Il testo e la tradizione. A proposito del testo informatico



Scaricare 257.11 Kb.
Pagina1/7
24.11.2017
Dimensione del file257.11 Kb.
  1   2   3   4   5   6   7


Raul Mordenti
Il testo e la tradizione. A proposito del testo informatico

Abstract
Il saggio (che assume non senza ironia la forma apodittica delle tesi progressivamente numerate e gerarchicamente suddivise) prende in esame il problema della natura del testo, un problema riproposto nella sua radice teorica dalla nuova testualità informatica.

L'analisi deve dunque partire dagli elementi (apparentemente) più semplici e costitutivi del testo (l'alfabeto) e soprattutto dalle caratteristiche semiotiche della scrittura/lettura, che fanno di ogni testo un testo ri-prodotto.

Si vuole negare, in sostanza, che i caratteri di fluidità e mobilità del testo (connessi come è noto alle modalità "propriamente informatiche" del testo, cioè all'ipertesto ed alla rete) siano tali da mettere in questione la possibilità di significare, come sostengono accreditate ed egemoni teorie critiche contemporanee (contro le quali già si espresse a suo tempo Cesare Segre, in nome della centralità della significazione inter-umana da lui sempre sostenuta).

Qui si sostiene che tali modalità fluide e mobili, segnano la fine non della testualità in quanto tale, ma solo della grande parentesi gutemberghiana, e rassomigliano semmai il testo informatico al testo antico, e al continuo farsi e rifarsi in ogni lettura/scrittura che lo caratterizzava (dall'oralità alla chirografia). Ma tale mobilità non mette affatto in questione la significazione, perché il testo sa "giocare" l'invarianza del contenuto a fronte del variare della forma e, di converso, si appella all'invarianza della sua forma materiale di fronte alla variabilità ermeneutica delle letture.

Si avanza in conclusione la tesi opposta a quella criticata, e cioè che il testo sappia significare proprio perché si muove storicamente (nella sua "tradizione") assieme agli uomini che lo producono e a cui è destinato, e che un testo effettivamente immobile sarebbe invece del tutto incapace di significare.






Raul Mordenti


IL TESTO E LA TRADIZIONE. A PROPOSITO DEL TESTO INFORMATICO




Alla cara memoria di Giuseppe Gigliozzi
"Tutto quello che noi diciamo che è nasce dal mutare luogo, dal movimento, dalla mescolanza reciproca: non parliamo in modo corretto, dal momento che niente mai è, ma tutto diviene…" (Platone, Teeteto, 152,d-e)
"And nothing is but what is not."

(Shakespeare, Macbeth, I, III, 142)





(0. Posizione del problema)


0.1. Il testo informatico è stato legato ad un'obiezione teorica radicale: esiste una linea interpretativa (di provenienza specialmente americana: cfr. Landow, 1988; ma se ne veda una rassegna ragionata in Orfei, 2002) che collega direttamente al testo informatizzato la teoria decostruzionista e la cosiddetta “semiosi illimitata” o “ermetica”; tale linea individua anzi una sorta di preistoria dell'ipertesto informatico che, prima ancora di essere reso praticamente possibile dalla tecnologia, era stato teoricamente vaticinato da studiosi come Derrida, Foucault, Barthes, tutti per vie diverse "precursori di un movimento capace di rompere con i canoni tradizionali della testualità, mettendo in discussione in particolare i concetti di autore, lettore e linearità" (Orfei, 2002, p. 159).


0.1.1. La critica più radicale alla metafisica occidentale, quella elaborata instancabilmente da Jacques Derrida, non per caso procede dalla messa in questione simultanea del soggetto e del linguaggio, l'uno e l'altro fondati surrettiziamente su una presupposizione metafisica.

