuazione di una condotta ragionevole.

  • Secondo la definizione data, però (voce 2), il pensiero strategico dipende anche dalla capacità di prevedere le mosse degli altri.

  • Da questo punto di vista il pensiero strategico è un atto comunicativo, un dialogo a distanza, così come ogni vera dialettica presume anche una strategia.

  • Ad esempio, prevedere, fare intendere, dissimulare, interrogare, tenere la posizione sono tutte mosse, che appartengono sia all’ambito della comunicazione, sia a quello della strategia.

  • La strategia non usa la comunicazione. La strategia è comunicazione.



Prima ancora che comunicazione, strategia è capacità di lettura, di interpretazione, di trasformazione, del mondo. Ancora prima di comunicarlo, la strategia, cioè, costruisce senso.

  • Prima ancora che comunicazione, strategia è capacità di lettura, di interpretazione, di trasformazione, del mondo. Ancora prima di comunicarlo, la strategia, cioè, costruisce senso.

  • Strategia è, innanzitutto, un processo di attribuzione di senso: è uno stratega colui che sa “leggere” la situazione, “interpretare” una mappa, “valorizzare” le possibilità di azione.

  • Il lavoro strategico è quindi una performance cognitiva, che ha lo scopo di riconoscere dietro ogni situazione una possibile struttura di senso, e quindi di azione.

  • Ogni strategia dipende dalla capacità di trasformare gli oggetti in segni di quegli stessi oggetti.



Il primo esempio di pensiero strategico è offerto, fin dalla nascita della cultura occidentale, dall’episodio del cavallo di Troia con il quale Ulisse riuscì a sconfiggere i Troiani.

  • Il primo esempio di pensiero strategico è offerto, fin dalla nascita della cultura occidentale, dall’episodio del cavallo di Troia con il quale Ulisse riuscì a sconfiggere i Troiani.

  • Fra i Greci si confrontano due diverse logiche di azione. La prima, impersonata da Achille, è basata sulla forza. La seconda, impersonata da Ulisse, sull’intelligenza.

  • La condotta di Achille è basata sul legame immediato e diretto fra mezzi e fini. La condotta di Ulisse, invece è basata sulla trasformazione della realtà e sulla mediazione simbolica: il cavallo di Troia non è più un cavallo, ma la messa in scena di un cavallo, un segno (menzognero) di un cavallo, forse una statua in onore degli Dei, forse un nascondiglio.

  • Infatti, intorno alla “vera” natura del cavallo si svolge una discussione fra l’indovino troiano Calcante (nell’antichità gli indovini erano incaricati dell’interpretazione dei segni) e una spia di Ulisse, strategicamente lasciara lì da Ulisse sotto mentite spoglie.

  • I Greci vincono la guerra (nonostante con la forza non fossero riusciti ad avere la meglio) perché vince, perché viene ritenuto più credibile, il loro discorso, il racconto della spia di Ulisse.





Si ha un segno quando aliquid stat pro aliquo (qualcosa sta per qualcos’altro).

  • Si ha un segno quando aliquid stat pro aliquo (qualcosa sta per qualcos’altro).

  • Si definisce segno tutto ciò che rinvia a qualche cos’altro, tutto ciò che può essere interpretato come manifestazione sensibile di un contenuto intelligibile assente.

  • Sono segni, ad esempio, i sintomi (che rinviano alla malattia), le tracce (che rinviano a colui che le ha impresse), gli indizi (che rivelano l’identità del colpevole), uno stemma (che rinvia a una famiglia nobiliare).

  • Poiché segno è tutto ciò che parla di qualche cos’altro da sé, ciò che trasforma un oggetto nella manifestazione di un contenuto nascosto (e da interpretare), il segno, come il cavallo di Troia, è, strutturalmente una finzione. (Ad esempio, si possono lasciare falsi indizi per ingannare il detective)

  • Il linguaggio, secondo la definizione di Umberto Eco (Trattato di semiotica generale) è “facoltà di mentire”. Se con il linguaggio non si potesse mentire, dice Eco, non si potrebbe dire nulla, neanche la verità.

  • Lo studio dei segni cerca di determinare in che modo, a quali condizioni, in quali contesti culturali siamo portati a considerare una finzione credibile. Come accada che un segno diventi uno stereotipo ed possa quindi essere confuso con ciò per cui esso sta.







La semiotica è una disciplina che ha una lunga preistoria. Fin dall’inizio, e secondo la sua etimologia, il suo oggetto è stato lo studio dei segni (in greco, sēmeĩon) e della loro interpretazione. Da allora, hanno parlato di segni Eraclito, Aristotele, gli Stoici, Sant Agostino, Bacone Locke, Husserl (solo per citarne alcuni).



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