Il tempo delle certezze: la “realtà” e IL Quadro di Riferimento



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Il tempo delle certezze: la “realtà” e il Quadro di Riferimento
Tratto da “Ritmi Vitali”, di Patrizia Castellucci




Abbiamo parlato di una concezione del tempo in cui questo fugge in una precisa direzione, ma anche di un’idea di tempo come parte di un ciclo perenne che ripete se stesso. Quale è allora quella giusta, chi ha ragione e chi torto, dove sta la verità?

Il dubbio consuma energie, la certezza rassicura. Ciascuno di noi ,anche se in misura diversa, spende una parte del proprio tempo e delle proprie energie per costruirsi delle certezze che, una volta trovate, gli permetteranno di compiere scelte, di prendere decisioni rapide e sicure, gli faranno risparmiare tempo ed energia e, soprattutto, lo faranno sentire nel giusto, forte del possesso della verità.




L’appagamento di chi ritiene di aver raggiunto la verità è tale che la sua ricerca, quella della verità con la V maiuscola, ha appassionato uomini comuni e illustri personaggi in ogni tempo.

Ma dove sta questa fantastica chimera, qual è la “cosa giusta” il “mondo vero”? La realtà oggettiva esiste da qualche parte, può essere incontrata, scoperta, riconosciuta al di là di ogni ragionevole dubbio? O forse non c’è alcun mondo vero, c’è solo quello vero per me che è altrettanto vero di quei mille veri e diversissimi mondi di altre mille persone? Quello che so è che io non ho la Verità, non conosco la Realtà, ma solo la mia verità e la mia realtà, che per me sono assolutamente vere e reali. Solo che potrebbero non essere le stesse verità e realtà di altre persone e sono indotta a pensare che, nonostante questa diversità, non ci siano ragioni di credere che le loro siano meno autentiche di quelle che mi appartengono.

Mi verrebbe da dire che la realtà in sé non esiste o anche che, se da qualche parte c’è, è di secondaria importanza, poiché ciò che ha veramente impatto sulla vita delle persone non è la realtà in sé ma l’interpretazione che essi ne danno: la realtà percepita, che è anche l’unica con cui possiamo fare i conti.

Noi siamo immersi nel mondo, la realtà si affolla intorno a noi e nello stesso tempo ne è distante. Vi è una parte di realtà di cui sentiamo i rumori, vediamo le immagini, percepiamo il contatto, assaporiamo il gusto: ma ce ne è molta di più, altrettanto vicina, di cui non percepiamo l’esistenza. Suoni che non udiamo, o colori che non vediamo ad esempio, o persone che abbiamo incontrato e mai viste. Due individui possono camminare affiancati lungo la stessa strada, nella stessa giornata di sole, incontrando gli stessi passanti, attraversando gli stessi incroci e sperimentare nello stesso istante due realtà del tutto differenti, provare sensazioni diverse, vedere immagini differenti.

Ciascuno di noi sceglie, in ogni istante, quale fiore cogliere dall’immenso bouquet che la vita nella sua generosità ci porge, rinnovandolo per noi ad ogni nostro battito di ciglia. Per non perderci, vagando senza meta in questo labirinto lussureggiante, resi ebbri dall’abbondanza di colori e profumi, poniamo uno schermo tra noi e il resto del mondo che chiamiamo quadro di riferimento. Qualcosa che ci protegga ma non troppo, un po’ come il vetro affumicato che, quand’ero bambina, si usava per poter osservare le eclissi di sole senza bruciarsi gli occhi.

Ciascuno di noi si è costruito un proprio quadro di riferimento mentale, attraverso il quale percepisce e interpreta gli stimoli che il mondo gli offre: possiamo immaginarlo come uno schermo con aperture più o meno grandi e variamente formate. Questo filtro è posto fra di noi e il resto del mondo, ci mette in comunicazione con ciò che sta al di là, ci consente di percepire la realtà, ma in modo selezionato.

Immagini, stimoli, informazioni ci possono raggiungere attraverso la sua mediazione. In base alla grandezza e alla posizione delle aperture, qualcosa resterà escluso, qualcosa verrà deformato dal passaggio e, alle volte, nello stesso tempo, qualcos’altro deformerà il filtro stesso. La tendenza innata a dare un senso compiuto alle informazioni ricevute ci porterà a completare i dati mancanti e a legare fra di loro i vari elementi, interpretando così i segni, magari parziali e scollegati, in una visione di insieme con una propria coerenza interna.

