Il XV secolo fu un'epoca di grandi sconvolgimenti economici, politici, religiosi e sociali: un’epoca di confine tra IL Basso Medioevo e l’Età Moderna



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22.12.2017
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Il XV secolo fu un'epoca di grandi sconvolgimenti economici, politici, religiosi e sociali: un’epoca di confine tra il Basso Medioevo e l’Età Moderna.

  • Il XV secolo fu un'epoca di grandi sconvolgimenti economici, politici, religiosi e sociali: un’epoca di confine tra il Basso Medioevo e l’Età Moderna.

  • A livello politico, gli avvenimenti più significativi furono la caduta di Costantinopoli per mano degli Ottomani nel 1453 e la creazione degli Stati moderni, tra cui le monarchie nazionali di Francia, Inghilterra e Spagna.

  • In ambito economico e sociale, con la scoperta dell’America (1492), inizia un’epoca di esplorazioni e di espansioni coloniali che allargano a dismisura l'orizzonte del mondo europeo. I commerci così si spostano verso l’Oceano Atlantico e verso il Nord Europa lasciando il Mediterraneo in secondo piano.

  • Riguardo alla religione, ci fu la Riforma protestante, che causò lo scisma tra la Chiesa cattolica e quella protestante. La riforma intendeva rinnovare la Chiesa Romana, criticandone le rilassatezze e la corruzione, ma finì per costituire una realtà indipendente.



Tra il XV e il XVI secolo si svilupparono l’Umanesimo e il Rinascimento.

  • Tra il XV e il XVI secolo si svilupparono l’Umanesimo e il Rinascimento.

  • La visione umanistica si basava sulla riscoperta e la riaffermazione del valore della dignità dell’essere umano che divenne centro e misura di tutte le cose.

  • L’umanesimo e il Rinascimento furono un ritorno alle origini. Gli Umanisti si accostarono alle opere dell’Antichità greca e latina con una prospettiva storica. Nacque così la filologia.

  • Il Rinascimento fu un periodo di innovazione in tutti i campi. Gli intellettuali e gli artisti rinascimentali furono ospiti dei Signori che praticavano il mecenatismo.



Il Neoplatonismo fu l’ultima manifestazione del platonismo nel mondo antico; in esso vengono fusi elementi pitagorici, stoici e aristotelici che influenzeranno il pensiero cristiano, medievale e anche quello moderno. L’esponente maggiore di questa corrente di pensiero è Plotino (III d.C.).

  • Il Neoplatonismo fu l’ultima manifestazione del platonismo nel mondo antico; in esso vengono fusi elementi pitagorici, stoici e aristotelici che influenzeranno il pensiero cristiano, medievale e anche quello moderno. L’esponente maggiore di questa corrente di pensiero è Plotino (III d.C.).

  • Nel ‘500 grazie alla filologia e alla riedizione degli scritti antichici fu una riscoperta del Neoplatonismo che divenne uno dei cardini della filosofia rinascimentale.

  • Tra i pensatori più importanti del periodo ricordiamo Giordano Bruno (filosofo, scrittore, pensatore ed ex frate domenicano), Marsilio Ficino (filosofo, umanista e astrologo italiano) e Pico della Mirandola (umanista e filosofo italiano).



Plotino afferma che la molteplicità sarebbe impensabile senza l’unità. Ogni cosa è un’unità al punto che tolta l‘unità è tolta lo stesso ente. Gli esseri minori hanno meno unità, mentre quelli maggiori ne hanno di più di grado in grado finché si giunge all’Uno assoluto, che è divino ed è la fonte da cui si irradiano tutte le cose.

  • Plotino afferma che la molteplicità sarebbe impensabile senza l’unità. Ogni cosa è un’unità al punto che tolta l‘unità è tolta lo stesso ente. Gli esseri minori hanno meno unità, mentre quelli maggiori ne hanno di più di grado in grado finché si giunge all’Uno assoluto, che è divino ed è la fonte da cui si irradiano tutte le cose.

  • Da questi ciò deriva la teoria dell’Emanazione secondo la quale il mondo derivi dall’Uno a causa di una sovrabbondanza d’essere, come la luce che si irradia da un punto luminoso o l’acqua che sgorga da una sorgente.

  • L’emanazione quindi non scaturisce da un’azione volontaria dell’Uno ma è una progressiva degradazione della potenza divina. L’anima del filosofo può tornare misticamente all’Uno risalendo a ritroso la scala del percorso che ha portato alla formazione del mondo. In questo percorso l’arte ha una funzione principale,



Plotino supera la condanna platonica dell'arte (come copia di una copia). L'arte come mimesis (imitazione) non viene condannata perchè la natura e il mondo sensibile sono immagine del mondo superiore (trascendente). Il bello sensibile è un riflesso di quello spirituale, anche se frammentato e imperfetto

  • Plotino supera la condanna platonica dell'arte (come copia di una copia). L'arte come mimesis (imitazione) non viene condannata perchè la natura e il mondo sensibile sono immagine del mondo superiore (trascendente). Il bello sensibile è un riflesso di quello spirituale, anche se frammentato e imperfetto

  • Questa nozione di percezione estetica come momento conoscitivo dell'intelligibile sarà ripresa anche nel pensiero filosofico rinascimentale in cui verrà rivalutato lo stesso piano sensibile e materiale, che perderà ogni traccia di negatività o inferiorità.