Come è noto, Derrida riprende e sviluppa l'idea heideggeriana del linguaggio non più inteso come manifestazione trasparente di un'essenza semantica che viene presupposta come già posseduta dal soggetto; giacché il linguaggio è un dire originario (anzi: un Dire/Mostrare, due verbi assonanti in tedesco: Sagen/Zeigen), che precede ogni nostro dire e che è sempre una “parola già detta” (“In ciò che è stato detto il parlare resta custodito”: Heidegger, 1973, p.30).

Il linguaggio così inteso non può dunque in alcun modo essere considerato come uno strumento a disposizione del soggetto che parla, anzi è il linguaggio che ci parla, parla noi e attraverso noi, nel senso che con le sue stesse strutture il linguaggio delimita il campo delle nostra esperienza del mondo, e la determina, dato che “Solo nel linguaggio le cose ci possono apparire, e solo nel modo in cui esso le lascia apparire” (Vattimo, 1982, p. 121).

Ma Derrida si domanda: dove il linguaggio si fa parola? come ci appare il linguaggio in quanto linguaggio? in cosa consiste l'esperienza che abbiamo di esso? E la risposta è: nella scrittura, nel gramma, nella traccia. “Se 'scrittura' significa iscrizione ed innanzitutto istituzione durevole di un segno (e questo è il solo nucleo irriducibile del concetto di scrittura), la scrittura in generale ricopre tutto il campo dei segni linguistici”. È appunto l'istituzione durevole del segno, di una “marcatura” e della differenza che le è connessa, ciò che costituisce il segno, e senza di essa il linguaggio sarebbe ineffabile, cioè non esperibile. “In tale senso esperire è scrivere” (Petrosino, 1989, p. 24). Per questo la scrittura non è segno di qualcosa: “La scrittura non è segno di segno, salvo dire questo, il che sarebbe più profondamente vero, di ogni segno.” (Derrida, 1969, pp. 50, 48).

Derrida parla di una “archi-scrittura”, non perché essa sia un'origine ma perché è sempre implicata in un gioco di rimandi che retrocedono dinamicamente, e senza fine: “Una scrittura che non si esaurisce nel sistema di segni che possiamo scrivere su una superficie, ma attraverso il concetto di archi-scrittura ci rimanda alla traccia sempre già istituita (...)” (Dovolich, 1995, p. 53).
0.1.1.1. Tale scrittura esprime fondamentalmente un'assenza: non solo una banale (e anzi quasi ovvia) assenza del referente, ma anche la ben più impegnativa e problematica assenza dell'emittente e del destinatario.

0.1.1.1.1. Assenza dell'emittente: “Scrivere è produrre una marca che costituirà una sorta di macchina a sua volta produttrice che la mia scomparsa futura non impedirà assolutamente di funzionare e di dare, di darsi a leggere e a riscrivere. (…) Perché uno scritto sia uno scritto è necessario che esso continui ad 'agire' ed essere leggibile anche se ciò che si chiama l'autore dello scritto non risponde più di ciò che ha scritto, di ciò che sembra aver firmato, ch'egli sia provvisoriamente assente, che sia morto o che in generale non abbia sostenuto con la sua intenzione o attenzione assolutamente attuale e presente, con la pienezza del suo voler-dire, ciò stesso che sembra essersi scritto ‘in suo nome’.” (cfr. Petrosino, 1989, p. 25)


0.1.1.1.1.1. (Scrivere è dunque di per sé, costitutivamente, per il futuro e contro la morte: ricordiamocene, su questo dovremo ritornare.)

0.1.1.1.2. Ma anche assenza del destinatario: “Affinché la mia 'comunicazione scritta' esprima la propria funzione di scrittura, cioè la propria leggibilità, è necessario che essa resti leggibile malgrado la scomparsa assoluta di ogni destinatario in generale.(...) Ogni scrittura deve dunque, per essere ciò che è, poter funzionare in assenza radicale di ogni destinatario empiricamente determinato in generale. E questa assenza non è una modifica continua della presenza, è una rottura della presenza, della ‘morte’ o la possibilità della ‘morte’ del destinatario iscritta nella struttura della marca.” (cfr. Petrosino, 1989, pp. 25-26)


0.1.1.2. In tal modo Derrida smentisce la risposta, implicita quanto cogente, di tutta intera la tradizione filosofica occidentale (da Platone fino a Husserl) basata sul primato della phoné, della voce. Per questa tradizione la voce sarebbe infatti la più prossima alla coscienza del soggetto, e questa, a sua volta, la sede di un significato puro, di un senso ideale inteso come “voce interiore” e come logos.