Il quadro di riferimento in effetti non è solo un filtro, possiamo immaginarlo visto anche in un’altra prospettiva come un sistema organizzatore che, oltre a selezionare gli stimoli in ingresso, li decodifica in base alle tracce lasciate da quelli precedenti, dà loro un senso legato all’esperienza e individua la gamma di reazioni possibili tra cui scegliere. Il quadro di riferimento aiuta la mente ad organizzare le percezioni come un insieme significativo, connotato emotivamente, e a stimolare le reazioni ritenute appropriate.

In questa articolata immagine del mondo sono comprese sia le nostre opinioni su di esso, sia quelle su noi stessi, sia le decisioni conseguenti su cosa si debba e possa fare, per cavarsela al meglio o alla meno peggio. Grazie ad esso possiamo rapidamente organizzare l’esperienza in modo che sia comprensibile e utilizzabile e reagire agli stimoli ricevuti in modo coerente alle scelte di vita che abbiamo fatto, al piano che abbiamo delineato per la nostra vita.

In questa particolare accezione questo piano di vita individuale è stato individuato da Eric Berne che gli ha dato il nome di copione, assomiglia ai copioni della commedia dell’arte in cui veniva definito il genere della rappresentazione, se una commedia brillante,un dramma,un farsa o altro ancora; la trama veniva definita solo a grandi linee, i personaggi principali individuati.

Il copione individuale viene costruito sulla base dalle opinioni fondamentali di cui sopra, messo a punto un po’ per volta a partire dalle decisioni prese nell’infanzia e poi passato sotto la soglia della consapevolezza, da dove influenza profondamente il nostro agire anche se non ce ne rendiamo conto.

Il copione non è solo patrimonio individuale, ve ne sono anche di collettivi: ogni gruppo di persone, ogni organizzazione o popolazione che abbia una sua identità e un po’ di storia alle spalle se ne è formato uno. Le idee sufficientemente condivise, che sono parte del patrimonio culturale di quel gruppo tendono ad influenzarne il destino. Successi e insuccessi, vittorie e sconfitte, evoluzioni positive e lenti o rapidi declini, sono scritti nel copione collettivo, sono le conseguenze delle convinzioni su come sia il mondo e su come ci si debba muovere al suo interno. Valori, proibizioni e permessi guidano i comportamenti dei membri del gruppo: dicono loro cosa debba essere fatto o non fatto e quale aree di libertà siano consentite, nello stesso tempo vengono anche indicati i modi in cui le cose debbano essere realizzate od evitate.

Mentre il copione una volta messo a punto tende a rimanere stabile, il quadro di riferimento nel suo complesso si evolve, se pure con gradi diversi, per tutta la vita, si struttura e si modifica attraverso le nostre esperienze del mondo, le influenza e ne viene influenzato.

I nostri organi di senso fanno da tramite tra noi e il mondo mettendoci in contatto con una realtà che diventa significativa solo un po’ per volta. All’inizio della nostra vita siamo fortemente influenzati dall’incontro con la realtà esterna e dall’impatto che essa ha sulle nostre necessità fisiologiche, dalle sensazioni provate e dal loro alternarsi, fame, sazietà, dolore, piacere …La realtà è basata sensorialmente attraverso stimoli propriocettivi ( che vengono dal nostro stesso corpo) e stimoli esterni, percepiti principalmente attraverso il nostro organo sensoriale più esteso, la pelle.

Nel neonato gli occhi devono ancora imparare a vedere e le orecchie a sentire, ci sono immagini e suoni ma ancora non hanno significato, ci sono invece istintivamente vigili l’olfatto e più limitato il gusto (un esperto di neonati affermava che questi sono in grado di percepire l’odore della madre a due stanze di distanza con le porte in mezzo chiuse).

Nelle fasi iniziali, non essendo ancora in grado di operare una distinzione fra noi e il resto del mondo ogni avvenimento che colpisce i nostri sensi è percepito senza distinzione tra interno ed esterno; ogni cosa è come se derivasse da se stessi ed è interpretata sulla base delle sensazioni gradevoli o sgradevoli ad esse collegate. Ciò che produce sensazioni positive inizia ad essere classificato come buono e ciò che ne produce di negative come cattivo; le prime esperienze hanno un impatto forte e determinano gli elementi fondamentali del quadro di riferimento.

