Il titolo è provvisorio (la mostra raccontata a Tommaso)



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22.05.2018
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Il titolo è provvisorio (la mostra raccontata a Tommaso)

Tommaso è un bellissimo bambino di appena sei mesi. Ha lo sguardo attento ed il sorriso tra-volgente. Suo nonno Massimo ne conosce bene l’intelligenza precoce ed è convinto che gli si possa raccontare anche una mostra d’arte, le opere esposte, le vite degli artisti, il come ed il perché. “Come una favola”, dice divertito dall’ovvietà della cosa. E chiede a me di farlo. Io temo che sopravvaluti non poco le mie capacità, perché questa è una mostra decisamente complessa .

Caro Tommaso,

prima di tutto devi sapere che una mostra non è la femmina di un mostro, anche se, per essere bella , qualcosa di mostruoso, cioè di fuori dal comune, lo deve avere. In verità, una mostra è una raccolta curiosa di immagini strane, pensate dagli artisti. Adesso, per favore, non chiedermi per-ché gli artisti se le inventino e perché la gente le voglia vedere, altrimenti la storia diventa troppo lunga e io mi ci perdo. Andiamo avanti.

Ci sono tre artisti, che si chiamano Roger Ballen, Ryan Mendoza e Paul P., riuniti appunto in una mostra . Questi tre signori vengono da paesi lontani, hanno età e vite diverse e fanno opere molto differenti tra loro. Il primo è un fotografo. Fa le immagini con un apparecchio che vede solamente in bianco e nero. Nelle sue fotografie appaiono oggetti, maschere, disegni, animali, giocattoli, piante, fili di ferro, macchie sui muri, graffiti e soprattutto personaggi che si confondono con tutto ciò. Ma la cosa particolare è che stanno sempre dentro una stanza, come se fosse il loro unico spazio e non ci fosse nient’altro al di fuori. Se tu fossi meno perspicace, come me ad esempio, cercherei di spiegartelo in modo più semplice e ti direi che si tratta di un universo claustrale, di un Huis clos, nel quale l’isolamento della figura umana ci rinvia ad una zona profonda della nostra coscienza, dove il riflesso di noi stessi è in bilico tra il sogno e la ragione, per nulla consolatorio, quindi autentico. Ma so che non ce n’è alcun bisogno, l’hai già capito. Invece, quello che ti devo assolutamente raccontare è che Roger Ballen è anche un geologo e che ha lavorato per tanto tempo nelle miniere in Sud Africa. Le miniere sono luoghi sotterranei, fatti di gallerie e cunicoli che scendono verso il centro del nostro pianeta, attraversando strati di minerali sempre diversi man mano che la profondità aumenta. Sono un po’ come la memoria della Terra perché dentro ci si trova tutto quello che si è accumulato dalla notte dei tempi. Assomigliano mol-to al nostro cervello, anche lui fatto di circuiti interminabili, nei quali ognuno di noi deposita le immagini della sua vita, quelle viste e quelle inventate. Ecco, l’apparecchio fotografico del sig. Ballen, funziona come una trivella, che riporta alla luce i ricordi, i sogni, le fantasticherie e gli incubi. E lui li guarda come quelle pietre grigie di fuori che, quando le spacchi, dentro sono piene di disegni straordinari e sembrano delle pitture. Sono sicuro che, se tuo nonno Massimo avesse pensato a questa mostra come ad una casa da costruire, avrebbe assegnato a lui il lavoro di scavo e la realizzazione delle fondamenta, la parte interrata dove stanno le cantine. Appena sarai capace di camminare, vedrai che meraviglia perdersi in una cantina , soprattutto quando è zeppa di vec-chi mobili, di quadri impolverati, di bottiglie con le etichette misteriose, di pacchi di riviste dalle copertine sorprendenti, di giocattoli rotti e, magari, in compagnia di un topo che ti sorride minac-cioso da sotto una scodella crepata. Un po’ impaurito e un po’ eccitato, scoprirai cos’è il coraggio e proverai il brivido dell’immaginazione e dello stupore. Da solo e a tu per tu con i tuoi pensieri.