0.1.1.2.1. Si fonda(va) qui non solo la presupposizione di una presenza piena, originaria, perfetta nei cieli della metafisica (di cui il segno sarebbe appunto rap-presentante in terra) ma anche la separazione, sempre presupposta e mai dimostrata, fra un significante (faccia sensibile) e un significato (faccia intelligibile).

0.1.1.2.2. De-costruire questo procedimento, smentire in radice il privilegio accordato dalla tradizione occidentale alla phoné, significa poter riconoscere il vero fondamento non fondato del logos occidentale, di ciò che Derrida definisce “logocentrismo”, cioè l'ontologia, l'identificazione fra essere e logos.
0.1.1.2.2.1 Notiamolo en passant: deriva da qui, dal primato indiscusso (non mai discusso) della phoné, anche il privilegio esclusivo affidato alla scrittura fonetica, fra tutte le altre scritture possibili.

D'altra parte, lo sappiamo, le scritture non fonetiche non sono occidentali, e infatti al “fonocentrismo” e al “logocentrismo” è inestricabilmente connesso anche l'“etnocentrismo” occidentale. (Questi tre termini-chiave dell'elaborazione di Derrida, “fonocentrismo” “logocentrismo” “etnocentrismo”, compaiono a un parto nella Grammatologia: Dovolich, 1995, p. 53).

0.1.1.2.3. Non per caso Derrida pone ad esergo di La voce e il fenomeno (il saggio del 1967 che prepara la Grammatologia e che lo stesso Derrida definisce in un'intervista “il saggio a cui tengo di più”: cfr. Sini, 2001, p. 10), il seguente brano tratto da Husserl: “Un nome pronunciato davanti a noi ci fa pensare alla galleria di Dresda e all'ultima visita che vi abbiamo fatto: giriamo per le sale e ci arrestiamo davanti a un quadro di Teniers che rappresenta una galleria di quadri. Supponiamo inoltre che i quadri di questa galleria rappresentino a loro volta dei quadri che a loro volta rappresentino delle iscrizioni che fosse possibile decifrare, ecc.” (Derrida, 2001, p. 29).
0.1.1.3. Riassumendo: priorità e primato della scrittura intesa radicalmente in quanto traccia; un sistema di rinvii inesauribili di/fra tracce che, moltiplicandosi, rimandano solo a se stesse, ad altre tracce, senza nessuna posa e senza nessun limite (sempre il rinvio dalla traccia a un'altra traccia, e mai da una traccia a una cosa); radicale messa in questione della distinzione fra la materialità del significante e l'immaterialità del significato; autonomia assoluta di un tale sistema di scritture, che conduce all'assenza, o alla insignificanza, non solo del referente ma anche dell'emittente (e tanto più del cosiddetto Autore!) e perfino di qualsiasi destinatario empiricamente determinato, etc.

Ma – dobbiamo domandarci – non è forse questa una descrizione possibile (precisa quanto preterintenzionale) delle concrete modalità di esistenza e funzionamento del testo informatico esposto nella rete?


