Il punto di archimede



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Giovanni Artero

IL PUNTO DI ARCHIMEDE

Biografia politica di Raniero Panzieri da Rodolfo Morandi ai “Quaderni Rossi”

Premessa


1. Panzieri “quadro” morandiano

1.La formazione e l'incontro con Morandi (1943-46); 2.La concezione morandiana del partito: unità e autonomia; 3.Il ruolo di cerniera del PSI e il contrasto Basso-Morandi; 4.La politica dei quadri; 5 Da Basso a Morandi; 6 L’eredità di Morandi

2. Politica e cultura (1944-49)

1 Due incontri fondamentali: Galvano Della Volpe e Ernesto De Martino; 2.La polemica contro il revisionismo e l'idealismo (1946-47); 3.La rivista “Socialismo” (1946-47) e l’Istituto di Studi socialisti (1947-48); 4 Il piano socialista; 5 Polemiche culturali del 1948-49; 6 Il corso universitario sulla “crisi del giusnaturalismo” (1948)

3. Il lavoro di base in Sicilia (1949-1953)

1 La politica meridionalista delle sinistre; 2 La Federazione di Messina (1950); 3 L'occupazione delle terre “punto di Archimede” (1950); 4 Il 29.Congresso e le elezioni regionali del 1951; 5 La Segreteria regionale siciliana (1952); 6 Il 30. Congresso e le elezioni politiche del 7 giugno 1953

4. L’attività organizzativa (1953-56)

1 La Sezione stampa e propaganda e la Commissione culturale; 2 Gianni Bosio e le “Edizioni Avanti!”; 3 ll 31. Congresso e le elezioni regionali siciliane del 5 giugno 1955; 4 Il viaggio in Cina (1955); 5 Il dibattito culturale del 1956 e l’ “Istituto Morandi”; 6 “Mondo Operaio” e il “Supplemento scientifico-letterario “ (1957-58)

5.Il controllo operaio (1956-59)

1 Il PSI nel 1956. Gli “Appunti per un esame della situazione del movimento operaio”; 2 Il 32. Congresso (Venezia, 1957); 3 La politica unitaria; 4 La concezione consiliare . I precedenti storici e l'attuazione dopo la liberazione; 5 Le “Tesi sul controllo operaio” (1958); 6 Il 33. Congresso (Napoli, 1959)

6. Il lavoro editoriale all’Einaudi (1959-63)

1 Progetti per il rinnovamento della cultura di sinistra (1959-60); 2 Altre proposte: libri su Trotskji e l’URSS; la “Nuova Biblioteca Scientifica Einaudi” (1961-62); 3 Il “caso Fofi” e la fine di un progetto politico-culturale (1963)

7. I Quaderni Rossi nuovo "punto di Archimede" (1959-64)

1 Dal partito alla rivista e al gruppo (1959-61); 2 Il primo numero dei Quaderni Rossi (1961); 3 I fatti di piazza Statuto e la crisi dei Quaderni Rossi (1962-64)

Conclusione

Marco Sacchi - Giovanni Artero

RODOLFO MORANDI E IL SOCIALISMO RIVOLUZIONARIO TRA LE DUE GUERRE

1. Origini e collocazione del Centro Interno Socialista; 2. Il rapporto partito - masse e fase democratica - fase socialista; 3. Il giudizio sull’Unione sovietica. Trockji e Morandi sulla burocrazia; 4. La politica di piano; 5. Il socialismo rivoluzionario nei Paesi fascisti; 6. Dagli anni '20 al crollo del movimento operaio tedesco;

7. Il socialismo rivoluzionario e i Fronti Popolari; 8. Il socialismo rivoluzionario di fronte alla guerra

Premessa


Su Raniero Panzieri molto è stato pubblicato, anche di recente, ma fino ad ora manca una sua biografia. Questo libro costituisce un primo tentativo di colmare la lacuna.

Scrivendolo ci siamo resi conto della difficoltà di evitare ripetizioni e interpretazioni preconcette: se si è evitato di leggere ogni evento in funzione della stagione dei Quaderni Rossi riaprendo nuovamente un discorso su quell'esperienza, non per questo il lavoro è esente da chiavi interpretative come il rilievo dato al rapporto Morandi-Panzieri. Si è fatto però ampio ricorso a citazioni per consentire a chi legge di giudicare sulle fonti1.

