Il testo narrativo: la struttura del racconto



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09.01.2018
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IL TESTO NARRATIVO: LA STRUTTURA DEL RACCONTO

Un testo narrativo è un testo nel quale viene raccontata una storia, cioè un insieme di avvenimenti tra loro concatenati. Chi racconta è il narratore, che non coincide (tranne nelle opere autobiografiche) con l’autore reale che ha scritto il testo. Una storia consiste in una serie di azioni (volte a conseguire uno scopo), compiute da uno o più personaggi, che si collocano in uno spazio e si sviluppano nel tempo. Dunque ogni volta che leggiamo un testo narrativo dobbiamo porci queste domande: Chi? Che cosa? Dove? Quando? Perché?


Le storie raccontate possono essere realmente accadute (è il caso degli eventi narrati nelle autobiografie, nei diari o nelle lettere), oppure inventate: è quanto avviene in quasi tutta la narrativa letteraria, quando le storie narrate sono frutto della fantasia dell’autore; in questo caso gli avvenimenti raccontati possono essere verosimili o fantastici. Comunque sia, in un’opera di finzione (da ‘fingere’= dare una forma a qualcosa) tra l’autore e il lettore si stabilisce un tacito ‘patto’ chiamato patto narrativo. Lo scrittore crea un mondo di finzione, verosimile o fantastico, in cui racconta una storia coerente e credibile, secondo le regole del genere prescelto; d’altra parte, il lettore inizia a leggere con la disponibilità ad immergersi nel mondo immaginario creato dall’autore, anche quand’esso sia popolato di elfi, draghi, fantasmi, robot o mostri: senza questa disponibilità a sospendere il giudizio di realtà non ci sarebbe il piacere della lettura.

  1. Fabula e intreccio

La ‘storia’ raccontata dal narratore non coincide con il racconto/discorso. La storia riguarda il piano del contenuto, ossia l’esposizione degli avvenimenti. Il racconto o discorso riguarda il piano dell’espressione, ovvero come un contenuto viene comunicato. In narratologia storia è sinonimo di fabula, racconto è sinonimo di intreccio.

Fabula = l’insieme degli avvenimenti narrati, disposti nella loro successione naturale, cioè secondo l’ordine cronologico e i rapporti di causa-effetto. È un’astrazione rispetto al testo concreto di un racconto, è la sua ossatura.

Intreccio = l’ordine con cui l’autore sceglie di disporre e raccontare gli avvenimenti, anticipando, posticipando o tralasciando dei fatti rispetto al loro succedersi naturale. È il racconto vero e proprio, così come lo leggiamo.

Schema per ricostruire la fabula:

  • [antefatto]

  • situazione iniziale

  • esordio, ovvero la modificazione della situazione iniziale, l’interruzione di un equilibrio (fatto che mette in moto l’azione, movente, ecc.)

  • peripezie

  • spannung, ovvero il momento di massima tensione

  • scioglimento del nodo narrativo, cioè ristabilimento di un equilibrio

  • conclusione o soluzione finale
  1. Le sequenze, la divisione in sequenze, i tipi di sequenze

Sequenza = unità narrativa del racconto, segmento che presenta una certa autonomia di contenuto, che può essere riconoscibile e separabile dagli altri. In particolare chiamiamo sequenza ogni porzione del testo narrativo che si distingue dalla precedente o dalla successiva perché introduce nuovi elementi della narrazione. Il cambiamento di sequenza è determinato da:


  • un cambiamento di luogo

  • un cambiamento del tempo dell’azione

  • l’arrivo o l’uscita di scena di un nuovo personaggio

  • cambiamento del tipo di prosa utilizzata: la fine o l’inizio di un dialogo, di una descrizione, ecc.

Tipi di sequenze:

  • narrative: sono quelle in cui l’azione procede, viene narrato un evento o una serie di eventi, quindi sono dinamiche

  • descrittive: sono dedicate alla descrizione di un luogo, di un personaggio, di un oggetto, ecc.; sono statiche

  • riflessive: con esse vengono riferiti i pensieri, le riflessioni dei personaggi o dello stesso autore; sono statiche

  • dialogiche: sono costituite dalle parti di discorso diretto che i personaggi si scambiano fra loro; possono essere statiche o dinamiche a seconda che l’azione proceda o meno

  • espositive-informative: presentano in modo chiaro e preciso delle informazioni; queste possono essere trasmesse tramite: l’enumerazione o il ragionamento. Nel primo caso l’autore elenca delle informazioni in modo solo apparentemente freddo, in realtà con l’intenzione di creare delle aspettative nel lettore. Il ragionamento, invece, è una sorta di dimostrazione per cui ad un’affermazione ne segue un’altra legata alla precedente da un passaggio logico, secondo un criterio di causa-effetto. Il ragionamento è riconoscibile dall’utilizzo dei connettivi (quindi, dunque, perciò, ecc.) e può essere vivacizzato da domande che spezzano il ritmo monotono del discorso. Esempi di ragionamenti sono frequenti nei gialli e nei polizieschi.

  • argomentative e persuasive: si ha una sequenza argomentativa quando il narratore o un personaggio assumono una precisa posizione, apertamente enunciata; questa viene detta tesi. Inoltre, individuano degli argomenti, ovvero delle prove, dei sostegni per convincere il loro interlocutore della validità della tesi enunciata. Quindi, si ha una conclusione, o conferma. La sequenza persuasiva, come quella argomentativa, ha lo scopo di convincere l’interlocutore, ma non tanto ad appoggiare una tesi, quanto ad assumere determinati comportamenti o a fare certe scelte; inoltre, è molto meno rigorosa nella struttura.

  • lirico-espressive: momento in cui un personaggio, o lo stesso narratore, esprime uno stato d’animo, una sensazione, un sentimento con tale intensità emotiva da rendere il linguaggio usato più simile a quello di un testo poetico che a quello della narrazione vera e propria. Il ritmo può essere particolarmente lento o invece concitato a seconda dello stato d’animo del personaggio; il narratore può far uso di figure retoriche (soprattutto similitudini e metafore), insomma i modi e le figure del testo poetico sono sapientemente usati per riuscire a stabilire un legame più stretto fra la sfera emotiva del narratore e quella del lettore.

Le sequenze possono essere a loro volta suddivise al loro interno in unità più piccole: microsequenze. Più sequenze consecutive all’interno di un contenuto omogeneo più generale possono formare delle macrosequenze o episodi (ad esempio in un romanzo una macrosequenza può coincidere con un capitolo, o anche con un blocco di più capitoli omogenei fra loro).


  1. L’incipit e il finale di una storia


Tipi di incipit:

  • inizio descrittivo: viene descritto un ambiente o un paesaggio (come accade nei film, quando si aprono con una o più inquadrature della scena prima di introdurre il personaggio)

  • inizio narrativo: in questo caso il narratore racconta immediatamente le azioni del personaggio che fanno da “motore” alla vicenda

  • inizio riflessivo o argomentativo: il narratore o un personaggio esprimono una riflessione o un’argomentazione

  • inizio espositivo o informativo: il lettore viene informato sull’origine del racconto, ad esempio sul ritrovamento di un manoscritto o di lettere contenenti la storia che il narratore si accinge a narrare

  • inizio “in medias res”: il lettore viene immerso direttamente nell’azione, soltanto in seguito verranno date le informazioni per comprendere chi siano i personaggi di cui si raccontano le vicende, dove e quando è ambientata la storia, come si è giunti a quella situazione

Tipi di finale:

  1. è aperto quando permangono incertezze circa i destini futuri dei protagonisti; si tratta di una conclusione che lascia allo scrittore la possibilità di inventare nuove avventure o al lettore di immaginare un proseguimento della storia;

  2. è chiuso quando scioglie tutti i fili della trama: ogni problema trova una soluzione e il destino dei personaggi è chiaro; un finale chiuso può essere:

  • finale con morale: è un finale che propone un insegnamento o comunque un ragionamento articolato con una funzione morale

  • finale tragico: è il momento di massima tensione narrativa in cui si consuma il dramma delle vicende, con toni e scene sovente drammatici e crudi

  • lieto fine: nella vicenda tutto si aggiusta (è il finale tipico delle fiabe)

  • finale narrativo, si tratta di una conclusione completa, in cui il narratore si sofferma a raccontare, con abbondanza di particolari, gli avvenimenti finali della storia; egli esamina non solo il destino del protagonista, ma anche quello di altri personaggi

  • finale tronco: è un finale improvviso, interrompe la narrazione senza fornire particolari sul destino dei protagonisti e degli altri personaggi.

  • finale a sorpresa: avviene un colpo di scena che rovescia le aspettative del lettore


IL NARRATORE, L’AUTORE, IL LETTORE


  1. Narratore e Autore

Distinguiamo innanzitutto l’autore (la persona reale che scrive la narrazione) dal narratore (la voce che racconta la storia, si tratta di una funzione letteraria). Il narratore può coincidere con l’autore nelle opere autobiografiche, nei diari e nelle memorie; comunque, diversa è la disposizione psicologica dell’individuo che ha vissuto in prima persona le vicende narrate da colui che vi ritorna sopra attraverso il ricordo e la riflessione. In definitiva il narratore è un filtro che permette alla narrazione di prendere forma, potremmo definirlo un “personaggio” all’interno dell’opera.

  1. Autore implicito

Quando si conclude la lettura di un libro, crediamo di aver compreso qualcosa del modo di pensare di chi lo ha scritto, della sua personalità, dei suoi gusti letterari: a questo insieme di impressioni viene dato il nome di autore implicito, che può non coincidere con l’autore reale, nel senso che le nostre deduzioni sul suo modo di pensare, sui suoi gusti, sulle sue vicende biografiche non sempre corrispondono alle informazioni che abbiamo sull’autore reale.

  1. Lettore reale e lettore implicito

Lo stesso accade per il lettore: l’autore sa di descrivere per un pubblico e immagina un certo tipo di lettore. Si parla pertanto di lettore implicito, diverso dal lettore reale, colui che materialmente leggerà il libro.

  1. Narratario

Non dobbiamo inoltre confondere il lettore implicito con il narratario, che è la figura a cui si rivolge il narratore all’interno del testo.

  1. I Tipi di Narratore

  1. Interno (omodiegetico) ai fatti narrati; il narratore interno può essere:

  • il protagonista della vicenda (autodiegetico); in questo caso parlerà in prima persona

  • un altro personaggio (narratore testimone); in questo caso alternerà la prima persona (quando si trova direttamente coinvolto nei fatti che narra), alla terza persona (quando non è direttamente presente sulla scena)

  1. Esterno (eterodiegetico) ai fatti narrati; in questo caso distinguiamo:

  • un narratore esterno nascosto, che si limita a fare il resoconto dei fatti e a riportare i pensieri e le opinioni dei personaggi senza intervenire direttamente e facendo ricorso solo alla terza persona (è il caso dell’epica classica greca e, soprattutto, dei romanzi naturalisti francesi e veristi italiani, come I Malavoglia di G. Verga);

  • un narratore esterno palese se interviene per commentare, giudicare, spiegare le vicende dei personaggi; quindi alterna la terza persona (nelle parti narrative) alla prima persona (nelle parti di commento o di riflessione). È il caso della narrativa classica, dall’Orlando Furioso di Ariosto e dalla Gerusalemme liberata di Tasso ai romanzi realisti e storici dell’Ottocento, come I Promessi sposi di Manzoni.

  1. Il grado della narrazione

Ci possono essere narratori di primo, di secondo e anche di terzo grado. Questo può accadere quando il narratore iniziale di un racconto (che definiamo, quindi, di primo grado), cede la funzione di narratore a un’altra “voce narrante” o ad un personaggio (che diventa un narratore di secondo grado). Questo meccanismo si trova in tutte le opere basate sull’artificio della “cornice”. Ad esempio nel Decameron di G. Boccaccio distinguiamo:

  • una voce narrante di primo grado (è esterna e personale, infatti commenta i fatti)

  • 10 narratori di secondo grado (sono i dieci ragazzi che: nella cornice svolgono la funzione di personaggi, mentre nelle giornate diventano narratori esterni e personali)

  • alcuni narratori di terzo grado: si tratta dei personaggi di cui si raccontano le vicende in alcune novelle che, a loro volta, diventano narratori della loro o dell’altrui storia.



