Il tema del “cuore” in Guardini



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    Il tema del “cuore” in Guardini

    L’antropologia di Guardini ha messo in luce l’uomo come ‘immagine’ di Dio. Esiste in ognuno una tensione che costituisce il fondamento della sua natura riscontrabile tra essere e desiderio, tra realtà e compito. Tale tensione viene risolta “con il mistero dell’immagine riflessa di Dio e dell’amore divino che, dalla sua pienezza, dona ciò che sorpassa ogni natura. L’uomo non è Dio, ma creatura, però immagine di Dio e perciò capace di Dio, di possederlo; capax Dei, come dice Sant’Agostino, capace di contenere, di possedere l’Assoluto. E Dio stesso è amore. Ha creato l’uomo a Sua immagine. Ha voluto che questa immagine fosse realizzata con l’obbedienza, con la disciplina e con l’unione con Dio”.1

    Questa è “la verità” riguardante la persona, che consiste per essenza nel rapporto con Dio. A questa verità si perviene soltanto con la Rivelazione cristiana, l’unica che proietta luce definitiva sulla natura dell’uomo, indicando con esattezza dove sta la sua pienezza. Tutte le altre interpretazioni, per quanto interessanti e suggestive (psicologiche, sociologiche, filosofiche, ecc..) sono tutte parziali e rimangono sempre al di sotto, come livello, della visione cristiana.

    Pertanto la Rivelazione va stimata e considerata per la sua fondamentale importanza: Dio chiama l’uomo a stabilire con Lui un legame che supera qualsiasi possibilità pensabile da parte umana. Inoltre questo rapporto viene reso possibile, in maniera reale e profonda, dalla persona di Cristo, di fronte al quale occorre operare da parte dell’uomo una conversione; questa comporta l’assumere come criterio di misura della realtà Cristo stesso e, come conseguenza, giudicare il mondo partendo da lui.

    Secondo il pensiero divino l’uomo è dunque grande; ovviamente Dio è infinitamente più grande. Ora, questa grandezza deve essere riconosciuta. Quando vengono aperti dalla luce di Dio, gli occhi vedono la realtà. C’è una luce, infatti, che non viene dall’uomo. Agostino l’ha conosciuta, conservandone un ricordo incancellabile: “Chi conosce la verità, conosce questa luce, e chi la conosce, conosce l’eternità. La carità la conosce. Eterna verità, vera carità e cara eternità, tu sei il mio Dio”.2

    Chi è capace di un profondo raccoglimento, chi sa guardare con gli occhi della sua anima, chi non si affida solo all’intelletto che si trova a suo agio nei concetti o alla ragione che vuole comprendere i significati, è preparato a ricevere tale luce. Commentando il brano delle Confessioni nel quale Agostino descrive l’esperienza alla quale accenna la citazione sopra riportata (Conf. VII, 10, 16), Guardini scrive: “La luce non era più alta come se fosse stata più in alto nello spazio o come se la sua energia luminosa fosse stata più grande, ma nel senso che era altra da lui stesso; altra nell’essenza e quindi più alta di rango; altra in quanto quella luce aveva creato lui. In tal modo egli capisce che è reale non soltanto, ma che è la realtà più autentica. Egli è il Signore, e l’uomo sua creatura, ma così non è detto del tutto giustamente; bisogna passare alla prima persona: Egli è il mio creatore, ed io sono sua creatura. Egli è realmente per essenza e per altezza ‘Colui che è’; io sono realmente solo per grazia, esistenza in virtù di lui”.3



    Accogliere la verità nel cuore

    La verità viene afferrata non solo dall’intelletto e dalla ragione. Anche il cuore ha il mirabile compito di accoglierla e di abbracciarla, di conoscerla intimamente. Forse la conoscenza necessita di un rinnovamento perché diventi una fonte di gioia per lo spirito dell’uomo. Tale rinnovamento potrebbe iniziare, ad esempio, “nel riscoprire che cosa è l’occhio, cioè non solo il principio, ma certo la mèta di ogni conoscere; nel riapprendere che cosa sia un vedere puro e plenario, cioè afferrare la realtà originaria. Allora avrà riuscita anche l’altra mèta, il comprendere e il nominare giusti e capaci di cogliere l’essenza. Quando si compie in modo giusto questo atto di vedere, che dalla superficie dei corpi giunge fino entro lo spirito, vi si aprono le cose in quanto verità – questo è la luce”.4

