Il problema della direzione politica nel risorgimento italiano



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23.03.2019
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IL PROBLEMA DELLA DIREZIONE POLITICA NEL RISORGIMENTO ITALIANO

di Antonio Gramsci

Tutto il problema della connessione tra le varie correnti politiche del Risorgimento, cioè dei loro rapporti reciproci e dei loro rapporti con i gruppi sociali omogenei o subordinati esistenti nelle varie sezioni (o settori) storiche del territorio nazionale, si riduce a questo dato di fatto fondamentale: i moderati rappresentavano un gruppo sociale relativamen­te omogeneo, per cui la loro direzione subì oscillazioni relativamente limitate (e in ogni caso secondo una linea di sviluppo organicamente progressivo), mentre il così detto Par­tito d'Azione non si appoggiava specificamente a nessuna classe storica e le oscillazioni subite dai suoi organi dirigenti in ultima analisi si componevano secondo gli interessi dei moderati: cioè storicamente il Partito d'Azione fu guidato dai moderati: l'affermazione attribuita a Vittorio Emanuele II di «avere in tasca» il Partito d'Azione o qualcosa di simile è praticamente esatta e non solo per i contatti personali del Re con Garibaldi ma perché di fatto il Partito d'Azione fu diretto «indirettamente» da Cavour e dal Re. Il criterio metodologico su cui occorre fondare il proprio esame è questo: che la suprema­zia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come «dominio» e come «direzione intellettuale e morale». Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende a «liquidare» o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche «dirigente».

Si può anzi dire che tutta la vita statale italiana dal 1848 in poi è caratteriz­zata dal trasformismo, cioè dall'assorbimento graduale, ma continuo e ottenuto con metodi diversi, degli elementi attivi sorti dai gruppi alleati e anche da quelli avversari e che parevano irreconciliabilmente nemici. In questo senso la direzione politica è diventata un aspetto della funzione di dominio, in quanto l'assorbimento delle élites dei gruppi nemici porta alla decapitazione di questi e al loro annichilimento per un periodo spesso molto lungo. Dalla politica dei moderati appare chiaro che ci può e ci deve essere una attività egemonica anche prima dell'andata al potere e che non bisogna contare solo sul­la forza materiale che il potere dà per esercitare una direzione efficace: appunto la bril­lante soluzione di questi problemi ha reso possibile il Risorgimento nelle forme e nei li­miti in cui esso si è effettuato, senza «Terrore», come «rivoluzione senza rivoluzione» ossia come «rivoluzione passiva» per impiegare un'espressione del Cuoco in un senso un po' diverso da quello che il Cuoco vuole dire.

In quali forme e con quali mezzi i moderati riuscirono a stabilire l'apparato (il mec­canismo) della loro egemonia intellettuale, morale e politica? In forme e con mezzi che si possono chiamare «liberali», cioè attraverso l'iniziativa individuale, «molecolare», «privata» (cioè non per un programma di partito elaborato e costituito secondo un pia­no precedentemente all'azione pratica e organizzativa). D'altronde, ciò era «normale», date la struttura e la funzione dei gruppi sociali rappresentati dai moderati, dei quali i moderati erano il ceto dirigente, gli intellettuali in senso organico. Per il Partito d'Azio­ne il problema si poneva in modo diverso e diversi sistemi organizzativi avrebbero dovu­to essere impiegati. I moderati erano intellettuali «condensati» già naturalmente dall'or­ganicità dei loro rapporti con i gruppi sociali di cui erano l'espressione (per tutta una serie di essi si realizzava l'identità di rappresentato e rappresentante, cioè i moderati era­no un'avanguardia reale, organica delle classi alte, perché essi stessi appartenevano economicamente alle classi alte: erano intellettuali e organizzatori politici e insieme capi d'azienda, grandi agricoltori o amministratori di tenute, imprenditori commerciali e in­dustriali, ecc.). Data questa condensazione o concentrazione organica, i moderati eserci­tavano una potente attrazione, in modo «spontaneo», su tutta la massa d'intellettuali d'ogni grado esistenti nella penisola allo stato «diffuso», «molecolare», per le necessità, sia pure elementarmente soddisfatte, della istruzione e dell'amministrazione. Si rileva qui la consistenza metodologica di un criterio di ricerca storico-politica: non esiste una classe indipendente di intellettuali, ma ogni gruppo sociale ha un proprio ceto di intellet­tuali o tende a formarselo; però gli intellettuali della classe storicamente (e realistica­mente) progressiva, nelle condizioni date, esercitano un tale potere d'attrazione che fini­scono, in ultima analisi, col subordinarsi gli intellettuali degli altri gruppi sociali e quindi col creare un sistema di solidarietà fra tutti gli intellettuali con legami di ordine psicolo­gico (vanità ecc.) e spesso di casta (tecnico-giuridici, corporativi, ecc.).