Con il passare del tempo il rapporto si inverte, acquisita la capacità di astrazione possiamo fare previsioni basandoci sulle esperienze passate, interpretare dei segnali ambigui, collegare cause ed effetti, immaginare situazioni mai esistite. In sostanza le nostre interpretazioni dominano sulle informazioni e noi soffriamo o gioiamo non tanto per gli avvenimenti in sé ma per la valenza che diamo loro, per l’immagine del mondo che ci siamo costruiti.

La nostra realtà, quella che ci ha procurato il nostro quadro di riferimento mentale, a questo punto è per noi inequivocabilmente vera, perlomeno sino al prossimo cambiamento nel nostro quadro. Anche le idee su cosa sia il tempo e come debba essere utilizzato nascono da questo tipo di processo e sono nello stesso tempo indispensabili e arbitrarie.

Pur conoscendo i meccanismi che stanno alla base della formazione dell’immagine del mondo è comunque difficile accettare l’idea che sia solo una delle immagini possibili, che non ci sia una Verità assoluta, una cosa Giusta di per sé, in modo inequivocabile e incontrovertibile. Può dare la sensazione di essere in una specie di limbo dove la sospensione del giudizio è la norma, dove non esistono certezze e tutto potrebbe essere quello sembra e nello stesso tempo qualcosa di assolutamente diverso.

L’impossibilità di stabilire con certezza quale sia la realtà richiama l’atmosfera angosciante mirabilmente espressa da Pirandello nella sua commedia «Così è se vi pare», quando ciascun personaggio racconta la «sua verità», completamente diversa e completamente plausibile, lasciando nello sconcerto coloro che cercano di sapere come veramente stiano le cose, chi sia il persecutore e chi la vittima, chi mente e cosa «è giusto» fare.

L’ambiguità, l’indeterminazione, l’ignoto creano ansia e la ricerca di certezze è normale appannaggio degli esseri umani. Il metodo utilizzato per trovarle varia con il tempo, ci sono stati secoli in cui la via privilegiata era costituita dall’adesione ad una fede religiosa che fornisse le risposte di cui si aveva bisogno.

Non riuscendo ad accettare di vivere in condizioni di grande incertezza ed avendo limitate risorse personali non si è in grado di darsi da soli le risposte necessarie. Soprattutto nel passato quando le condizioni di vita erano particolarmente precarie gli esseri umani si sono aggrappati ai dispensatori di certezze, a coloro che dichiaravano di avere avuto in dono la Verità Rivelata. Più le condizioni di vita sono difficili e più queste figure hanno successo (se le energie disponibili sono utilizzate per far fronte alle necessità di base per la sopravvivenza non ne restano granché per fare altro) riducono l’ansia e regalano qualche sogno di un futuro migliore.

Non possedendo queste certezze, in quanto limitati esseri umani, questa Verità, ovviamente, altri non poteva averla rivelata se non Dio, a qualcuno che per le sue doti superiori e per i suoi meriti era da Lui stato Prescelto.

L’esistenza dei profeti in effetti molte volte era ( a volte lo è ancora) portatrice di notevoli vantaggi, innanzi tutto per il Profeta stesso. Infatti, indipendentemente dal fatto che fosse realmente convinto di aver ricevuto una rivelazione o stesse semplicemente sfruttando la predisposizione altrui a crederci, la sua posizione gli dava diritto ad una serie di privilegi. Il più grande di questi privilegi era nientemeno che quello di definire la Realtà, non solo per se stesso, ma anche per tutti i suoi seguaci.

Se riusciva ad essere abbastanza convincente da avere un seguito numeroso poteva anche definire la realtà di coloro che la pensavano diversamente. Ovviamente non aveva il potere di obbligare le persone a credere nella sua definizione del mondo ma poteva avere quello di forzarle a comportarsi come se ci credessero. Più seguaci aveva il profeta e più forte era pressione che poteva esercitare per trascinare anche i più riottosi a convertirsi ed adottare l’interpretazione della realtà “corretta”.