0.1.2. Da parte sua Michel Foucault (1971) non solo riduce l'Autore a una “funzione” del discorso, ma afferma che “l’essere del linguaggio appare di per se stesso solo nella scomparsa del soggetto”. Così la domanda evocata da “io parlo” ha delle conseguenze dirompenti per la metafisica occidentale, spezzandone il nesso fondativo fra Soggetto e logos: “Se in effetti il linguaggio risiede unicamente nella sovranità solitaria dell’ ‘io parlo’, niente avrà più il diritto di porgli un limite – né colui a cui esso si rivolge, né la verità di quel che dice, né i valori o i sistemi rappresentativi che utilizza; in breve, non è più discorso e comunicazione di un senso, ma distendersi del linguaggio nella sua bruta essenza, pura esteriorità dispiegata; e il soggetto che parla non è più il responsabile del discorso (…) ma piuttosto l’inesistenza nel cui vuoto s’insegue senza tregua l’effondersi infinito del linguaggio.” L’ “io parlo” funziona in tal modo al contrario – per così dire – rispetto all’ “io penso” cartesiano e compie un cammino esattamente inverso: “Quest’ultimo [l’“io penso” cartesiano, NdR] conduceva infatti alla certezza indubitabile del’Io e della sua esistenza; quello [l’ “io parlo”, NdR], al contrario, respinge, disperde, cancella questa esistenza e non ne lascia apparire che lo spazio vuoto.” (Foucault, 1986, pp. 13, 15). Se il primo fondava sul Soggetto l’ontologia occidentale, il secondo la smaschera definitivamente e la rende impossibile.

0.1.2.1. Si tratta allora semmai solo di interrogarsi sulle condizioni di esercizio della funzione enunciativa, spiegare “perché il discorso non abbia soltanto un senso e una verità, ma una storia specifica”, cioè chiarire le condizioni di possibilità di un discorso che in quanto tale non appartiene, e non può appartenere, a nessuno.

È quanto Foucault propone con il concetto di “a priori storico” (un concetto latamente contraddittorio, anzi ossimorico: “Giustapposte, queste due parole producono un effetto un po’ stridente”– ammette Foucault). L’a priori storico non è “condizione di validità per dei giudizi, ma condizione di realtà per degli enunciati. (…) A priori non di verità che potrebbero non venire mai dette, né realmente offerte all’esperienza; ma di una storia che è data, perché è quella delle cose effettivamente dette.” (Foucault, 1980, pp.170-1).


0.1.2.2. Appare tuttavia significativo che, a partire da queste posizioni, l'ultimo Foucault (si tratta delle lezioni al Collège de France del febbraio-marzo 1984, pochi mesi prima della morte) torni ad interrogarsi sul problema della verità, ma spostandone – per così dire – il terreno, da quello della verifica di validità dei processi conoscitivi a quello della vita. È ciò che Foucault fa attraverso il recupero, geniale e spiazzante, di una sotterranea tradizione cinica, di cui rintraccia nella cultura occidentale la longue durée (costante sotto le forme cangianti dell'asceta, del rivoluzionario, del militante, dell'artista): “Quando la verità è rimessa continuamente in discussione dallo stesso amore per la verità, qual è la forma di esistenza che meglio si accorda con questo continuo interrogarsi? Qual è la vita necessaria quando la verità non lo è più? Il vero principio del nichilismo non è : Dio non esiste, tutto è permesso. La sua formula è piuttosto: se devo confrontarmi con il pensiero che 'niente è vero' come devo vivere?” (Foucault, 2009, p. 5; ma cfr. anche Foucault, 1996).
0.1.2.3. Sono del tutto evidenti le analogie del modo in cui Foucault pensa la testualità con la realtà attuale della comunicazione segnata e dominata dal computer. Scrive Mario Perniola: “Anticipando di quarant'anni una condizione comunicativa che si realizzerà solo nel nuovo millennio con la diffusione dei forum, dei blog e dei wiki attraverso Internet, [Foucault] immagina una cultura dove i discorsi circolino e siano ricevuti senza che la funzione-autore appaia mai.” (Perniola, 2009, p. 61).
0.1.3. Si pensi ancora (ma gli esempi potrebbero moltiplicarsi) al Roland Barthes di S/Z (1964), che legge Sarrasine di Balzac ricorrendo al concetto di "lessìe" (autonomi "blocchi di significazione") e individuando nella "tecnologia del libro" la gabbia costrittiva che incatena nella rigidità univoca della successione fissa delle pagine la pluralità infinita dei legami, dei rimandi e dei significati infinitamente aperti all'interpretazione.

