Il problema della caduta dei gravi in galileo



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IL PROBLEMA DELLA CADUTA DEI GRAVI

IN GALILEO


( di Mario Bonfadini)



  1. PREMESSA

Lo studio del comportamento dei corpi in caduta libera ha una storia lunga e interessante. È uno degli esempi più vistosi che può illustrare come si evolvono teorie e metodi nella attività scientifica, in particolare nello studio dei fenomeni fisici. Ci mostra, infatti, come la scienza sia costretta a modificare le sue teorie con il mutare del contesto culturale, con l'affinarsi degli strumenti usati nelle osservazioni e negli esperimenti, con l’esigenza di rendere conto con precisione e rigore del procedimento seguito nella elaborazione dei contenuti teorici..

E’ necessario fare riferimento alla storia del progresso scientifico nei secoli precedenti a Galileo. Questo permette di inquadrare bene la questione che intendiamo affrontare, evidenziare tutto ciò che già era stato studiato, chiarito e risolto dai predecessori, e quindi far risaltare gli aspetti tipici ed originali dovuti agli approfondimenti dello scienziato pisano.

In ambito divulgativo, sulla presente questione troppe volte troviamo descrizioni approssimative dal punto di vista storico. Vengono attribuiti a Galileo delle intuizioni che erano già state formulate da altri, si esagera l’apporto delle sue riflessioni e dei suoi esperimenti, veri o pensati che siano, trascurando di intravedere nei testi del nostro scienziato possibili intuizioni di concetti e leggi più innovative.Tanto questa negligenza non incide sulla consistenza del carico dei meriti chegli vengono attribuiti. non si intravede l’opportunità di aggiungerne altri.

La nostra rassegna storica sulla questione della caduta di gravi deve risalire fino ad Aristotele. Galileo imposta gran parte delle sue novità in un contesto di critica a una interpretazione ancora ingenua e ferma delle dottrine dello stagirita. Non entriamo in merito alle fondatezze delle supposizioni di Galileo o ai metodi da lui usati nel dibattito e nel confronto.

Gli scritti di Aristotele furono introdotti nella cultura occidentale ad opera soprattutto degli studiosi arabi ( università spagnole ). Essi furono tradotti in tempi diversi; il trattato intitolato "Fisica" fu tradotto verso il 1140 dall'arabo in latino. Nella cultura del mondo occidentale cristiano l’accoglienza a tali opere avvenne gradualmente, non senza contrasti e riserve. Fu proprio l’esigenza di una presentazione critica della fisica di Aristotele a fare da incentivo all’approfondimento dello studio di varie questioni della meccanica. Tra gli studiosi più attenti e critici ricordiamo Nicola di Oresme, Giovanni Buridano e i maestri di Oxford ( sec. XIII).

E’ indispensabile quindi fare una rassegna anche del cammino fatto dal 1200 in poi nel commentare e quindi confutare, rettificare superare Aristotele. In effetti di cammino ne è stato compiuto tanto (1).
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(1) Una soluzione generale ai problemi legati al movimento dei corpi “nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, produsse una nuova fisica e una rivoluzione scientifica che distrusse e rimpiazzò la fisica e cosmologia aristoteliche a lungo dominanti. Ma molto prima dell'emergere della nuova fisica, nel Medioevo vi furono manifestazioni non trascurabile di insoddisfazione e di prese di posizione critiche nei confronti delle teorie di Aristotele, e sia che tali critiche medievali siano viste come parte di una tradizione antiaristotelica continua che si estendeva dal 1300 circa fino al diciassettesimo secolo, sia che vengano considerate come radicalmente distinte dai principali assalti antiaristotelici iniziati con Galileo, la fisica medievale è di per sé degna di studio e costituisce un capitolo importante della storia della scienza”. (da “Edward Grand, La scienza nel medioevo, Il Mulino, Bologna 1997”, p.54)

Nel 1600 il processo di revisione dell’ insegnamento aristotelico fu notevolmente accelerato. Un contributo decisivo venne dall'attività di Galileo Galilei. Forse Galileo ebbe a che fare con maestri non così critici ed aperti come quelli che abbiamo ricordato in anticipo; ma può valere anche l’ipotesi che le idee che Galileo si andava facendo degli ambienti universitari non fossero del tutto precise. Con le sue qualità letterarie e una buona dose di aggressività contribuì a creare la caricatura dell’aristotelico “ottuso e testardo difensore dell’immobilismo”, personificata in Simplicio. Varie furono poi le vicende che contribuirono a dar credito a tale immagine, come varie e storicamente collocate sono quelle che hanno contribuito a fare di Galileo un personaggio da mito.






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