    E’ nel cuore che la verità può essere colta come valore, cioè nella sua preziosità. E’ il cuore che ama: la beatitudine dell’amore ha il suo centro vivo e palpitante nell’intimo del cuore, che intuisce la verità delle cose, perché le percepisce nell’aspetto di ciò che vale ed è prezioso per l’esistenza. Se pensiamo alle persone che conosciamo, a quelle con le quali abitualmente viviamo, agli amici che frequentiamo, agli uomini che incontriamo ogni giorno, a quelli che condividono con noi la fatica del lavoro “abbiamo sempre l’impressione che essi cerchino qualche cosa. Il cuore umano è continuamente in ansia; si guarda intorno, afferra, si attacca: nei desideri dell’istinto, dei sensi, nella sete di verità e di giustizia, nella nostalgia di una visione chiara della realtà, nel bisogno di compagnia e di aiuto nella lotta per il bene. Dappertutto li vediamo incontrare valori che si estendono a perdita d’occhio in numero e grado. Li vediamo intenti a scegliere senza posa: dare un oggetto di minore conto per uno di maggior valore, ad arrischiarne uno più alto per qualche cosa che sta più in basso, ma avvince di più. E’ la parte migliore dell’uomo: la brama verso l’altro, la sete di maggiore nobiltà, e il sacrificio per appagarla …”.5

    Perché l’uomo cerca, e cerca sempre? Cosa significa l’inquietudine del suo cuore? L’esperienza della insoddisfazione che incessantemente si ripete che cosa attesta? Se cerca, questo implica che è privo di qualcosa; se il suo spirito è inquieto ciò vuol dire che anela a qualcosa che gli dia pace. Se, dopo tante esperienze, dopo avventure di ogni genere, è ancora scontento, dobbiamo convenire che i suoi desideri più profondi restano inappagati. Non è forse vero che, spesso, la ricerca del cuore umano è indirizzata non verso la felicità, ma verso ciò che sta al posto della felicità? Non corre il rischio di cercare nelle cose

    e nelle persone ciò che esse non hanno e non potranno mai avere? Pensiamo all’amore umano. In uno dei drammi giovanili di Claudel, la protagonista femminile a proposito del mistero del suo essere si esprime con questi frasi, il cui senso chiarisce ciò di cui stiamo parlando:

    “Io sono la promessa che non può essere mantenuta e

    la mia grazia consiste proprio in questo.

    Io sono la dolcezza di ciò che è col rimpianto di ciò

    che non è.

    Io sono la verità col viso dell’errore, e chi mi ama

    non si cura di distinguere l’una dall’altro”.6

    Il cuore e Dio

    Cos’è che sazia, che può calmare il cuore dell’uomo? Agostino ha scritto, al riguardo, parole immortali, che risuonano nel tempo, sempre fresche, sempre attuali, stupendamente vere: “Ci hai creato per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.7

    Il cuore umano è, costitutivamente, orientato verso Dio. Ha desiderio di Lui. Solo Dio infatti può riempire totalmente il nostro cuore, che ha una perenne nostalgia di infinito. Soltanto Dio è infinito. Nulla di creato, cioè di finito, può saziare il suo desiderio e la sua capacità di assoluto. Se prestiamo attenzione al modo secondo il quale l’esistenza prende forma, ci accorgiamo dell’importanza che assume, nella vita, l’incontro. E’ un elemento fondamentale della struttura dell’esistenza umana. Approfondiamo: “L’uomo ha vero e proprio potere di iniziativa. Egli è signore delle sue azioni e orientato verso il suo mondo esterno in modo impossibile altrimenti che a lui. Egli solo è capace di incontro, anzi dai suoi incontri rientra sempre con aumento di perfezione. Ma l’incontro decisivo è l’incontro con Dio, poiché Dio è il reale per definizione e il valore per essenza. In questo incontro soltanto, e solo a patto di viverlo rettamente, l’uomo diviene quel tale essere quale lo ha voluto il Creatore”.8

