Il tempo senza orologio dei rom



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02.06.2018
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  • IL TEMPO SENZA OROLOGIO DEI ROM

    Si parla di tempo il 5, 12, 19 e 26 luglio, alla rassegna del Biscottificio Dogliani "Donna anima e corpo": L'idea del tempo nel pensiero della Cultura Orientale"; "Il tempo nell'epoca dell'accelerazione e dei new media"; "Il tempo come cura"; "Il tempo nella mente e nel cervello".


    Forse è utile ripubblicare, con qualche correzione, un articolo lungo, del 2004 su come vivano il tempo rom e sinti presenti nella nostra zona.

    PRECARIETÀ DEL TEMPO

    Che l’acquisizione del senso del tempo avvenga - come sostiene Piaget - contemporaneamente a quella dello spazio, sulla base delle esperienze di vita a cui si trova esposto un bambino, o che sia, più filosoficamente, il tempo, una dimensione interiore, soggettiva, distensio animi, forma intuitiva e a priori, durata, divenire della coscienza o comunque lo si voglia definire, deve esser chiaro che l’esperienza concreta e vissuta, esistenziale del tempo, la sua percezione e il suo uso da parte dei rom ancora in movimento o per lo meno di quelli che ancora viaggiano per una buona parte dell’anno (ma io credo ancora per tutti loro, anche quelli diventati sedentari, se esistono ancora identità e culture rom e sinte), non può non essere molto diversa dalla nostra di stanziali.

    Chi vive in modo precario, in luoghi diversi, dai quali deve allontanarsi o per motivi di lavoro e sostentamento o, più spesso, perché viene sistematicamente cacciato, con disprezzo, minacce, arbitri, prepotenze, violenze, perquisizioni, denunce, relevamento di impronte digitali, anche dei neonati, è inevitabile che avverta, misuri, viva e progetti il proprio tempo, quello presente e il proprio futuro immediato, in forme che ben poco hanno a che fare con le nostre più stabili, prevedibilie programmabili. E questo vale, è scontato, anche per lo spazio, ma qui il discorso porterebbe lontano e si allungherebbe troppo.

    Il tempo dei rom è sempre incerto, imprevedibile, insicuro, minaccioso, discontinuo, poco programmabile, e anche se non ha più l’imprevedibilità e l’insicurezza misteriosa e fatalistica dell’ordine naturale o di quello divino, come poteva avvertire un uomo medievale o rinascimentale, non è neppure quello meccanico e, ormai, elettronico e quantitativo di oggi. Il tempo dei rom è il tempo dei rom - verrebbe voglia di dire tautologicamente -, anche se non è del tutto esatto, perchè i rom sono immersi in una loro specifica “natura”, in un ecosistema costituito dalla nostra società di gagé. Noi e il nostro ordine e quindi anche i modi di misurare il tempo e il senso che questa misurazione ha per noi, siamo la “natura”, la divinità misteriosa che determina tempo, spazio, accadimenti per i rom. Non che i rom accettino passivamente questo tempo, così come non subiscono senza aggiustamenti il nostro spazio, le nostre leggi, la nostra etica, i nostri schemi di vita, ma sicuramente devono farci i conti e resistere per riadattarselo secondo le loro esigenze e modi di vivere e i loro bisogni. Basta anche solo un vigile urbano, o la telefonata di benpensante, per determinare nuovi usi e vissuti di tempi e spazi e “nuove esperienze” da parte loro.

