Il problema della caduta dei gravi in galileo



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03.01.2020
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Giovanni Buridano ( 1300 – 1358 ), dottore a Parigi e rettore della Sorbona, approfondisce e insegna la dottrina dell’impetus, già suggerita da Filopono e riproposta anche dai commentatori Arabi ( Avicenna e successori). Esso è inteso come una “qualità” acquistata dal corpo e da questo conservata, che gli consente di procedere su una data direzione; tende a “consumarsi” con l’intervento di agenti esterni.

Buridano espone le sue argomentazioni anche con una ricchezza di argomenti sperimentali di tipo qualitativo, nuova rispetto ai suoi predecessori. Questa attenzione all’esperienza, con l’esigenza del superamento di pregiudizi di natura storica e teorica, resta costante fino ai tempi di Galileo negli insegnamenti universitari.. E’,ad esempio, una preoccupazione di Francesco Bonamico, che insegna Pisa quando Galileo è studente.

Eliminata la necessità di una forza agente in continuo, che Aristotele attribuiva all’intervento dell’aria, tolto di mezzo la tendenza dei corpi verso il loro “luogo naturale”, resta la necessità di spiegare il crescere della velocità nella caduta dei gravi. Le ipotesi in proposito si moltiplicano da parte degli studiosi, con scarsità di argomentazioni a favore, ma sempre con abbondanza di critiche da opporre alle proposte degli avversari (2). Buridano esprime la suggestiva idea di una gravità che di continuo aggiunge la propria azione all’impetus già acquisito dal corpo cadente; la questione si avvia così su un sentiero più sicuro.




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