Il Teatro del Magico



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Il Teatro della Magia


di

Ray Sharwin



“Ogni Parola Qui è una Bugia;

inclusa la dichiarazione precedente.”

(Abu Shenab, A.H.642)



AL LETTORE

Questo libro dovrebbe essere letto in una seduta iniziando a mezzanotte. L’illuminazione dovrebbe consistere in un’unica lampada, le altre parti della stanza in semi oscurità. Incensi fini e musica accresceranno l’effetto drammatico.


Il libro non dovrà essere distrutto dopo la prima lettura.

Programma

Apertura 5

La Scena 7

Teatro del Magico 8


Atto I: Scena 1. Segretezza 10

Atto I: Scena 2. Iniziazione per Gruppo 11

Atto I: Scena 3. Auto-Iniziazione 15

Atto I: Scena 4. La Gnosi Liminare 25


Intervallo 29
Atto II: Scena 1. Bandi 30

Atto II: Scena 2. Astrognosi 33

Teatro del Magico (ripresa) 37

Bis 42


Exeunt (note) 43

Apertura

Ho incontrato la prima volta Thessalonius Loyola in uno sgangherato bungalow in stile coloniale situato in una brughiera inaridita vicino Hollywood. L’esterno del locale, che era stato preso in prestito da un amico per il tempo del suo soggiorno, smentiva il suo interno che era ordinato e confortevole. Il forte odore della pelle penetrava l’ampio studio, specialmente appena ci si immergeva nell’enorme divano imbottito.


Non vi era alcun accenno alla magia, tranne che per l’aura quasi tangibile che circondava l’uomo stesso. Non c’era un solo libro.
“Ho provato a farne a meno in questi giorni, proprio come ho fatto a meno di armi e oggetti personali, tranne quando ho insegnato o lavorato con qualcuno delle Logge.”
Trovare un capo rappresentativo dell’Ordine di tal portata in quel luogo era inusuale – c’era una possibilità su un milione che mi trovassi lì io stesso. Così era più che naturale che trascorressi qualche giorno con lui prima di partire per il Cairo, specialmente data la sua fama di eremità, motivo del diniego di tante altre udienze con lui.
Trascorremmo del tempo camminando, solitamente in silenzio, mangiando, solitamente in silenzio, e parlando, rinfrescandoci, mentre parlavamo, col vino tipico del luogo di cui ne bevemmo una quantità spaventosa ogni sera. Raramente il soggetto delle nostre discussioni era la magia, nel senso che avrei voluto usare precedentemente questa parola ma, lentamente i pezzi iniziarono a mettersi insieme e dopo poche conversazioni i primi deboli barlumi di consapevolezza illuminarono periodicamente la mia mente, in quel periodo inebetita dal vino. Il resto del tempo veniva trascorso dormendo, e fu durante questi periodi di riposo che alcune delle mie nuove idee, appena fui in grado di comprenderle, vennero assimilate e si consolidarono in un insieme coerente.
Sebbene Thess stesso probabilmente non riconosce i contenuti di questo libro come aspetti incapsulati dei suoi insegnamenti (poiché sono stati distorti attraverso la mia percezione e sfumati attraverso la mia descrizione) sono in debito con lui per aver capovolto le mie precedenti idee e per aver fornito le idee che sono alla base di questo libro.
La dualità compare largamente nelle sue considerazioni, ma l’incessante alternarsi della dualità, tanto amata dai cabalisti e dai magisti dei vecchi eoni, la ignora totalmente, essendo non più di un sofisma e non avendo nessun merito nella magia nucleare, la scienza dell’auto-evoluzione. Egli fa notare che neanche la dualità notte-giorno, maschio-femmina è particolarmente efficace nel compimento della magia tranne che in un numero limitato di casi particolari.
Egli nota una sola dualità. Il modo in cui Kia percepisce se stesso e le sue relazioni con ogni altra cosa. Il Kia si costruisce un corpo, egli ragiona con lo scopo di sperimentare e di creare un effetto. Il Kia non ha1 uno scenario materia–energia–spazio–tempo, ma questo è tutto ciò che può esser detto di esso. Non ha proprietà misurabili o una posizione.
La vita, per quanto la conosciamo, può manifestarsi in qualche luogo sottoforma di una creatura con tre gambe, tre occhi, che vive su un pianeta con tre soli e senza luna, dove tre sessi si uniscono per procreare. La sua filosofia tripartita sembrerebbe naturale a lui come a noi sembra naturale il nostro sistema di dualità, tuttavia la nostra dualità gli apparirebbe assurda ed inspiegabile. La nostra nozione di dualità è interamente una condizione di circostanza e non è essenziale, in ogni senso del termine. Dualità suggerisce dicotomia. La dicotomia è uno stato della mente e non esiste nell’universo fenomenico.

La concezione della dualità di Loyola consiste di Chaos e Cosmo, e questi termini indicano degli stati della mente. L’uomo guarda all’universo e vede il Chaos, casualità e irregolarità. Egli impone ordine in questo Chaos e vede il Cosmo. Secondo recenti ricerche, questa imposizione dell’ordine è un concetto ingarbugliato secondo cui può essere che, quando la scienza ‘scopre’ qualcosa di nuovo si può essere inventata una regola a cui poi l’universo si conforma. Non abbiamo modo di sapere, al momento, se è questo o no il caso.

Ciò che è evidente è che qualsiasi modello costruiamo per l’universo, o anche se adottiamo un approccio multi-modulare, emerge uno schema, uno schema che può essere utilizzato praticamente, magicamente e filosoficamente.
Thess dimostra un modello da un approccio multi-modulare usando pesi atomici, i pianeti, e i giorni della settimana – come segue: i metalli relativi ai pianeti vengono elencati in ordine ascendente di peso atomico. Essi poi vengono trasferiti in stelle a sette punte come i pianeti, nello stesso ordine, seguendo l’ordine universale. Leggendo in senso orario la stella otteniamo quindi l’ordine dei giorni della settimana. (vedi fig. 1)
“Ora dimmi che l’universo non è ordinato!” esclama, e quindi fa un altro buon esempio per mostrare la sua casualità.
Più di ogni altra cosa fu la sua abilità ad argomentare con successo da ogni punto di vista ciò che più mi ha colpito riguardo al suo metodo. Vorrei essere stato in grado di convincerlo a mettere per iscritto le sue idee, ma egli rifiutò decisamente di farlo. La mia scarna offerta è perciò dedicata a lui con la mia gratitudine.




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