    DIFFICOLTÀ SPAZIALI E PROBLEMATICHE TEMPORALI

    II tempo preindustriale è stato lento, non molto quantificato, variabile, indeterminato, discontinuo, dipendente dai ritmi della natura: d’estate sì ha a disposizione del tempo per le attività del lavoro, della vita quotidiana e familiare, per gli amici; un tempo lungo. D’inverno il tempo è breve, ma non è detto che sempre sia così. I lavori agricoli hanno sempre ritmi variabili e irregolari. Se c’è da mettere al riparo il fieno o da vendemmiare e minaccia di piovere, la giornata di lavoro si allunga fino a quando non scompare la luce, ma ci sono periodi in cui si lavora poco e secondo orari del tutto personali, si possono fare lunghe pause, rallentare o accelerare i ritmi, fermarsi a chiacchierare, andare all’osteria, inframmezzare altre attività. Nella stagione fredda, quando i lavori della campagna erano ridotti, avveniva che li si sostituisse con lavori artigianali, in casa; anche questi discontinui quanto a tempo di svolgimento. Nell’artigianato era abituale che non si andasse in bottega il lunedì, si lavorasse poco il martedì e si aumentassero i ritmi e le ore di lavoro via via che passavano i giorni della settimana, fino a comprendere, all’ultimo, anche ore della notte.
    Leopardi ci rappresenta, nel Sabato del Villaggio, un falegname che “s’affretta, e s’adopra” ancora la notte che precede la festa, cioè che lavora a ritmi accelerati, perché deve consegnare il lavoro prima dell’alba. A Carrara, durante l’800 e il primo novecento, i cavatori facevano sistematicamente la “lunidiana”, cioè si assentavano, nonostante le proteste e le rappresaglie dei loro padroni, dal lavoro il lunedì e ancora oggi, barbieri e calzolai non aprono bottega in questo giorno, anche se ormai, questa chiusura è diventata, con la settimana corta, il corrispettivo del sabato non lavorativo della maggioranza dei lavoratori.

    Il tempo preindustriale dipendeva, perciò, dalla stagione e dal tipo di lavoro che veniva svolto e, come scrive Edward P. Thompson, era misurato in base ai compiti che venivano svolti ed era “umanamente più soddisfacente del lavoro regolato dall’orologio”, non conosceva la separazione tra “lavoro e vita” e appariva poco produttivo e sperperato agli occhi degli imprenditori.


    I rom - parlo sempre e solo di quelli che conosco io - che siano ancora nomadi, seminomadi o stanzializzati, indubbiamente fanno un uso e hanno una concezione del tempo che può richiamare il tempo preindustriale, anche se non penso si possa dire che vivano e sentano come nel ‘700. Perché non seguono affatto i ritmi della natura come i contadini (non c’è niente di meno distante dalla natura, dei rom) o gli indigeni raccoglitori di una foresta equatoriale o i nomadi di una steppa, ma sono insediati e si muovono nelle vicinanze o dentro le aree urbane contemporanee e vivono solo grazie agli scambi con queste e fanno uso sistematico, nella loro vita quotidiana, di tecnologie avanzate per muoversi, lavorare, abitare e comunicare tra di loro, dalle auto, alle roulotte, ai camper, ai furgoni, ai treni, ai telefonini, alle tv, ecc. (quarant’anni fa le tecnologie erano meno evolute di oggi, ad esempio non c’erano i cellulari, ma i rom facevano già un uso molto intenso dei telefoni pubblici per restare in contatto tra di loro). In altre parole, è la società industriale o post-industriale il loro ecosistema.

    Sono perciò pienamente inseriti nel tempo presente, anche se ne restano volutamente ai margini e lo utilizzano, riadattandolo alla loro cultura e mentalità, come del resto fanno tutte le minoranza o i


    gruppi marginali che intendano conservare la loro identità di gruppo e le loro chances di sopravvivenza. Non possono rimanere estranei alle culture della società dominante, ma per salvaguardare la loro identità e diversità, base delle loro possibilità di inserimento, lavoro, vita materiale, devono anche rimaneggiarle, alterarle e assimilarle all’interno della propria e a modo proprio: è quanto hanno fatto e fanno del resto tutti i popoli, a cominciare dagli ebrei della diaspora e dai greci fino a tutti i popoli colonizzati. Per cui, se è vero che sembrano esserci molte analogie tra il tempo lento, flessibile, non ridotto a denaro, delle società preindustriali del ‘700 e quello dei rom, bisogna però tener conto che loro vivono in una società pienamente industriale e postindustriale e non ne ignorano o respingono affatto le conquiste. E anche se svolgono lavori che non hanno niente a che fare con le catene produttive delle industrie e neanche con le botteghe artigiane contemporanee, non vivono fuori da questo tempo, non sono degli Amish del Vecchio Ordine (lo dico con rispetto) che abbiano fermato il loro tempo al ‘700-’800 per rifiutare la modernità. I rom non rifiutano la modernità, la usano, a modo loro.