LA FOCALIZZAZIONE O PUNTO DI VISTA

La voce che racconta la storia può presentare i fatti secondo diverse angolazioni: può filtrare gli eventi attraverso l’occhio di un osservatore che si limita a mostrarci ciò che vede dall’esterno, o attraverso quello di un personaggio, che è in grado di vedere attorno a sé, ma anche dentro di sé; o ancora attraverso un occhio che vede ogni cosa, in tal caso può informarci si ciò che è capitato prima, ed eventualmente anche su quello che accadrà, su quello che avviene in luoghi diversi e lontani, su quello che pensano e fanno più personaggi. L’occhio attraverso il quale sono presentati gli eventi è detto punto di vista o focalizzazione: equivale all’inquadratura della macchina da presa cinematografica in quanto esprime la “posizione” del narratore rispetto ai fatti narrati e ai personaggi che agiscono. Si possono avere tre tipi di focalizzazione:



  1. focalizzazione zero (o racconto non focalizzato): quando il narratore ne sa più dei personaggi ed esprime questa consapevolezza assumendo un punto di vista superiore (onnisciente); può in tal modo conoscere lo sviluppo della storia, raccontare il passato di un personaggio, ecc. È il caso de I Promessi sposi, in cui la focalizzazione prevalente è zero, anche se durante il racconto la voce narrante può assumere il punto di vista di un personaggio.

  2. focalizzazione interna: quando il narratore ne sa quanto il personaggio, e quindi rappresenta la realtà attraverso gli occhi, ovvero il punto di vista, di quel personaggio (è il caso tipico dei romanzi gialli nei quali il narratore assume il punto di vista dell’investigatore; ma la focalizzazione interna caratterizza tutte le narrazioni con una voce narrante interna, in particolare dove il narratore coincide con il protagonista). La focalizzazione interna può essere:

  • fissa, se tutto il racconto è orientato dal punto di vista di un solo personaggio

  • variabile, se si alternano i punti di vista di più personaggi

  • multipla, se uno stesso episodio è esaminato da più punti di vista

  1. focalizzazione esterna: quando il narratore ne sa meno dei personaggi (e quindi non capisce le motivazioni profonde delle loro azioni, non ne indaga i pensieri, si limita a descrivere i fatti dall’esterno, così come appaiono); è il caso tipico dei romanzi veristi e neorealisti.


CARATTERISTICHE E FUNZIONI DEI PERSONAGGI

1) La caratterizzazione

Il personaggio di un testo narrativo è costituito da un’insieme di caratteristiche o tratti. Lo scrittore può fornire al lettore un ritratto più o meno completo e approfondito del personaggio servendosi di tratti:


  • Anagrafici: nome, sesso, età, luogo di nascita, provenienza, ecc.

  • Fisici: bellezza/bruttezza, forma del corpo, lineamenti, espressione, altezza, colore degli occhi, ecc.

  • Caratteriali, morali e psicologici: carattere, comportamento, sentimenti, idee sulla vita e sul modo in cui se le è costruite, valori in cui crede, ecc.

  • Socio–economici: classe sociale, condizione economica, professione, ecc.

  • Socio–culturali: grado d’istruzione, ambiente culturale in cui vive, interessi, hobby, ecc.

Nel corso della vicenda, i tratti che caratterizzano il personaggio possono cambiare: il personaggio può maturare, può cambiare carattere, opinioni, condizione sociale, idee, ecc.:

  • I personaggi che restano sempre uguali a se stessi sono personaggi statici

  • I personaggi che cambiano si definiscono personaggi dinamici



        2) La complessità


A seconda della loro complessità, i personaggi si possono suddividere in:

  • personaggi piatti: sono prevedibili e immediatamente riconoscibili, hanno una personalità con poche sfumature e la loro caratterizzazione è ridotta a pochi tratti essenziali; questi personaggi spesso diventano tipi fissi o stereotipi, quando tendono a standardizzarsi e ad essere ridotti a una loro caratteristica peculiare ed esagerata; sono personaggi stereotipati tutte le maschere (Arlecchino, Pulcinella, ecc.), ma possono esserlo anche i personaggi romanzeschi come l’agente segreto 007, o televisivi come Fantozzi.

Questi personaggi sono statici perché la loro personalità non si evolve durante la narrazione.

  • Personaggi a bassorilievo: sono personaggi leggermente più complessi di quelli piatti; anch’essi sembrano facilmente prevedibili, ma nel corso della vicenda emerge un elemento di complessità che sorprende il lettore. Possono essere statici o dinamici.

  • Personaggi a tutto tondo: sono i personaggi più complessi, perché hanno una loro specifica personalità e sono caratterizzati in modo completo, sanno sorprenderci con le loro scelte, le loro riflessioni e azioni; rientra in questa categoria la maggior parte dei personaggi romanzeschi. Solitamente i personaggi a tutto tondo sono dinamici perché la loro personalità si evolve o comunque cambia nel corso della vicenda, ma esistono delle eccezioni (ad es. don Abbondio ne I promessi sposi).

3) Il sistema dei personaggi

L’insieme delle relazioni che si creano fra i personaggi costituiscono il cosiddetto sistema dei personaggi dove ciascun elemento influenza tutti gli altri.



Secondo l’importanza che ciascun personaggio esercita nella storia distinguiamo:

  • I personaggi principali sono presenti per tutta la durata del racconto, anche se in alcuni episodi il narratore sposta la sua attenzione su altri personaggi o eventi

  • I personaggi secondari compaiono solo in alcuni episodi della narrazione

  • Le comparse servono per caratterizzare un ambiente o una situazione; compaiono solo occasionalmente e non incidono sul corso della vicenda

Nelle fiabe i personaggi, al di là delle loro caratteristiche specifiche, ricoprono ruoli simili e ripetono quasi sempre un numero limitato di azioni (dette funzioni). In base al ruolo si possono distinguere:

  • Il protagonista è il personaggio principale attorno a cui ruota tutta la storia; talvolta al centro dell’azione possono esserci più personaggi principali, dunque si parlerà di coprotagonisti o comprimari

  • L’antagonista, o oppositore principale, ha la funzione di danneggiamento, in quanto ostacola il protagonista nel raggiungere il suo scopo

  • L’oggetto è ciò che è conteso fra protagonista e antagonista: può essere una persona, un bene prezioso, ma anche valori ideali come la libertà, la giustizia, ecc.

  • L’aiutante: ha la funzione di favorire il protagonista

  • L’oppositore: è il personaggio che contrasta il protagonista mettendosi spesso al servizio dell’antagonista

  • Il destinatore, o mandante, è il personaggio che propone le prove da superare

  • Il destinatario è il personaggio che agisce per ottenere l’oggetto desiderato; in genere è il protagonista o l’antagonista, ma può essere anche qualsiasi altro personaggio della storia




4) La presentazione del personaggio

A) La presentazione è diretta quando le caratteristiche dei personaggi ci vengono descritte da chi racconta la storia o da chi vi partecipa. Un personaggio può essere presentato:

  • dal narratore, che traccia un ritratto più o meno completo del personaggio

  • il personaggio si presenta da sé, raccontando le sue azioni o la descrizione che fa di se stesso (come accade nelle narrazioni autobiografiche)

  • da un altro personaggio, che lo descrive secondo il suo punto di vista.

    1. La presentazione è indiretta quando, in assenza di una presentazione diretta, il ritratto di un personaggio si delinea a poco a poco e richiede la collaborazione del lettore, che deve ricostruire la sua personalità un po’ alla volta sulla base delle sue parole, dei suoi comportamenti, delle sue scelte e di altri dettagli disseminati nel corso della narrazione.

    2. Abbiamo una presentazione mista quando è diretta e indiretta insieme, ovvero le caratteristiche del personaggio sono in parte descritte dal narratore e in parte devono essere ricavate dallo svolgimento della vicenda.


LE PAROLE E I PENSIERI DEI PERSONAGGI

Citazione: si ha quando il narratore riporta direttamente le parole dei personaggi, attraverso diverse tecniche:

  • discorso diretto: il narratore cede la parola ai personaggi e registra le loro parole; il discorso diretto dà al lettore l’impressione di essere sulla scena e quindi diminuisce la distanza narrativa, questa tecnica mette inoltre in risalto il linguaggio dei singoli personaggi perché attraverso la registrazione del parlato si possono desumere delle caratteristiche sociali e culturali. Il discorso diretto può essere:

  • legato, vale a dire introdotto da verbi dichiarativi (dire, rispondere, aggiungere…)

  • libero, quando le parole del personaggio non sono introdotte da un verbo dichiarativo, a volte neanche dalle virgolette; questa tecnica è particolarmente utilizzata nei romanzi attuali per riprodurre la realtà in modo estremamente mimetico, riducendo al minimo la mediazione del narratore

  • monologo: si ha quando un personaggio si rivolge direttamente a un interlocutore che, pur essendo presente, non risponde e si limita ad ascoltare (anche in questo caso, come nel discorso diretto, il discorso del personaggio può essere o non essere fra virgolette)

  • soliloquio (o monologo interiore): l’autore in questo caso trascrive direttamente le parole che un personaggio dice tra sé e sé, trascrive i suoi pensieri e i suoi stati d’animo, dando al lettore l’impressione di ‘entrare nella sua testa’: il personaggio parla in prima persona e al presente; il linguaggio è quello del personaggio, non del narratore; il discorso interiore non implica la presenza di un destinatario; il narratore si annulla, il lettore viene introdotto nella mente del personaggio senza spiegazioni o premesse; la sintassi ha un andamento logico o comunque lineare (a differenza del flusso di coscienza)

  • flusso di coscienza: è una tecnica, usata soprattutto a partire dagli inizi del Novecento, che consiste nel trascrivere direttamente sulla pagina i pensieri di un personaggio, così come si presentano, senza un ordine logico. Si passa dalla descrizione delle azioni del personaggio alla trascrizione “in diretta” delle sue riflessioni, dei suoi ricordi, dei suoi dubbi, senza l’uso delle virgolette, né di alcuna espressione introduttiva che avverta il lettore del passaggio. Questa tecnica dilata molto la narrazione poiché le immagini nascono una dall’altra per associazioni di idee. Esempio tipico di flusso di coscienza è il romanzo Ulisse di James Joyce.




                  Resoconto: in questo caso è evidente la mediazione del narratore che riferisce le parole o i pensieri di uno o più personaggi in modo indiretto; il linguaggio è dunque quello del narratore. Il discorso indiretto può essere:

  • discorso indiretto legato, quando le parole e i pensieri dei personaggi vengono riportati in terza persona, indirettamente, e fatti dipendere da espressioni quali “disse che”, “rispose che”, “pensò che”, ecc.

  • discorso indiretto libero, quando le parole e i pensieri dei personaggi vengono riportati in terza persona, indirettamente, ma vengono eliminate le espressioni introduttive “disse che”, “rispose che”, “pensò che”, “chiese se”, ecc. Le parole del personaggio si confondono così con quelle di chi racconta la storia, tanto che sembra che siano i personaggi stessi a raccontarla (il punto di vista e le modalità espressive sono tipiche di quel personaggio). Il discorso indiretto libero comporta dunque un brusco passaggio da una focalizzazione esterna a una interna: improvvisamente a vedere e a pensare non è più il narratore, ma il personaggio. Questa tecnica fonde le modalità del discorso diretto e di quello indiretto.

  • Discorso raccontato: il narratore riassume sommariamente le parole o i pensieri del personaggio, scegliendo quali informazioni dare al lettore

LO SPAZIO


Una storia può svolgersi in luoghi reali, realistici o verosimili, oppure in luoghi fantastici; gli eventi possono accadere all’aperto o in spazi chiusi, in luoghi indefiniti o in luoghi descritti con precisione; in ogni caso, lo spazio in cui sono collocate le vicende non fa quasi mai semplicemente da sfondo, ma svolge un’importante funzione narrativa. Le sequenze che descrivono i luoghi e gli ambienti hanno diverse funzioni: forniscono informazioni utili per la comprensione della storia, rallentano il ritmo del racconto o creano una sospensione, danno rilievo agli stati d’animo dei personaggi.

A volte la descrizione di un paesaggio delinea, per analogia o contrasto, le emozioni e la condizione psicologica di un personaggio, come se il mondo esterno fosse una proiezione del suo mondo interiore.

La rappresentazione dello spazio può avere anche un importante significato simbolico e rappresentare un concetto, un’idea, uno stato d’animo: un bosco può significare paura e smarrimento, un luogo chiuso l’oppressione, l’ascesa verso un monte il desiderio di perfezionamento o il contatto con il divino, ecc.

La qualità dello spazio assume un valore comunicativo e può essere interpretata in base ad alcune opposizioni che possono assumere un valore simbolico o comunque un significato codificato: aperto/chiuso; alto/basso, città/campagna, ecc. Comunque, la qualità dello spazio può essere ambivalente: l’ambiente domestico è convenzionalmente il luogo della protezione e della sicurezza, ma può trasformarsi anche in una gabbia asfissiante e oppressiva.

Molte volte i luoghi rappresentano uno stereotipo, ricalcano cioè modelli fissi e immutabili. Questo accade spesso nelle narrazioni fiabesche ed epico-cavalleresche, dove i protagonisti si muovono in imprecisato boschi, castelli, mari tempestosi, oppure nella narrativa di genere (romanzi di avventura, gialli, horror, western, fantascienza, ecc.).

IL TEMPO

Per analizzare il tempo in un racconto bisogna considerare:



  1. L’epoca in cui è ambientata la storia (ovvero la collocazione cronologica rispetto al momento in cui l’autore scrive). La vicenda può collocarsi:

  • nella contemporaneità (è quanto avviene di solito nel romanzo realistico-sociale)

  • nel passato (ad esempio nel romanzo storico)

  • nel futuro (come nei romanzi di fantascienza)

Il momento storico in cui la vicenda è ambientata può essere dichiarato esplicitamente (ad esempio nel primo capitolo de I Promessi Sposi, “…sulla sera del giorno 7 novembre 1628”), oppure può essere desunto dal lettore in base a riferimenti impliciti presenti nel testo.

  1. L’ordine: si è già parlato dell’ordine del racconto a proposito delle definizioni di fabula e intreccio: gli eventi che costituiscono la trama possono essere narrati in ordine cronologico (se il racconto segue la successione temporale degli eventi nella storia), oppure col alterazioni dell’ordine cronologico, se vengono anticipati fatti che nella storia avvengono dopo, o posticipati eventi fatti che nella storia sono accaduti prima. Le tecniche che consentono di spostarsi all’indietro o in avanti sulla linea temporale sono:

  • Il flashback o analessi, con cui vengono narrati avvenimenti passati rispetto a quelli che il narratore sta raccontando

  • L’anticipazione o prolessi, con cui si danno informazioni su eventi futuri rispetto a quelli che sta raccontando il narratore

  1. La durata narrativa: l’arco di tempo in cui si svolgono gli avvenimenti. Chiamiamo il tempo della storia (TS) l’arco di tempo che gli avvenimenti effettivamente occupano; chiamiamo tempo del racconto (TR) lo spazio che l’autore attribuisce agli avvenimenti nel testo dedicando a ciascuno una certa quantità di parole, righe, pagine, e determinando in questo modo il tempo che il lettore dedicherà a loro. Difficilmente il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono, perché il narratore può riferire più o meno estesamente le vicende, oppure può decidere di ometterne alcune. Dunque esistono diverse tecniche per variare il rapporto fra tempo della storia e tempo del racconto.


Le forme della durata

L’autore può comprimere o dilatare il tempo usando determinate tecniche, che attribuiscono alla narrazione un diverso ritmo narrativo:



  • Il sommario o riassunto: i fatti verificatisi nella realtà vengono brevemente riassunti nella narrazione. Dunque il TS è maggiore del TR (TS>TR). Il ritmo è accelerato.

  • L’ellissi (TR=0; TRMassima accelerazione del ritmo.

  • La pausa si verifica quando la narrazione si interrompe per lasciare spazio a delle sequenze statiche, che possono essere: una riflessione del narratore o di un personaggio, una descrizione di un ambiente, di un paesaggio, di un personaggio, una digressione, cioè il racconto di altri fatti rispetto a quelli della narrazione, che forniscono elementi utili per capirla meglio. TS=0; TR>TS

  • la scena dialogata: è l’unico caso in cui il TS coincide con il TR perché tramite i discorsi dei personaggi assistiamo “in presa diretta” allo svolgersi della vicenda

  • l’analisi si ha quando il TR è molto maggiore rispetto al TS, cioè quando l’autore dedica un ampio spazio narrativo a fatti che nella realtà accadono molto più rapidamente; si ha quindi una grande dilatazione del tempo e un forte rallentamento del ritmo della narrazione.





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