    Le celebri parole di Agostino, che troviamo all’inizio delle ‘Confessioni’ sono state scritte dopo il suo incontro con il Dio vivente, incontro decisivo per la sua vita. H.B. Gerl ricorda che Guardini, prima di perdere conoscenza la sera del 30 settembre 1968, e di passare dal sonno alla morte la sera del giorno dopo, ha ripetuto più volte, nella preghiera, “il nostro cuore è inquieto …”. La frase di Agostino probabilmente è insuperabile: esprime altissima tensione di vita spirituale. Lo stesso Guardini, nel commentarla, scrive: “In queste parole il concetto agostiniano dell’uomo tocca il fondo. Questi è posto dal Creatore nel reale essere, autorizzato a stare nel proprio centro e a procedere col suo passo; però la sua realtà è diversa da quella delle altre creature. Queste si radicano nella loro natura, sono basate su sé stesse e ritornano in sé. La figura della loro esistenza è il cerchio che si chiude in sé stesso; quella dell’uomo invece è l’arco che è gettato oltre ciò che incontra”.9

    L’immagine dell’arco ci sembra particolarmente efficace per esprimere la tensione (constatiamo l’uso del metodo degli opposti) che caratterizza l’anelito del cuore umano. E’ proprio così: l’arco è teso “di volta in volta in ciò che nel mondo gli viene incontro, innanzi tutto l’altra persona, il tu; in ultima analisi però in quel tu, nel quale Dio stesso si è posto per l’uomo”.10

    La fondamentale e sempre ricorrente esperienza umana viene precisata da Guardini in modo magistrale. L’uomo “non è completo in sé stesso e per di più è chiamato ad andare a Dio, ma solo se egli va a Dio trova di fronte a Lui il suo essere specifico e la pace della verità”.11

    Ci troviamo di fronte alla legge dell’esistenza, la cui validità è testimoniata da una inquietudine così profonda da non venire mai meno. Possiamo fraintenderla, ma non eliminarla. “Quando l’uomo se ne accorge allora essa diventa un tormento, quando la accetta, allora essa lo conduce alla calma essenziale, cioè al compimento del suo essere”.12

    La riflessione troverà sempre nuovi motivi per amplificare il senso di ciò che Agostino intendeva con quelle parole, lette, meditate e fatte proprie da innumerevoli uomini. In ultima istanza quale è il sentimento che sta all’origine, la passione fondamentale dell’uomo, che è creatura? Non è forse desiderare di aver parte alla vita di Dio? “Ci hai creati per Te” ha detto Agostino. E noi dobbiamo prestare la massima attenzione a queste parole: ‘Per Te’. “Egli non ci ha creati come un frammento di realtà che viene poi abbandonato a sé stesso, ma in modo tale che il fatto stesso di essere stati creati ci spinge verso di Lui. Ci ha creati dentro ad un processo in svolgimento, in un movimento verso Dio”.13

    Le cose stanno, dunque, in questo modo: la spinta e il movimento esistono in ciascuno e, malauguratamente, non trovano realizzazione e il loro compimento perché sono soffocati dalla realtà di ogni giorno. Il mondo con il suo fascino e le sue attrattive attira, purtroppo, la nostra attenzione, i sentimenti, i desideri che il cuore custodisce. E ciò nasconde ciò che giace nella nostra interiorità fino a soffocare con le sue distrazioni la voce che sale dal nostro intimo.

    Se l’uomo si allontana dal Dio vivente, se non si sente vincolato a Lui mediante la fedeltà personale, se dimentica o trascura questo rapporto, fatalmente cadrà in balìa delle cose. Il Vangelo è molto chiaro e non ha dubbi: “Dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc. 12, 34). Le cose esistono e sono state date all’uomo perché se ne serva, non perché ne diventi servo; hanno il compito di condurlo a Dio. Andare a Dio attraverso le cose, mediante le diverse realtà terrene, è un meraviglioso compito: l’uomo ha l’occasione di esplicare la sua genialità e la sua creatività. Se questo non avviene si verifica qualcosa d’altro, purtroppo. In una bella poesia di Francis Thompson, Dio dice all’uomo:

    “Tutte le cose ti tradiscono

    perché tu mi hai tradito”.

    La vita del cuore richiede silenzio e calma. I suoi movimenti vanno avvertiti nel raccoglimento: “chi si raccoglie e diventa calmo e presente, vince anche qualunque peso e groviglio interiore. Si solleva, si rende libero, leggero, chiaro e aperto. Egli sveglia la propria attenzione permettendole di rivolgersi con vivacità all’oggetto. Egli rende l’occhio interiore trasparente in modo che guardi chiaramente e veda giusto”.14 Possiamo anche dire: l’uomo necessita di contemplazione, una dimensione piuttosto rara per l’uomo d’oggi. E quanto sarebbe opportuno “contemplata aliis tradere”, per usare un’espressione di San Tommaso d’Aquino, recare ad altri il frutto della propria contemplazione.