A questa situazione gutemberghiana Barthes contrappone la possibilità di un "testo ideale" (e, al tempo tecnologico in cui lui scriveva, davvero solamente ideale) in cui: "le reti (reseaux) sono multiple e giocano fra loro senza che nessuna possa ricoprire le altre; questo testo è una galassia di significanti, non una struttura di significati; non ha inizio: è reversibile; vi si accede da più entrate di cui nessuna può essere decretata con certezza la principale." (Barthes, 1970, p. 11).


0.1.4. Un tale testo metterebbe in discussione radicalmente anche il ruolo che la nostra tradizione attribuisce al Lettore di fronte all'Autore (ciò che Barthes definisce come il loro "divorzio inesorabile mantenuto dall'istituzione letteraria"), giacché spetterebbe ora al Lettore un'autonoma attività di costruzione dei significati tramite la sua libera scelta di attraversamento delle lessìe testuali. Gli ipertesti sarebbero dunque testi "scrivibili" (e non più solo "leggibili"), in cui il Lettore diventa produttore, e non solo consumatore, di senso.

Sarebbe in effetti difficile non leggere queste parole come una descrizione dell'ipertesto informatico avant la lettre (o meglio: avant la chose).


0.1.5. Sembra ad alcuni che dall'interno stesso della critica e della teoria della letteratura sia emerso un vero cambio di paradigma che riduce il testo a “pretesto”: “La semiosi aperta all'imprevedibilità dei contesti e degli attori interpretativi ha prodotto i suoi primi effetti nell'ambito degli studi letterari. Se un tempo l'interpretazione di un testo coincideva con l'evidenziazione del significato intenzionale dell'autore, ovvero della sua natura oggettiva, a partire dagli anni Sessanta abbiamo assistito a un mutamento di paradigma: le varie pratiche di decostruzione hanno fatto del testo un puro stimolo per le derive interpretative. Il testo è diventato un pretesto per una disamina di istanze, a volte sociologicamente fondate, ma molto più spesso proiezioni fantasmatiche tra le quali sembra avvenire un intenso quanto ‘immateriale’ scambio comunicativo.” (Ferraro - Montagnano, 1994, pp. 16-17).
0.1.5.1. Così Rorty, polemizza con la differenza proposta da Umberto Eco fra l'interpretazione e l'uso dei testi, negando la “distinzione fondamentale” (proposta dallo stesso Eco) fra il testo e l'autore, così come quella tra l'intentio operis e l'intentio lectoris: “(...) la coerenza del testo non è qualcosa che esso possiede prima di essere stato descritto, più di quanto non abbia coerenza un insieme di punti prima che essi vengano tra loro collegati. La sua coerenza non è altro che il fatto che qualcuno abbia trovato qualcosa di interessante da dire su un gruppo di segni o di rumori, un modo di descrivere quei segni e quei rumori che li pone in relazione ad alcune delle altre cose per cui proviamo interesse a parlare”. D'altra parte una tale affermazione deriva coerentemente dall'asserzione seguente di Rorty: “Una frase può essere controllata solo grazie ad altre frasi, frasi a cui è connessa da diverse relazioni labirintiche di tipo inferenziale.” E questa è la conclusione: “(...) l'idea che vi sia qualcosa di cui un testo dato tratta veramente, qualcosa che verrà rivelato dall'applicazione rigorosa di un metodo, questa idea (…) è sbagliata come l'idea aristotelica che vi sia qualcosa che realmente e intrinsecamente è una sostanza, in opposizione a ciò che è solo in apparenza, per accidente o razionalmente”. Ed è per questo che, di nuovo con assoluta coerenza, lo stesso Rorty polemizza anche con “l'infelice idea” – da lui attribuita a De Man – “che esista una cosa utile chiamata 'metodo decostruzionista'.” (Rorty, 1995, pp. 116, 119, 122, 125).

