Il silenzio, la voce



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26.03.2019
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Cass 21.

“Il silenzio, la voce”

di Anna Maria Roda (ed. Itaca)
Presentazione del libro

Lunedì 23, ore 15.07-16.05


RELATORE 1: A. Soffiantini, Attore

RELATORE 2: A. Roda, scrittrice


MODERATORE: Marco Bona Castellotti.

Castellotti:



Diamo inizio a questo incontro che verterà sulla presentazione, e comunque sul breve commento articolato di un libro di poesie di Anna Maria Roda, intitolato “Il silenzio. La voce”, che ha una presentazione di Andrea Brigliadori ed è stato pubblicato da Itaca. L’anno di pubblicazione non lo vedo ma presumo sia il 1999 perché è recentissimo. Posso anticipare che l’incontro si svolgerà in questa fasi. Ci sarà un commento brevissimo che è quello di un lettore poco più che comune che dirà le sue impressioni fondamentali, perché avrei molto da dire ma il tempo scarseggia e poi vorrei essere anche il più conciso possibile per cercare di mettere gli accenti giusti. Poi passerò la parola a Andrea Soffiantini che leggerà alcune delle poesie che ha scelto indipendentemente da me, e le leggerà per davvero, non starà a balbettare come farò io nel corso del commento. Quindi chiederei all’autrice Anna Maria Roda di spiegare alcune linee, alcune motivazioni che l’hanno portata a questa sua creazione poetica, e infine lasceremo un0o spazio anche a domande dal pubblico. Vi invito quindi ad essere attenti, specialmente alla lettura di Soffiantini se non avete ancora avuto il libro, non lo conoscete, quindi questo per voi poterebbe essere il primo approccio di lettura mediata attraverso la sua parola, nel caso vi suscitasse qualche impressione. Tutto questo che sembra molto, in realtà si svolgerà in un tempo breve, ma che spero sia abbastanza intenso. Quindi inizio io dicendo che sono molto lusingato che Anna Maria Roda si sia rivolta a me per invitarmi a commentare il suo secondo libro, un po’ sulla scorta di quanto era accaduto credo 5 o 6 anni fa, direi di più, 7 anni fa, quando feci lo stesso al Meeting, in un’altra sala, molto più piccola di questa, nel 1992, quando parlai, ma ripeto, quasi da profano, in realtà io non sono uno storico della letteratura né un critico letterario, della sua prima opera intitolata “Frammenti di poesia” e che mi aveva fatto molta impressione. Quindi sono contento di poter tornare, ma Anna Maria Roda forse non ha valutato che 7 anni sono 7 anni in più, non in meno, e quindi in questi 7 anni non dico che la sensibilità cambi, ma uno rischia di rincitrullire un po’ e quindi non lo so se sarò brillante come ero stato allora. Certamente no. In realtà non è necessario essere brillanti per commentare questo testo che invita, invece, più che ad un’esposizione verbale dei propri giudizi, a una meditazione mentale dei propri giudizi. Tutto quanto questo libro è costruito su un elemento fondamentale, direi due. Uno è l’elemento conduttore che più risalta, sia dal punto di vista della frequenza concettuale con cui è esposto ed è quello dell’attesa. L’altro, a mio avviso, è quello che fa da sottofondo che è quello che io ho sentito anche più vivo e più corrispondente alla mia sensibilità ed è quello del silenzio. Entrambi questi termini in fondo si oppongono ad una esposizione brillante. Mi coglie a caldo il mio commento stesso perché sono stato molto suscitato nella lettura di queste liriche e mi limiterò a dire alcune essenziali cose, che sono quelle che però più sento, non c’è alcunchè di forzato in me e non c’è nessuna volontà in me di fare, ripeto, neppure un abbozzo di critica letteraria. E’ semplicemente, leggendole, che cosa in quel momento mi si è stampato nella mente, ma non soltanto nella mente, e lo comunico a voi, come se avessi di fronte un solo interlocutore che molto tranquillamente e molto amichevolmente sta a sentirmi mentre parlo a voce alta. Allora questo tema dell’attesa è frequente ma direi che è proprio un filo conduttore che si muove con grande libertà, perché il termine attesa è come se presagisse in qualche modo un’incompiutezza di eventi o di un evento solo. In realtà questa incompiutezza non c’è. C’è talvolta, ma poi viene come immediatamente colmata. Ed è l’aspetto più positivo, dal punto di vista contenutistico di queste liriche, almeno per me. Oltretutto l’attesa ha una specie di suo ritmo, quasi costante. Infatti ho notato che si svolge per pensieri sottili, non saprei come dire, quasi per sfumature, che poi si traducono anche musicalmente nei versi e questa attesa non ha alcunchè di astratto, possiede un carattere di concretezza mai tradita. “Un susseguirsi di toni frastorna le ore, ti penso e cade la tesa corda del sogno. Fai piazza pulita di ogni frammento, ricuci ferite, calmi la sete che brucia la gola, non sei ombra e parvenza, non sei eco perduta, non sei quello che penso in lontane astrazioni.” Ecco, questa presa di distanza dalle astrazioni riporta invece immediatamente a una concretezza di cui questa attesa è pienissima. E tale concretezza è anche il fattore che trattiene l’attesa dallo scivolare in una dimensione di astrattezza ma anche di oscurità. Non è l’attesa di un nulla, come mi pare di aver colto leggendo quest’altra: “In me cosa riporta l’attesa e lo svelato tuo nome? Attesa, altra ancor più trepida attesa, riverbero che si confonde con la luce del sole.” E devo dire però che ciò che riscatta il termina attesa da un’incompiutezza è la drammaticità con cui la parola attesa viene pronunciata, tutto il fervore con cui viene pronunciata, ma in questa lirica la conclusione effettivamente potrebbe apparire come venata da un certo pessimismo, con questa “luce del sole che muore”. In realtà è una venatura soltanto apparente perché tutto viene immediatamente a ristabilirsi in positivo. Vedi quest’altra che mi ha molto colpito proprio per la sua forza realistica, diciamo così: “L’attimo è poco eppure può tutto. Salgo attraverso il ricordo scoprendo l’inedito tono della tua voce, lo sguardo e la ferita che apre. Voglio aspettare che l’ansia diventi certezza, non l’affanno che brucia e d’improvviso toglie il respiro.” Non è casuale mi pare, ripeto, non sono un critico letterario, però un minimo di basi le ho, ecco. Non è casuale che sulla parola certezza vada anche, l’autrice è qua, quindi se sbaglio mi corregga, a cadere l’accento sul piano proprio del ritmo, ed è come un punto fermo che non ha soltanto un valore letterario, bensì ha un valore concettuale da fulcro intorno al quale tutto il resto si snoda. Quindi quel sole, quella luce del sole che poteva ad un certo punto quasi, diciamo, annebbiarsi, se non proprio scomparire del tutto, immediatamente viene a risplendere un’altra volta. A questo punto, allora, vorrei dire che Anna Roda ha avuto una ,menzione nel 1996 al concorso “Nuove scrittrici”, mi pare si chiami così, nella quale si faceva sottolineatura di un ritmo serrato. Senz’altro il ritmo è molto serrato, ma direi che non è il carattere fondamentale. Per carità, io non facevo parte della giuria, però non mi sarei posto in simile terminologia perché è un ritmo serrato ma che io trovo che sia fondamentalmente sia serrato, ma come all’improvviso anche spezzato. E questo è un po’ in quasi tutte, almeno comunque ho sentito, c’è come una fluidità di linguaggio che poi improvvisamente si interrompe, ma è un’interruzione voluta in quanto credo che sia, termine molto brutto, funzionale, diretta ad accentuare la drammaticità di una certa domanda. Sentite un po’ questa qui, mi pare che sia paradigmatica di quello che dico: “La cifra che trattiene la mia vita in fragili frammenti si declama. Conosco appena le parole vane e la quiete di certe trame.” Sentite qua come il ritmo è fluido. “Conosco il dramma che non mi dà pace, cercando sempre in fondo la sua luce”. Ecco, negli ultimi due versi, a mio parere, c’è come una specie di cambio di ritmo più teso, improvvisamente, ma è volutamente così perché in qualche modo è il sintomo anche di una drammaticità che si traduce ovviamente in parola, perché essendo una poesia, una poesia riflette anche molto di più di quanto non sia immediatamente percepibile. In altre ho notato come ci sia proprio una specie di ritmicità quasi costante, per la quale il tono all’inizio si eleva come una cadenza quasi sulla spinta, qua un gioco di parole, di una intensa leggerezza. Ma quasi istantaneamente e bruscamente qualche volata si interrompe proprio come se ci fosse la frase spezzata da un punto esclamativo come a dire “Alt! Intendiamoci bene. Non è tutto quanto liscio come appare.” E questo procedere sembra come il riflesso di un analogo procedere dell’animo dell’autrice, qui mi dispiace ma devo fare anche un po’ di introspezione sugli altri, non autointrospezione, e a scanso di retorica, abbiate pazienza la retorica in Italia è molto frequente ma quando uno poi dice la verità con delle parole un po’ retoriche si bada alla verità, di un animo che è certamente dall’inizio alla fine, e forse questo è il terzo dei caratteri che avevo riscontrato assetato di verità, ossia la concretezza di quest’attesa non è altro che la prova di una ricerca di verità, verità che qualche volta, e qui si apre di più lo sguardo, è anche assolutamente appagata, ecco allora che… leggo “pesa l’aria lenta s’avvolve sull’ora e giorno e notte l’incerto filo del pensiero accampa notizie immagini sogni tendo lo sguardo timoroso di ciò che non vedo desideroso di quello che spero l’ora ritorna più chiara gravida ancora di bene” o l’ultima tra quelle che leggerò, e quella che in assoluto preferisco “S’infoca l’ardore in quest’attimo strano si dilata vibra l’essenza di nuovo chiarore nulla si perde della memoria ogni brandello afflato di voce dove il silenzio riluce”. Oltre lo spalancarsi di una verità nei suoi toni più accesamente positivi trasparentemente positivi questo silenzio che riluce mi ha impressionato, il silenzio, secondo quegli elementi di cui parlavo all’inizio, è quasi tradizionalmente sempre legato alla penombra, questo sia sul piano letterario che sul piano filosofico, invece qua si infiamma di luce, e così ho realizzato che si tratti del silenzio di un’esperienza vissuta ed eccezionale, vissuta realmente così da condensare tutta la realizzazione anche di quell’attesa che invece soltanto occasionalmente è ancora e soltanto apparentemente vuota. Questo è quello che volevo dire, non ha la pretesa di essere la presentazione di un libro bensì la esposizione di un certo fascio di emozioni immediate che mi ha suscitato la lettura di questo libro. Voglio lasciare la parola a Soffiantini perché così vi legge come si deve alcune di queste poesie.
Soffiantini: Anna mi chiedeva se potevo leggere un breve pezzetto dell’introduzione al suo libro, introduzione che porta come titolo “L’abisso del tuo nome”, e che è stata scritta da un professore di lettere che ha insegnato per una vita a Forlì. Io con piacere lo faccio: -- Nelle undici sequenze che scandiscono il libro di Anna Roda il nome abissale non è mai stato pronunciato, eppure non c’è qui parola o persino sillaba che non lo presupponga o non lo implichi. Se si toglie all’io, che qui parla, l’ineludibile tu al quale parla cade qualcosa più del discorso poetico, cade il suo stesso senso, la ragione vera del suo pronunciarsi, perché cade il senso stesso dell’io che si dichiara, mi azzardo a dire che quell’io esiste in quanto il tu a cui si rivolge è assunto a misura di ogni suo moto e parola pena il non esistere o il non senso dell’esistere. Non si tratta qui, montanalmente (?) di un tu istituzionale di una sigla della poesia, prima di essere tale il tu è questione di vita, la poesia consegue rende testimonianza se è necessaria è di quella necessità esistenziale che si nutre, ne condivide la stessa esigenza di identità e di riconoscimento. Eppure quell’abissale tu innominato la cui presenza incalza e si impone fino al tormento lungo tutto l’interiore monologo di Anna Roda, non riceve mai l’omaggio convenzionalmente devoto dell’iniziale maiuscola, è sempre “tu” non “Tu”, né credo poteva essere altrimenti se la sua presenza è certezza già così fortemente imposta fin dal principio all’interno dentro e non fuori dell’identità dell’io che ne cerca l’incontro. Esattamente come dice il cardinale all’Innominato nel celebre capitolo manzoniano: “…e chi più di voi l’ha vicino? Non ve lo sentite in cuore che v’opprime che v’agita che non vi lascia stare e nello stesso tempo v’attira vi fa presentire una speranza di quiete di consolazione subito che voi lo riconosciate lo confessiate l’imploriate?” Ecco. Cercare e con dura fatica ciò che pur si ha già dentro che pretende non già di essere conosciuto ma riconosciuto?. Penso a Dante, al “sito decreto” a cui ritorna non a cui va.—

Anch’io mi permetto e con piacere di leggere delle poesie sue adesso, un po’ perché me l’ha chiesto, e questa è stata per me una conferma importante del mestiere che porto in giro per l’Italia, ma poi per l’amicizia che ci lega; mi succede spesso per lavoro di essere a Milano e ho la fortuna di potermi incontrare, previa una telefonata e non tanto insistente ad Anna, per le strade del centro di Milano, è una conoscitrice impressionante di questo centro, e non si fa mai la strada identica per raggiungere il posto da cui ci si dava appuntamento a un piccolo bar dietro al Duomo dove lei predilige andare a mangiare il piattino; così questa compagnia che lei mi fa quando io sono lontano da casa, camminando per le strade di Milano è un mio punto di riferimento, ma leggere le sue poesie è andare ancora più a fondo, è una specie di regalo perché, come tutti i poeti veri, ad allontanare sempre di più la verità di quella parola e di quel sentimento che per raggiungerlo si allarghi sempre di più allarghi sempre di più il suo cuore. Pagina 63 : “In me cosa riporta l’attesa e lo svelato tuo nome. Attesa. Altra ancor più trepida. Attesa. Riverbero che si confonde con la luce del sole che muore.” Pagina 98: “L’amore a te non trova sponda lento diporto non approdo, solo l’onda alza la vela il vento soffia e canta a fior di labbra. Costa lontana, scogli e risacca, il mare aperto non cura la ferita apre orizzonti al cuore che anela al porto che anela al volto” Pagina 99: “La compassione tua scava anche se non vuole, chiede anche se non parla, così tramonta il sole luce declina a sera perché altra luce sorga più chiara più lieta.” “L’accusa non trova difese l’amico non crede e spinge più a fondo nella ferita già aperta la lama. Solo infamia? Nemmeno tu mi raccogli? Non hai compassione della piaga che brucia? Non vuoi alleviare il dolore? Confido, oltre ogni speranza, solo tu puoi riempirmi le porte alla vita” “ S’innesta nel mistero la tua vita, non fugaci apparenze fascino inquieto e svuotato non muori non perdo l'azzurro destino che segna il tuo volto non perdo ma non trattengo e da lontano lo sguardo è più lieve più comprensiva l’attesa il pudore del trattenuto non detto” “Amico, quale speranza trattieni? Segui una linea spezzata, sconnessa la strada ad intervalli ti fermi il passo rallenti e nell’oltre del giorno cerchi un approdo.” “Si apre nella mia grata una fessura di mondo piccola la prospettiva ancora più angusta del tuo desiderio ma il mio grido in te diventa domanda” “Ha il ritmo del mare la parola scardina dirompe, sale e raccoglie i cocci persi della vita a lungo la trattengo nel suono opaco delle consonanti nel malinconico scorrere dell’ora trova l’aria nelle sue vocali” “Forse non capisci spezzi l’anima e non sai il dolore della mia ferita non chiedo altro sollievo che lo sguardo limpido come il mare acceso come il vento” “Ancora le ho lette tutte una a una e lo scritto riporta la voce i silenzi e le attese torni e riparti e l’orma che lasci continua approfondisce legami la lontananza non può distruggere l’eco la roccia conserva la vibrazione della parola amplifica i mezzi toni e le sfumature” “Ambigua la parola? Vela nel segno l’accento più vero, ti fermi nella breccia non scavi non chiedi ragioni ti fermi io tremo spiando un cenno d’intesa”
Castellotti: E’ inutile osservare che si nota la differenza. Ora sentiamo un po’ invece se quello che abbiamo detto è almeno parzialmente azzeccato o è totalmente sfasato rispetto alla verità.
Roda: Per un poeta parlare delle proprie cose è come parlare di sé stesso, quindi voi dovete comprendere e avere un attimo di pazienza sulle mie emozioni. Sentire le proprie cose scritte, che si leggono, a volte me le leggo anch’io ad alta voce, ma sentirle lette da un’altra persona ritornano a me con una novità e un’incanto, uno stupore che diversamente non hanno, nessuno di voi in questo momento riesce a provare quello che sto provando io nel sentire Marco che ha fatto questa introduzione e perfettamente mi riconosco nelle cose che ha detto perché ci sono tutta, e l’emozione nel sentire le proprie cose scritte nel silenzio della mia stanza o scritte sul frastuono del tram o del metrò quando si accende un’idea e uno deve scrivere, ecco sentite ripetute adesso così ritornano con una novità e un candore appunto non riesco a trovare un’altra parola per cui io le risento nuove, cioè io posso dire “non sono mie, io non sono capace di scrivere delle cose così” per me per me è una cosa totalmente nuova. Questo è il primo impatto, la prima emozione per cui ringrazio tutti e due di quello che hanno fatto e dell’amicizia che mi hanno testimoniato accettando il mio invito. Volevo dire solamente due cose su questo libro e poi vorrei aprire il dibattito perché, come l’altra volta nella presentazione delle mie poesie sempre qui al meeting c’era stato questo momento di dibattito ed era stato estremamente interessante e positivo, per me soprattutto perché le domande mi aiutano sempre ad approfondire una esperienza di poesia già presente, quindi io vi invito veramente ad intervenire. Questo libro che raccoglie le poesie dal ’95 al ’98 è la sintesi di una serie di volti e di incontri; un amico una volta venendo a casa raccontava che sarebbe dovuto andare a tenere un incontro molto importante, ed io gli chiedevo “con quale coraggio affronti quell’assemblea così importante?” e lui diceva “mentre parlerò avrò in mente i volti delle persone con cui sto percorrendo un certo tratto di strada, quindi sarà questa compagnia di volti che mi aiuterà a rispondere alle domande, ad affrontare quel momento così importante e impegnativo per me” In questo libro c’è questa sintesi di volti e di incontri e quindi io giustamente l’ho voluto come ringraziamento a tutte le persone che in questi anni hanno segnato la mia strada direttamente o indirettamente, senza di loro questo libro non ci sarebbe, perché quello che Andrea sottolineava del rapporto io/ tu direi che oltre le parole di silenzio e di attesa è la cosa fondamentale. La seconda cosa è che questo libro, proprio nella sua materialità, per me è stato un rischio personale e quindi è un po’ il segno dell’essere diventati adulti, non solo perché uno, anagraficamente, compie quarant’anni e quindi può dire “sono diventato adulto”, ma un rischio personale di un livello economico, di decisioni da prendere per cui per me questo è anche il segno di una maturità che si può magari anche vedere nelle cose scritte ma che per me ha come segno anche il fatto materiale di avere tra le mani questo testo, magari alla fine vi leggo la poesia che preferisco.
Soffiantini: chiedetele delle cose semplici perché io ho provato però non ho avuto risposta, “ma perché non dai un titolo alle tue poesie?” m’ha detto “perché è difficile”
Roda : Si, perché uno pensa “chissà quali grandi ripensamenti dietro alle poesie…” Vi faccio ridere:

una poesia che lui ha letto “…Amico non trattieni…” se voi immaginate come nasce una poesia veramente uno dice che la realtà è segno e questa è una cosa su cui volevo tornare, perché quella poesia è nata mentre dalla mia stanza di sabato guardavo sotto che passava l’uomo della nettezza urbana che puliva la strada. Se dovessi spiegare il modo con cui nascono le poesie… che banalità! Però mi sono accorta che niente della realtà è banale, tutto può essere importante, il signore della spazzatura che pulisce la strada per me in quel momento ha acceso una finestra un flash rispetto a una riflessione sull’uomo che cammina nella strada e che va avanti indietro spazza, torna, pulisce che poi ha avuto la dignità di diventare poesia e io l’ho scelta per essere messa in questo libro. Oppure anche un incontro banalissimo, uno è sulla metropolitana e ripensa a certe cose accadute e dalle cose accadute si aprono degli spiragli per cui uno collega fatti, persone di per sé lontane ma che dentro di me hanno un riverbero e sono comunque tutte unite. Oppure un’altra cosa: una persona, sapendo che venivo qui mi ha detto “ma prova a spiegare cos’è questo tu al quale ti rivolgi”, voi avete notato che ci sono tanti tu e non è mai un Tu maiuscolo, forse ce n’è in una un Tu maiuscolo, sono tutti tu, è spiegato molto bene nell’introduzione ma la cosa che a me colpisce di quello che io scrivo, perché a volte rileggendole mi auto-colpisco, è che il tu con la minuscola inevitabilmente ha come sovraimpressione il Tu con la maiuscola, e il Tu con la maiuscola richiama il tu con la minuscola, a volte non si distinguono le cose c’è una sovraimpressione, per cui mi sembrava che fosse giusto metterlo con la minuscola perché io parto dal presente, dal tu umano per arrivare al Tu divino, e mettere il Tu con la maiuscola mi sembra ancora veramente un passo troppo grande per cui io mi sento arrivata a questa soglia, magari tra due tre quattro anni le cose potranno cambiare, in effetti chi si ricorda il mio piccolo libretto “Frammenti di poesia” può notare un cambiamento se non radicale, e questo cambiamento io lo posso dire solamente che ho vissuto. Non ho messo in atto nulla se non vivere la vita, certamente ho poi imparato rispetto a quel libro a leggerle, a correggerle anche la capacità di cancellare le cose che non mi suonavano, quindi anche un certo coraggio perché cancellare una cosa che uno ha fatto non sempre fa piacere, un coraggio, una lealtà con sé stessi nel dire che una cosa non è andata bene e toglierla. Io adesso non riscriverei più le poesie di “Frammenti di poesia”, non ne sarei più capace assolutamente, non saprei più riscrivere nessuna di queste anche se molte si assomigliano, perché ognuna ha una storia, una genesi a sé, non è ripetibile nella misura in cui io rileggendola riscopro in me qualcosa di nuovo di quella esperienza che l’ha fatta nascere, di quel momento, non so domani cosa scriverò come saranno tra tre quatto cinque anni. Questa per me è l’avventura della poesia, perché come la vita è un’avventura, e la mia vita è in queste pagine chi legge queste pagine legge di me, avere il coraggio di scrivere un libro di farlo leggere pubblicamente è una sfida con sé stessi perché uno mette a nudo sé stesso davanti agli altri, non so se è presunzione o totale incoscienza però uno mette a nudo sé stesso davanti agli altri nelle poesie.
Domanda: A questo proposito, della difficoltà a pubblicare, quindi di un grande pudore che di solito accompagna chi scrive, leggere, comunicare davanti agli altri quello che si è prodotto vorrei capire come ci sei arrivata e come hai cominciato, a pensare alla poesia come la forma espressiva più congeniale a te.
Roda: Come ho cominciato a scrivere? Alla fine dell’adolescenza ognuno cerca un modo per dire sé stesso, esprimere sé stesso, penso che capiti a tutti. Vi farà sorridere la cosa ma io ero invidiosissima di una mia amica che faceva il liceo artistico e che dipingeva le bottigliette, quelle dei medicinali piccole tutte colorate, per me era il massimo dell’espressività mi sono messa anch’io a farle con esiti disastrosi, finché un giorno ho capito che il mio modo di esprimermi non poteva passare attraverso le bottigliette colorate, un giorno ho provato a prendere in mano la penna, per altro io ho fatto il liceo scientifico e secondo me il liceo scientifico non si accordava con lo scrivere, con la letteratura, è stato un vincere me stessa il mettermi a scrivere perché secondo me il liceo scientifico corrispondeva ad una professione scientifica quindi con lo scrivere non c’entrava niente, poi non importa ho fatto lettere…quindi la cosa si è riassorbita però c’è questo diciamo trauma iniziale, quindi le prime poesie datano intorno ai 17 18 anni, io da lì ho cominciato e non ho più smesso, poi ad un certo punto in incontri particolari ho capito che la mia poesia poteva avere anche un compito, qualcuno più grande mi ha detto che valeva la pena continuare, con correzioni e lavori, mi ha fatto capire che avevano dignità di poesia, per cui il primo libro non era voluto da me ma da un’altra persona, questo invece è stato voluto da me, ma perché capisco che nel frattempo è maturato qualcosa che posso dire anche in modo originale rispetto anche a un’esperienza originale, e quindi è scattata dentro di me la questione di un compito, per me la poesia sta diventando un compito quindi i passi non li sto dettando io tutto sommato, a un certo punto a quarant’anni questo libro è diventato una sorta di necessità perché avrebbe segnato la seconda tappa come l’altro ha segnato la prima di un cammino, e d’ora in poi io sono aperta totalmente alle tappe che questo cammino potrà farmi fare. Questo non vuol dire che io sto vagolando nel buio, ma che sono molto attenta ai segni che la realtà mi manda, e siccome tutta la realtà è segno il passo sarà dettato dalla lettura di questi segni.
Domanda: Magari è banale la domanda, la formulo così: che compagnia ti fanno le tue poesie? Perché mi è sembrato di capire che sono momenti privilegiati in cui si accende quel rapporto io/tu. E poi è come se tu avessi già detto tutto, hai solo dovuto vivere, a me interessa capire come ti aiutano a incrementare la vita.
Roda: La compagnia è all’origine di queste poesie, poi a me capita spesso di non rileggerle più, non è che ogni tanto me le rileggo, mi sembra anche di cattivo gusto, le rileggo se devo sistemarle, è una compagnia che le fa nascere e quindi mi sono di compagnia nel momento in cui nascono, perché svelano questo rapporto io/tu. “Frammenti di poesie” l’avrò letto due volte da quando è stato pubblicato, questo l’ho riletto un po’ di più per prepararmi all’incontro, ma non c’è una sorta di nostalgia per cui vado a rileggere la cosa bella che ho scritto così mi consolo, è all’origine della poesia che sta la compagnia, il rapporto io/tu che la realtà attorno a me provoca e quindi mi chiama a rispondere, la poesia mi è di compagnia in questo senso, io non le so a memoria, so che qualcuno dei miei amici se le impara a memoria, io non le so.
Domanda: Io ho letto solo recentemente il tuo primo libro e adesso ho sentito leggere il secondo e c’è un gran passaggio, lo sento forse perché anch’io scrivo, mi sento più vicina al primo forse perché c’è questo passaggio anche d’età. Rileggendo le prime hai detto che adesso non le scriveresti più, e questo capita anche a me… che letture, che cosa hai affrontato per fare anche questo passaggio, perché sono convinta che la cosa fondamentale sono le letture, il conoscere le persone le esperienze, però sicuramente c’è una base perché la poesia nasce anche grazie ad altri non sempre solo noi.
Roda : Si c’è un lavoro dietro, da una parte mi sembra che i due ingredienti della mia poesia sono la vita, e questo l’ho detto anche prima, poi dipende dal temperamento, per me è intensamente vissuta nei dettagli, non faccio nulla perché sia così, mi capita; dall’altra parte sicuramente le letture, io devo molto, e qui lo voglio proprio citare, a Davide Rondoni con il quale qualche anno fa ho avuto un rapporto molto intenso di scambio anche di poesia e di commenti e letture, lui ha cominciato a suggerirmi di leggere altri poeti che vedeva affini a me per la sensibilità, diceva che questo è un tipo di poesia estremamente difficile perché non è descrittiva è una poesia che dice del rapporto io/tu ed è estremamente concentrata, quindi le parole devono essere scelte e calibrate con una estrema concentrazione e cura, non è una poesia che si dilunga per tanti versi e quindi descrittiva, narrativa. Lui aveva suggerito Caproni, Betocchi, Luzi. Poi io scopro che tutte le letture sono utili, io sono un’insegnante e quindi un po’ per professione leggo, però paradossalmente anche letture che per sé stesse non sono letterarie o non sono strettamente attinenti alla poesia mi sono utili. L’anno scorso sono stata colta da raptus di entusiasmo per la prima guerra mondiale, in qualche modo qualcosa è rifluito, se non altro come impatto con la drammaticità che è stata la prima guerra mondiale, secondo me quell’anno intenso di lettura di libri di storia quasi esclusivamente sulla guerra in qualche modo ha inciso, ha creato in me una dimensione per cui poi ha trovato i canali, poi io credo che continuando a scrivere, se uno è poeta, viene anche l’orecchio per la musicalità, si discuteva prima sulle questioni un po’ linguistiche, la mia è una poesia giocata tutta sulle allitterazioni, qualche rima interna ma soprattutto allitterazioni, perché è il modo che mi è più congeniale, oppure le ripetizioni, le anafore, alcune figure retoriche, le inversioni. Questo è il consiglio, la lettura, magari con un amico più grande che conoscendo la persona la sa indirizzare, e poi non aver paura di correggere, cancellare, riscrivere, correggere, magari di tre poesie scritte di getto ne viene fuori una sola, perché ho imparato il coraggio di togliere, sopprimere, magari di tre che sono nate nello stesso momento ne viene fuori una sola. Per me la poesia nasce di getto nel momento più impensabile, infatti vado sempre in giro con l’agenda, se poi c’è il “la” c’è tutta, e chi scrive sa che è così, nella prima parola c’è tutto il resto, è questione di tempo di pazienza ma nel giro di pochissimo viene tutto il resto, poi la lascio lì, a volte il giorno dopo, oppure due ore dopo la riprendo e allora comincio: “questa parola no, questa è di troppo, questa non suona” prendo il vocabolario perché il concetto mi interessa ma devo trovare il sinonimo che abbia le stesse lettere per cui continua la musica. Per altro devo dire che non dedico molto tempo a questo lavoro, e questo infatti è un peccato perché avendo un dono potrei dedicargli molto più tempo, d’altra parte se la vita è un’avventura non riesco neanche a decidere i tempi che devo dedicare alla poesia rispetto a quelli che devo dedicare ad altro.
Domanda: Non conosco la sua poesia, spero di conoscerla fra qualche minuto con l’aiuto oltre che suo anche del professor Bona. Ho ascoltato soltanto le ultime tre con qualche altra letta. Mi è venuto in mente che anche la poesia, se vuole stare con i tempi deve fondarsi su prerequisiti, quello di base è la poetica, mi pare. Altro prerequisito è, quello che dice lei, la lettura. A questo riguardo sto facendo esperienza personale come, non soltanto la poetica moderna, ma anche quella antichissima, quella classica soprattutto, sto rileggendo Eschilo. Questo mi fa pensare che il poeta deve essere avvertito a non essere enfatico e ad essere invece sempre sincero con sé stesso con l’eventuale lettore, che siano 25 di manzoniana memoria, o 25 000, sincerità. Sulla base della sincerità è da scartare l‘eventuale presenza di una tendenza ad enfatizzare nel modo più poetico, più retorico, preoccuparsi di non scrivere poesie del cuore, anche nel senso di 80 100 anni fa, quello di Pascoli può essere un esempio di poesia del cuore. Ora, questi avvertimenti del poeta, o che il poeta può avere, possono essere portati avanti a prescindere da qualsiasi preoccupazione circa il risultato, il successo, l’insuccesso, eccetera.
Roda:

Io colgo la prima parte della sua domanda, perché era molto articolata e non l’ho segnata, mi deve perdonare. Magari poi dopo… Mi ha colpito la parola sincerità e anche il continuare a scrivere al di là dei risultati che uno può avere. Io per la sincerità posso dire che è indiscussa, ma non perché lo dico io, perché come ho narrato la genesi di queste poesie, nascono tutte da incontri casuali, fortuiti, veramente non è nella mia natura scrivere per scrivere. Se non ho niente da scrivere, io non scrivo. Infatti ci sono anche dei periodi in cui io non scrivo. Ed è un dramma per un poeta perché dice: “Ma ho perso la vena? C’è o non c’è?” Però improvvisamente ritorna perché ritornando la vita e una certa anche tensione verso la vita, torna anche la poesia. A volte è questione anche di stanchezza. In certi periodi sono molto stanca, la testa proprio non riesce a formulare, a cogliere questi accenti che pure ci sono. Sono d’accordo sulla sincerità. Io non scriverei tanto… Nessuna di queste poesie è stata scritta per occasioni. Tant’è vero che certe persone dicono: “Eh, ma per quel fatto perché non scrivi?” Beh, ma che devo scrivere se non ho un rapporto con quelle persone? Quindi sulla sincerità sono perfettamente d’accordo. Io scrivo per me, fondamentalmente, perché serve a me scrivere. Io nella scrittura mi conosco, un modo per conoscere me stessa e conoscere di più quello che ho attorno. Anche in qualche modo per oggettivare davanti ai miei occhi la cosa che è capitata, l’incontro che è stato fatto. Come poi dicevo, il primo libro è nato in modo del tutto fortuito e casuale, non l’ho voluto io. Non che me lo sono trovato quasi fatto, però praticamente non l’ho voluto io. Questo invece l’ho voluto io ma per quel passo dimaturità di compito che avevo sottolineato prima. Però io continuo a scrivere. I miei amici più stretti sanno che io ogni tanto, in occasione del Natale, di Pasqua…, mando loro delle piccole sillogi, delle poesie, che hanno determinato quel periodo con un tema. Quindi questa praticamente, chi mi conosce sa che è la sintesi dal ’95 ad oggi di questi fogli ciclostilati che io puntualmente ho mandato loro ma per farli partecipi di questa esperienza che io vivevo. Infatti sono una decina di persone che sistematicamente vengono aggiornate sulla mia produzione, ma perché sono fondamentalmente i miei amici. Poi mi dicono: “Guarda, Anna –come una in particolare che, purtroppo, non vedo presente- guarda, Anna, l'anno scorso, rispetto a quest’anno, tu hai fatto un passo in più rispetto alla poesia, rispetto alla profondità.” E infatti è stato che questo libro è nato grazie all’insistenza di questa persona che diceva: “E’ ora di pubblicare, è ora di pubblicare, è ora di pubblicare...”



Se non ci sono altre domande a cui rispondere, vi leggo l’ultima poesia, perché una persona che ho sentito ultimamente me l’ha ripetuta due volte in due occasioni che l’ho sentita, quindi ho detto “Probabilmente è importante”. Anch’io capisco l’importanza delle poesie a seconda di quanto gli altri me le ripetono. Se sento che delle persone mi ripetono spesso una poesia, è un indice per dire: “Stati attenta, perché quella è più importante rispetto alle altre. Dici di più agli altri di un’esperienza che neanche le altre.” E’ l’ultima. “Si strugge la mia vita se ti penso. Chiaro del mare. Attesa che non muore. Sospiro e palpito dell’ora. Ubi amor, ibi oculo. Così di nota in nota anche la parvenza in te declina. In te si attiene stretta e non si inganna, non mi ferisce. Amore nello sguardo, tutto in te riassumi e compi.”


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