Mi sembra che siamo arrivati ad un primo punto. Diciamo che questa è la storia di una mostra fatta come una casa. E forse le stiamo trovando anche un titolo un po’ meno provvisorio. Il titolo potrebbe essere “La casa di Tommaso”(titolo non ancora definitivo). Nella casa di Tommaso, la cantina è stata costruita da Roger Ballen come una miniera. E’ colorata con le infinite sfumature del grigio, cioè in bianco e nero, come il Sud Africa. Vale a dire la cantina del Mondo, se si pensa che New York sia l’attico. E’ un sotterraneo da visitare in solitudine, perché tutto quello che hai da vedere, sotto la polvere e tra le tante immagini che lo affollano, in realtà è solo te stesso.

Ovviamente, già si sente l’eco del tramestio che c’è al piano di sopra. Gente che arriva, si siede, chiacchiera, si alza, beve, ride, riparte, c’è anche della musica. Certo, è il piano terra, quello che si affaccia sulla strada dove tutti passano. Va e vieni. Dentro e fuori. Lì abita e lavora Ryan Mendoza, scappato a Napoli, anche lui originario di New York. E’un pittore e quello è il suo studio. C’è molto movimento, sua moglie, le amiche di sua moglie, le modelle, i modelli, però lui non si vede mai. Ma noi siamo sicuri che c’è, infatti i suoi dipinti rappresentano proprio le persone che sono lì. Da sole, in coppia, talvolta a figura intera, talvolta trasparenti. Guardano verso di lui, quasi si fossero accorte di essere spiate dal buco della serratura. E forse è veramente così. Stanno dentro ai quadri e danno l’impressione di non poterne più uscire. Avviluppate da un ambiente sovraccarico di luci e colori, di lampadari, tessuti, carte da parati, mobili e soprammobili. Ma anche impigliate nello sguardo del pittore, che le divora dopo averle sorprese in un istante di debolezza, come fa una pianta carnivora con gli insetti di cui si nutre. Crudele, eppure senza cattiveria, anzi con la tene-rezza che si deve ad una preda mentre si dibatte pateticamente ancora un attimo prima di soccombere. Vedi Tommaso, e lo dico molto più per chiarirmi le idee che per darti spiegazioni, è un po’ come se questo artista guardasse il mondo dalla seggiola di un peepshow. Cioè un piccolissimo teatro privato nel quale, seduto da una parte del vetro, lui osserva una bella ragazza che, dall’altra, si guadagna il prezzo del biglietto dimenandosi ad arte per qualche minuto, prima che la luce si spenga. Quello che li unisce sono gli sguardi di lui, quello che sembra separarli è la solitudine di ciascuno di loro, ma in realtà entrambi sono complici di uno stesso progetto, che conoscono a memoria, e che consiste nel penetrare con gli occhi la vita degli altri, poi tutto scompare dietro il vetro. Naturalmente, ti faccio grazia degli arabeschi linguistici sulla polisemia del verbo penetrare e delle similitudini tra il lessico della pittura e quello dell’erotismo o, ancora, delle infinite rifles-sioni possibili sulla tensione tra amore e morte nella genesi dell’opera d’arte. Tutte cose, queste, da riservare agli eruditi che annoiano tanto anche Massimo. Quello che ci interessa davvero per la nostra storia è che al piano terra di questa casa c’è la pittura di Ryan Mendoza perché i suoi quadri pieni di sensualità e sentimento sono sguardi intensi, posati sui corpi desiderati e forse anche amati . Come per farli propri prima che la strada li’ fuori se li ri-prenda. Come se la pittura fosse l’unico grimaldello capace di rompere il vetro tra lui e loro.

E con questo direi che la storia ha un secondo capitolo. La casa, che è una mostra, ha un piano terra con i colori ocra e rosa delle strade di Napoli e dei suoi palazzi barocchi. Con gli incarnati densi delle ragazze, le forme sfuggenti dei loro corpi acerbi. Adesso il titolo potrebbe essere “Tommaso esce di casa”(titolo da definire). Ed è molto probabile che, in un futuro neanche tanto lontano, il turbamento provocato da uno sguardo insistito ti apra le porte del mondo. Che poi si chiami amore o pittura, poco importa, è sicuramente il modo migliore per entrarci. Questo piano della casa, naturalmente, si visita in due.

L’ultimo piano è ovattato come il grande nord del Canada, un paese dove non sono mai stato. Però, me lo immagino. Avvolto dal cielo e dalla neve, simile alla Norvegia. Che è un altro paese dove non sono mai stato. Perché nella mia vita ho viaggiato molto, ma perlopiù dentro casa mia. Mi sono spinto fino agli estremi confini settentrionali e conosco bene il sottotetto, il posto più vicino alle nuvole, che altro non sono se non il riflesso celeste della neve. Quando ero appena più grande di te, mi dicevo che se fossi stato un angelo avrei voluto vivere proprio lì, in solaio. Giusto per non allontanarmi troppo dalla mia prima casa. Ed è molto probabile che gli angeli ci abitino per davvero, nei raggi di sole che tagliano l’aria grigia entrando dagli abbaini. Così lontano dal brontolio tellurico della cantina e dal tumulto mondano della strada, quello mi è sempre sembrato il luogo del silenzio e della meditazione, forse della malinconia.

Il solaio della casa di Tommaso è pieno di dipinti e incisioni di Paul P., pittore di origine canadese che vive a Parigi. Ed io avrei una gran voglia di raccontarti quanto quelle piccole tele e quei fogli leggeri mi ricordino le atmosfere sospese e quasi astratte di certi maestri del passato. I paesaggi freddi di Munch, la laguna nebbiosa di Whistler, le vaporose figure di Sargent. Ma questo solo perché ho un’età alla quale è ormai praticamente impossibile guardare i quadri senza pensare ad altri quadri. Errore di vecchiaia. La verità è che quei corpi androgini, immersi nei colori bassi e nella luce cangiante dell’ora blu, rapiti dal richiamo di un altrove lontano ed invisibile, sono quelli degli angeli. Proprio così, angeli, presenze disincarnate, spiriti lievi che stanno tra la terra e il cielo, im-magini inafferrabili fatte di aria e di luce. Dipingere il loro ritratto significa inventarseli, perché loro non si lasciano vedere nè tantomeno sono disposti a posare. Sono idee, figure della mente, espresssioni dell’anima. E, se mi perdoni la sciocchezza, vanno colti al volo. Colla velocità del pensiero, come dice Aristotele, un signore vecchio di duemila anni e più, perchè “l’anima non pensa mai senza un’immagine”. Ecco, quelle figure e quei paesaggi sono proprio pensieri che ci fanno vedere quello che i nostri occhi non vedono fino a quando non si chiudono, smettono di guardare fuori e si fissano su quel cielo che sta dentro di noi. In silenzio.

La storia della mostra volge al termine e con essa la visita della casa. Grazie a Paul P. abbiamo anche un sottotetto, in apparenza deserto, ma in realtà colmo di cose da vedere. I suoi colori sono quelli dell’acqua, dell’aria, delle nuvole, della neve, della luce, dell’alba e del tramonto. Colori del nord, sfumati e tenui. Tra il bianco azzurrino del Canada ed il grigio piovoso di Parigi. A questo punto, il nostro titolo potrebbe essere “La pittura è casa mentale”, ma finalmente io preferisco conservare “Il titolo è provvisorio”come titolo definitivo, perché questa storia avrem-mo potuto intitolarla anche “La mente è cosa pittorica” o in cento altri modi . Quello che mi sta a cuore, Tommaso, è che tu sappia che non me la sono inventata di sana pianta, ma che mi è stata suggerita in parte da Massimo ed in parte da un signore francese che si chiama Gaston Bachelard, mentre il titolo è opera del mio amico Corrado. Ma soprattutto, che d’ora in poi, puoi raccontarla anche tu e come ti pare.

Didi Bozzini



Febbraio 2013




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