Il testo delle Beatitudini, uno dei più conosciuti del Vangelo, a una prima lettura risulta una pagina anche molto semplice, perché dice cose fondamentali ed elementari della nostra vita: parla della povertà, del dolore



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22.12.2017
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Le Beatitudini (Mt 5,1-12)
Il testo delle Beatitudini, uno dei più conosciuti del Vangelo, a una prima lettura risulta una pagina semplice, perché dice cose fondamentali ed elementari della nostra vita: parla della povertà, del dolore, dei comuni apporti che intratteniamo con gli altri, delle fatiche e delle contrarietà di cui è tessuta l’esistenza di ciascuno. Tuttavia, a ogni lettura, questo testo rivela profondità sempre nuove, così che risulta in realtà uno dei più difficili, anche perché si avverte la qualità radicale di queste parole e la difficoltà a comprenderle davvero e a viverle.

Il Sal 24 dice così: «Chi potrà salire al monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli».

Il brano del vangelo si apre con queste parole: «vedendo le folle, Gesù salì sul monte…».

Chi può salire davvero sul monte del Signore con mani innocenti e cuore puro, libero da ogni idolatria è il Signore Gesù. Egli è davvero il giusto che può stare sul monte del Signore, nel suo luogo santo.

Ma poi il racconto di Matteo prosegue e dice: «gli si avvicinarono i suoi discepoli…». Anche noi suoi discepoli possiamo avvicinaci a lui, possiamo salire con lui e sedere sul monte. Nel Signore Gesù ci è data questa possibilità, nonostante le nostre mani non siano sempre innocenti e il nostro core non sempre puro.

L’inizio del discorso (vv. 1-2) è solenne. Matteo elenca una serie di azioni successive di Gesù: vede le folle, sale sulla montagna, si mette a sedere, apre la bocca, insegna e dice.

Se si considera il v. 1 isolatamente, si potrebbe pensare che Gesù, vedendo le folle, salì sulla montagna per allontanarsi da esse e rivolgere il suo insegnamento solo ai discepoli. La conclusione del Discorso della Montagna «quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento» (7,28), però, orienta in una diversa direzione; la reazione delle folle dimostra che esse hanno sentito Gesù e che dunque tutto il discorso è indirizzato non solo ai discepoli, ma a tutto il popolo e il suo contenuto, perciò, è valido per tutti. Salire sulla montagna ha la funzione di permettere a Gesù di rivolgersi a un uditorio ampio e anche di fare memoria della salita di Mosè sul Sinai per ricevere la legge.

I destinatari sono, infatti, i discepoli e le accorse anche da luoghi lontani, periferici, non ortodossi (Mt 4,23-25); su questa gente si posa lo sguardo di Gesù e ad essa egli rivolge queste parole che introducono il Discorso della Montagna.

Quando si sale su un monte, il panorama si apre. Dall’alto, lo sguardo può spingersi più lontano. È come se Gesù, portando con sé i discepoli su questo monte, li invitasse ad ampliare il loro modo di vedere, ad acuire la loro vista, per diventare capaci di scorgere i segni della beatitudine del regno ovunque, non solo in mezzo a loro, che sono così prossimi a Gesù e lo stanno seguendo da vicino, ma anche in quelle folle in mezzo alle quali sono nascosti tanti poveri, afflitti, miti, bisognosi di giustizia, capaci di misericordia, gente dal cuore semplice e puro, costruttori di pace, oppressi e perseguitati.

Ciò è tanto più significativo se si ricorda che il Discorso della Montagna è la prima grande azione pubblica di Gesù, il suo primo e anche più lungo discorso, il fondamento della sua opera. Si apre con la proclamazione di otto beatitudini paradossali e ha al centro il Padrenostro, come se tutte le richieste del discorso fossero raggruppate attorno a questa preghiera centrale e avessero come orizzonte interpretativo il paradosso di una felicità sorprendente.

Il testo che leggiamo potrebbe essere inteso come l’introduzione alla legge del Regno.

