Il secondo Heidegger IL fondamento, IL nulla e l’essenza della verità



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21.12.2017
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Il secondo Heidegger

Il fondamento, il nulla e l’essenza della verità

Essere e tempo, come abbiamo visto, non dà la risposta alla domanda del senso dell’essere. Proprio per questo Heidegger imprimerà una svolta al suo pensiero (Kehre). Tuttavia Heidegger aveva affermato in Essere e tempo che l’orizzonte possibile di ogni comprensione dell’essere in generale è la temporalità (grazie al rapporto privilegiato dell’Esserci con l’essere). La concezione dell’essere alla luce della temporalità, significava contrapporsi alla tradizione occidentale della metafisica. Nella tradizione metafisica occidentale, tutto ciò che esiste ha un fondamento (Grund); questo fondamento è alla base della spiegazione di ogni cosa. Proprio per questo, il sapere metafisico, secondo la tradizione filosofica, è scire per causas. La metafisica della tradizione è una metafisica della sostanza. Per Heidegger invece il fondamento dell’essere è l’Esserci, grazie al suo rapporto con l’essere. Nella tradizione il fondamento era identificato con Dio (causa sui), per Heidegger il fondamento è invece l’Esserci, che è la condizione di possibilità di darsi del mondo. Ma questo Esserci che è Grund è Abgrund, cioè non fondato, perché l’Esserci, in quanto esistenza gettata nel mondo, è libertà che tutto fonda, che a sua volta però non fonda se stessa.

Tramite l’Esserci, allora, l’essere si rende visibile nell’ente, ma non si risolve in esso. Esso è piuttosto come una “luce” o un “orizzonte”, una “radura” (Lichtung) che, attraverso l’Esserci, rende visibile l’ente. La metafisica occidentale, secondo Heidegger ha obliato la luce dell’essere, vedendo l’essere semplicemente nell’ente. Quella che lui chiama “differenza ontologica” è proprio questa: altro è l’essere dall’ente. Ora, solo l’Esserci è capace di andare oltre l’ente. Se cogliamo l’essere a partire dall’ente, esso ci appare come il ni-ente, il nulla dell’ente. L’essere colto a partire dall’ente è il nulla (dell’ente), il ni-ente. L’esperienza del nulla è allora la stessa esperienza dell’essere. La metafisica occidentale è la metafisica del nulla.

Se in Essere e tempo la verità era considerata in modo esistenziale come un modo d’essere dell’Esserci (il Dasein illumina il mondo), dopo la Kehre, la verità è intesa come l’accadere dell’essere stesso che, in quanto Lichtung (radura), lascia essere l’ente, rendendolo visibile. La verità, dunque, per Heidegger, non è una proprietà dell’intelletto o del cogito, non appartiene all’uomo, ma è rivelazione dell’essere stesso, ciò che inerisce all’essere stesso. A partire da Platone il vero era stato assimilato a ciò che risulta visibile agli occhi dell’intelletto (idea). La verità perciò veniva ridotta alla correttezza del pensare o del volere. Per Heidegger la verità è l’accadere dell’essere stesso, o l’essere in quanto evento (Ereignis). La verità come evento la si deduce anche dalla sua semantica (aletheia): essa implica un superamento del non-nascondimento. Il carattere del non-nascondimento della verità, che corrisponde allo stesso essere, non dice semplice apertura ma anche condizione permanete di nascondimento (velamento) che sempre si realizza nell’ostendersi dell’essere.

Metafisica, oblio dell’essere e nichilismo

La metafisica occidentale, secondo Heidegger, ponendosi il problema dell’essere, lo ha eluso subito limitandosi a un’indagine intorno all’ente. Da Anassimando a Nietzsche, la metafisica sarebbe soltanto una “fisica”, dimenticando la differenza fra essere e ente. La metafisica sarebbe pertanto oblio dell’essere, che giunge addirittura a un oblio dell’oblio. Essa diviene ontologia se non ontoteologia, insieme cioè di ontologia, teologia e logica: ontologia perché interessata all’ente, teologia perché fa dipendere tutti gli enti dall’ente supremo che fonda tutti e che è Dio, logica perché pensa l’ente in riferimento alla ragione, instaurando un predominio del pensiero sull’ente. Da qui l’equazione: metafisica = nichilismo. Infatti, pensando l’essere a partire dall’ente, esso alla fine è il non-ente, è il ni-ente. Perciò, dal momento che, secondo Heidegger, la metafisica non è semplicemente una parte della filosofia (come la logica o la gnoseologia) ma ciò che sta alla base di tutte le manifestazioni di un’epoca (dall’arte, alla religione, all’etica e alla politica), - e questo perché essere ed esserci si coappartengono originariamente - l’Occidente, che è la terra della metafisica, è anche la terra dell’Occaso, la terra dove tramonta il sole, la terra della sera, del tramonto dell’essere. Nietzsche sarebbe il culmine di questo tramonto metafisico. Riducendo l’essere alla volontà di potenza (alla volontà creatrice dell’uomo), egli porta al massimo grado l’oblio occidentale dell’essere, ovvero la propensione a fare dell’uomo la misura di tutte le cose. Iniziato col platonismo (l’essere viene ridotto a idea o a valore), proseguito con Cartesio (la realtà è identificata con la certezza che ne ha il soggetto pensante), giunge a termine con Nietzsche che vede nella volontà di potenza l’intima essenza dell’essere. Di qui il destino della metafisica occidentale nella risoluzione della tecnica (che vedremo più avanti) e il compito di Heidegger di voler superare la metafisica, contro e oltre Nietzsche.



Essere, uomo ed evento

Fino ad ora abbiamo parlato di essere e di oblio dell’essere, ma che cos’è l’essere secondo Heidegger? Non possediamo una definizione di Heidegger alla maniera classica, ma una serie di concetti-metafore che illustrano il significato.

1. L’essere non è l’ente (o un ente e neppure l’ente supremo che è Dio), ma ciò che lascia essere l’ente, lo rende visibile. Può essere inteso come la sveltezza che accade, l’orizzonte o la radura al cui interno gli enti diventano manifesti. L’uomo non può rapportarsi agli enti (e a se stesso) se non all’interno di questa previa comprensione dell’essere

2. L’essere non è una presenza stabile o una struttura, ma un accadere, , cioè un evento che si, di volta in volta, in destini che fondano epoche. Perciò esso ha una manifestazione privilegiata nel linguaggio.

3. L’essere è un evento che si manifesta e si nasconde poiché il suo presentarsi nell’ente coincide con il suo assentarsi.

4. L’essere –evento – linguaggio nella dialettica di rivelazione/nascondimento, apre e istituisce varie epoche e vari mondi: l’evento eventualizza, istituisce, fa accadere mondi, culture…

5. Essere e uomo sono strettamente congiunti, perché se l’uomo è in quanto appartiene all’essere, l’essere, a sua volta, è di per se stesso riferito all’uomo. L’uomo non è mai senza essere e l’essere non si dàò mai senza l’uomo. Questa originaria coappartenenza è Ereignis, evento, perché ha il carattere storico della’accadere e dell’istituire aperture e mondi tramite l’uomo.

Essere e pensare

Questa diversa accezione dell’essere rispetto alla tradizione, Heidegger addirittura lo traduce anche dal punto di vista grafico, segnando una croce su Sein, o riprendendo il termine antico Seyn. Questo a voler dire che si pone in continuità col pensiero autentico. Per Heidegger, allora, l’essere non è oggettivabile; la conoscenza dell’essere non si raggiunge mediante un processo fondato sull’astrazione; l’essere non è trascendente nel senso classico del termine; l’essere non è immanente nel senso moderno di intendere l’immanenza; l’essere non è il Dio della fede religiosa e della tradizione cristiana. L’essere sarebbe oggettivabile se fosse rappresentabile e, se fosse tale, se ne potrebbe indicare la sostanza. L’impotenza delle nostre facoltà logiche di fronte all’essere lo qualifica, almeno per noi, come al di là di ogni rappresentazione di ogni oggettivazione sostanzialistica. L’essere non è cosa, ma evento, non un fatto ma un apparire, un sopraggiungere, il suo spessore ontologico è quello della manifestazione, esso è epifania.

In questa prospettiva, perciò, pensare l’essere non si riduce a un atteggiamento logico, ma un “raccogliersi” nell’apertura dell’essere (perché essere ed Esserci si coappartengono, sono cooriginari. Il pensiero non procede dalla volontà di ricerca critica, ma nell’abbandono, nell’inabbissarsi, nella discesa alla rivelazione dell’essere, all’essere che viene a noi dalle profondità sena fondo. Il pensiero è dunque abbandono (Gelassenheit), quiete serena che non cerca spiegazioni, deducioni o procedimenti dimostrativi. Il pensare è prima di tutto esperienza del pensare, oltre il dominio logico del pensiero. Pensare è ringraziare: Denken ist Danken.

C’è dunque un rapporto tra essere e Esserci che si fonda sull’ineffabile: questo costituisce il nostro esperire, è il mistero del nostro situarci nell’essere. Questo rapporto originario tra essere ed Esserci getta luce sul piano dell’esperienza religiosa. Heidegger, a proposito, non parla di Dio. L’essere non è Dio. Dinanzi all’essere siamo in un situazione di a-teismo, di assenza di Dio, che non è esclusione polemica ma impossibilità. Heidegger sembra soffermarsi riverente alla soglia del numinoso e delineare una sorta di pietas del pensiero. L’essere di Heidegger non è Dio, ma lo spazio del sacro, secondo le affermazioni di Alberto Caracciolo. È lo spazio sgomberato dal Dio dei filosofi (il Dio identificato come essere degli enti) della crisi religiosa contemporanea.



La centralità dell’essere e la polemica antiumanistica

Ormai è chiaro che nella riflessione di Heidegger abbiamo assistito a un progressivo spostamento dall’uomo all’essere, ovvero al tentativo di non pensare più l’essere e il mondo a partire dall’uomo, ma l’uomo e il mondo a partire dall’essere, fino al punto che il problema intorno all’essenza dell’uomo cessa di essere un problema per fare posto al problema dell’essere. Da qui una impostazione antiumanistica che caratterizza il secondo Heidegger. Secondo Heidegger, infatti, ogni dottrina che cerca di spiegare l’ente a partire dall’uomo e in vista dell’uomo, facendo così dell’uomo la misura dell’essere, subordina l’essere all’uomo. Perciò l’umanesimo, come quello di Sarte ad esempio, che innescò la polemica sull’antiumanesimo di Heidegger, non sarebbe una dottrina antimetafisica, ma proprio il risultato della metafisica occidentale stessa. Per Heidegger, “l’uomo è piuttosto ‘gettato’ dall’essere stesso nella verità dell’essere, in modo che, così e-sistendo, custodisca la verità dell’essere, affinché nella luce dell’essere l’ente appaia come quell’ente che è”. In questa seconda fase del suo pensiero appare chiaro come l’esistenza non è pensata più come progetto, ma come l’estatico stare dentro la verità dell’essere, e il progettare è proprio dell’essere e non dell’Esserci: “Nel progettare, chi getta non è l’uomo, ma l’essere stesso, il quale destina l’uomo nell’e-sistenza dell’esser-ci come sua essenza”.

In questo stare dentro l’evento stesso dell’essere da parte dell’Esserci, significa che l’uomo esiste di volta in volta in orizzonti storico-culturali che precedono la sua progettualità, a cui appartiene, di cui non è il soggetto. Così l’arte cessa di essere prodotto umano e diviene evento dell’essere stesso. Allo stesso modo, il linguaggio non è creazione dell’uomo, ma qualcosa di “ricevuto”, a cui l’uomo risulta consegnato. Inoltre, parrebbe, con questa prospettiva che non ci sarebbe posto per l’uomo e per le sue iniziative. Heidegger, a proposito, parla di un “destino” dell’essere non come di un fato necessario a cui l’uomo si abbandona nel suo essere gettato nell’esistenza, ma come ciò che è inviato all’uomo dall’essere (Geschick): è un destino che destina, come un appello che richiede una risposta parte dell’uomo

Arte, poesia e linguaggio

La dottrina dell’essere come evento trova un luogo di spiegazione e di ispirazione nella teoria dell’opera d’arte. L’arte è la messa in opera della verità. Il nucleo dell’opera d’arte è quello di mostrare la verità dell’ente, e quindi il significato autentico delle cose. Non che questo avvenga attraverso una imitazione, ma per il fatto che un’opera d’arte è aprimento di ciò che un mezzo della vita quotidiana è in verità. L’arte, più che riprodurre, istituisce la verità, è automanifestazione stessa dell’essere in quanto radura (Lichtung) dell’ente e accadere di aperture storiche, in quanto istituisce epoche. Non è il contesto che influisce sull’opera d’arte, ma l’opera d’arte che influisce sul contesto.

La lingua tedesca usa due termini al posto della nostra parola poesia, ossia Poesie e Dischtung. Giovandosi di questa sfumatura, Heidegger distingue la poeticità in senso ampio, nota essenziale di ogni espressione artistica, che espriem col termine Dichtung, e la poeticità che si espriem attraverso le parole del linguaggio, la poesia in senso stretto: Poesie. La poesia, tra le varie arti, è la più specifica perché, attraverso il linguaggio, porta a svelamento l’accadere originario dell’essere. Il linguaggio poetico è linguaggio che evoca l’essere.

Ogni arte è, nella sua essenza, poesia (Dichtung), ma Heidegger da il primato alla poesia (Poesie) perché vi scorge in essa la forma propria del linguaggio.

E l’uomo esiste da sempre nel linguaggio e come linguaggio. Secondo Heidegger, non esiste apertura di mondi se non all’interno di una “linguisticità originaria della nostra esperienza del mondo”. Siamo consegnati al linguaggio e non c’è esperienza che non sia sempre in qualche modo anche esperienza linguistica. Soltanto nel linguaggio gli enti possono apparire ed essere. “Il linguaggio - afferma Heidegger – nominando l’ente, per la prima volta lo fa accedere alla parola e all’apparizione”. “Nessuna cosa è dove la parola manca”.

Ma per Heidegger il linguaggio non è una estrinsecazione fonica dell’interiorità umana, né un mezzo di comunicazione. Molto di più è, per Heidegger, la “casa dell’essere”, ovvero il luogo dove si eventualizza l’evento dell’essere. Casa di cui l’uomo non è proprietario, ma ospite: non è l’uomo a possedere il linguaggio, è il linguaggio a possedere l’uomo. Il linguaggio è dunque la casa dell’essere, la dimora, un “dire originario” che diviene evento (Ereignis). Questo dire originario preesiste all’iniziativa dell’uomo e che l’uomo può raggiungere solo con il faticoso esercizio dell’ascolto.

La parola poetica allora coincide con questo dire originario. Per questo l’essere si manifesta nella poesia (in quanto la poesia rispecchia il dire originario): nel linguaggio poetico l’essere accade.

La tecnica

La metafisica trova il suo compimento nella tecnica: essa è il suo destino. A suo giudizio, la tecnica era pensata dai greci in termini di produzione, cioè come un rendere-manifesto ciò che prima non era svelato. Anche la tecnica moderna è una sorta di disvelamento, ossia essa trae fuori dalla natura l’energia da accumulare e da impiegare. Se gli antichi con la tecnica favorivano l’opera della natura e la seguivano nei suoi autonomi meccanismi, i moderni invece “accumulano” l’energia naturale. In altri termini, l’uomo provoca la realtà, cioè la riduce a “fondo”. Nel mondo della tecnica però alberga un pericolo: lo smarrimento dell’essenza dell’uomo e lo smarrimento dell’essenza della verità, in quanto la tecnica è metafisica realizzata. La tecnica è l’esito scontato dello sviluppo per cui l’uomo, obliando l’essere, si lascia travolgere dalle cose, rendendo la realtà puro oggetto da dominare e da sfruttare. Questo atteggiamento, secondo Heidegger, non si fermerà quando si arriva a minare le basi della vita stessa: è un atteggiamento onnivoro. Si tratta di una fede, la fede nella tecnica come dominio su tutto.

Se la metafisica occidentale mette capo alla sua dissoluzione nella tecnica, il superamento della metafisica implica l’avvento di un pensiero essenziale antitetico al pensiero calcolante della tecnica. Tale pensiero si concretizza in un pensiero memorante che ha lo scopo di mantenere vivo il problema dell’essere, al di là del lungo oblio che ha caratterizzato la metafisica lungo i secoli. Tale pensiero è quello poetante, perché, in questo tempo di povertà, secondo Heidegger, un tempo nel quale non si avverte neanche la povertà della povertà, solo i poeti sono capaci di evocare “le tracce degli dei fuggiti”…

Il presente scritto è una sintesi a uso degli studenti di Fornero –Tassinari, Le filosofie del Novecento, 739-767.






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