Forse, ancora una volta, non è un caso che per sostenere la sua posizione (“tutto ciò che chiunque fa con qualunque cosa è usarla”) Rorty faccia qui ricorso all'esempio di un programma per computer: sforzarci di capire come funziona un testo sarebbe altrettanto sciocco e inutile che cercare di decifrare le subroutines del basic che utilizziamo (ivi, pp.126-7).


0.1.6. Si sarebbe così determinata una formidabile tenaglia fra la tecnologia dominante dell'informatica e la teoria della “deriva ermetica” più estrema di matrice statunitense (diciamo: Derrida riletto dagli americani).

Le due cose sembravano tenersi perfettamente e rafforzarsi a vicenda: il testo informatico (o meglio: l'ipertesto descritto da Landow) appariva perfettamente corrispondente alle teorie critiche che volevano il testo totalmente fluido, privo di qualsiasi consistenza stabile e di ogni univoco significato, un testo anzi che si voleva intrinsecamente, e per sua stessa natura, impossibilitato a significare, essendo continuamente rielaborato, modificato, stravolto ad ogni atto di lettura e, insomma, radicalmente ridotto a pre-testo per qualsivoglia interpretazione, oppure (che è dire la stessa cosa) per qualsivoglia mis-interpretazione .


0.1.7. Sugli esiti recenti di queste impostazioni nelle Università statunitensi fornisce informazioni e riflessioni interessanti Remo Ceserani: “È arrivato il momento, nelle vicende della critica letteraria americana, delle recriminazioni e dei pentimenti. Dopo gli anni degli entusiasmi (…), dopo gli anni delle teorizzazioni sperimentali e delle pretese totalizzanti della Teoria, scritta con la lettera maiuscola, sono arrivati la stagnazione teorica, l'indebolimento complessivo degli studi letterari e umanistici nelle Università, il disorientamento, la sfiducia”.

E come accade in tutte le reazioni qualcosa di prezioso (che pure quelle teorie portavano con sé) rischia ora di andare perduto: penso soprattutto all'apertura, o piuttosto alla critica, del riduttivo “canone occidentale”, maschile, “bianco”, etc.; come se l'unica alternativa al non sense, a letture deliranti e filologicamente insostenibili, fosse un heri dicebamus, un ritorno seccamente restaurativo e neo-aristocratico alla bella Letteratura di una volta, con la 'l' maiuscola.


0.1.7.1. Hanno contribuito a questa crisi negli Stati Uniti anche tre “scandali”: in primo luogo la scoperta di scritti giovanili, filo-nazisti e antisemiti, del maggior esponente del decostruzionismo di Yale, il critico belga Paul De Man (il quale, nel frattempo scomparso, fu generosamente difeso da studiosi come Derrida e Kristeva). In secondo luogo il conferimento del “premio per il peggior esempio di scrittura critica assegnato polemicamente alla studiosa femminista di Berkeley Judy Butler” (scrive la filosofa Martha Nussbaum: “Quando le sue idee sono espresse chiaramente e in modo succinto ci si accorge che, senza molte distinzioni e argomentazioni, esse non vanno lontano e non sono poi così nuove. Perciò l'oscurità riempie il vuoto lasciato da un'assenza di vera complessità del pensiero e del discorso. Il quietismo hip della Butler è una risposta comprensibile alla difficoltà di costruire la giustizia in America. Ma è una cattiva risposta. Collabora con il male. Il femminismo chiede di più e le donne meritano di meglio”).