    C’è indubbiamente una relazione tra verità e amore: la prima viene coinvolta nel secondo e viceversa; non c’è soltanto l’amore della verità ma pure la verità dell’amore. Dio non è soltanto Verità, è pure Amore. Egli “si è accostato alla persona umana in una vicinanza che rimane sconosciuta ad ogni pietà naturale. Ora Dio è ‘accanto’ a colui che crede, come persona a persona … Dio ha attirato l’uomo a sé in modo indicibile … Quando un uomo ama un altro con serietà personale, allora cade la difesa del ‘tu’, non ‘io’, e ciò che colpisce quello, colpisce anche lui stesso. Dio ha voluto che qualcosa di simile avvenisse fra Lui e l’uomo; ciò si manifesta in tutto il corso della storia della Rivelazione e si compie nell’Incarnazione, in cui Dio ha assunto la vita dell’uomo in senso letterale. Questo amore sta alla radice del modo con cui Dio guida l’esistenza. Se lasciamo alla parola il grande significato che essa ha, possiamo dire: il punto di origine dello svolgersi dell’esistenza è il cuore di Dio”. 15

    Più volte in queste pagine è ricorsa la parola “cuore”. E’ giunto il momento di accennare ad una spiegazione. Guardini è del parere che l’occidente cristiano ha la sua tradizione più nobile in quella che può essere chiamata filosofia e teologia del cuore. La sua attenzione si è infatti soffermata, e non a caso, su pensatori per i quali il “cuore” ha rivestito una importanza particolare: Platone, San Paolo, Agostino, San Francesco d’Assisi, il suo santo preferito, Bonaventura, Dante, Pascal, Kierkegaard. Le sue simpatie vanno, di preferenza, ad autori che prediligono il “cuore” nella interpretazione della realtà e non solo la mente. Questa, infatti, con le sue ragioni, può condurre a considerazioni troppo astratte. E Guardini si sente, come spirito, più affine a questi autori.

    Il cuore è l’organo dell’amore

    Che cosa è il cuore? Siamo convinti che, pur occupandosi di Pascal o di altri autori, quando parla del cuore Guardini espone il suo pensiero.

    Esso non è innanzitutto “espressione di emotività in contrapposizione a logicità; non è sentimento in contrapposizione a intelletto; non è ‘anima’ in contrapposizione a ‘spirito’ ”.16

    Ancora una volta dobbiamo rilevare come egli si muova utilizzando il metodo dell’opposizione polare, caratteristica del suo pensiero, ritrovabile un po’ ovunque. Continuiamo comunque: “Il ‘cuore’ stesso è spirito; una delle manifestazioni dello spirito. L’atto del cuore è un atto che alla conoscenza ‘dà’ nutrimento. Determinati oggetti possono essere attinti solo nell’atto del cuore, non perciò restano nello stato di intuizione arazionale, perché in e per quell’atto sono accessibili a penetrazione intellettiva-logica”.17

    Esso rappresenta una struttura fondamentale dell’uomo. Se l’intelletto può essere considerato lo spirito teoretico, il cuore può essere considerato lo spirito che valuta. La realtà di ciò che viene chiamato ‘cuore’ va inserita nel modo “come si comportano reciprocamente conoscenza e volontà, comprensione di verità e amore, detto in termini oggettivi, essere e valore”.18

    Cos’è allora il valore? “E’ il carattere di preziosità delle cose, quello che le fa degne d’esistere. Ad esso corrisponde l’esperienza assiologica: quella specifica e non ulteriormente riconducibile commozione e vibrazione dello spirito”.19

    Lo spirito dell’uomo vibra, freme in un certo senso, quando viene colpito, toccato da qualcosa che vale. Qui lo spirito può essere denominato con il termine ‘cuore’. Seguiamo ulteriori sviluppi: “ ‘cuore’ è lo spirito, in quanto esso giunge ad accostarsi al sangue: nella fibra sensibile e viva del corpo, senza però diventare ottuso. Cuore è lo spirito fattosi ardente e sensibile per l’influsso del sangue e che insieme si solleva alla chiarezza dell’intuizione, all’evidenza della figura, alla precisione del giudizio”.20