    Perchè appartengono ai cosiddetti peripatetic group, cioè a quei gruppi, non necessariamente rom o sinti, che esistono in ogni tempo e all’interno di ogni società che si accollano il ruolo economico-


    produttivo di svolgere mansioni, lavori e attività marginali, variabili a seconda dei tempi, di cui una comunità stanziale ha bisogno solo ciclicamente, per brevi periodi o in situazioni particolari di sviluppo.
    Sono cioè quelle attività economiche di nicchia, che, per una società stanziale, risultano diseconomiche e non permetterebbero a un suo membro di sopravvivere. Per questo vengono lasciate a “stranieri”, nomadi, marginali, fuori casta, ecc., che, periodicamente, si ripresentano in una determinata zona, offrendo i loro servizi per il tempo necessario a soddisfare le richieste.

    Gli esempi sono ricavabìli dalla storia dei rom, anche se valgono per qualsiasi peripatetic group e se oggi proprio i rom hanno abbandonato molti dei loro lavori considerati “tradizionali”, fino a poco tempo fa e si sono inventati nuovi mestieri “tradizionali”, individuando nuove nicchie economiche marginali che non occupate da stanziali.


    Musica e giochi circensi per le feste patronali dei paesi, produzione, stagnatura e riparazione di paioli di rame, ferratura e allevamento di cavalli, produzione di cesti e oggetti di legno per la cucina, vendita al minuto di cianfrusaglie e mercerie necessarie, ma di difficile reperimento in un paese senza negozi, arrotatura di coltelli e lame, e oggi, vendita di fiori ai ristoranti nella stagione turistica, raccolta di ferrivecchi ecc., non sono attività lavorative che si possano svolgere restando fermi in un luogo e indefinitamente, ma richiedono soste più o meno brevi e molta mobilità. Quando alcune attività marginali diventano appetibili per gli stanziali (vedi i lunapark, oggi in gran parte in mano a imprenditori gagè, dati gli alti costi degli investimenti necessari per le attrezzature), i rom si ritirano dal settore e vanno in cerca di altre attività. Non è vero perciò che i rom siano stati costretti dalle leggi di ieri e di oggi a diventare e restare nomadi (semmai è vero il contrario, anche se ci sono vittimisti rom che lo sostengono, per poter rivendicare diritti e finanziamenti pubblici, che è un modo ulteriore e nuovo di invenzione di un mestiere e di una nuova nicchia economica marginale); è la loro collocazione e il ruolo marginale che occupano nei processi economico-produttivi e dei servizi della nostra società che li ha resi nomadi. E anche se oggi, la diffusione dell’automobile, dei furgoni e dei camion, di cui i rom fanno larghissimo uso, rende queste attività di servizio meno dipendenti o del tutto sganciate dal nomadismo, l’appartenenza alle culture e alle mentalità dei peripatetic group è ancora forte ed evidente.

    Si deve però pensare che si siano messi in moto, almeno per quanto riguarda i rom ( di altri gruppi non posso dire), processi non solo economici e tecnologici, ma sociali, culturali, istituzionali che spingono verso la sedentarizzazione; si tratta di espliciti processi di “inserimento-assimilazione”. Non è detto che la pressione della società stanziale, sempre fortissima in ogni tempo, non possa alla fine prevalere con le sue leggi regionali, l’assistenza sociale, la scuola pubblica, l’assistenza sanitaria, la televisione, l’inserimento nelle case popolari, la polverizzazione delle famiglie, e cancellare definitivamente questa cultura. Non sarebbe il primo caso di culture, anche molto importanti e diffuse a cui è capitata questa sorte.