Proprio lo studio di quel rapporto ci ha fatto scoprire il filone, trascurato dalla ricerca storica e dalla letteratura militante, del socialismo "rivoluzionario" antiriformista e antistalinista, che ha avuto un ruolo non secondario in una fase storica del movimento operaio. Si è aggiunta perciò una appendice sul pensiero di Morandi nel contesto del socialismo rivoluzionario degli anni '30, per comprendere gli sviluppi della sua attività politica ed elaborazione teorica nel dopoguerra.

Avendo operato Panzieri a livello sia nazionale che locale (Sicilia, Torino) e su vari fronti (politico-organizzativo, culturale, editoriale) non sarebbe stato possibile, con una esposizione rigidamente cronologica, che spezza la narrazione in singoli episodi, seguire il filo di attività che si sviluppano parallelamente su piani diversi. Si sono pertanto ragruppate le vicende secondo nuclei tematici, così da poterle descrivere nel contesto in cui si collocano.

1. “Quadro” morandiano

1La formazione e l’incontro con Morandi (1943-46)

Raniero Panzieri nasce a Roma il 14 febbraio 1921 da Alfredo e da Ines Musatti2, in una famiglia della classe media di origine ebraica convertitasi in conseguenza delle leggi razziali del 19383. Trascorre a Roma la giovinezza (salvo due anni a Napoli nel 1930-31) e vi termina gli studi al liceo classico “Terenzio Mamiani”. Non potendosi iscrivere all’Università per motivi razziali, segue i corsi di filosofia ad economia istituiti in Vaticano; si laurea però alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Urbino nel 1946 con la tesi “L’utopia rivoluzionaria nel settecento”, dedicata a Etienne Gabriel Morelly, avendo relatore Arturo Massolo4,

Per estrazione socio-culturale proviene dunque da quel ceto di studenti5 che negli ultimi anni del regime e durante la guerra, talvolta iniziando il percorso politico all'interno delle stesse organizzazioni fasciste, approdano all'antifascismo collegandosi col proletariato, che fu la base della Resistenza.

Roma, pur essendo priva della classe operaia dei centri industriali, possedeva comunque un patrimonio di lotte e organizzazione con una sua peculiare ricchezza6. Dalla fine dell'Ottocento si era formata una massa di contadini immiseriti fluttuante in dipendenza dal ciclo edilizio, caratterizzati dalla mobilità (di territorio, di cantiere, di mansioni), spesso protagonisti di agitazioni e influenzati da correnti anarchiche. All’altro polo della classe operaia vi erano i tipografi, che danno vita nel 1893 alla sezione socialista e alla Camera del lavoro: altamente specializzati, godono della sicurezza del posto di lavoro essendo la produzione fondata in prevalenza da commesse statali, e costituiscono l’ala moderata e corporativa del movimento. In epoca giolittiana e ancor più durante la prima guerra mondiale sorgono nuclei di piccola e media industria specie nel settore metalmeccanico, ed è su questo tipo “nuovo” di operaio che farà leva come alla propria base sociale il neo-costituito Partito Comunista. Negli anni del fascismo, che trasferisce gli operai dal centro alle periferie e alle borgate, si sviluppa soprattutto il settore dei lavoratori legati ai servizi (trasporti, gas) e il ceto impiegatizio.

A Roma nel periodo dell’occupazione si formano vari nuclei: quello comunista ufficiale, i comunisti cattolici, il gruppo “Bandiera Rossa”, i giovani socialisti facenti capo a Lelio Basso e Carlo Andreoni. Proprio con questi ultimi ha i primi contatti, tramite Franco Lombardi conosciuto probabilmente all’Università dove insegnava filosofia, il quale partecipò alla vita del PSI, su posizioni vicine a Silone, 7 fino alla scissione del 1947 e diresse il Centro di studi sociali, che cessò l’attività in questa occasione.

Raniero lavora dopo la liberazione di Roma in questo Centro, che tentava di creare una tradizione di studi marxisti non egemonizzata dal togliattismo, mettendo insieme culture libertarie, riformiste, sindacaliste-rivoluzionarie, come si vede dal programma di una collana di marxisti classici ed eretici steso da Panzieri nel febbraio-marzo 19458, che include: Eduard Bernstein, Karl Kautsky, Antonio Labriola, Arturo Labriola, Georges Sorel, Hubert Lagardelle, Enrico Leone, Rodolfo Mondolfo, Werner Sombart, Heinrich Cunow, Karl Vorlander, Karl Korsch, George D. H. Cole, Georgij V. Plechanov, Nikolaj L Bucharin, Edward H. Carr, Max Eastmann, David Rjazanov, Auguste Cornu, Sidney Hook.

Si iscrive al PSIUP nel 1944, e il fatto che scelga la milizia socialista quando, per predisposizione generazionale, un giovane intellettuale era sospinto a gravitare nell'orbita comunista che offriva prospettive vincenti, strumenti di espressione, un solido quadro organizzativo e una ideologia compatta e rassicurante come una chiave universale, è dovuto agli spazi che il PSI offriva a personalità inquiete come la sua.9

Molti furono gli incontri che ebbe in quel periodo con intellettuali di area marxista come Delio Cantimori, Arturo MassoIo, Galvano Della Volpe, ed alcuni li approfondiremo, ma in questo capitolo analizziamo i suoi rapporti con gli esponenti politici socialisti e soprattutto con Rodolfo Morandi.

Morandi10, dopo aver diretto l’insurrezione nel nord Italia come presidente del CLNAI e membro dell’esecutivo della Direzione dell’Alta Italia del PSIUP, era andato a Roma nel luglio del 1945 per prendere parte al Consiglio Nazionale e vi era rimasto come membro della Direzione e, dal dicembre, segretario del Partito. Nel 1944 partecipava al terzo governo De Gasperi come ministro dell’Industria e commercio; dal settembre del 1945 inoltre, era direttore della rivista “Socialismo” e nel novembre dello stesso anno fondava l’Istituto di Studi Socialisti

Per comprendere l’influenza esercitata da Morandi sui giovani, riportiamo la testimonianza di Gianni Bosio, tanto più significativa in quanto espressa da un intellettuale che non gli era legato da vincoli di corrente: “Morandi... ha dalla sua il rigore con cui, dentro un binario prestabilito e fermo, egli cercava e riusciva a scavare nelle situazioni difficili, quasi anchilosate. Scarno, ma involuto, apparentemente oscuro, il suo discorrere (più che parlare e comiziare) tradiva uno sforzo continuo, strutturale, di vedere, precisare, rigirare le cose e coglierle nel punto nodale. Le parole e gli aggettivi altisonanti che qualche volta adoperava, li porgeva in maniera aspra, incerta: riunivano, malamente, quanto non riusciva a cogliere bene concettualmente e allora, nel parlare, le pause lunghissime e le maldestre operazioni per accendere una sigaretta, che lasciavano senza fiato l’uditorio...II seguito che ottenne tra i giovani è forse dovuto a questo sforzo di mirare all’essenziale con un linguaggio liso, rotto. Questo sbocciare ed erompere alla ricerca dentro le strettoie di una linea politica era la forza che muoveva il Partito e ricongiungeva Morandi ai suoi precedenti politici non così elementarmente unitari11

2 La concezione morandiana del partito: autonomia e unità

Volendo individuare l’apporto fondamentale di Morandi negli anni del secondo dopoguerra “se ne cercherebbe invano il senso in nuove originali intuizioni che, riallacciandosi alla sua elaborazione precedente, propongano un’ alternativa strategica all’ antitesi socialdemocrazia--stalinismo , ai limiti di fondo cui era soggiaciuta e soggiaceva la politica dei partiti operai in Italia; sotto questo aspetto, anzi . .. resta deliberatamente e rigidamente all’ interno della linea ufficiale”12. Questo perché, in un tempo di contrapposizioni schematiche, in un momento in cui l'inesperienza delle masse favoriva massicci fenomeni di delega, la sua elaborazione politica e teorica non trovò il supporto materiale per imporsi. Morandi tentò di crearla, perché comprendeva che “la maggior capacità d'iniziativa politica dimostrata dai comunisti nel triennio 1943-45 era correlativa alla loro maggior forza organizzativa, che I'una non poteva stare senza la altra”13 perciò la sua preoccupazione era di costruire un partito con una struttura leninista,

Ma Morandi benché costruisse un Partito con una struttura modellata su quella del P.C.I, fu sempre alla ricerca della ragion d’essere d’un P.S.l. autonomo, non a rimorchio dei comunisti. Il voto favorevole alla fusione espresso dal Consiglio nazionale nel luglio del 1946 era stato cancellato nell’ottobre dalle risoluzioni del Comitato Centrale a cui anch’egli contribuì.

La giustificazione dell’autonomia del P.S.I. tende talvolta in Morandi ad “astrattezze intellettualistiche, come quando crede di risolvere la distinzione fra i due partiti nelle funzioni distinte e complementari che essi sarebbero destinati ad assolvere rispettivamente sul piano internazionale e su quello nazionale”12. Nella polemica con Riccardo Lombardi all’inizio del 1949, mentre Lombardi sosteneva uno sganciamento dalle contrapposizioni di blocchi per accentuare l’elemento di iniziativa popolare nell’ambito nazionale, Rodolfo Morandi trova invece la giustificazione dell’esistenza del PSI nella sua tradizionale funzione storica come erede dei valori e della funzione progressiva svolta dal movimento operaio e democratico dal 1890 in poi “Un partito ha tanti buonissimi motivi d’essere che non siano quello di soddisfare a una posizione mentale. Sono delle esigenze storiche che determinano e condizionano la vita d’un partito, cioè delle esigenze che non si stabiliscono e non sono da prospettare sul piano della logica e dell’analisi dei concetti, bensì sul piano dell’ azione e delle circostanze di fatto” 14

La ricerca dell’autonomia in Morandi fu però sempre unita alla politica di unità coi comunisti nel lavoro di massa, che solo poteva mantenere aperta un’alternativa che non provocasse una frattura all’interno della classe operaia, e perché solo la presenza nelle lotte, la mobilitazione e organizzazione di massa potevano eliminare nel PSI il potere dei notabili, facendone un partito proletario.

La politica unitaria è stata una scelta imposta dalla divisione in due blocchi, dalla necessità di aderire ad uno di essi se non si voleva rappresentare una posizione minoritaria e marginale, e in questo senso fu subalterna allo stalinismo, ma ha evitato il pericolo corso da ogni movimento della sinistra non stalinista di essere centrifugato fuori dal movimento operaio e quindi di essere ridotto ad espressione di una polemica ideologica.

3 II ruolo di “cerniera” dal PSI e iI contrasto Basso-Morandi

La posizione che nel patto d’unità d’azione veniva assegnato al PSI rendeva però vano lo sforzo di dargli una base di classe e una funzione alternativa, tendendo anzi a specializzarlo in un settore di cerniera tra l’ala sinistra della borghesia e il PCI. La teoria della cerniera assegnava un ruolo tattico al PSI molto importante (”il naturale anello di congiunzione delle forze avanzate delle classi lavoratrici con tutti i democratici conseguenti” lo definì Morandi al Congresso di Milano del 1953); il Partito faceva politica contribuendo a incrinare il blocco vincente nel 1948, aveva un ruolo, poteva esprimere un dinamismo spregiudicato senza rompere l’unità di classe, anzi dando a questa dimensioni e alleanze che la sola presenza del PCI sarebbe stata insufficiente a coprire. Ma questa strategia lasciava al PCI !’ egemonia della classe operaia mentre il PSI diluiva la propria base in ceti intermedi di estrazione democratica che solo un’organizzazione rigida e le chiusure della situazione generale potevano tenere per allora a freno.

L'unica voce autorevole che si levò contro questo ruolo assegnato al PSI fu quella di Lelio Basso, fortemente critico rispetto alla politica di unità antifascista, ai condizionamenti imposti dalla partecipazione al governo tripartito e poi alla gestione morandiana del partito15

La sua concezione si caratterizza per il classismo unitario, giungendo fino a prospettare il partito unico della classe operaia (in ciò avvicinandosi a Lizzadri e differenziandosi da Nenni e Morandi) ma a ruoli capovolti: al Congresso di Genova del1948 aveva sostenuto, pur nel quadro di una professione di fede unitaria, che il PSI si distinguerebbe dal PCI perché pone in rilievo le “istanze del classismo” mentre il partito fratello sarebbe più sensibile alla “necessità” della “politica delle alleanze”, che era un modo chiaro di collocare il PSI a sinistra dei comunisti

4 La politica dei “quadri”

La proposta di Morandi consisteva invece in un mutamento qualitativo del partito, preliminare a qualsiasi discorso di strategia; e questo per evitare il velleitarismo “nello squilibrio tra linea politica e strumento operativo”. E lo strumento operativo necessario a sorreggere la linea politica trasformando il partito col rompere i “diaframmi rappresentati dalle ricerche astratte sulla funzione del partito” da gruppi dirigenti locali incapaci di esercitare il loro compito, dall’assenza di ogni tessuto connettivo che collegasse le federazioni, le sezioni, le istanze di base, fu da lui individuato nella formazione dei “quadri”.

“Secondo la concezione morandiana, un partito di massa è basato essenzialmente sul lavoro di un largo gruppo di quadri stabili, dirette a realizzare un costante contatto tra le organizzazioni di partito e la base, e tra il partito e le organizzazioni di massa... La sua intenzione era di organizzare un gruppo dirigente del partito con quadri professionali provenienti dalle file degli operai, dei contadini, dei tecnici. Il sistema dei funzionari nacque dallo sforzo di consentire al partito di avere dirigenti che provenissero dalla, classe operaia, che se non fossero stati funzionari di partito, non avrebbero avuto né la possibilità né il modo di emergere, di formarsi, di farsi largo nella selva delle cricche” 16

I quadri dell’apparato vengono dislocati da una federazione all’altra, inviati dal centro, oppure assorbiti nel lavoro direzionale secondo un preciso e organico programma17

“In due anni, dal 1950 al 1952, il partito compie uno sforzo di reclutamento e immissione di quadri professionali nella dirigenza; l'apparato esecutivo delle federazioni e quello nazionale centrale venne raddoppiato,giungendo ai 600 funzionari.18

Lo sforzo, principale fu diretto a potenziare e ammodernare la struttura organizzativa. La creazione di nuove sezioni territoriali e la loro articolazione in nuclei d'azienda, l'impianto di una vera e propria organizzazione di partito nel Sud, la suddivisione degli organi direttivi provinciali in settori di lavoro, l'immissione nelle federazioni che denunciavano mancanza di quadri di circa 200 giovani funzionari, l'istituzione di uffici regionali destinati a controllare e coordinare l'attività delle strutture periferiche, furono i momenti salienti di un'azione che alla fine del '47 aveva conseguito risultati di rilievo: 80.000 nuovi iscritti e 970 sezioni costituite ex novo.

Al rinnovamento e potenziamento della macchina organizzativa si accompagnarono poi iniziative volte alla formazione di nuovi quadri, alla migliore utilizzazione delle energie intellettuali gravitanti nell'area socialista e all'incremento dell'influenza del partito nei settori della piccola e media borghesia più legati al processo produttivo. In tale prospettiva si collocavano l'avvio dei primi corsi della scuola centrale di partito, il censimento degli uomini di cultura aderenti al PSI, il nuovo impulso dato all'Istituto di Studi Socialisti (di cui era segretario Raniero Panzieri) e all'Ufficio Studi, alla cui direzione fu chiamato Massimo Severo Giannini, e la costituzione, promossa da Le!io Basso, del Gruppo Tecnici Socialisti

Sul piano organizzativo vediamo quindi scontrarsi due politiche cosiddette «unitarie», quella bassiana e quella morandiana, due concezioni del lavoro di massa. Da una parte un accelerato potenziamento e una marcata caratterizzazione rispetto al pci, in vista di una ripresa del progetto di partito unico, bloccato dall’offensiva saragattiana, che avrebbe certamente comportato, secondo Basso, una lotta per l’egemonia. Dall’altra un lavoro in profondità per ripulire il partito, impegnandolo nel movimento di massa, di cui il Fronte doveva essere l’espressione politica unitaria19

Il ritardo politico e organizzativo del partito obbligava il quadro morandiano a un continuo lavoro di ricupero e di riclassificazione, nel timore di non avere nelle mani uno strumento valido di lotta contro la socialdemocrazia e I'imperialismo. La parabola dei quadri morandiani rende bene la dimensione di queste lacune, da quella dei quadri tecnici che sono nella programmazione capitalistica, a quella dei quadri politici che hanno scelto il centro-sinistra, a quella della prima generazione del PSIUP, politicamente e teoricamente subalterni

I cinque anni di lavoro organizzativo di Morandi sono stati insufficienti, hanno richiesto il sacrificio di molte posizioni, hanno dovuto accettare lo status quo della divisione di compiti all’interno del movimento operaio, ma hanno avuto anche il merito di lavorare per trasformare un partito socialista vecchia maniera (nella mentalità dei militanti, nel modo di organizzare, nelle generazioni e nelle forze sociali che lo componevano) cercando di superare il ritardo storico e politico. Questo lavoro doveva essere preliminare a qualsiasi ulteriore e più originale discorso politico, che non correva il rischio di snaturarsi e degenerare nella misura in cui era ancorato a una struttura organizzativa rigida e a una collocazione del partito nelle lotte di massa

La valutandone storica è difficile ed “... è un compito che non può proporsi lo storico di oggi, perché occorrerebbe ricostruire pazientemente la trama dell’attività delle singole federazioni, dei singoli NAS, e i loro rapporti con il PCI e l’organizzazione sindacale di classe... In una trattazione dell’esperienza organizzativa di Morandi bisognerebbe valutare a fondo (attraverso testimonianze, corrispondenze, documenti di federazione) il valore di scuola di formazione politica che ebbe la sua direzione.»20

Al di là dei mutamenti imposti dalla situazione, la coerenza che salda i vari momenti della sua politica e che consiste nel tentativo, senza precedenti nella storia del movimento operaio, che aveva visto la rottura e la frantumazione delle sue organizzazioni, di imprimere una svolta nella prassi del movimento operaio senza rompere col suo tronco storico e organizzativo, nella consapevolezza che “il primo fondamentale atto di un rigenerato socialismo era il superamento del velleitarismo, nello squilibrio tra linea politica e strumento operativo, tra obiettivi di conquista e forse disponibili alla lotta; la sua vicenda si protrasse in uno sforzo duplice e tremendo di severi adeguamenti di linea e di infaticabile costruzione di forze, nella ricerca di un equilibrio realistico di proposta politica e di strumento esecutivo, di linea politica e di organizzazione di partito”21

5 Da Basso a Morandi

Tra il congresso di Firenze e quello di Roma (aprile 1946-gennaio 1947) Panzieri è più vicino all'intransigenza di Basso, che punta a una rottura immediata con Saragat.

Al congresso di Roma del gennaio 1947 Morandi rivolgerà un disperato appello ai delegati perché salvino la «causa del partito» dalle «conseguenze incalcolabili» della scissione. Panzieri è con Basso, sul quale anzi preme perché non si lasci coinvolgere negli ultimi disperati tentativi di compromesso.22 e rimane vicino a Basso nei primi mesi della sua segreteria.

Questo periodo è segnato però dalla delusione dei quadri che si erano buttati nella lotta con dedizione totale credendo che con l'uscita di Saragat la strada per un partito rivoluzionario della tradizione socialista fosse tutta in discesa e invece si scoprono senza più un ruolo tra una base di tradizione socialista che ritengono vecchia e piccolo-borghese e una classe operaia che li abbandona per il partito comunista, la cui crescente egemonia toglie spazio e iniziativa ai loro propositi unitari.

“È stata ancora una nostra illusione credere che, rotto un certo fronte al vertice, il Partito potesse assumere una autentica fisionomia proletaria e, quel che più conta, impostare decisamente un comportamento unitario.”23

La crisi inizia durante la segreteria Basso, in conseguenza della sua gestione del partito: il distacco di questi quadri è dovuto al logorarsi del rapporto con la classe operaia, che per diverse ragioni portava il partito a biforcarsi in uno «sfrenato massimalismo» al vertice e in un «opportunismo» alla base e quindi ad uscire, suo malgrado, dal fronte di classe. Il momento di Morandi viene quando Basso non sa prendere una posizione decisa nella controversia sulla politica elettorale per il Fronte. Al congresso dell’Astoria del gennaio 1948 invece Morandi, rivendicando la scelta del Fronte e una impostazione non elettoralistica, sembra offrire ancora prospettive di lotta, come socialisti, in un vasto movimento popolare.24


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