    Dobbiamo, a questo punto, riconoscere che “il cuore è l’organo dell’amore, dell’amore dal quale scaturì la filosofia platonica ed ancora, dopo il fecondo rinnovamento ad opera della filosofia cristiana, la Divina Commedia. Questo amore significa cioè il rapportarsi dell’intimo dell’uomo, del suo sentimento e del suo anelito all’idea: il moto teso dal sangue allo spirito, dal presente corporeo all’eternità spirituale. Questo è il moto che viene sentito nel cuore”.21

    Pascal è del parere che “uno spirito grande e puro ama con ardore e vede con chiarezza ciò che ama”. Inoltre aggiunge un rilievo che coglie in maniera esatta quanto ci deve interessare qui: “In realtà, si può ben cercare di nasconderlo a sé stessi, si ama sempre. Nelle cose stesse dove sembra che l’amore non c’entri, questo è presente, segreto o nascosto, ed è impossibile che l’uomo possa vivere un attimo senza di quello”.22

    Prima abbiamo parlato del ‘valore’. Ora dobbiamo dire che “il ‘cuore’ risponde al valore. Il valore è l’intimo moto significante dell’essere, l’autogiustificazione dell’ente, d’essere degno di esistere. Questa dinamica desta il moto del cuore, l’amore”.23

    In definitiva il ‘cuore’ è l’organo che coglie ed intuisce l’essere come valore, cioè il carattere assiologico dell’essere. Dobbiamo sottolineare infatti che ogni essere riveste valore ed ha la capacità di provocare quella specie di tocco interiore che genera il vibrare della valutazione. Certamente “alla fine, nella sua possibilità ultima, il cuore è l’organo per avvertire il valore che ci si dischiude dall’alto, dalla rivelazione: dalla santità colmante e salvifica di Dio”.24

    E’ il cuore che ama. L’amore pertanto scaturisce dal cuore, che è il ‘centro’ della persona. Osserviamo che chi ama non solo reagisce nei confronti del valore, ma si fa attivo di fronte ad esso. E questo significa che “l’amore non è solo un moto di reazione, ma di iniziativa. E’ libertà. Ogni valore esige una presa di posizione, e a seconda di come questa riesce, si determina il carattere che la potenza del valore acquista nella sfera dell’uomo toccato dal valore; si determina il suo significato esistenziale, se esso sia elemento costruttivo o distruttivo”.24

    La nobiltà di cuore richiede purezza di spirito. Dobbiamo prestare attenzione affinché il cuore non venga contaminato; occorrono una continua vigilanza interiore ed una incessante purificazione perché il cuore sia puro, cioè ordinato. In questo senso si dovrebbe parlare di una educazione del cuore. Nella conoscenza la disposizione del cuore riveste un ruolo importante. Chi ha un cuore non puro, cioè diviso tra tante o troppe cose che lo macchiano, non riesce a cogliere nella sua pienezza la verità. E, d’altronde, la verità influisce sul cuore, nel senso che viene percepita ed accolta a seconda del suo stato interiore. Ricordiamo che la Sacra Scrittura parla di amare Dio con tutto il cuore. Un uomo, nel cui cuore regna l’amore di Dio, è un bene prezioso per tutta l’umanità. Pertanto nella realizzazione dei valori entra in gioco la disposizione interiore: “Se la volontà del cuore permette al valore, o all’immagine del valore, di dispiegarsi incontaminata da sé stessa (il che significa insieme che questo deve sollevarsi al di sopra di sé) o se invece il cuore subordina al proprio volere ciò che gli si fa incontro, e se ne serve (posizioni queste le quali possono già essere implicite nel modo con cui l’uomo guarda); se alla fine il valore è mantenuto nella sua purezza o viene pervertito; se la forza del cuore è capace di impedire il sorgere della maligna opposizione e lo sfiguramento in peggio … Si tratta dunque di vedere se il fondo del cuore è vigile, ubbidiente alla richiesta, disinteressato, generoso e puro, puro in senso spirituale”.25

    Proviamo a riflettere: dove stanno le radici di qualsiasi azione? Non risiedono forse nell’orientamento del cuore? L’azione procede dall’intenzione. E’ allora a livello delle intenzioni che occorre prestare attenzione e che si deve intervenire. Il cuore puro denota non solo educazione dell’anima, ma pure vigilanza sulle prime impressioni: “L’uomo è un tutto, nel quale non ci sono compartimenti stagni. L’azione ha i suoi prodromi. In ultima analisi essa proviene dall’impulso del cuore, mediante parole, gesti, atteggiamenti”.26

    L’esistenza umana purtroppo si scontra senza posa con il male, con il peccato. Guardini si dimostra molto realista con queste osservazioni che riguardano soprattutto il cuore: “Peccato significa che l’uomo vuole restare in sé stesso; che è superbo, egoista, impuro nello spirito, che aspira a costringere sotto il proprio volere la libertà di ciò che ha valore. Questo peccato che opera dappertutto, principalmente nello spirito (cioè anche nel profondo del cuore), minaccia di diventare una mala pre-decisione, che precede ogni singola decisione”.27

    Se l’uomo vive questa condizione di chiusura in sé stesso, ponendo sempre al centro del proprio pensare e agire il suo ‘io’, allora questa situazione lo condurrà a ritenere che i valori siano autonomi e ad usarli come strumenti di ribellione contro Dio. Pertanto le conseguenze del peccato sono molto gravi: “Esso influisce sulla forza del cuore e cerca così di falsificare il vero volto delle cose. Intorbida la visione del valore, ne confonde il sentimento, ne svia la decisione; ed il pericolo è tanto più grande in quanto il cuore nella specifica immediatezza del suo atto si sente sicuro di sé e non vuole credere alla possibilità di un errore. In realtà niente può errare così profondamente, così fatalmente, così incorreggibilmente come il cuore”.28

    Sembra che la pedagogia non dimostri, oggi, troppa attenzione all’educazione del ‘cuore’. In genere il suo impegno è volto ad educare la mente, a rendere capaci di giudizio e di critica. Dimentica però ciò che è realmente decisivo, poiché la vita più profonda che ci è data di vivere si svolge tramite il cuore. L’orientamento di qualsiasi esistenza dipende da domande di questo tipo: “Che cosa cerchiamo, in primo luogo? Quale è la cosa più importante alla quale tendiamo? Cosa mettiamo al primo posto nella nostra vita?”

    Quando ci siamo soffermati sulla concezione della persona nel pensiero di Guardini ci eravamo imbattuti nella dottrina della Provvidenza, rivelataci da Cristo, la cui essenza consiste nel rivelare l’amore del Padre che veglia e provvede alle necessità dei suoi figli. Per tutte le preoccupazioni nell’Antico Testamento Dio dice: “Non ti dimenticherò mai” (Is. 49, 15).

    Gesù ha con estrema chiarezza indicato l’orientamento che dobbiamo prendere: “Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt. 6, 33).

    Il nostro cuore è chiamato a questo orientamento fondamentale, quale bussola sicura e decisiva per non prendere vie sbagliate. Dio non trascura mai nessuno ed il segreto della pace interiore ed anche della vita spirituale è fondato sulla convinzione incrollabile che Lui non si dimentica di noi. Certamente qui è richiesta fede, da parte nostra, cioè fiducia che le cose stanno come Cristo le ha rivelate.

    Il cuore richiede un retto atteggiamento interiore: implica umiltà, distacco da sé stessi, disponibilità, apertura d’animo. Se una persona ha tale atteggiamento o per lo meno si impegna a conquistarlo, tutta l’esistenza ne guadagnerà in sicurezza e vitalità perché “il cuore rompe la chiusura in sé stesso, rinuncia ad essere centro della realtà ed è disposto ad accettare quello che lo chiama fuori e sopra di sé come il vero punto di riferimento. E’ in fondo ciò che intendono le parole del Vangelo: ‘Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà; ma chi ne farà dono l’acquisterà’ ”.29

    Quanto più la persona si impegnerà in tale compito, che durerà per l’intera esistenza, compito che coinvolge il senso del suo essere e in ultima istanza del suo destino, “tanto più limpida sarà la vista per vedere che cos’è quel che parla, tanto più sicura la risposta al valore, tanto più forte il movimento col quale si attua la tensione e col quale viene riconquistata l’autentica struttura dell’uomo: l’arco di fuoco verso Dio”.30