    A priori la nostra società dominante sa già, ha già deciso (con le leggi reginali, nazionali e europee e, soprattutto con i progetti di istituzioni, associazioni, volontariato e fondazioni varie), come debbono cambiare i rom e cosa debbano diventare, quando invece il punto di arrivo dell’integrazione, che va vista come forma di innesto, è un frutto assolutamente nuovo, imprevedibile e sempre in divenire, ma per avvicinarlo occorrono rispetto (specie dei tempi), conoscenze e pazienza.

    UNA “GIORNATA TIPICA” DI ROM E SINTI

    Proviamo a osservare le caratteristiche del tempo e del suo uso da parte di un gruppo di rom, che vivono ai margini della società industriale e svolgono/offrono servizi di nicchia. La giornata dei rom è divisa nettamente in due parti, al mattino si va a lavorare fuori dal campo, spesso prendendo il treno o l’autobus per cambiare ogni giorno zona e si chiede l’elemosina, si legge la mano, si fa il giro dei “benefattori”. Questo per quanto riguarda le attività riservate alle donne e ai bambini. Gli uomini, che hanno perso la possibilità di svolgere molti dei lavori artigianali a cui si dedicavano, perché non sono più richiesti (chi fa stagnare più un paiolo?) raccolgono ferro, lavorano presso qualche sfasciacarrozze, si adattano a lavori saltuari, cercano di barattare qualche oggetto di rame con rottami metallici, frequentano discariche per recuperare qualcosa di utile per la famiglia o da vendere.

    La seconda parte della giornata inizia normalmente dopo le due di pomeriggio, quando quanti sono andati fuori dal campo iniziano a tornare. Ma il ritorno non è contemporaneo per tutti i membri della famiglia e del gruppo, ma dipende da dove si è andati a chiedere l’elemosina, dai trasporti pubblici, dalla stagione, dal tempo atmosferico (se è freddo si torna prima, se piove si sta a casa), dal lavoro con i gagé che si è accettato.


    Questo, pomeridiano, è il tempo proprio dei rom, non "gagizzato", della famiglia, del gruppo e del campo, è il tempo della convivialità, dai ritmi molto lenti, non utilitaristici, non soggetti alle regole del profitto. Nella vita quotidiana al campo, ha larga parte, qualsiasi sia la stagione, lo stare seduti tutti assieme intorno al fuoco (oggi che alle roulotte si sono venute sostituendo baracche, precarie costruzioni in muratura o container, è più facile che ci si raccolga al loro interno, intorno a stufe autoprodotte e alimentate con la legna recuperata dagli uomini in discarica e presso qualche azienda, (le traverse delle ferrovie, i pallet, i bancali per il marmo), con la famiglia, i parenti, gli amici,mentre le donne cucinano, a parlare di tutto e di niente, a scambiarsi notizie, a meditare a voce alta, a raccontare storie e esperienze di vita, ricordi, a socializzare e commentare i grandi avvenimenti della cronaca politica o le curiosità, a contemplare, a rinsaldare rapporti personali. E’ questo il momento in cui le giovani generazioni vengono educate, il momento della trasmissione dei saperi della comunità, la vera scuola dei rom.
    Perché tutti, indistintamente, uomini e donne, bambini e giovani, possono entrare e uscire liberamente dal cerchio intorno al fuoco, ascoltare e intervenire, imparare, insegnare. In questo modo si ripetono, garantiscono e rafforzano i valori, i principi morali, le esperienze, i modelli di comportamento della comunità e le nuove generazioni li apprendono attraverso questo scuola che non ha un tempo separato e diverso da quello della vita e della famiglia, come avviene invece per la scuola dei gagé. L’ozio, per il rom, non è il padre dei vizi, ma della conoscenza, della convivialità, dell’intessersi delle relazioni sociali, dei progetti di lavoro comune, del reciproco arricchimento culturale e sociale, delle novità e del rinnovamento.

    TEMPO PER IL CAMBIAMENTO E LA SOLIDARIETÀ

    La cultura dei rom è la cultura del cambiamento e non della tradizione statica; se c’è una tradizione a cui si resta fedeli è quella del continuo rinnovamento, della continua acquisizione di nuovi elementi culturali e materiali dal mondo dei gagé che viene via via attraversato. Anche se si tratta di elementi assunti sempre in modo proprio, deformandoli, selezionandoli, mescolandoli secondo le necessità, combinandoli con altri precedentemente accolti, in modo da marcare la coscienza della propria diversità e della continuità nel perpetuo cambiamento. Come un popolo “raccoglitore”, i rom tendono ad appropriarsi di quanto l’ambiente esterno offre per la loro sopravvivenza; non solo quindi dei prodotti materiali e della terra, ma anche di quelli tecnici e culturali; di qui la loro capacità e abitudine di rinnovare mestieri e lingua, religione e costumi, tradizioni. Ma tutto questo può avvenire perché il loro tempo ha questa dimensione conviviale e diversa da quello dei gagé. Questo è il vero tempo dei rom.

    Lo stesso lavoro artigianale che si svolge sul luogo di sosta o nel campo (battere il rame, ad esempio, confezionare i fiori da vendere la sera, ecc.) ha questa dimensione colloquiale, di scambio di relazione. Viene fatto in mezzo ai bambini e ai ragazzi, che lo interrompono continuamente, ma anche lo imparano, osservando e imitando. Amici e parenti si fermano a conversare, con chi lavora, danno consigli, bevono un caffè, discutono, trattano affari. Il lavoro ha lo scopo di produrre la sicurezza della sopravvivenza col minimo dispendio di energie, anche se tutto questo può apparire agli occhi di un sedentario poco produttivo e tempo sottoutilizzato. E’ questa dimensione conviviale dell’esistenza familiare e di gruppo e quindi dell’uso del tempo che ha reso fino ad oggi difficile per un rom assoggettarsi ai tempi e ai modi rigidi della produzione di una società industriale e di interiorizzarli.



    Sono i tempi ampi, soggettivi ed emotivi, della solidarietà, valore fondante per chi vive per la strada o nella marginalità, che lo impediscono. Quando, ad esempio, c’è un familiare che si ammala ed è in pericolo di vita, doveroso è un andare a sostenerlo, a fermarsi presso di lui, fino alla guarigione, per circondarlo fisicamente, in modo da rafforzarne “magicamente” la sua resistenza al male. Questo uso del tempo, non compatibile con un lavoro di fabbrica o alle dipendenze di qualcuno, vale però, anche per molte altre scadenze e ricorrenze dei rom, quelle riguardanti i passaggi importanti della vita di ciascuno e di quella collettiva, la nascita, la morte, il matrimonio, le feste, le carcerazioni. I tempi dei gagé, che sono quelli della produttività, dell’efficienza, del profitto e dell’accumulo, del successo, della carriera, si scontrano inevitabilmente con quelli esistenziali, simpatetici, conviviali e solidaristici dei rom. Ma se i rom sono sopravvissuti come culture e gruppi autonomi lo devono proprio anche al fatto di non aver rinunciato ai loro tempi, che ne hanno impedito la scomparsa per assimilazione da parte della società circostante, incommensurabilmente più forte e pervasiva. A un osservatore esterno, un gagiò che abbia interiorizzato il tempo efficientista e quantitativo delle rivoluzioni industriali e della postmodernità, i tempi dei rom (come del resto, la morale, i costumi, le abitudini, le filosofie di vita, il senso dell’avere e del potere), dei rom appaiono, in genere, inaccettabili e da modificare.
    Può sembrare, a un’osservazione esterna - anche perché non mi sembra che la questione del tempo dei rom sia stata analizzata e studiata con l’ampiezza di quanto è avvenuto per altri gruppi umani -, che manchi loro il senso della profondità prospettica e storica del tempo. Non avendo l’abitudine di quantificarlo, di misurarlo e di datarlo con i nostri parametri, ma con altri metodi e strumenti concettuali ed emotivi, su cui appunto occorrerebbe fare chiarezza, mettendosi nei loro confronti in situazione di attenzione e ascolto, i loro concetti di lontano o vicino, di passato, di oggi e domani, ci appaiono indeterminati, relativi, anche intercambiabili: un avvenimento recente, può essere avvertito e detto come se fosse lontano, nel tempo, di anni, in base ai sentimenti e le emozioni del momento. Ad esempio: di una persona amica, la cui conoscenza risale a pochi anni o anche mesi prima, si dichiarerà che la si conosce da tempi immemorabili, magari da sempre, e se si tenta di quantificarli, vengono fuori cifre fantasiose e improbabili; ma non si tratta di una falsificazione e neanche di una enfatizzazione retorica, bensì di una convinzione profonda; l’amico vero è come se lo si conoscesse da sempre, perché, oggi, lo si avverte come presenza indispensabile e questa indispensabilità viene estesa a un arco di tempo lungo della propria vita, in modo da fornirne la prova e la conferma, è una quantificazione sulla base del principio della qualità e non del nostro tempo meccanico. La stessa idea di anno (o di mese e, a volte, di giorno della settimana), come unità di misura astratta e quantitativa del tempo, non ha molto senso presso i rom. Il loro è, da questo punto di vista, un tempo dettato da altre quantità e ragioni e misurato sulle emozioni e, direi, governato dal presente.

    E IL FUTURO?

    Se la ricostruzione e il senso del passato personale e familiare, ci sembrano caratterizzati dalla discontinuità e dalla soggettività, neanche il futuro appare quantificabile. Un impegno, un appuntamento per domani è solo una probabilità. Se alla richiesta da parte di qualcuno di fare con lui, subito, qualcosa di importante, si risponde - “ora non posso, ma domani sì” - non è detto affatto che questo domani venga ricordato e impegni. Possono passare giorni o anche che non se ne parli più. È il tempo presente che domina con la sua forza cogente, le sue necessità, ma anche con la sua emotività. Passato e futuro, sono entità astratte che, se non vengono misurate e quantificate, e i rom, in genere non lo fanno, diventano evanescenti, instabili e inservibili. In genere presso i popoli che non hanno interiorizzato il nostro modo di misurare e vivere il tempo, cioè che non hanno la nostra “cultura”, questa forme di discontinuità, di uso e di sentimento diverso del tempo, sono normali e diffuse, espressione non di mancanza, minorità o arretratezza come spesso si vuole pensare, ma di effettive diversità culturali e dei modi di vivere tempo e spazio, rispetto alle nostre. Nella raffinata architettura sociale del mondo dei rom, questo tempo li struttura, li definisce, li tiene uniti, dà loro identità, permette la pratica della solidarietà, e con tutto questo li distingue dai gagé. Indubbiamente questa sfasatura tra il nostro tempo e il loro produce difficoltà di rapporto, pregiudi e incomprensioni che vanno tutti a danno della parte più debole, a cominciare dal lavoro: gli “zingari” appaiono essere dei fannulloni, senza voglia di lavorare. Lavorano invece, ma secondo i loro tempi conviviali e solidaristici, non secondo il nostro principio che il tempo è denaro.

    SENSO DELLA STORIA

    Ai rom “manca” - si dice - anche il senso della storia, sono un popolo senza storia e senza memoria del proprio passato. Anche questo può apparire strano ed essere spiegato, pregiudizialmente, con il loro analfabetismo, ma sarebbe un grave errore farlo, perchè anche la mancanza di storia e di memoria è il prodotto della cultura dei rom, un tassello indispensabile della loro costruzione sociale.
    Non vogliono e non devono ricordare. E’ per garantire la loro sopravvivenza sociale e culturale che hanno bisogno di non conservare la memoria del passato o di conservarla in forme, mitiche, leggendarie, indeterminate e generiche. Perché una società che vive nella precarietà come la loro, minoranza debole e indifesa, in territorio, quello dei gagé, ostile, pieno di pregiudizi, non ha che un’arma di difesa, quella della solidarietà e dell’egemonia interne. Ma non c’è un’istituzione dei rom che le proclami, le teorizzi e promuova. Per mantenerle senza dotarsi di un’organizzazione qualsiasi - un re (i re e le regine dei rom non esistono, sono una proiezione dei gagè, anche se i rom riescono a sfruttarla a loro vantaggio, quando occorra), un presidente, un parlamento, un’istituzione stabile, diventa perciò necessario garantire la permanenza della sostanziale eguaglianza di tutti. Come in tutti u gruppi umani, però avviene che ci, sia quello più bravo, quello più capace, quello scaltro, quello più abile negli affari o nel parlare, quello che fa soldi e quello che diventa autorevole perché ha più saggezza equilibrio da farlo ricercare nei momenti di crisi interne.
    Gli equilibri difficili dell’eguaglianza vengono continuamente messi in difficoltà dall’emergere di qualcuno. Ma - e qui sta l’estrema raffinatezza di questa struttura sociale “egualitaria” (anche se non certo tra uomini e donne) - se è inevitabile e perfino utile alle società rom che emergano persone abili, che in determinate situazioni facciano da guida agli altri, non è bene che questa diventi una situazione permanente e che si stabiliscano dei capi istituzionalizzati. Una famiglia, grazie a un suo membro più capace, può quindi acquistare prestigio, autorevolezza, potere e ricchezza, ma i rom per evitare che si possano stabilire gerarchie al loro interno, hanno elaborato la norma che dei morti Anon si deve parlare e che i loro averi devono essere bruciati o comunque accantonati e non utilizzati.

    Se dei morti non si può più parlare, si inizia a perderne la memoria immediatamente dopo la morte e questo vale anche e soprattutto per chi è stato autorevole e ha avuto prestigio e potere nel suo gruppo. Neanche la sua memoria può essere lasciata in eredità alla famiglia che non avrà più modo di vantarsene e di sfruttarla per garantirsi eventuali posizioni di privilegio. Se poi, come avveniva (oggi un po’ meno, segno che anche i rom qualche cedimento alla nostra cultura lo stanno facendo), anche i suoi beni, la sua roulotte, il suo denaro, i suoi oggetti venivano dati alle fiamme, alla famiglia, ricca e autorevole fino a quel momento, non restava niente, diventava l’ultima del gruppo a cui gli altri membri dovevano però offrire solidarietà concreta e quindi anche i mezzi minimi per riorganizzarsi e riprendere la vita quotidiana. Si tratta di una specie di giubileo alla rovescia rispetto a quello ebraico, ma non meno importante nella vita di questi uomini e donne. Liberazione e restituzione per Israele, mentre i rom azzerano proprietà, memoria e storia per preservare l’unità e l’eguaglianza al loro interno, una forma altra di giustizia, perché ricchezza e prestigio sono potere che mette in pericolo l’unità. Contemporaneamente però, devono praticare in modo concreto e immediato, nei confronti dei familiari del defunto, la solidarietà che è uno dei loro valori fondanti per cui è necessaria questa distruzione di memoria e beni.

    Concludo con la citazione di uno scritto di Raimon Panikkar: “Se vogliamo entrare in un mondo di diverse culture dobbiamo accettare che le altre culture vivano in un altro modo, vedano la realtà in un’altra forma e abbiano criteri e di bellezza e di verità e di bontà e del mondo possibilmente diversi dai nostri”1.

    Marcello Palagi



    - 1 Citazione tratta dall’articolo di padre Agostino Rota Martire Signore liberaci dai progetti, su “Mosaico di pace”.




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