Gesù, dunque, come il vero Maestro, punto di riferimento autorevole per la comunità radunata intorno a lui apre la sua bocca e rivela al popolo in ascolto il volto del Padre.

Le beatitudini sono otto formulate alla terza persona plurale (vv. 3-10) più una (vv. 11-12) alla seconda plurale per indicare che esse non sono un discorso teorico, ma sono subito applicate alla realtà degli ascoltatori. Il numero otto esprime la pienezza: otto proclamazioni dell’essere felici per parlare di un essere totalmente felici.

Ogni beatitudine si compone di tre parti: la prima è la proclamazione dell’essere felici («beati»); questo annuncio è adesso l’atteggiamento o la situazione che caratterizza gli uomini ai quali si riferisce la proclamazione, vale a dire i poveri in spirito, gli afflitti…. (II parte); infine la terza parte è la descrizione di ciò che adesso (v. 3b.10b) vale per loro o che li aspetta in futuro (vv. 4b-9b), cioè delle varie modalità con cui coloro che sono detti beati sono raggiunti dall’azione di Dio. La proclamazione esprime la conseguenza, la situazione la condizione e l’azione di Dio la causa. Questo vuol dire che la causa della felicità non sono gli atteggiamenti o le situazioni umane, ma l’essere raggiunti dall’azione di Dio. Adesso sono felici quegli uomini che si trovano in una determinata situazione presente perché saranno raggiunti da un’azione di Dio il quale colmerà la mancanza che essi avvertono.

La parte dominante del messaggio è la terza, in cui si mostra l’opera di Dio che dà ragione della beatitudine. Gesù, infatti, annuncia che l’intervento decisivo di Dio dona il fondamento alla felicità e offre all’uomo la possibilità di abbandonarsi interamente alla sua azione. Questa è la buona notizia: il Signore Dio è totalmente dalla parte dell’uomo che può finalmente rallegrarsi. La proclamazione dei beati, dunque, indica una conseguenza, cioè il risultato dell'intervento divino, non dello sforzo umano. Infine, l’elemento centrale di ogni formula designa di volta in volta atteggiamenti o situazioni che, paradossalmente, non sono ostacoli ma condizioni per raggiungere il risultato.

Le beatitudini non sono perciò obbligazioni, né esortazioni e neppure promesse, ma sono constatazioni piene di gioia, sono annunci di felicità. L’aggettivo «beato» indica colui che è riuscito nella vita, il suo successo consiste nel saper cogliere il vero senso delle cose e della vita.

«Beati» indica perciò la gioia singolare che scaturisce per l’uomo dalla partecipazione alla salvezza del «Regno di Dio». Questa locuzione è un modo per parlare della paternità di Dio; essa esprime una realtà personale, il rapporto personale di Dio che (ri-)diventa Signore nei confronti dell’uomo divenuto schiavo di molteplici e varie forze.

Le beatitudini perciò sono buona notizia perché annunciano la gioia più grande, sicura e reale, in quanto è fondata nell’atteggiamento e nell’azione di Dio; annunciano la pienezza e la completezza della gioia. Non sono perciò un programma di ciò che gli uomini devono fare, ma di quello che Dio farà in alcune condizioni.

Un fraintendimento diffuso porta a leggere in chiave morale questi proclami, come se indicassero un dover essere. In alcuni casi l’impostazione può funzionare, portando a dire: «Siate miti, siate misericordiosi, siate pacifici». Ma in altri casi non funziona affatto, poiché sarebbe assurdo far dire a Gesù: «siate afflitti, siate perseguitati». Invece, l’interpretazione corretta è piuttosto kerygmatica: Gesù annuncia innanzitutto ciò che Dio fa e quindi si congratula con i destinatari, rivelando loro che possono vivere quegli atteggiamenti fondamentali in forza dell’opera divina.

L’azione di Dio sarà efficace per l’uomo che vive in una certa situazione, essa viene a liberare e a colmare chi manca di qualcosa, o anche di tutto. Questo non significa che tale condizione non vada migliorata, cioè che non siano necessari interventi concreti di aiuto, ma che è rivolto un invito a vivere in dialogo con Dio, come se si proclamasse a tutti coloro che vivono nelle condizioni di povertà, sofferenza e fatica : «Dio sta con voi e colma tutto ciò che vi manca».

Riprendendo in maniera più analitica le otto beatitudini, esse possono essere rilette appunto in questa prospettiva, con l’attenzione a non considerarle una per una come se ciascuna designasse una categoria singola di persone, perché, invece, vanno apprezzate nell’insieme, dal momento che designano, da punti di vista diversi, la medesima beatitudine e perché ciascuna è collegata, comprende, deriva, fonda l’altra.

Beati i poveri in spirito perché di essi è il regno dei cieli

La serie è aperta da una prima motivazione fondamentale, che coincide con l’appartenenza al regno dei cieli, una circonlocuzione che serve a dire che Dio è re. Dal momento che «re» è un termine di relazione, si sottolinea che Dio è re di qualcuno.

Povertà in spirito è quella di chi riconosce come la propria vita manchi di quello che pure sarebbe indispensabile per vivere.

Coloro che sono poveri di spirito, cioè che conoscono e riconoscono la loro povertà e dipendenza dai doni altrui, non sono obbligati a nascondere la loro povertà, né se ne devono vergognare, possono invece esserne consapevoli e sopportarla perché Dio sta con loro, completamente dalla loro parte.



Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati

La seconda beatitudine riguarda gli afflitti. In base all’uso biblico del verbo, la formula evangelica non parla di qualsiasi sofferenza, ma allude ad un’intensa partecipazione al dolore altri: il lutto per la morte di qualcuno infatti presuppone un rapporto personale, così come è forma di amore la partecipazione alle sofferenze degli altri. In modo analogo, il dolore per i peccati, propri o altrui, presuppone un rapporto personale con Dio. Ne risulta che chi ama è più vulnerabile.

L’annuncio della divina consolazione quindi riguarda coloro che accettano legami profondi con gli uomini e con Dio.

Dunque, coloro che soffrono, possono accogliere la sofferenza e lasciarsene raggiungere, vivendola come una forma di amore, come espressione di un’intima capacità di comunione con tutti quelli che sono nel dolore. Non c’è dunque da temere di essere o di apparire deboli, di confessare il proprio male, e neppure di lamentarsi, perché Dio consolerà, senza bisogno di cercare altrove la consolazione: Egli è con chi piange.



Beati i miti, perché avranno in eredità la terra

La terza beatitudine riprende la formula di un salmo sapienziale: «i miti erediteranno la terra» (Sal 36,1). In questa riflessione sulla sorte dei malvagi e dei giusti viene affermato che mite è colui che non fa qualcosa contro i malvagi, non si lascia trascinare dall’emozione di avversione, non risponde al male con il male. In forma positiva mite è colui che si orienta fortemente verso Dio e spera nel Signore (cf Sal 36,9b).

Dall’uso biblico si ricava che la mitezza è anzitutto virtù di relazione, capace di evitare i contrasti; è dominio sulle proprie emozioni e desideri, per realizzare un pieno rispetto della personalità altri. I miti pertanto sono coloro che hanno buone relazioni con sé, con Dio, con il prossimo.

Coloro che sono miti non hanno la necessità di affermarsi con violenza, lasciandosi trascinare dall’ira e dall’invidia di fronte ai violenti e a chi, con la violenza, ottiene successo. La mitezza non garantisce il successo degli uomini, ma Dio realizzerà i desideri e le attese dei miti nella forma di un’eredità, di qualcosa cioè che il padre lascia in dono al figlio.



Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati

Come al centro del Padre nostro c’è la richiesta del pane, così la beatitudine centrale parla di fame e di sete, mentre promette il nutrimento.

Unendo insieme due verbi, Matteo allude a fame e sete come desiderio elementare e bisogno naturale che afferra e penetra la totalità dell'uomo. L’oggetto desiderato nella prospettiva di Matteo è la volontà divina, cioè la realizzazione del progetto divino rivelato in Gesù.

Coloro che hanno fame e sete di giustizia, che nutrono il profondo desiderio di ciò che fa vivere, incontreranno Dio che farà piena giustizia, proprio continuando ad orientare la loro aspirazione ardente verso la giustizia, senza stancarsi e senza perdere i loro sogni, nonostante le forze che opprimono e che disilludono.



Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia

Dopo la giustizia, la misericordia. Perché l’impegno per la giustizia non porti orgoglio, la sottolineatura della misericordia richiama il tema iniziale della povertà, orientando l’attenzione alla debolezza degli altri.

Come sempre la causa è indicata nell’opera di Dio; in questo caso, però, la traduzione deve recuperare la forma passiva dell’originale greco: «saranno trattati con misericordia». Il significato del termine è quello della comprensione per le sofferenze altri. La misericordia, dunque, designa il comportamento di chi aiuta il bisognoso.

Coloro che sono misericordiosi, che hanno debitori, che si lasciano toccare dalle situazioni di debolezza, di inferiorità, di necessità del prossimo, che non chiudono gli occhi, non induriscono il cuore davanti al fratello abbandonato potranno sempre contare sull’aiuto di cui hanno bisogno, perché Dio pensa e provvede a tutti coloro che non si stancano di perdonare e non sono creditori interessati.



Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio

Coloro che sono puri di cuore, che non hanno cioè pensieri doppi, secondi fini, che sono senza privi della furbizia del mondo, già ora sono aperti a Dio e già ora sperimentano in lui il compimento dei loro desideri e la semplicità di intenzione e di cuore farà loro vedere Dio.



Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio

Al settimo posto Matteo pone l’impegno per la pace: non si tratta di persone pacifiche, in quanto calme e tranquille, ma di pacificatori, cioè persone impegnate a fare la pace.

Coloro che sono operatori di pace, riceveranno il nome di figli di Dio:questa è l’identità vera di coloro che continuano instancabilmente a impegnarsi per la pace, senza vendicarsi e senza paura di perderci.

Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli

Questa beatitudine si distingue dalle precedenti perché non presenta più un atteggiamento, ma evidenzia le conseguenze e comporta un patire. Alla fine il paradosso diventa ancora più esplicito, legando la felicità alla persecuzione. Di questa persecuzione viene presentata la causa, che è la giustizia, cioè la stretta relazione con Gesù Cristo e con la sua parola.

La promessa che chiude è uguale a quella che apre la serie.

Coloro che sono rifiutati dagli uomini a causa della giustizia, possono accogliere il rifiuto degli uomini anche fino alla morte, la loro dolorosa emarginazione non può essere causa di disperazione, perché Dio stesso è la loro eredità.

Le beatitudini forse più di altre pagine manifestano il paradosso. I poveri sono i proprietari del bene più grande, chi piange ha gioia, chi rinuncia anche a esercitare il proprio diritto ha la terra. Esse inoltre invitano a una straordinaria autenticità, a essere fino in fondo ciò che si è davanti a Dio a se stessi e agli altri, a rifuggire dai compromessi, a guardarsi per ciò che si è ma nel modo in cui ci guarda Dio. Vivere le beatitudini vuol dire vuol dire vivere davanti a Dio sapendo che Lui è paradosso mai afferrato, che Lui ci conosce, ci custodisce. Vuol dire cercare Dio perché è Dio e non per le consolazioni che ci può dare. È stare di fronte a Dio così come Lui decide di mostrarsi, perché è fare la sua volontà così come essa si manifesta nella sua parola. Vuol dire essere uomini e donne di una sola gioia, come Giovanni Battista

La pagina delle Beatitudini può essere letta perciò anche come una presentazione del discepolo di Gesù. Essa, infatti, disegna il ritratto di colui che, essendosi riempito di Dio nella fede, vive ritmi di vita nuova nei confronti dei fratelli. Il fondamento di questa possibilità non è un discorso astratto o una teoria, ma è il Signore Gesù, è il modo in cui Egli ha trattato i poveri, i sofferenti e gli oppressi, è il modo in cui lui stesso ha praticato la povertà, l’umiltà, la mitezza.

Negli atteggiamenti proclamati, quindi, si manifesta innanzitutto la figura di Gesù, non solo perché è Lui il vero povero in spirito, l’afflitto, il mite, l’affamato e assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace e il perseguitato per la giustizia, ma soprattutto perché le beatitudini presuppongono l’annuncio di Gesù che si fa presente e sollecita un cambiamento. Di conseguenza, le Beatitudini indicano pure quale sia la vera immagine di chi è suo discepolo: in esse Gesù descrive di quale comportamento diventa capace l’uomo che ripone la sua fiducia in Dio e orienta i suoi desideri a Lui.

Si tratta infatti di continuare l’annuncio del Maestro che, indirizzandosi ai poveri, agli afflitti, ai perseguitati, a tutti coloro che si trovavano in condizione di oppressione, li riconosceva «beati» in quanto raggiunti dalla benevolenza del Padre. Perché l’annuncio sia autentico e testimoni la verità della parola del Signore e perché i poveri possano riconoscere la benevolenza di Dio, è necessaria la presenza di persone che concretamente, sfamano, consolano, accolgono, perdonano, soccorrono quanti soffrono violenza, ingiustizia, oppressione.

Il testo di Matteo, dunque, non invita soltanto a rivolgere un’attenzione concreta alle situazioni di sofferenza e di povertà immediate e materiali. Le Beatitudini sono manifestazione tangibile del Regno di Dio, cioè di quel principio che opera dentro il cuore dell’uomo conducendo a una conversione, a un cammino spirituale, e a una libertà che si lascia plasmare da desideri e tensioni nuove; esse perciò delineano i concreti dinamismi spirituali e le tappe della conversione del discepolo. La vicinanza del Regno promuove un cambiamento di vita e l’assunzione di nuovi orientamenti del cuore.

Questo significa che assumere attivamente le Beatitudini non può essere ridotto a fare semplicemente delle cose o ad attuare dei progetti, anche se necessari e buoni. C’è infatti un’altra dimensione che è il più essenziale e che riguarda l’atteggiamento interiore dell’uomo. Non è sufficiente compiere gesti di solidarietà e di prossimità nei confronti dei poveri se lo spirito con cui si compiono è diverso da quello chiesto da Gesù. I gesti di bontà devono essere espressione dell’azione di Dio e questo può essere realizzato soltanto se l’atteggiamento del discepolo è quello interiore disegnato dalle Beatitudini.

Non si tratta di qualcosa di accessorio, ma di un aspetto determinante, poiché rappresenta la condizione per accogliere il regno e per rendere concreto l’annuncio del Signore, evitando ogni forma di sottile oppressione, di dipendenza, di malintesa solidarietà che possono accompagnare l’azione di servizio.

Questi sono gli atteggiamenti che da un lato rivelano il discepolo di Gesù e dall’altro danno ragione del segreto della gioia di chi segue il Signore. Egli è beato perché conosce il senso della sua esistenza, perché sa che la sua vita è custodita da Dio, alimentata da Lui, sostenuta dal suo amore.

L’azione di servizio è attestazione della benevolenza di Dio quando testimonia il senso dell’esistenza, quando custodisce la vita, l’alimenta, la sostiene con amore. Se è così, in tutte le situazioni è possibile aumentare la capacità di amare, diffondere la giustizia, comunicare la misericordia divina. Concretamente, tutto ciò significa assumere il Vangelo delle Beatitudini come punto di riferimento delle proprie scelte di vita e cogliere nella propria esperienza il valore della proposta gioiosa di Gesù, testimoniare l’autenticità delle speranze da lui suscitate e diffondere lo stile di’amore da lui introdotto. In tal modo la rivelazione di Dio compiuta in Gesù si dilata nel tempo, acquista forme adatte alle nuove esigenze e lo spirito delle beatitudini si traduce in concrete forme di esistenza».

Tutto ciò allora significa che quanto accade nella vita concreta, con i suoi momenti di felicità e con quelli di sofferenza, di dolore, di povertà, di faticosa relazione con gli altri, diventa lo spazio nel quale poter costruire concretamente la figura del discepolo beato che compie l’annuncio di Gesù.







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