    Il risultato che ne deriverà sarà una realtà prodigiosa, sorprendente: la trasformazione dell’amore in carità. Pertanto, se il cuore risponde alla chiamata che gli viene dall’alto, “qualcosa di fondamentale si verifica: allora sorge finalmente il vero centro, immagine riflessa del centro divino che chiama. Allora finalmente si desta il vero io, quello che era nell’intendimento creativo di Dio: l’io reale … Ed in esso si desta un nuovo amore, una capacità di giudicare del valore delle cose del tutto nuova, accompagnata da una nuova sicurezza e libertà interiore. E’ ciò che la teologia chiama la ‘virtù’ teologale dell’amore, che consiste in una partecipazione all’amore di Dio, e che è, quindi, grazia”.31

    L’amore divino e l’amore umano si incontrano e la reciprocità che si stabilisce sarà l’esito mirabile che caratterizzerà tale incontro: “L’avvenimento decisivo sta nel fatto che Dio, l’amore operante e santo, s’accorda con il fondo del cuore; che il fondo del cuore si dona a Dio, e si desta così il nuovo amore della ‘carità’ ”.32

    Ancora una volta possiamo rilevare la presenza del metodo degli opposti nella conclusione che trae Guardini: “Quel che qui accade si perde ai suoi due punti estremi del mistero: nel mistero di quella iniziativa assoluta, per la quale il Dio che si manifesta si fa evidente, dà luce, tocca così efficacemente il fondo del cuore, che questo si libera, si apre, diventa capace di vedere e libero … e nel mistero del cuore dell’uomo, della sua iniziativa finita, dove dimora la potenza del peccato, dalla quale quel cuore si libera e s’apre per farsi partecipe di Dio. E’ il mistero della grazia e della libertà”.33

    Dalle considerazioni che sono via via emerse il cuore appare davvero una realtà grande. Possiamo, in un certo senso, ritenere che abbraccia l’intero essere dell’uomo, che indica l’intimità più profonda della persona, che contraddistingue la sua inconfondibile unicità. Agostino ha una espressione che riassume bene tutto questo quando scrive: “Il mio cuore, dove io sono comunque sono”.34

    La sfera del cuore è quella dell’amore, del fervore e dell’umiltà. E’ una sfera preziosa, infinitamente preziosa, che deve essere sempre protetta e custodita. Ovviamente esiste anche l’ambito della ragione. Con riferimento alla frase di Pascal ‘il cuore ha motivi che la ragione non conosce’, Guardini scrive che tale constatazione riguarda “tutt’altro che soggettività emotiva e incontrollabilità del sentimento!. Piuttosto si tratta di due sfere di evidenza spirituale, oggettivamente valide, le quali si reggono a vicenda senza che l’una possa risolversi nell’altra”.35

    La vita del cuore va incessantemente alimentata e rinnovata da tutte quelle cose nobili che elevano ed arricchiscono, dal momento che il centro vivo di una persona è il suo cuore: “In esso l’uomo ha il suo appoggio; per mezzo suo egli si rinnova sempre. Là l’istinto sale alla spiritualizzazione, e lo spirito entra nell’incarnazione. Con l’amore. Il cuore è l’amore come organo vivo. L’uomo diventa tale per opera dell’amore. Ciò che sta fuori della sfera splendente dell’amore diviene inumano: perde l’altezza e l’interiorità”.36

    Tante volte, forse troppe, le decisioni umane che concernono aspetti importanti dell’esistenza non “passano” per il cuore. E le scelte rivelano la fragilità e la miseria della condizione umana, perché non “toccano”, per così dire, il cuore nella sua profondità. Ed invece è nel cuore “che si effettua la decisione. Non in espressioni di parole, non nel pensiero, non nell’espressa partecipazione della volontà, ma nel moto interno del cuore, fattosi del tutto vivo – moto che, naturalmente, è nello stesso tempo grazia”.37

    Che dire poi della forza e dell’autenticità delle decisioni che, dal profondo del cuore, vengono prese davanti a Dio? Saranno una garanzia per rimanervi fedeli, nonostante le debolezze che si sperimentano in continuazione.

    Agostino ha messo in luce la profondità che ha il cuore umano: “Quale abisso è l’uomo stesso, di cui pure tu, Signore, conosci persino il numero dei capelli senza che nessuno manchi al tuo conto! Eppure è più facile contarne i capelli che i sentimenti e i moti del cuore”.38




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