Questo fatto si verifica «spontaneamente» nei periodi storici in cui il gruppo sociale dato è realmente progressivo, cioè fa avanzare realmente l'intera società, soddisfacendo non solo alle sue esigenze esistenziali, ma ampliando continuamente i propri quadri per la continua presa di possesso di nuove sfere di attività economico-produttiva. Appena il gruppo sociale dominante ha esaurito la sua funzione, il blocco ideologico tende a sgretolarsi e allora alla «spontaneità» può sostituirsi la «costrizione» in forme sempre meno larvate e indirette, fino alle misure vere e proprie di polizia e ai colpi di Stato.

Il Partito d'Azione non solo non poteva avere, data la sua natura, un simile potere di attrazione, ma era esso stesso attratto e influenzato, sia per l'atmosfera di intimida­zione (panico di un '93 terroristico rinforzato dagli avvenimenti francesi del '48-'49) che lo rendeva esitante ad accogliere nel suo programma determinate rivendicazioni popola­ri (per esempio la riforma agraria), sia perché alcune delle sue maggiori personalità (Ga­ribaldi) erano, sia pure saltuariamente (oscillazioni), in rapporto personale di subordi­nazione coi capi dei moderati. Perché il Partito d'Azione fosse diventato una forza auto­noma e, in ultima analisi, fosse riuscito per lo meno a imprimere al moto del Risor­gimento un carattere più marcatamente popolare e democratico (più in là non poteva forse giungere date le premesse fondamentali del moto stesso), avrebbe dovuto contrap­porre all'attività «empirica» dei moderati (che era empirica solo per modo di dire poiché corrispondeva perfettamente al fine) un programma organico di governo che riflettesse le rivendicazioni essenziali delle masse popolari, in primo luogo dei contadini: all'«attrazione spontanea» esercitata dai moderati avrebbe dovuto contrapporre una re­sistenza e una controffensiva «organizzate» secondo un piano. [...]

Invece il Partito d'Azione mancò addirittura di un programma concreto di gover­no. Esso, in sostanza, fu sempre, più che altro, un organismo di agitazione e propagan­da al servizio dei moderati. I dissidi e i conflitti interni del Partito d'Azione, gli odii tre­mendi che Mazzini suscitò contro la sua persona e la sua attività da parte dei più gagliar­di uomini d'azione (Garibaldi, Felice Orsini, ecc.) furono determinati dalla mancanza di una ferma direzione politica. Le polemiche interne furono in gran parte tanto astratte quanto lo era la predicazione del Mazzini, ma da esse si possono trarre utili indicazioni storiche (valgano per tutti gli scritti del Pisacane, che d'altronde commise errori politici e militari irreparabili, come l'opposizione alla dittatura militare di Garibaldi nella Re­pubblica Romana). Il Partito d'Azione era imbevuto della tradizione retorica della lette­ratura italiana: confondeva l'unità culturale esistente nella penisola — limitata però a uno strato molto sottile della popolazione e inquinata dal cosmopolitismo vaticano —con l'unità politica e territoriale delle grandi masse popolari che erano estranee a quella tradizione culturale e se ne infischiavano dato che ne conoscessero l'esistenza stessa. Si può fare un confronto tra i giacobini e il Partito d'Azione. I giacobini lottarono strenua­mente per assicurare un legame tra città e campagna e ci riuscirono vittoriosamente.



Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, vol. III, Einaudi, Torino, 1975.






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