Il “ragionevole” diritto all’impugnazione nella prospettiva europea



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Il “ragionevole” diritto all’impugnazione

nella prospettiva europea
Antonietta Confalonieri *

SOMMARIO : 1. Il contesto europeo. – 2. La garanzia della ragionevolezza dei tempi processuali. – 3. Il diritto ad un secondo grado di giurisdizione. - 4. segue L’ appello della pubblica accusa. – 5. segue La posizione della vittima da reato. – 6. L’ esercizio del diritto in tempi e modi ragionevoli. – 7. La guidelines per la ricerca del tempo perduto.


1. Il contesto europeo.
La bilancia della giustizia penale è istituzionalmente tesa alla ricerca di 1 punto di equilibrio, che risulta particolarmente difficile quando sui due piatti vengono posti da un lato, il rispetto delle garanzie processuali e dall’altro, il tempo necessario per ottenere la decisione.

La questione dei tempi della giustizia accomuna ogni sistema giuridico dei singoli Stati europei, costituisce un diritto garantito nell’alveo convenzionale del Consiglio d’Europa ed un onere del quale si fa ufficialmente carico l’Unione europea.

Nel panorama europeo vanno segnalate due pregevoli iniziative :

- la creazione ad opera del Comitato dei Ministri di una apposita Commissione per l’efficienza della giustizia CEPEJ (1), che ha reso noto il suo ultimo Rapporto del 2008 (2);

- la pubblicazione della Raccomandazione del Parlamento europeo destinata al Consiglio sulla qualità della giustizia penale e l’armonizzazione della legislazione penale negli Stati membri (3).

Nel primo caso, il lavoro della Commissione consente di monitorare i sistemi giudiziari europei per proporre suggerimenti e/o linee guida. Nel secondo, è stata ufficialmente riconosciuta la necessità di assicurare la qualità della giustizia penale in Europa distribuendone equamente l’onere tra l’Unione e gli Stati membri. Si è arrivati in effetti a ritenere che la “ragionevolezza” della durata processuale in quanto aspetto sostanziale del diritto di accesso alla giustizia rappresenta uno dei primi doveri a carico di ogni Stato nel rispetto dei diritti consacrati dalla CEDU e al fine di contribuire alla realizzazione dello spazio giudiziario europeo di sicurezza, giustizia e libertà.

Il diritto all’ impugnazione trova dunque spazio sul palcoscenico europeo in quanto da un lato, rientra nella sfera delle garanzie processuali riconosciute nel sistema Convenzionale della CEDU, dall’altro fa parte di quel contesto di armonizzazione di legislazioni e intese di cooperazione in cui gli Stati membri dell’Unione Europea si muovono secondo il principio della reciproca fiducia e mutuo riconoscimento.
2. La garanzia della ragionevolezza dei tempi processuali.
Secondo lo spirito della Convenzione di Roma la ragionevolezza dei tempi della decisione si atteggia a vera e propria garanzia dell'individuo (Art. 6 § 1, CEDU).

La prassi giudiziaria però ha plasmato a tal punto il contenuto del termine "ragionevole" che ha finito per attribuirgli il significato di "efficienza" dello strumento processuale (4). Spesso l'efficienza viene invocata per giustificare "un'applicazione sbrigativa delle norme, anche a costo di sacrificare le esigenze del giusto processo, la stessa oralità, persino il contraddittorio, dimenticando che in nessun modo si può essere efficienti violando i principi fondamentali" (5).

L'efficienza del processo penale postula anzitutto la possibilità di disporre di validi servizi di base ed ausiliari oltre che la funzionalità dell'organizzazione giudiziaria e l’ incisività dell' assetto forense. Con il termine “efficienza”, infatti, si intende riferirsi soprattutto al buon andamento della amministrazione giudiziaria, mentre si è soliti parlare di "effettività" ovvero "efficacia reale" con riguardo al singolo istituto del codice “che deve essere in grado di incidere nel concreto” (6). Una effettività, allora, “da intendersi come efficacia normativa non solo virtuale, ma praticamente operante nel senso che la norma sia in grado di realizzarsi in concreto, non riducendosi soltanto ad un dettato teorico, così da consentire che il fine con essa perseguito da legislatore si traduca in realtà” (7).

La “ragionevole durata” del processo è un valore che non può ritenersi dedicato soltanto all'imputato poiché la celerità della procedura incide sia sulle esigenze proprie della collettività, connesse ad esempio alle "istanze di difesa sociale che collegano allo scopo di prevenzione generale la previsione di una pena certa e pronta" (8), sia sulle aspettative di giustizia della persona offesa del reato (9).

Al proposito occorre evidenziare come la Corte Europea dei diritti dell’uomo abbia spesso invitato i singoli Stati a dedicare le dovute attenzioni anche ai soggetti deboli del processo senza perciò dimenticare i "bisogni di tutela" sia delle vittime sia dei testimoni (10).

E’ stato anche osservato come la ragionevolezza appaia potenzialmente suscettibile di entrare in conflitto con i diritti delle parti e fungere da limite agli interventi delle stesse. Il riconoscimento della portata del diritto alla durata ragionevole del processo potrebbe allora portare a un giudizio di bilanciamento tra opposti valori, "dal quale potrebbe anche discendere (...) la possibile liquidazione di garanzie e di controlli difensivi, se ritenuti ingiustificatamente pregiudizievoli per la tempestiva definizione del processo" (11).


3. Il diritto ad un secondo grado di giurisdizione.
A prescindere dai precetti in tema di teoria generale del processo (12), va evidenziato come sia possibile desumere in ambito europeo la genesi del diritto all’impugnazione. Per la precisione la sacralità del diritto all’appello nel processo penale è proclamata nell’art. 2 del Protocollo n. 7 alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

La Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo offre due diverse sfere di garanzia.

L’accesso alla giustizia, in senso lato, trova la sua tutela nel diritto - stabilito nell’art. 13 CEDU - “ad un ricorso effettivo davanti ad una istanza nazionale”, senza che in questo ambito possa essere ricompreso un diritto all’appello ovvero ad un secondo grado di giurisdizione, il quale, invece, trova la sua fonte, quando la procedura assume il carattere “penale” secondo il significato riconosciuto dalla CEDU, nel Protocollo n. 7 CEDU (13), dove all’ art. 2 si accorda al condannato il “diritto ad un doppio grado di giudizio in materia penale” (14).

Il diritto ad un secondo giudizio è pertanto espressamente concesso soltanto al condannato, che deve poter far esaminare la sua colpevolezza o condanna da una giurisdizione superiore.

La seconda parte dell’art. 2 del Protocollo n. 7 CEDU consente di circoscrivere l’ampiezza del diritto all’impugnazione : vi possono essere delle eccezioni per i reati minori (purché legislativamente previste) o quando l’ interessato sia già stato giudicato in prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata ovvero sia stato dichiarato colpevole e condannato a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento.

Sembra allora plausibile razionalizzare ogni sistema di controllo restringendo le ipotesi di impugnazione, e senza dubbio escludere l’ appellabilità delle sentenze relative a reati minori porterebbe a deflazionare il carico di lavoro degli uffici giudiziari (15).

Risulta altresì tangibile come in questo quadro non sia riconosciuto alcun diritto d’appello né alla pubblica accusa né tanto meno alla c.d. “vittima” da reato.

D’altro canto, la Corte europea ha sempre negato che l’ art. 6 CEDU possa essere considerato quale parametro per invocare un secondo grado di giurisdizione (16). In sostanza, non pare desumibile dall’art. 6 § 1 CEDU l’esistenza di alcun obbligo perché vengano adottati meccanismi di censura delle sentenze ed in particolare l’onere di “creare corti d’appello o di cassazione”, fermo restando che lo Stato che istituisce “giurisdizioni di tal natura ha l’obbligo di vegliare affinché i giudicabili godano davanti ad esse delle garanzie fondamentali dell’art. 6 CEDU” (17).

In altri termini, una volta che il condannato abbia esercitato il diritto ad un secondo grado di giurisdizione ne deriva che anche il nuovo processo dovrà essere celebrato in modo da risultare équitable, secondo il significato elaborato dalla giurisprudenza di Strasburgo (18).

Il giudizio d’appello deve perciò garantire all’accusato tutti i diritti elencati nell’art. 6 CEDU, con un giusto bilanciamento tra gli stessi, così che la durata ragionevole del giudizio di impugnazione deve essere assicurata senza comprimere l’ esercizio diritto di difesa o il principio del contraddittorio (égalitè des armes) e quello di pubblicità processuale.

In ogni caso, le modalità applicative delle garanzie dell’ art. 6 CEDU ai giudizi di impugnazione “dipendono dalle caratteristiche della procedura di specie” dovendosi comunque sempre tener conto dell’insieme della procedura e del ruolo devoluto al giudice dell’impugnazione” (19).

Questo significa che deve essere garantito:



  1. L’esercizio del diritto di difesa, personale e tecnica, essendo ravvisabile :

  • la violazione dell’art. 6 CEDU, sotto il profilo del diritto di accesso alla giustizia, nell’ipotesi in cui la legge preveda che il termine per proporre impugnazione da parte dell’imputato avverso una sentenza di condanna decorra dalla data della sua pronuncia e non invece da quella della pubblicazione della sua motivazione (20);

  • la violazione dell’art. 6 CEDU se non viene assicurata la partecipazione al giudizio d’appello del difensore (21);

  • la violazione dell’art. 6 CEDU in caso di mancata partecipazione dell’ accusato al giudizio d’appello, soprattutto allorquando la valutazione della sua responsabilità comporti un esame sia in fatto che in diritto (22). La giurisprudenza di Strasburgo offre anche affermazioni meno rigorose a proposito del giudizio - di appello o di Cassazione - dove non viene messa in discussione la valutazione globale della responsabilità dell’ accusato bensì viene condotto un controllo esclusivamente sulle questioni di diritto (23).

  • la violazione del canone fissato nell’art. 6 § 1 della Convenzione (uguaglianza delle armi come aspetto del diritto ad un equo processo), nell’ipotesi in cui, durante il processo in corso dinanzi alla Corte d’appello o al Collegio della cassazione, “le conclusioni scritte del Procuratore generale non siano rese conoscibili all’imputato, il quale quindi non dispone di una efficace possibilità di replicare” (24).

  1. La pubblicità del giudizio.

Nonostante l’importanza del diritto, la portata della pubblicità del giudizio d’appello può collocarsi nella sfera della discrezionalità giurisdizionale.

In effetti tra le caratteristiche del procès équitable viene annoverata l’esigenza che la “causa sia esaminata … pubblicamente”, questo perché la pubblicità della procedura serve a proteggere il cittadino da una giustizia segreta che sfugga al controllo della collettività (25), mira a preservare la credibilità degli organi giudiziari e la fiducia nei loro confronti, ed infine, conferisce trasparenza all’amministrazione della giustizia (26).

Il valore della pubblicità però non necessita di una costante affermazione in tutta la fase del procedimento (27), consentendo al contrario delle eccezioni. Se in linea di principio il dibattimento deve essere per forza pubblico, particolari ragioni ne possono invece autorizzare la celebrazione a porte chiuse (28). In modo analogo, viene inoltre attribuito all’organo giudicante il potere discrezionale di privare l’ udienza del carattere pubblico quando circostanze eccezionali del caso concreto lo impongono (29), sebbene in questa ipotesi sia necessario che all’ accusato sia riconosciuto almeno in astratto il diritto ad ottenere una udienza pubblica, anche se in concreto lo stesso potrà essere escluso sulla base di specifici motivi concernenti straordinarie ragioni (30).

Ed ancora, posto che la garanzia deve essere effettiva, non è sufficiente che la pubblicità sia “non formalmente esclusa”, ma la stessa deve essere “sostanzialmente” assicurata. Ciò significa inoltre che il processo deve tenersi “in un luogo facilmente accessibile, in un’ aula capace di contenere un certo numero di spettatori, normalmente raggiungibile e riconoscibile attraverso adeguata informazione” (31).

In conclusione, il secondo grado di giurisdizione sembra essere uno strumento essenzialmente difensivo, dove il condannato fruisce di tutte le garanzie che l’art. 6 CEDU riconosce all’accusato.

In questo scenario di tutela delle garanzie dell’accusato meritano una chiosa finale le iniziative assunte dall’Unione europea in tema di cooperazione giudiziaria; in effetti, deve segnalarsi come il tema dei diritti dell’accusato sia ritornato ad essere uno degli argomenti all’ordine del giorno, posto che il futuro programma di Stoccolma indica tra i punti cardine nel settore giustizia la necessità di rafforzare le garanzie processuali nei procedimenti penali (32).


4. segue L’appello della pubblica accusa.
Tra i vari argomenti oggetto di ampio dibattito risalta quello tendente a contenere la durata procedimento penale restringendo la sfera di impugnazione del Pubblico Ministero e della vittima.

L’analisi deve avere quale dato di partenza il fatto che il diritto al doppio grado di giurisdizione è riconosciuto soltanto al condannato, mentre la Convenzione non garantisce - secondo quanto chiaramente affermato nella giurisprudenza di Strasburgo (33) - un diritto d’appello del Pubblico Ministero delle decisioni assolutorie.

Si è prospettata la tesi che la possibilità del Pubblico ministero di presentare impugnazione - in particolare avverso le sentenze di assoluzione - per ottenere un secondo grado di giudizio trovi la sua giustificazione nel principio sotteso alla c.d. “parità delle armi” tra le parti processuali. Ogni eventuale restrizione comporterebbe perciò una lesione di questo diritto.

Per sviluppare seppur sinteticamente il concetto intrinseco nel diritto a “l’ égalitè des armes” occorre prendere le mosse dal riconoscimento del diritto della “presunzione di innocenza” dell’accusato, che di fatto si traduce, tra l’altro, nell’onere della prova posto a carico della Pubblica accusa. Ne consegue che il processo penale è caratterizzato da una strutturale e fondamentale ineguaglianza tra le parti; poiché al suo interno si realizza una evidente posizione privilegiata della pubblica accusa per cui si impone l’exigence de l’égalité des armes au sens d’un juste équilibre entre les parties ( 34).

E’ palese come il concetto di “giusto equilibrio” - che “vaut en principe aussi bien au civil qu’au pénal” - non comporta necessariamente il riconoscimento di eguali poteri, ma come riconosciuto nella giurisprudenza della Corte che delinea in modo assolutamente chiaro la portata del diritto, l’ égalité des armes implica l’obbligo di offrire ad ogni parte la concreta possibilità di esporre la propria difesa in condizioni che non siano di netto svantaggio rispetto all’avversario (35).

In sintesi emerge un dato inconfutabile per cui è ovvio che la “condizione di parità” non comporta sempre e necessariamente una identità assoluta e simmetrica di strumenti, da modulare viceversa in ragione della intrinseca diversità delle funzioni processuali (36).

Orbene, il richiamo del principio di “parità delle parti” a sostegno del diritto all’impugnazione della pubblica accusa – con particolare riguardo alle sentenze di assoluzione – non appare appropriato, considerato il differente contenuto del concetto racchiuso nell’espressione “égalité des armes” nonché il mancato riconoscimento dall’art. 6 CEDU di un simile diritto (37).

I giudici d’oltralpe hanno, innanzitutto, ricordato che l’art. 6 CEDU non garantisce il diritto di far perseguire o condannare i cittadini (38) né tanto meno garantisce il diritto ad un doppio grado di giurisdizione che invece l’art. 2 del Protocollo n. 7 riserva quale diritto esclusivo del condannato (39).

Di conseguenza, ha affermato la Corte,  nel reclamare a favore del pubblico ministero … un diritto di appello contro le sentenze di proscioglimento si invoca un diritto che non è garantito dalla Convenzione (“En conséquence, en réclamant, au profit du ministère public ou des coaccusés, un droit d’appel des arrêts d’acquittement, la requérante invoque un droit qui n’est pas garanti par la Convention.”)

A ciò si aggiunga che – come affermato nell’affaire Guillemot - la Convention ne garantit pas le droit à la vengeance privée, à l’actio popularis ou de faire poursuivre pénalement ou condamner des tiers , fermo restando che nessuna disposizione impone una obbligazione di risultati pretendendo che ogni procedimento penale si concluda con una decisione di condanna o di inflizione di una pena (40).


5. segue La posizione della vittima da reato.
Il procès équitable consacrato all’art 6 CEDU riconosce una serie di garanzie a favore dell’accusato la cui elaborazione giurisprudenziale ha portato ad affermare che la celebrazione di un processo può comportare dei riflessi indiretti verso la vittima e sui testimoni, ma non assicura loro alcuna tutela processale, salvo leggere la norma nella prospettiva della vicenda civile (41).

In altri termini, soltanto chi deve contestare una accusa mossa nei suoi confronti può far valere il diritto all’ equo processo (42), ne consegue che ne rimane estranea la salvaguardia della vittima del reato, salvo che la stessa non promuova in sede penale l’ azione per la tutela degli interessi civilistici, nel qual caso ne viene garantito il diritto nel diverso contesto di una controversia di natura civile (43).

Per la giurisprudenza europea quelli delle vittime sono dei “diritti di carattere civile”, dunque protetti dall’ art. 6 § 1 della Convenzione nonché coperti dalle prerogative che tale articolo comporta, non solo nell’ipotesi di richiesta di risarcimento danni, ma ogniqualvolta l’ esito del procedimento sia determinante per il “diritto di carattere civile” (44) ovvero quando, indipendentemente dalla sua qualificazione giuridica, il diritto abbia dei contenuti e degli effetti che lo facciano ritenere di “carattere civile” nel senso tracciato dalla giurisprudenza europea (45).

Nell’ambito delle iniziative dell’Unione Europea, va segnalata la nota Decisione quadro del 15 marzo 2001 sul ruolo della vittima nei procedimenti penali (46), che si pone in sintonia con le conclusioni del Consiglio Europeo di Tampere (15-16 ottobre 1999).

Con espresso riferimento alle tematiche in esame, deve rilevarsi che la Decisione quadro 2001/220/GAI (47) dopo aver precisato nei vari consideranda :


  • che nelle conclusioni del Consiglio Europeo di Tampere (15-16 ottobre 1999) è indicato che dovrebbero essere elaborate norme minime sulla tutela delle vittime della criminalità, garantendo in particolare l’accesso delle vittime alla giustizia e i loro diritti al risarcimento dei danni, anche attraverso forme di mediazione, e ad ottenere il rimborso delle spese sostenute nel procedimento in qualità di parte o come testimone (considerando n. 3);

  • che salvaguardare gli interessi della vittima nell’ambito del processo penale non è l’ unico obiettivo; perché le disposizioni della Decisione quadro comprendono altresì alcune misure di assistenza alle vittime, prima durante e dopo il processo penale, che potrebbero attenuare gli affetti del reato (considerando n. 6); in particolare deve essere garantita alla vittima ed ai suoi familiari una protezione adeguata, soprattutto della loro sicurezza e della loro privacy;

alla fine, il testo sullo statuto della vittima afferma che le disposizioni …. non impongono, tuttavia, agli Stati membri l’obbligo di garantire alle vittime UN TRATTAMENTO EQUIVALENTE a quello delle parti del procedimento (considerando n. 9).

E’ pertanto palese che nel processo penale, che è A CARICO dell’IMPUTATO, la vittima potrebbe non avere gli stessi diritti delle altre parti processuali, fermo restando la necessità di una sua tutela ed assistenza dentro e fuori il processo (48).

In sintesi, sembra vada affermandosi l’idea di porre sullo stesso piano vittima e autore del reato cercando di proporre delle garanzie in un certo qual senso simmetriche: da un lato, “tutela” della vittima dall’altro, “garanzie” difensive.

Non deve però passare inosservata la pretesa della vittima ad ottenere il risarcimento del danno derivante dal reato. La tutela di questo diritto rientra tra gli argomenti di maggior tendenza e significativi affrontati a livello europeo; in questo settore va segnalato soprattutto l’incremento di aspetti di solidarietà nei confronti delle vittime da parte dello Stato, che si vede impegnato in prima battuta per garantire, in alcuni casi, persino una assistenza di tipo economico che possa prontamente alleviare il disagio della vittima (49).

Il cammino percorso in ambito europeo vede quale pietra miliare il “libro Verde” della Commissione Comunità europee (50) sul risarcimento alle vittime di reati, preceduto in data 16 ottobre 2001 dalla pubblicazione da parte della Commissione di una proposta di direttiva del Consiglio in tema di risarcimento delle vittime della criminalità. A distanza di solo un triennio il Consiglio è intervenuto drasticamente con la Direttiva n. 2004/80/Ce del 29.04.2004 relativa all’indennizzo delle vittime del reato (51), realizzando così uno strumento che rappresenta una risposta agli eventi dell’ 11 settembre 2001, nel preciso fine di garantire un indennizzo adeguato alle vittime del terrorismo nell’Unione europea.
6. L’esercizio del diritto in tempi e modi ragionevoli.
L’esame della giurisprudenza della Corte di Strasburgo (52) consente di affermare che la valutazione di ragionevolezza dei tempi processuali implica un calcolo di durata con determinazione di un dies a quo e di un dies ad quem (53) e la “eccessiva lunghezza” può riguardare l’arco del procedimento nella sua totalità ovvero il singolo periodo di ogni fase (54).

La Corte di Strasburgo non ha fissato in astratto una soglia massima di riferimento (55), ma ha elaborato una serie di criteri (56) funzionali alla misurazione in concreto della “ragionevolezza” dei tempi processuali ovviamente rapportata alle circostanze del caso, ne consegue che sul computo della durata, influiscono sia la complessità dell’ affaire sia la condotta dell' accusato, unitamente al comportamento delle Autorità Nazionali competenti (57) oltre alla c.d. posta in gioco (enjeu) (58). Meritano di essere ricordate le esegesi prospettate sui due parametri più importanti: accusato e Autorità.

In merito alla posizione dell’ imputato, ed in particolare al suo comportamento processuale, è stato chiarito come l'art. 6 § 1, CEDU non richieda la sua “cooperazione con le autorità procedenti” (59) e come non possa rimproverarsi all’ imputato “di aver impiegato tutti gli strumenti difensivi previsti dalla legge” (60); egli può scegliere le possibilità offerte dal diritto interno per abbreviare il procedimento, ma senza alcun obbligo (61), di conseguenza egli può liberamente esercitare il proprio diritto di difesa anche mediante la fruizione di ogni strumento di impugnazione (62), purché non sia animato da mere finalità dilatorie (63). Nessuna critica può essere mossa quando le iniziative della parte servono a porre rimedio alle irregolarità attribuibili alle Autorità giudiziarie (64).

Ovviamente sono censurabili quei comportamenti meramente strumentali ad un ingiustificato prolungamento della procedura (quali le impugnazioni chiaramente pretestuose, che potrebbero essere assoggettate ad un regime sanzionatorio nel caso in cui si rilevino palesemente infondate).

Deve però evidenziarsi come il criterio del comportamento dell’accusato presenti una caratteristica, in quanto è l’unico parametro in virtù del quale può essere esclusa la violazione della Convenzione nonostante la durata eccessiva del processo. Se l’accusato ha contribuito attivamente ad allungare oltre misura la durata del processo, non può essere dichiarata la irragionevolezza (65).

Per quanto concerne l’operato delle Autorità competenti, la giurisprudenza di Strasburgo nel porre la sua attenzione sulla verifica della correttezza dell' operato dello Stato, ha escluso che possa essere considerata quale valida giustificazione del ritardo “l’ encombrement chronique du role d’une juridiction” (66), e precisato che “il carico di lavoro degli uffici giudiziari non può rappresentare una giustificazione dei ritardi nella celebrazione delle udienze, dato che i singoli Stati sono tenuti - proprio in base all'art. 6, § 1 CEDU - ad organizzare i propri sistemi giudiziari in modo tale che siano rispettati i requisiti dell' equo processo tra i quali vi è la durata ragionevole” (67). Non è giustificato infatti neanche il ritardo che dipende da problemi strutturali del sistema giudiziario nazionale (68).

In altri termini, ogni singolo Stato è tenuto ad assicurare l’efficienza dell’insieme dei suoi servizi e non soltanto degli organi giudiziari (69) secondo la costante affermazione per cui l’art. 6 della Convenzione Europea obbliga gli Stati contraenti ad organizzare il loro sistema giudiziario in modo tale che i giudici possano assolvere le loro funzioni nel rispetto della durata ragionevole del procedimento (70).

In definitiva, l’ insegnamento profuso dalla giurisprudenza di Strasburgo rammenta che ogni singolo Stato contraente è tenuto a predisporre il proprio assetto processuale in modo tale da consentire ad ogni Tribunale di celebrare il processo in tempi ragionevoli, vale a dire nei tempi strettamente necessari per compiere le attività funzionali al perseguimento dello scopo tipico del processo (inteso come verifica della fondatezza dell'accusa elevata contro il singolo) (71); ne consegue che vengono considerati "non ragionevoli" i tempi morti, cioè gli intervalli tra un'attività processuale e l'altra non giustificabili in base ad oggettive esigenze del processo (72), seppure eventualmente dovuti alla carenza di personale amministrativo o giudiziario.

Uno studio condotto dal c.d. Centre Saturn della CEPEJ ha portato alla individuazione di alcune cause dei ritardi nelle procedure, così da poter adottare i rimedi adeguati per ottenere una “durata ragionevole”: si apprende, dunque, che statisticamente le lungaggini dipendono dalla geografia degli uffici giudiziari; dal numero insufficiente di magistrati e la loro turnazione, unitamente al numero inadeguato di assistenti giudiziari; dalle difficoltà nella composizione dei collegi giudicanti; dal fatto che alcuni giudici dedicano un notevole lasso di tempo ad attività extragiudiziarie; dall’inerzia e dalla totale assenza di iniziative da parte dell’autorità giudiziaria, che provoca i c.d. tempi morti in cui non viene svolta alcuna attività (es. lunghi rinvii tra un’ udienza e l’altra); da disfunzioni nella organizzazione degli uffici e nelle cancellerie per cui si verificano dei ritardi nella trasmissione dei fascicoli dal primo al secondo giudice (Corte d’appello o Cassazione) oppure si compiono degli errori od omissioni nelle citazioni dei testimoni e nelle notifiche dei vari avvisi; dal c.d. “encombrementdegli uffici giudicanti, nel caso in cui diventi un fattore sistematico e cronico (per risolvere il quale andrebbero stabiliti dei criteri di priorità in base all’urgenza e all’importanza); da tutte le altre svariate ragioni che provocano rallentamenti nella celebrazione delle udienze (73).

La Corte di Strasburgo però imputa tutte queste cause alle Autorità Nazionali evidenziandone la responsabilità.

In conclusione, si può parlare di una “obbligazione di risultato” che incombe sugli Stati per cui la Commissione Europea per l’ efficacia della giustizia - nel suo rapporto del 2008 - evidenzia la necessità di tentare di monitorare i tempi morti delle procedure al fine di proporre delle soluzioni (74).

L’obiettivo in definitiva non può essere quello di una giustizia sommaria giacché l’art. 6 CEDU mira a preservare gli interessi della difesa e quelli di una buona amministrazione della giustizia, ma quello di una giustizia tempestiva, interesse comune della collettività e del singolo che voglia davvero giustizia.




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