E, infine, la cosiddetta “affaire Sokal”, cioè la pubblicazione da parte della prestigiosa rivista dei Cultural Studies “Social Text” di un delirante articolo-tranello proposto dal fisico Alan Sokal, “un articolo parodistico e pieno di enormità pseudo-scientifiche, di citazioni incredibili da Lacan, Lyotard, Kristeva e molti altri, di riferimenti alla matematica e alla fisica contemporanee e di pretenziose teorie filosofiche sulla 'social construction' delle verità della scienza, intitolato Transgressing the Boundaries: Toward a Tranformative Hermeneutics of Quantum Gravity (= Trasgredendo i confini: verso un'ermeneutica trasformativa della gravità dei quantum). L'articolo, purtroppo, è stato pubblicato.” (Ceserani, 2005a, p. 12; 2005b, p. 14; si veda un'equilibrata ricostruzione dell' “affaire Sokal” in Cazalé, 1999).


0.1.8. Senza cadere negli scandali (e nei pericoli sempre connessi a questo modo un po' barbaro di affrontare le discussioni teoriche e culturali), Cesare Segre aveva polemizzato con Roland Barthes, mentre ancora quell'egemonia francese si trovava all’apogeo, osservando criticamente: “Si trasforma tutto in segni che però non comunicano nulla, o al massimo la propria esistenza, e si soffocano per loro mezzo i segnali e i simboli del nostro agire nel mondo; si uniforma in una nebbia argentea ciò ch'è attivo e ciò ch'è passivo, cause ed effetti, valori e disvalori, sforzi e fallimenti. (...) Nella notte in cui si confondano lupi e agnelli, i lupi potranno divorare in tutta libertà gli agnelli.” (Segre, 1969, p. 43).

In altre parole l'attenzione veniva richiamata sul versante etico-politico della questione del testo (un aspetto, quello dell'etica, divenuto cruciale in questo dibattito anche secondo Ceserani), sul pericolo cioè che la critica di ogni fondamento finisca per togliere ogni fondamento alla critica. Con il bel risultato di rendere la critica impossibile, o meglio, impensabile e dunque ingenuamente grottesca.

Se le cose stessero davvero così resterebbe allora solo l'apologia (sia pure disincantata e ironica) dello stato di cose presente; un esito certo preterintenzionale (anzi: paradossale, considerando la dichiarata radicalità politica delle posizioni di cui parliamo), e tuttavia un esito del tutto inevitabile, come i due decenni terribili dell'assordante grande blob post-moderno ci hanno ad abbondanza dimostrato.

Questa è, in effetti, la partita che si gioca attorno al concetto di testo, e questa è la posta in gioco.

0.2. La tesi che si vuole qui argomentare è che non esista affatto una corrispondenza necessaria fra la modalità informatica del testo (in particolar modo caratterizzata dalla inesausta mobilità, che la testualità informatica sembra in effetti recare con sé) e la "deriva ermetica" della decostruzione americana.

In altre parole, non sembra necessario (e anzi, come ci sforzeremo di dimostrare: neppure possibile) far derivare dalla nuova mobilità del testo informatico la sua insensatezza, cioè la sua impossibilità/incapacità di veicolare sensati significati condivisi fra i membri del genere umano.

0.3. Corre l'obbligo di confessare, ancora in premessa, che il vero fondamento teorico di queste note è rappresentato dall'impostazione, che faccio risalire a Tito Orlandi ed alla sua ‘scuola romana’ di Informatica Umanistica, secondo cui l'informatica non va riguardata tanto come una ‘macchina’ (da utilizzare nell'ambito delle problematiche date e delle procedure ad esse legate) quanto come un nuovo assetto euristico, dunque come un generatore di problemi, di inedite configurazioni e di nuove procedure.

Per questo lo sforzo che l'applicazione dell'informatica richiede è anzitutto uno sforzo teorico, rivolto alla ridefinizione dei concetti e delle procedure.

In questo senso l'informatica sarebbe più un'episteme che una tecnologia.

0.4. Comunque: “…per tecnica deve intendersi non solo quell’insieme di nozioni scientifiche applicate industrialmente che di solito s’intende, ma anche gli strumenti ‘mentali’, la conoscenza filosofica.” (Gramsci, Quaderni, 10, p. 1346).




  1   2   3   4   5   6   7


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale