Il potere nella bibbia



Scaricare 132.79 Kb.
Pagina1/3
24.01.2018
Dimensione del file132.79 Kb.
  1   2   3

IL POTERE NELLA BIBBIA

di padre Saverio Corradino S.J.


Roma, febbraio 1977

Conversazione tenuta nel corso di un incontro per dirigenti delle ACLI.

Trascrizione da registrazione su nastro a cura degli amici di p. Pio Parisi (testo non definitivo).


Premessa
Queste pagine intendono proporre un insieme di indicazioni pratiche e di avvii alla lettura per chi voglia studiare il tema del potere nella tradizione biblica. Non quindi uno svolgimento ordinato, ma una somma di spunti: l'argomento è quanto mai impegnativo, e coglie la sostanza stessa del messaggio biblico (cioè il patto dell'Alleanza, e il suo svolgimento nella storia), ma si lascia difficilmente ricondurre alla trattazione di uno dei temi biblici tradizionali. In realtà, quanto più ci si lavora sopra, tanto più esso appare ricco di componenti ed implicazioni profonde, e aperto a nuovi sbocchi globali su interi libri dell'Antico e del Nuovo Testamento.

Bisogna ricordare, infatti, come la tradizione biblica sia esperienza vissuta e non pura trasmissione di testi; e come tale esperienza - che è, a un tempo, interiore e comunitaria - si stabilizzi e si chiarifichi attraverso il linguaggio. Oltre all'elaborazione di una letteratura ispirata si ha dunque la messa a punto di un vocabolario originale, cioè di un intreccio coerente di termini tecnici o di espressioni specializzate in cui si fissano via via le acquisizioni e si condensano le novità. Appunto intorno a queste costanti linguistiche prendono corpo i temi biblici; e quindi da esse ancora dovrà partire la ricerca su un momento così essenziale dell'esperienza dell'uomo biblico qual è quello del potere (1).

Occorre subito dire che, nonostante ogni coincidenza verbale, il tema del potere non lo si trova tale e quale nella Bibbia: lo si raggiunge per via di equivalenti, come accade ogni volta che il termine propriamente non c'è nella Sacra Scrittura.

Aggiungo che questa è una condizione abituale: il nostro linguaggio è profondamente trasformato, in parte per il compimento che la rivelazione biblica ha ricevuto in Cristo (una conclusione escatologica che vanifica molte attese carnali), e in parte anche perché l'esperienza cristiana si è complicata di elementi estranei, attraverso una fondamentale apostasia di questi ultimi secoli, che comporta la deformazione di tutti i momenti interpersonali della vita, e quindi un continuo abuso del linguaggio. La difficoltà di salvare le corrispondenze linguistiche è stata viva, nella stessa rivelazione biblica, già per il passaggio dall'ebraico al greco; e, in misura assai minore, nel passaggio dalla tradizione greca a quella latina. E' indicativo il fatto che un termine per indicare il potere nella Bibbia greca più o meno esiste, exousìa: manca invece del tutto nella Bibbia ebraica; di modo che, se ci si vuole riferire all'intero svolgimento della rivelazione, l'argomento del potere può venir raggiunto solo attraverso temi equivalenti.

Bisogna pure aggiungere che il tema del potere ha un preciso contenuto tecnico; e che la Bibbia ha una resistenza, forse provvidenziale, per l'esplicitazione dei contenuti tecnici: tende a dare il quadro per una riflessione che l'uomo ha da fare ripensando alla propria storia quotidiana, ma non si sostituisce a lui, non gli fornisce neppure, propriamente, direttrici di lavoro, si limita a dargli spunti di fondo, e poi lo accompagna momento per momento, con una verifica ininterrotta. Il lavoro l'uomo deve farlo da sé, estraendolo tutto dal proprio fondo, per poi lasciarselo verificare attraverso i termini di riferimento fornitigli dalla riflessione biblica, che sono anch'essi mobili, perché si attualizzano in un modo diverso nelle diverse generazioni. Certamente la Bibbia non offre un insieme di soluzioni coordinate, cioè in questo caso una trattazione sull'argomento del "potere" a cui rinviamo come ad un appoggio.

Ecco dunque una raccolta di esemplificazioni di come trovare elementi utili in temi laterali rispetto a questo nostro.



1. Temi biblici affini
1.1. Il primo termine, tra quelli disponibili nel linguaggio biblico, a cui venga fatto di riferirsi è la "potenza".

La potenza è un valore completamente positivo: appartiene a Dio, e dice che cosa è il potere quando è tutto riferito a Dio, cioè quando non ha più velleità da sormontare, quando non subisce tentazioni di dismisura, e non deve compensare mediante l'abuso le proprie insicurezze e i vuoti interiori. L'entusiasmo, per il cuore dell'uomo biblico, si rivolge fondamentalmente alla gloria di Dio che si manifesta attraverso la potenza: e la stessa radicale impotenza dell'uomo si libera e si riscatta nell'incontro con la potenza di Dio.

Il tema parte davvero dalla primissima pagina della Bibbia: la potenza di Dio, appunto, nell'atto creativo ha la sua espressione piena. E si può misurare l'altezza degli altri interventi divini dalla loro omogeneità con l'atto creativo; poiché di volta in volta Dio interviene con una potenza equivalente a quella necessaria per creare il mondo. Attraverso tutto il libro sacro l'esaltazione della potenza di Dio raggiunge il culmine nell'Apocalisse, e precisamente negli ultimi capitoli (21 e 22). Ma qui è la maggiore novità del Libro Sacro: tra quei due termini, all'inizio ed alla fine della letteratura biblica, c'è una lunghissima vicenda storica e teologica, che pare in completo disaccordo con la manifestazione della potenza, perchè si presenta a prima vista come fallimento dell'uomo, e quindi anche - si direbbe - come fallimento del disegno di Dio. In realtà, quella storia è la salvezza dell'uomo e del mondo, attraverso una onnipotenza divina che parla il linguaggio della fragilità, della debolezza, della miseria, della povertà, della croce, quindi della sconfitta.

Non è questo un accorgimento retorico che dia risalto, per via di contrasti, agli aspetti positivi. Certo, il fatto di essere una potenza che parla attraverso la debolezza dice che è una potenza divina, infinita: solo Dio onnipotente è in grado di parlare attraverso il linguaggio della debolezza. Tale linguaggio - linguaggio di eventi prima che di parole - non è solo un'esibizione di potenza, non esprime appunto un gioco di contrasti; ma è la condizione per raggiungere l'uomo dal basso, dalle radici: La salvezza non ti arriva da qualcuno che ha tutto e dà qualcosa, o dà molto di questo tutto, soverchiandoti con l'abbondanza: è invece la potenza di qualcuno che si mette al tuo livello, e partendo dal tuo livello più basso ti rialza, ti fa diverso; qualcuno che ti fa partecipe della sua pienezza dopo aver partecipato alla tua miseria, e che in questa comunione effettiva con un'impotenza e una miseria a te ben note, non immaginarie, sofferte giorno per giorno, ti garantisce della reale consistenza di quella sua pienezza che vuole condividere con te.

E' chiaro che tutto questo diventa esperienza vissuta - diventa storia di una persona - nella passione del Signore: punto di arrivo di una travagliatissima vicenda veterotestamentaria e di un correlativo filone teologico sulla sofferenza del Giusto e sul suo significato per la salvezza del mondo (2).

La potenza di Dio si comunica all'uomo e lo libera dalla sua impotenza. Tuttavia sembra comunicarglisi male, per la radicale eterogeneità tra la potenza che dà e l'impotenza che riceve: e quindi l'istituzionalizzazione della salvezza attraverso la storia d'Israele è una catena di fallimenti. E' anche vero però che questi fallimenti uno per uno vengono riscattati come conquiste: come se questa storia, che fallisce per la debolezza dell'uomo, fosse via via risollevata dalla potenza di Dio a un livello nuovo al quale non sarebbe giunta senza quel peccato umano. Accade infatti che ad ogni svolta - e le svolte sono molte e diverse - il peccato dell'uomo divenisse qualcosa di positivo, cioè avesse perso interamente la sua carica negativa e, attraversato dalla potenza di Dio, si trasformasse in situazione tutta positiva: quasi che queste rotture escatologiche (perché ogni volta finisce un mondo) fossero delle promozioni, e comportassero ad ogni tornante l'acquisto di una dimensione nuova, sboccando in una salvezza finale che ha innumerevoli dimensioni (3).

Prima di parlare dell'autorità umana - un potere che è dato all'uomo ma viene da Dio - c'è dunque il discorso sulla forza di Dio, la potenza di Dio: un potere che appartiene esclusivamente a Dio, ma di cui l'uomo è fatto partecipe in un modo del tutto misterioso, sicché la potenza gli arriva solo attraverso la sconfitta, la debolezza acquisita, la vera e propria inabilitazione. Perché il prezzo per partecipare di quella potenza divina non è, infatti, un momento di umiliazione, sia pure prolungato, ma è, invece, nella mia esperienza esistenziale, l'incapacità a qualcosa che si configurava come mia attitudine originaria, come mia fondamentale vocazione: Dio stesso mi inabilita per rendermi capace di esprimere la sua potenza. Tutto ciò è essenzialissimo, anche se pare completamente fuori tema: fa parte del quadro interamente positivo che sta dietro al discorso, sovraccarico di sfumature negative, sul potere.

Nella parte centrale del Libro della Sapienza (cap. 11-12) la potenza di Dio si trova tematizzata in una singolarissima associazione con la misericordia. Anche se il linguaggio sembra quello della riflessione storica (vi si rielabora con assoluta libertà il racconto dell'Esodo), lo svolgimento è puramente psicologico: si riferisce ai sentimenti del cuore di Dio, ma muove dall'esperienza umana, e comporta perciò connotazioni circa il potere ed il uso in mezzo agli uomini.

La novità sta in questo, rispetto ad altri libri biblici, che la misericordia di Dio, non vi è introdotta come compenso o contrappeso allo spiegamento della sua potenza, ma ne è la conseguenza diretta. Dio è profondamente amico dell'uomo, e qualsiasi suo gesto di punizione ha un intento educativo, mira a liberare l'uomo dal peccato, non vuole schiacciare ma risollevare. Questo accade appunto perchè Dio è onnipotente. Una potenza limitata è preoccupata di difendersi, e quindi è incline a distruggere chi le fa contrasto, per timore che risorga e, a suo tempo, prevalga; è ansiosa del proprio prestigio; in ogni confronto sa di avere qualcosa da perdere. La potenza dell'uomo schiaccia e non rialza, perchè è mista di debolezza, è potenza solo a metà. Per Dio non è così:
vv. ll,21 a te è sempre dato

d'imporre la tua forza immensa

al vigore del tuo braccio

chi mai sa resistere?

11,23 ma di tutti hai pietà .

perché appunto puoi tutto

e non badi ai peccati degli uomini. in vista del pentimento

11,24 vuoi bene a ogni cosa esistente

non aborrisci. nulla

di ciò che hai fatto altrimenti

se lo odiavi

non lo avresti formato

1l,25 una cosa

come ha fatto a durare

se tu non l'hai voluta?

e poteva continuare

se non convocata da te?

11,26 hai riguardo di tutti

perché sono tuoi

padrone che ami i viventi

12,2 per questo i trasgressori

li redarguisci poco alla volta

e li metti in guardia

rammentandogli

in che cosa han peccato

sicché affrancati dalla malizia

si rimettano a te o Signore

12,16 c'è proprio la tua potenza

alle origini della giustizia

perché la tua padronanza di tutto

Ti fa indulgente con tutti

12,17 dispieghi la forza

per chi non crede alla pienezza della tua potenza

12,18 ma tu che domini la tua forza

ci giudichi con dolcezza

con grande discrezione ci governi

di. fatto appena tu voglia

la tua potenza è là

12,19 insegnasti al tuo popolo

con questo modo di fare

che il giusto deve voler bene alla gente

e lasciasti sperare ai tuoi figli.

che se han peccato

dai loro modo di pentirsi.


Il tema delle paure del tiranno ha una lunga tradizione letteraria: la ferocia come espressione di debolezza e di disperazione. La lezione del Libro della Sapienza rimane tuttavia inattesa, e va ben oltre la singolarità di procedimenti retorico-teologici e di dimostrazioni esemplificative con cui si trova proposta.

1.2. Se l'uomo - quell'uomo che sono io - non usa misericordia perché è debole, e comprende poco e rifiuta con facilità la misericordia di Dio, appunto perché è uomo ed è debole, egli può esultare cordialmente di fronte alle manifestazioni della forza di Dio. La forza: ecco un altro termine per cui si trovano rinvii utili e collegamenti tra testi, in un dizionario di teologia biblica.

A qualsiasi livello il potere suppone la forza. Ad esempio: il potere politico suppone tutti gli strumenti coattivi che garantiscano l'esecuzione delle decisioni prese, e ordinariamente anche la forza militare. Nonostante l'apparente materialità dell'argomento (le nostre riflessioni sulla forza di Dio sono inevitabilmente viziate da appesantimenti antropomorfici), la certezza che Dio è il forte, che è il più forte in ogni circostanza, che l'ultima parola è la sua, e che contro ogni apparenza immediata anche tutte le parole intermedie gli appartengono; la certezza che il Signore è vittorioso, che raggiunge le sue mete nonostante ogni resistenza, è una componente vivissima dell'esperienza di fede (4). I momenti in cui Dio si manifesta forte per la salvezza dell'uomo sono segnati dall'esultanza, dal sentimento della liberazione, dalla gioia umile e profonda (5). Si pensi alla commozione improvvisa che accompagna la morte dei santi e la loro glorificazione terrena, quando il dono che lo Spirito aveva coltivato in segreto trionfa pubblicamente, di una vittoria inattesa. Il discorso non è fuori tema: la forza, con cui si esprime il potere, è essenzialmente destinata a liberare; non ha altro senso che quello, ma quello ce l'ha fino in fondo.

Mi limiterò ad una sola considerazione su questo punto.

La testimonianza che si rende a Dio pesa nella misura in cui il testimone è un contestato, un rifiutato, un dissenziente. Si tratta del vero dissenso: non quello di cui si parla oggi, il contegno di chi dissente per potersi aggregare a un coro organizzato, il dissenso consumistico; ma il dissenso di chi è effettivamente isolato e paga il prezzo di un discernimento alla cui forza interiore non può sottrarsi. Tuttavia quell'isolamento, quella sconfitta, hanno valore solo se attraverso di loro passa la vittoria di Dio, la forza di Dio, la pienezza di Dio, la potenza di Dio, la comunione che Dio opera nei suoi.

Trovo assai indicativo, per questo e per altri temi oggi di attualità, il rinvio ad un capitolo essenziale dell'Apocalisse che termina la prima parte del libro: alludo all'episodio dei due testimoni (11, 3-13). L'esperienza cristiana vi è compendiata ed emblematizzata in due figure che hanno molti richiami anteriori, e ne hanno altri per il futuro: rappresentano la testimonianza di fede, emblematizzata attraverso le persone e le vicende di Mosè e di Elia, cui espressamente si allude (6).

Questi due testimoni, che hanno il potere e l'autorità di Elia e di Mosè nel compiere miracoli e dimostrare la potenza di Dio, a un certo punto verranno sconfitti ed uccisi dalla Bestia che sale dall'abisso; e i loro cadaveri rimarranno esposti nella piazza della grande città "che si chiama Sodoma ed Egitto, dove appunto il loro Signore fu crocifisso". Gli uomini di tutto il mondo saranno spettatori di questa loro sconfitta, di questa morte, di questa pubblica umiliazione: né più né meno come è accaduto al Signore che in quella città è stato pure crocifisso, umiliato, ucciso ed esposto agli occhi di tutti. Non si permetterà che i loro cadaveri vengano deposti in un sepolcro; devono rimanere sconfitti .senza quel recupero di onore, di prestigio, di decoro, che il sepolcro potrebbe dare. E c'è un particolare che pare quasi incredibile, nonostante l'esattezza e la vivacità della connotazione psicologica: gli abitanti della terra fanno festa su quei cadaveri, perché la testimonianza di fede che veniva dai due uccisi - quella potenza che si esprimeva attraverso la debolezza e la fragilità - ha disturbato profondamente, ha fatto patire tutti, ha messo tutti in difficoltà, era alle origini di un disagio insormontabile.

In altre parole: il discorso contro il potere, quando accada che sia esperienza viva di una certezza direttamente in contrasto con quanto si dice, e si vive, e si dà per scontato, e si vuole che sia, quel discorso, o piuttosto quella testimonianza, è motivo di sofferenza per l'intera umanità. Perciò alla morte del testimone gli uomini saranno cosi contenti da inviarsi reciprocamente doni, dice l'Apocalisse (11,10): è il particolare che più colpisce e più turba, perché dà la misura del tormento che è stato inflitto agli abitanti della terra, e quindi la misura della forza insostenibile di una vera testimonianza, C'è tuttavia qualcosa di più potente ancora della parola del profeta disarmato: "dopo tre giorni e mezzo un soffio di vita procedente da Dio entrò in essi, e si alzarono in piedi con grande terrore di quelli che stavano a guardare; allora udirono un grido possente dal cielo 'salite quassù', e salirono al cielo in una nube sotto lo sguardo dei loro nemici" (12,11-12).

Così l'imitazione della sorte riservata al Signore è completa: la predicazione pubblica, l'umiliazione, la morte, la resurrezione e l'ascensione al cielo. "In quello stesso momento vi fu un grande terremoto che fece crollare un decimo della città; perirono in quel terremoto settemila persone" (e questi sono coloro che rimangono definitivamente esclusi): "i superstiti presi da timore, davano gloria al Dio del cielo (12,13). Quindi i superstiti si convertono e si salvano. Nell'Apocalisse è l'unica volta che si parla della conversione dei peccatori (7). Ne risulta che condizione perché l'avversario di Dio si converta non è la sola predicazione, la pura testimonianza; non è nemmeno che il testimone paghi il prezzo di questa sua testimonianza, un prezzo di morte perché deve dare la propria vita per dare la vita, per essere tramite della vita: occorre che la potenza di Dio si manifesti attraverso questa sua sconfitta, altrimenti non c'è conversione.

Ecco dunque che la salvezza è impresa della potenza di Dio: spiegamento di un potere che assomma in sé aspetti diversissimi - la sapienza, la misericordia, il dono di sé - ma che innanzi tutto è forza senza limiti anche quando parla il linguaggio della debolezza umana. Appunto l'impotenza del tiranno cerca invece di parlare il linguaggio della forza; ma non può andare oltre la finzione, la recita, la simulazione, il gioco. E' tuttavia una lezione efficace, e di fatto non solo ai tiranni, ma anche ai liberatori, anche a chi vuol essere liberato, sembra che il linguaggio della forza sia l'unica via d'uscita; è invece la via che prolunga e radicalizza indefinitamente il fallimento umano. Solo quando accetta la verità della sua debolezza, e ne paga il prezzo (e pare un prezzo, anch'esso, senza limiti di misura, di tempo, di sopportabilità), l'uomo viene liberato dalla propria impotenza e coinvolto, al di là di ogni attesa, dall'infinita potenza di Dio.

Questo, dell'Apocalisse, non è un discorso metastorico, che evada dai limiti delle scadenze quotidiane per rifugiarsi in metafore allucinate: è invece il cuore della nostra condizione esistenziale, il modo effettivo di un inserimento nella situazione e nelle condizioni (tutte interpersonali!) che permettono di trasformarla da dentro. La testimonianza dell'Apocalisse ha, appunto, come oggetto proprio la storia; e non altro.
1.3 C'è nel linguaggio biblico un altro termine pertinente con la realtà del potere, ed è quello dell'autorità: in greco exousia, senza equivalenti in ebraico. Exousia viene da exesti, "è lecito", forma impersonale, ma si ha un progressivo spostamento di peso nel significato, per cui ciò che è lecito - propriamente ciò che è dato di fare - è non solo quello che viene permesso, ma quello che è possibile fare, ciò per cui è data la libertà di fare, senza alcun limite o condizionamento. In pratica exesti dice: "c'è il potere, l'autorità".

E' interessante notare come già in questo gioco di significati (che è pura etimologia, non ha nessun legame con la Sacra Scrittura) l'autorità si esprima come libertà. Libertà dai condizionamenti, e libertà di condizionare; libertà di imporre agli altri il mio modo di vivere; libertà per cui io esigo da altri un certo comportamento nel trattare con me, e limito l'ambito entro cui egli può muoversi in rapporto a me. Il padrone ha sempre questa possibilità di stabilire quelle che sono le condizioni del discorso, il quadro entro cui esso si svolge. In tale situazione c'è poca possibilità di avere contrasti di opinioni: la vera parità comporta che uno possa ridiscutere il quadro, proporre un quadro diverso, descrivere la situazione reciproca in termini diversi. Ma quel rapporto originario dell'autorità con la libertà rimane al di là di ogni abuso, è indistruttibile: pare il presentimento di una condizione in cui l'autorità è direttamente in funzione della libertà.

Di fatto, più che ogni altro tema biblico, questo dell'autorità - più compendioso degli altri, anche perchè veterotestamentario nella sostanza ma formulato solo nel passaggio al NT - mostra quale sia la grandezza e la fragilità del potere. Tutto si riconduce a una tesi essenziale.

E' detto espressamente all'inizio di Romani 13 (ma cfr. già Sapienza 6, 3) che ogni autorità - questa facoltà di disporre dell'altro secondo un disegno proprio - viene da Dio, tutta l'autorità viene da Dio: "Non c'è autorità se non da Dio" (13, 1) (8). Ma già nell'AT l'esercizio dell'autorità è sempre sottomesso alle esigenze imperiose della volontà di Dio, appunto perchè l'autorità viene da Dio, e chi la possiede, in qualsiasi forma, re o sacerdote o profeta o scriba, agisce in nome di Dio come segno visibile del governo di Dio sul suo popolo, come prestanome (al limite) di una presenza trascendente che opera e che si esprime con presenze umane.

Il fatto che l'autorità venga da Dio tocca alla radice il nodo che lega l'autorità e il potere, e quindi cambia completamente il volto dell'autorità e di chi la detiene: è il volto di un depositario, che amministra un bene non suo, e che deve renderne conto; e quanto più vera è l'autorità tanto più è vero che il potere non è suo, che appartiene a Dio e che egli stesso appartiene a Dio, che il potere va esercitato per fare la volontà di Dio e non la sua, e che egli ne rende conto momento per momento a un Dio vero, assolutamente vero, e non alle ombre di un amor proprio lusingato ed esaltato dal potere.

Il caso limite di questa situazione è proprio Gesù: che afferma con forza nel Vangelo di Giovanni la propria dipendenza dalla volontà del Padre, si direbbe quasi, la propria inconsistenza al di fuori di questa dipendenza dal Padre (9); e che appunto per questo rivendica a sé coi fatti - con quelle azioni sature di senso che sono i "segni" - la sua autorità sul sabato, sulla Legge mosaica, sui peccati da perdonare, il suo potere di risuscitare, di presiedere il Giudizio finale, di dare lo Spirito di Dio.

Immediatamente quindi il fatto che l'autorità venga da Dio non è un blasone nobiliare, un titolo di grandezza di cui si è proprietari e che renda insigne colui che lo possiede: indica invece una eteronomia, un'obbligazione, un peso che mette a nudo l'originaria condizione di dipendenza; un limite interno, dunque, l'ultimo, il più radicale e il più profondo. Ce ne saranno anche altri, ma quell'ultimo è il più ineliminabile di tutti, anche se ogni abuso di autorità tende, espressamente o no, a cancellarlo.

Che cosa significa allora che l'autorità viene da Dio? Indica innanzitutto una responsabilità: devo rendere conto a qualcuno di quello che faccio; non è vero che faccio quello che voglio, ma è vero che sono responsabile di quanto faccio, ed in modo particolare di quanto faccio nei confronti degli altri, specialmente quando dispongo di loro a modo mio.

C'è un libro intero della Bibbia che è dedicato a questo argomento dell'autorità, anche se vi si parla più direttamente di giustizia che di autorità, cioè della giustizia di chi governa e ha quindi autorità di comandare, ma nei limiti di senso inerenti alla autorità: lo si è già visto, è il Libro della Sapienza, un deuterocanonico dell'AT. Vi si coglie in maniera apparentemente indiretta ma radicale la situazione dell'uomo che ha responsabilità su altri: e quindi le sue illusioni di onnipotenza, la sua tendenza a sentirsi originariamente diverso dagli altri, il suo fondamentale ateismo (è dio a sè stesso e si impone come dio agli altri), la propensione a costruirsi intorno istituzioni idolatriche in cui proietta la propria immagine, la rimodella, la esalta; il culto per la sopraffazione; il rifiuto dell'umile, del povero, del giusto (più propriamente del "povero perchè giusto") (10); e quindi le complicità che circondano i suoi abusi, la degradazione umana che si diffonde intorno a lui e che, nel linguaggio della Bibbia, ha come punto di partenza e di arrivo la trasfigurazione idolatrica operata dal potere.

Per il fatto di essere semplicemente ricevuta, e di provenire da Dio, l'autorità dell'uomo non è mai assoluta: ecco un altro carattere proprio della dipendenza; ed ecco pure perchè l'assolutismo politico - che è ateismo e idolatria - è sempre storicamente in conflitto con uomini e cose del Regno di Dio.

L'assolutismo, l'abuso di autorità come rifiuto di Dio e del prossimo: tutta la Bibbia parla di questo. La prima parte del libro - la Legge, la Torah, cui si rifà l'intero A T - dà il testo dell'Alleanza tra Dio e i suoi, e quindi anche l'inizio di una storia che solo l'iniziativa di Dio muove in avanti. E' la parola di Dio, che l'uomo biblico riceve e ascolta, e a cui già risponde con quest'animo di accoglienza e di ascolto (la fede è appunto questo) è dunque la parola sacra in cui si radica e si approfondisce l'incontro di Dio con l'uomo; ma è pure una complessa legislazione - politica e religiosa, penale e amministrativa, morale e cultuale - che serve a temperare l'esercizio dell'autorità, e che attribuisce diritti a tutti, compresi gli schiavi, gli stranieri, i bambini. L'esercizio dell'autorità non è un fine di per se stesso, ma trova già precostituita di fronte a sé la propria ragione d'essere., che condiziona volta per volta chi ha l'autorità.

Direttamente il discorso della legge mosaica, e poi giù giù per l'AT, fino al Libro della Sapienza, ha applicazione immediata su tutti i livelli dell'esistenza umana: quindi nell'ambito familiare (rapporto fra marito e moglie, fra genitori e figli, fra padroni e schiavi), ed in qualsiasi relazione interpersonale; con una particolare emergenza nell'ambito politico, perchè lì appunto l'uomo è tentato di oltrepassare i limiti del suo potere. Ma quest'ultimo argomento è preferibile vederlo rapidamente nel testo biblico: cioè in quella storia di salvezza, che muove dalle mani di Dio e ha valore esemplare per ogni esistenza umana.




  1   2   3


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale