[…Il surrealismo ha portato allo zenit il senso di quest’amore “cortese” e spesso si è interessato con angoscia del suo nadir



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12.11.2018
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Riflessi e contrari.
[…Il surrealismo ha portato allo zenit il senso di quest’amore “cortese” e spesso si è interessato con angoscia del suo nadir; questa dialettica gli ha fatto risplendere il genio di Sade alla maniera di un sole nero…

L’ammirevole, abbagliante luce della fiamma non deve nascondermi di che cosa sia fatta, farci dimenticare le profonde gallerie delle miniere, spesso percorse da soffi mefitici, che tuttavia hanno consentito l’estrazione della sostanza, una sostanza che deve continuare ad alimentarla se non vuole che si spenga.] - Così Breton, nel ’52, alla radio francese.

Capita che leggendo (o rileggendo come in questo caso) pensieri di Grandi che hanno dato materia originale su cui meditare in arte, succeda di avere microilluminazioni; nel mio caso la spiegazione che André Breton da dell’interesse che il surrealismo ha dichiarato per il concetto dell’”amor cortese” e nel contempo dell’amore carnale, viscerale, fisico di “sadica” memoria, mi porta a fare alcune considerazioni sul mio lavoro, a vederlo sotto una luce non nuova ma più chiara e profonda.

La tensione verso l’equilibrio, la esemplarità e semplicità espositiva del segno, la ricerca dell’armonia e nettezza delle linee, il rigore propositivo dell’immagine sono alcuni degli elementi caratteristici del mio linguaggio visivo ( una ricerca che comunque non si è mai occupata del segno autoreferente, “concreto”, appartenente all’astrazione geometrica).

A ciò che in altri momenti ho definito – lucidità, precisione, raffinatezza, speculazione, ragione, progetto – ovvero zenitale solarità, si interfaccia ‘nadirianamente’ il nero, criptico, ombroso, esoterico e ambiguo significato di un simbolismo che non svela i sensi del suo essere.

In ciò sta la mia corrispondenza concettuale con uno dei principi fondanti del Surrealismo, evidenziato non solo dalle considerazioni di A. Breton sul significato dell’amore in letteratura, bensì, visivamente, dai collage di Max Ernst che riportano in uno spazio determinato elementi estranei al contesto per originare un “surreale” stato di fatto artistico.

La dialettica degli opposti: luce – ombra, trasparente – opaco, materia – antimateria, (ovvero il proprio “doppio” inteso come implicito antagonista), può essere evidenziata, indagata, enucleata, oltre che dalla rappresentazione visiva di elementi riconoscibili nella loro apparente incomunicabilità, (ovvero decontestualizzati nello spazio del proprio essere), dalla implicita dualità del significato velato – svelato del Simbolo.

Aspetto quest’ultimo intenzionalmente estraneo alla ricerca di A. B, ed intenzionalmente appartenente alla mia.


Carlo Merello, Aprile 2001 (dal catalogo della mostra “Il doppio dell’ombra”, Torino 2002)


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