Il realismo politico di gaetano mosca



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IL REALISMO POLITICO DI GAETANO MOSCA

Gaetano Mosca è stato considerato uno degli esponenti del realismo politico, ed, in modo particolare, di quel filone del realismo politico che almeno da Machiavelli è presente in Italia 1.

Questo scritto intende precisare quale realismo sia stato quello di Mosca , quali siano state le sue caratteristiche e quali indicazioni possa offrire la sua riflessione.

In primo luogo saranno richiamate le principali tesi che individuano, in linea generale, una posizione realista in politica; successivamente si analizzerà l’opera di Mosca tentando di individuarne gli elementi che la caratterizzano.

Definire cosa sia il realismo in politica, precisare a quali caratteristiche tale espressione rimandi, non è cosa semplice. Pier Paolo Portinaro, distinguendo nel realismo politico una dimensione descrittiva ed una prescrittiva, ha scritto che nella prima esso “ è un paradigma epistemologico cui afferiscono una concezione della politica come lotta per il potere – una lotta che si avvale della violenza fino al limite dell’uccisione fisica –e una concezione dello Stato come “puro fenomeno di forza”, o come strumento per l’imposizione di un l’ordine”. Nella seconda prospettiva, quella prescrittiva “per realismo si deve intendere invece un orientamento, una sensibilità…al servizio di quel soggetto collettivo che è lo Stato, una sorta di tecnologia del potere operante sui moventi dell’agire umano, un’arte di governo poggiante su un insieme più o meno sistematico di massime prudenziali, e perennemente volta alla ricerca di un precario equilibrio in una situazione connotata da disuguaglianze, attori ostili e risorse scarse”2.

Come è evidente, più che ad una teoria definita ci si riferisce ad un orientamento che individua nel potere e nel mantenimento dell’ordine i temi ultimi che determinano la politica: lo Stato, in tale ottica, è il soggetto che può garantire il precario equilibrio tra le diverse e contendenti forze.



Dietro a tale orientamento è presente una concezione prevalentemente pessimistica della natura umana: come Machiavelli afferma esplicitamente gli uomini non sono buoni ed è vano , anzi dannoso, qualsiasi approccio alla politica che non parta da tale constatazione. Nel XV capitolo de Il Principe tale connessione tra concezione politica e antropologica è esplicitamente affermata in poche righe notissime, ma che vale la pena riportare. Machiavelli, di fronte alla constatazione che molti hanno affrontato la questione di come debba comportarsi un Principe con i sudditi e con gli amici, precisa, “sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere invero, perché elli è tanto discosto da come si vive e come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare , impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perché uno uomo che vogli fare in tutte le parti professione di buono conviene ruini infra tanti che non son buoni”3.

L’ espressione “andare dietro alla verità effettuale della cosa” è punto di riferimento per tutti i realisti, con l’accettazione implicita della precisazione che Machiavelli faceva seguire, cioè che gli uomini non sono buoni.

Tra gli altri aspetti che caratterizzano l’orientamento realista, almeno uno va ancora richiamato.

Esso è espresso in modo assai chiaro in un brano di Reinhold Niebuhr, un teologo americano contemporaneo, che ha avuto una grande influenza sul realismo di Morgenthau e Kennan, pensatori noti per il loro approccio realista alla politica internazionale del secondo dopoguerra.4 . Niebuhr in un saggio del 1953 , Il realismo politico di Agostino, scriveva:

Nella teoria politica e morale realismo denota la disposizione a prendere in considerazione tutti i fattori che, in una situazione politica e sociale, offrono resistenza alle norme stabilite, particolarmente i fattori di interesse personale e di potere”5.



Niebuhr, rileggendo Agostino, ripropone la centralità del potere e dell’interesse personale come dati ineliminabili della politica; egli rende però esplicita una contrapposizione di grande importanza, quella tra fatti e norme,6 tra interesse personale e potere da una parte e regole e ideali dall’altra.

Quest’ultima considerazione ci permette di porre una decisiva domanda. Dobbiamo considerare il realista politico come colui che non vede altro che il potere e l’interesse personale e che rifiuta ogni regola, ogni ideale? In tale ottica resta difficile comprendere il repubblicanesimo del realista Machiavelli o un certo elitismo dell’idealista Gobetti, per richiamare alcune delle posizioni più note.

In realtà tra l’orizzonte del comprendere, del prendere in considerazione e quello dell’azione intellettuale o politica, delle opzioni di valore, il legame non è di semplice consequenzialità. In altre parole si può essere realisti per quanto attiene alla presa d’atto dei presupposti di un sistema politico e scegliere di impegnarsi per il liberalismo o la democrazia: al contrario si può essere irrealisti nel considerare una situazione di fatto e scegliere di impegnarsi per un regime illiberale e antidemocratico.

Riflettendo sul rapporto tra realismo e democrazia Sartori ha scritto che “non c’è nessuna contraddizione tra una visione realistica e una fede democratica, per la buona ragione che il “realismo” sta, indifferentemente, per tutte le parti, nec cubat in ulla”. Con la conseguenza che “il realismo che è davvero tale è un puro e semplice realismo cognitivo”.7

La proposta di Sartori, quella cioè di separare la valutazione realistica dei fattori della politica dalle opzioni di valore, contribuisce a infrangere un legame meccanico tra realismo e critica della democrazia; d’altra parte un ulteriore passo si può compiere interrogandosi sull’esistenza o meno di una qualche forma di legame, certamente non meccanico, tra realismo e conservatorismo, come tra realismo e qualsiasi altra opzione di valore.

La domanda può essere posta in questi termini. Realismo per che cosa? A questo interrogativo non è così semplice trovare una risposta conclamata e positiva: è proprio del realismo, che come ricordava Bobbio non sia semplicistico culto della forza, il sospetto di fronte alle proclamazioni di ideali. Si può però rinvenire una traccia di risposta formulando la questione in altro modo: realismo per evitare che cosa? Certamente in tale prospettiva ci si trova di fronte in primo luogo ai realisti critici. Per essi è motivo centrale la critica alla apparenza della realtà: in termini politici alla retorica delle parole che celano interessi e forze reali. D’altra parte questo primo aspetto, la critica di una realtà illusoria, di una oggettività apparente, rimanda inevitabilmente ad un secondo aspetto, che seppure difficile da delineare generalmente, può essere, in prima approssimazione, definito come la richiesta di una più adeguata realizzazione del rapporto tra individuo e collettività. Qui certamente le strade dei realisti divengono difficili da accomunare. La affermazione orgogliosa della propria individualità, della centralità della propria classe, la priorità della nazione, dell’interesse nazionale e di quello dello Stato, sono un esempio dei diversi esiti ai quali un’ istanza realista può condurre.

Proviamo a schematizzare le indicazioni che emergono da queste considerazioni: da una parte una disposizione realista conduce a privilegiare la verità effettuale i fatti e non i desideri, gli uomini come sono e non come dovrebbero essere;

D’altra parte, seguendo il suggerimento di Niebuhr, il realismo si identifica con l’accentuazione di quei fattori personali e di potere che offrono resistenza alle norme stabilite, alle regole. In questa seconda definizione c’è l’idea che il realismo ha a che fare, in modo certamente non semplice , con norme e regole.

Per comprendere meglio tale rapporto, può essere utile richiamare l’alternativa, la posizione opposta. Kant viene immediatamente connesso allo stato ideale, alla razionalizzazione della forza, e alla richiesta della trasparenza della politica, la politica fatta di regole chiare e comprensibili a tutti. Certamente si tratta di un motivo evidentemente presente nella sua riflessione: esso trova l’espressione forse più nota nello scritto Per la pace perpetua e nel principio. “Tutte le azioni relative al diritto di altri uomini la cui massima non è suscettibile di pubblicità sono ingiuste”8. Eppure, per arrivare a questo stato ideale, sono necessarie regole coercitive. La Metafisica dei costumi nel paragrafo 49 richiama il dovere di ubbidienza dei sudditi, la necessità del potere nella sua effettualità e la sua imperscrutabilità per i sudditi. Anche l’autore che viene più immediatamente connesso alla politica come ragione, allo stato ideale, è ben consapevole di queste caratterizzazioni del potere.

Kant non è un realista politico: il partire nella considerazione della politica dai fatti conduce a riconoscere un peso preponderante alla realtà politica e sociale così come essa è. Kant, proprio perché maggiormente determinato da ciò che non è ancora, non appartiene alla schiera dei realisti. Il senso di queste osservazioni è quello di richiamare che la politica non è solo idealità, né solo potere: ogni grande autore si è confrontato con questa ineliminabile tensione tra fatti e ideali.

L’enfatizzazione della progettualità, della possibilità di giungere alla società ideale si accompagna ad un maggior peso riconosciuto alla libertà alla creatività, al desiderio: essa implica, almeno nella modernità, la possibilità di riscrivere le regole fondamentali tenendo conto dei desideri e delle aspettative degli individui; il partire dalla presa d’atto della realtà della società, così come essa è rimanda alla necessità, alla difficoltà di mutare secondo i propri progetti la realtà politica.

Un pensiero realista non è tale perché nega totalmente il peso del desiderio , la creatività.

Una prospettiva realista è caratterizzata dal riconoscimento dei fatti, e dalla ricerca di quali desideri sia possibile esprimere attraverso una riformulazione delle regole, delle norme: insomma un pensiero realista ha a che fare con fatti e desideri. Tale semplice constatazione rende possibile comprendere le oscillazioni presenti nella riflessione di molti autori: in un certo momento storico l’esigenza di comprensione della realtà politica richiederà maggior peso riconosciuto ai fatti, in un altro momento alla norma, ai desideri. In un periodo di ubriacatura retorica o ideologica la critica alla formalità degli ideali e il richiamo alla realtà dei rapporti di forza, può divenire la strada privilegiata per una adeguata comprensione della politica. In un altro periodo, al contrario, proprio per la forte mancanza di idealità nelle concreta vita della società e nella politica, un approccio che sottolinei la necessità di regole e di idealità condivise, può meglio comprendere lo stato di fatto della politica.
Possiamo tornare a chiederci Gaetano Mosca che tipo di realista era?

Per rispondere accennerò alle sue posizioni, che seppure radicate attorno ad un nucleo forte e costante si sono diversificate proprio per l’aver accentuato in diversi periodi fattori diversi.


I.
Mario D’Addio, in suo scritto di qualche anno fa dedicato a Mosca ed alla crisi dello stato parlamentare, individuava tre diversi momenti nell’itinerario teorico e politico di Mosca9.

Il primo, dal 1883 al 1887, segnato dalla pubblicazione della Teorica dei governi e critica del governo parlamentare(1884)l’opera giovanile nella quale Mosca esprimeva già la propria concezione realista e elitista della politica, e da alcuni scritti minori. Il secondo dal 1895 al 1914 nel quale vede la luce la prima edizione dell’opera Elementi di scienza politica(1896); il terzo dal 1915-1925 nel quale veniva pubblicata la seconda edizione degli Elementi (1923) e nel quale l’ormai anziano intellettuale rifiutava la soluzione fascista alla crisi dello stato liberale.

Il giovane Mosca, come Giorgio Sola ha sottolineato, si formò in un’ università, quella di Palermo, caratterizzata dalla presenza di “un gruppo di docenti di rilievo europeo”.Qui egli, già dotato grazie alla frequentazione della biblioteca paterna, di una ricca cultura personale che andava dalla conoscenza dei classici greci e latini a quella dei più recenti lavori di carattere storico e politico, “ebbe modo di coltivare la naturale propensione per gli studi storici, affiancando ad essi una solida preparazione giuridica e un vivo interesse per le scienze politiche”10.

Tra i compagni di studio si legò in modo particolare a Vittorio Emanuele Orlando11: i due giovani avevano in comune sia una forte curiosità intellettuale, che li portava all’insofferenza nei confronti di un approccio astratto agli studi giuridico – politici, sia una forte, ma non ancora precisata, esigenza di impegno civile e politico.

Gli animi dei giovani intellettuali, negli anni di poco successivi alla creazione dello Stato nazionale, erano animati da grandi speranze: Mosca nato nel 1858, aveva 12 anni quando nel 1870 i bersaglieri entrarono a Porta Pia; nel 1871 l’episodio della Comune di Parigi poneva i primo piano la cosiddetta questione sociale e le crudeltà della battaglie parigine gettava bagliori sinistri in tutta l’Europa. In Italia, nel quindicennio successivo al 1876, l’anno dell’avvento della Sinistra al governo, le speranze di cambiamento legate alla fine dei governi della Destra storica, vennero presto disilluse: la pratica parlamentare, per quel che allora si conosceva di essa, appariva nei casi migliori prosaica e priva di ogni idealità. Inoltre gli inizi del trasformismo non favorivano certo un giudizio benevolo sul parlamento.

Mosca partecipa di tale critica al sistema parlamentare, ritenendosi però insoddisfatto dell’approccio, allora prevalente, quello che considerava la politica essenzialmente dal punto di vista giuridico formale. Egli si impegna ad indagare non la costituzione formale, ma quella materiale, l’insieme dei contrasti e degli equilibri tra le diverse forze sociali e politiche. Né pensa d’altra parte, che lo studio della politica possa limitarsi alla individuazione dei principi ultimi che dovrebbero orientare l’azione politica.

Vale la pena ripercorrere quello che nel Proemio alla Teorica , licenziato nell’aprile 1883, scriveva il giovane siciliano, riguardo alla genesi del suo interesse alla politica ed alla specificità del suo approccio. Egli ricorda come negli anni della fanciullezza e dell’adolescenza, tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta, sia per la celebrazione post-risorgimentale dei “martiri della libertà”, sia per l’influenza delle convinzioni di gran parte dei suoi conoscenti, fosse “democratico e repubblicano” e successivamente “mezzo repubblicano, mezzo monarchico costituzionale, insomma del colore comune”12. Tale approccio alla politica , che potremmo ritenere superficiale, cambiò negli anni dell’università, durante i quali egli si formò un proprio orientamento. Mosca scrive: durante gli studi universitari , “non stentai molto a capire come le idee politiche di quasi tutte le persone colle quali avevo da fare fossero superficiali o sbagliate, e come anche i vari sistemi politici, che attorno a me si insegnavano e si proclamavano, fossero in gran parte fondamentalmente errati, perché si ispiravano a certe supposizioni non meno strane che gratuite e quasi mai rispondenti alla realtà dei fatti”13.

Il punto d’origine di quel nuovo orientamento che lo porterà ad una propria originale concezione della politica viene esplicitamente richiamato: si tratta dell’insoddisfazione di fronte alla inconcludenza di buona parte delle concezioni e idee politiche con le quali si era confrontato. Vale la pena ricordare che Mosca nel 1883 aveva appena 25 anni e che tale chiarezza di comprensione e di espressione non gli giovò molto nella carriera accademica: egli fu respinto a diversi concorsi per professore universitario, in quanto le sue posizioni nei confronti del parlamento venivano ritenute eccessivamente critiche.

Benché critico della riflessione politica a lui contemporanea, e benché consapevole delle motivazioni della sua inconcludenza, Mosca non si nasconde la difficoltà di scoprire e proporre un nuovo metodo d’indagine, tanto da affermare di non avere nessuna intenzione di impegnarsi per individuarne uno migliore.

In realtà egli ricorda due motivi che lo hanno guidato: in primo luogo grazie alla sua ricca conoscenza della storia egli ritiene di aver potuto comprendere i “fatti sociali dell’epoca presente”. D’altra parte tale conoscenza, ed è il secondo motivo, era continuamente animata dallo “studio degli uomini e delle cose”. In proposito scrive Mosca: “tutto quanto accadeva a me d’intorno era buono per i miei studi: sebbene generalmente questa gran verità non sia conosciuta, pure è verissimo che un uomo il quale, anche distratto da altre preoccupazioni, di tutte le cose che gli accadono abbia la costanza di esaminare sempre attentamente un certo lato, raccoglie su quel lato una serie di osservazioni interessantissime e finisce col vederci meglio degli altri. Così ho fatto io e, studente tra i miei compagni e i miei professori, soldato in caserma, conversando con ogni sorta di persone, uomini della buona società, impiegati, magistrati, ufficiali deputati, operai, contadini, viaggiando, divertendomi, facendo i miei affari, sempre ho avuto di mira un punto[…]Tutte le opinioni, tutti i fatti sociali raccolti ho cercato di coordinare scientificamente, di sintetizzare ricavandone delle vedute generali; e finalmente, quando meno me l’aspettavo, vi sono riuscito. Il mio sistema era allora creato”14.

L’istanza che muove Mosca ad una più esauriente concezione della politica è l’insoddisfazione per quelle teorie che si dimostravano confuse, in quanto non fondate sulla realtà: il metodo che egli elabora è appunto incentrato sul tentativo di rivolgersi alla realtà sia nell’aspetto passato(la storia), sia nel presente. Ci sembra che si possa definire l’ approccio di Mosca alla politica come una sorta di positivismo, spogliato del suo aspetto metafisico e dottrinario, come un “positivismo metodologico”15 : del positivismo viene ripresa l’attenzione ai fatti empirici, misurabili e non la pretesa di fondare una nuova e esauriente dottrina della storia e della realtà.

Nel primo capitolo del libro Mosca lamenta l’incertezza delle scienze sociali. Esse non hanno elaborato criteri certi, anche a causa della difficoltà materiale di studiare comparativamente i dati relativi alle diverse vicende delle società umane. La classica tripartizione delle forme di governo- monarchia, aristocrazia, democrazia- appare al giovane studioso fondata su criteri superficiali.

Egli presume di potere, al contrario, proporre un criterio interpretativo fondato su un fatto “costantissimo e generale”. Si tratta della constatazione che “In tutte le società regolarmente costituite, nelle quali vi ha ciò che si dice un governo, noi oltre al vedere che l’autorità di questo si esercita in nome dell’universo popolo, oppure di un’aristocrazia dominante, o di un unico sovrano, punto questo che più tardi esamineremo con miglior cura e del quale valuteremo l’importanza, troviamo costantissimo un altro fatto: che i governati, ossia quelli che hanno nelle mani e esercitano i poteri pubblici sono sempre una minoranza, e che, al di sotto di questi, vi è una classe numerosa di persone, le quali non partecipando mai realmente in alcun modo al governo, non fanno che subirlo; esse si possono chiamare i governati”16.

La “classe speciale”, come Mosca si esprime, è quel gruppo di persone che esercita realmente le attività di governo e di direzione della società: ciò, in un paese moderno, è impossibile ad una sola persona, come alla totalità dei suoi abitanti. Essa, seppure minoranza, prevale sia perché gli individui che ne fanno parte, a causa della formazione e della cultura, hanno una certa superiorità morale, sia perché “una minoranza organizzata, la quale agisce coordinatamente, trionfa sempre sopra una maggioranza disorganizzata, che non abbia né volontà, né impulso, né azione comune”17. L’uomo massa è un individuo isolato: dal più gran numero di tali individui non scaturisce che sporadicamente e per breve tempo un’unità di intenti, assai difficilmente una direzione politica.

Da questa prima e fondamentale articolazione del suo pensiero deriva l’affermazione che tutta “la storia politica dell’umanità in tutti i tempi, in tutte le nazioni, e in tutte le civiltà si può infine riassumere sotto questi due grandi punti di vista: da un lato il grado di coordinazione delle varie classi politiche, la quantità di risorse che sanno riunire nelle loro mani e la forza della loro azione collettiva, dall’altro gli elementi vari che entrano in dette classi, i loro diversi modi di imporsi, le loro gare , le loro lotte, le loro transazioni e combinazioni”18.

L’idea di Mosca è che studiare scientificamente la politica significa studiare la formazione e l’organizzazione della classe politica: il principio minoritario viene assunto in queste pagine come criterio interpretativo adeguato alla realtà della società umana ed in modo particolare di quella europea del diciannovesimo secolo. Mosca non parteggia per la classe speciale, ne afferma la centralità come punto privilegiato per la comprensione della politica. L’affermazione che la organizzazione e formazione della classe politica renda ragione della storia politica dell’umanità, indica appunto la necessità di meglio studiare i rapporti tra la minoranza che esercita le funzioni di governo e maggioranza. Su questo tema centrale Mosca ritornerà in modo approfondito, a distanza di molti anni, nella seconda edizione degli Elementi di scienza politica, pubblicata nel 1923. Nel 1884 egli indica però un altro concetto che è basilare nella sua prospettiva, quello di formula politica. Si tratta del fatto che “qualunque classe politica, in qualsiasi modo sia costituita, non confessa mai ch’essa comanda, per la semplice ragione ch’è composta degli elementi che sono , o sono stati fino a quel momento storico i più atti a governare; ma trova sempre la giustificazione del suo potere in un principio astratto, in una formula che noi chiameremo la formula politica”19.

Come esempi di formula politica, egli richiama sia quella che considera di origine divina il fondamento del potere, sia quella che crede nella effettiva sovranità della volontà popolare. Benché egli le ritenga infondate entrambe, il suo atteggiamento nei confronti della formula politica non è di semplice condanna. Egli non ritiene insomma che essa sia un semplice inganno della classe dominante per perpetuare la propria supremazia. Infatti, “giacché essa è un fatto costante, ciò vuol dire che corrisponde ad un vero bisogno della natura umana”20.

L’espressione formula politica non ha avuto una gran fortuna nello studio della politica: eppure essa si confronta con il tema dell’ideologia, che usato da Marx già nell’Ideologia tedesca, diverrà uno dei motivi del pensiero politico successivo più dibattuti, basti pensare alle note riflessioni di Weber sui diversi criteri di legittimità del potere21.




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