Un seguito numeroso fornisce posizioni di potere, politico ed economico, e rende sempre più plausibile la Verità rivelata dal profeta e più difficile opporsi ad essa ma, per chi vi aderisce, è pronta una grande ricompensa: la liberazione dal dubbio e dall’ansia della libera scelta.

Per chi resiste a questa tentazione e continua a portare avanti un’idea differente la vita diventa sempre più difficile, se ci si trova soli a sostenere una posizione si rischia di essere travolti. Se tutti gli altri dicono il contrario ci deve pur essere un motivo, è possibile che siano tutti in errore e io l’unico nel giusto? Il dubbio si insinua anche nel libero pensatore, la tensione cresce, la resa sarebbe liberatoria; e se fossero loro ad avere ragione?

Il potere della pressione del gruppo sul singolo è stato dimostrato anche a livello sperimentale, come fecero negli anni cinquanta Asch, Crutchfield ed altri ricercatori di psicologia sociale. Dalle loro ricerche si possono trarre alcune riflessioni: il grado di indipendenza di pensiero che ciascun soggetto è in grado di mantenere è variabile e dipende da molteplici fattori sia personali, come la fiducia in se stessi, che ambientali, come il numero dei partecipanti e la composizione del gruppo, l’autorevolezza in materia da parte del soggetto sperimentale o degli altri partecipanti. Anche di fronte ad affermazioni palesemente errate da parte del resto del gruppo c’è chi si accoda subito alla maggioranza e chi cerca di resistere ma, in ogni caso, la tentazione di cedere è molto forte. Il numero di soggetti che riesce a resistere e a mantenere fede alle proprie idee a fronte delle pressioni del gruppo è estremamente esiguo e la sensazione percepita da questi soggetti, mentre affermano le proprie idee in contrasto con quelle del resto del gruppo, è comunque di grande disagio ed imbarazzo, la resa è liberatoria, si preferisce non credere ai propri sensi, si arriva a desiderare di essersi sbagliati.

Decisamente diversa è la situazione se si trova qualcun altro che condivide le stesse idee, se si fa parte di una minoranza per quanto piccola possa essere. Basta che un altro individuo sia d’accordo con noi e il quadro cambia completamente; se non si è soli si può anche resistere alla tentazione di accodarsi al branco. Il senso di appartenenza ad un gruppo per quanto minuscolo da sicurezza e l’avere tanti nemici lo rinforza; il sostegno interno al gruppo infatti cresce, per far fronte alle pressioni esterne, il senso di appartenenza anche. Ci si può sentire persino degli eroi, oltre che dei perseguitati. Si può pensare di essere gli eletti detentori della verità vera e perseguitati proprio per questo, ci si identifica nella propria idea e nel gruppo che la sostiene, poiché insieme ad essa sostiene noi stessi. Arrivati a questo punto si può essere disposti a combattere per la sua affermazione.

Nel momento in cui ci è identificati in una idea, la sopravvivenza psicologica è ad essa intimamente intrecciata, la sua vittoria è la nostra personale vittoria, la sua disfatta è la nostra personale disfatta, si può essere disposti a combattere anche a costo di essere annientati. Questo rischio potrebbe essere solo metaforico se si fa parte di un gruppo abbastanza forte e numeroso ma può divenire molto concreto in caso contrario.

..D’altro canto un gruppo particolarmente numeroso e convinto di essere nel giusto può arrivare a mettere in atto feroci persecuzioni verso una minoranza dissidente; è accaduto più volte in passato che gli infedeli o gli eretici fossero messi a morte e bruciati sul rogo in mezzo al plauso generale. Le persone venivano sacrificate per il mantenimento di una certezza, sul cui altare il gruppo dominante aveva sacrificato il perseguimento della propria felicità e quindi non era per nulla disponibile a farsi venire dei dubbi.

Gli eretici non potevano semplicemente essere contestati o isolati, dovevano essere eliminati poiché nulla sgomentava più del dubbio; il quale, come serpe velenosa, strisciando di nascosto, poteva insinuarsi nelle pieghe delle certezze, colpire nei punti deboli, rischiandone il crollo e travolgendo le Verità, sulle quali si era costruita l’esistenza.

Di questi tempi per fortuna i roghi sono passati di moda ma purtroppo non i guai: le persecuzioni verso alcune minoranze proseguono, così come le vendette per ripagarle e le guerre più o meno sante, ma di questi argomenti ne riparleremo ancora in seguito.





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