Per Marsilio Ficino (XV) la bellezza delle cose è dovuta alla loro condizione di creature, nella quale si riflette la grandezza del Creatore. Le creature appartengono a un circuito d'amore che da Dio gratuitamente procede e a Dio ritorna,perché tutto quello che esiste è pervaso dal sentimento dell'insufficienza e acceso dalla passione per ciò che è perfetto.

  • Per Marsilio Ficino (XV) la bellezza delle cose è dovuta alla loro condizione di creature, nella quale si riflette la grandezza del Creatore. Le creature appartengono a un circuito d'amore che da Dio gratuitamente procede e a Dio ritorna,perché tutto quello che esiste è pervaso dal sentimento dell'insufficienza e acceso dalla passione per ciò che è perfetto.

  • Nella teoria Ficiniana dell'amore l'anima riveste il ruolo affidato a Eros nel Simposio platonico,quindi ha la funzione di demone, intermediario tra umano e divino.

  • L'amore realizza l'unità dell'uomo con il suo Creatore.



Charles de Bovelles, Liber de sapiente

  • Charles de Bovelles, Liber de sapiente



Il Simposio considera l’oggetto dell’amore, cioè la bellezza. Ogni interlocutore(Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone, Platone) espone la propria teoria su Eros con un ampio discorso.

  • Il Simposio considera l’oggetto dell’amore, cioè la bellezza. Ogni interlocutore(Fedro, Pausania, Erissimaco, Aristofane, Agatone, Platone) espone la propria teoria su Eros con un ampio discorso.









Ficino sostiene, in una nota lettera a Giovanni Cavalcanti, che “la bellezza dei corpi non consiste nelle ombre ma nello splendore e nell’incanto”, cioè in una Bellezza sovrasensibile che si contempla nella bellezza sensibile. Pertanto il bello non è definito dal filosofo sulla base di elementi tradizionali quali la proporzione, l’armonia, la misura, ma neoplatonicamente in base allo splendore che, unito alla brillantezza, comprende la luminosità divina. La bellezza delle forme implica ed evoca necessariamente Amore, principio cosmologico dell’unità delle cose in un circuitus spiritualis : nell’amore ha origine quella circolarità spirituale che va da Dio al mondo e dal mondo ritorna a Dio e nella quale si inserisce l’uomo, vera copula mundi, anello che tiene legati gli estremi opposti del creato, la materia e lo spirito, Dio e il mondo. Poiché la meta ultima dell’amore è riunirsi a Dio ed esso si manifesta nella bellezza, l’amore dell’uomo, quando vuole appagare il suo desiderio di ascesa al divino, viene definito come “desiderio di fruire della bellezza”.

  • Ficino sostiene, in una nota lettera a Giovanni Cavalcanti, che “la bellezza dei corpi non consiste nelle ombre ma nello splendore e nell’incanto”, cioè in una Bellezza sovrasensibile che si contempla nella bellezza sensibile. Pertanto il bello non è definito dal filosofo sulla base di elementi tradizionali quali la proporzione, l’armonia, la misura, ma neoplatonicamente in base allo splendore che, unito alla brillantezza, comprende la luminosità divina. La bellezza delle forme implica ed evoca necessariamente Amore, principio cosmologico dell’unità delle cose in un circuitus spiritualis : nell’amore ha origine quella circolarità spirituale che va da Dio al mondo e dal mondo ritorna a Dio e nella quale si inserisce l’uomo, vera copula mundi, anello che tiene legati gli estremi opposti del creato, la materia e lo spirito, Dio e il mondo. Poiché la meta ultima dell’amore è riunirsi a Dio ed esso si manifesta nella bellezza, l’amore dell’uomo, quando vuole appagare il suo desiderio di ascesa al divino, viene definito come “desiderio di fruire della bellezza”.

  • La bellezza, colta con i sensi superiori, con la mente, la vista, l’udito, è la manifestazione di Dio. Il vero amante, quindi, è colui che aspira allo splendore di Dio che rifulge nei corpi e la sua ricerca continua di un’unione con la persona amata non è altro se non il suo desiderio di farsi divinità. La teoria dell’amore neoplatonico, esposta per primo da Ficino nel famoso commento al Simposio di Platone, ebbe un’influenza fortissima su artisti e poeti.











Al centro del quadro, punto cardine della composizione, si trova Venere, qui riccamente vestita e ornata di gioielli; la sovrasta il figlio Cupido, nell’atto di scagliare una freccia infuocata, simbolo dell’innamoramento. Alla sinistra della Dea si svolge la vicenda d’amore di Zefiro e Clori: il vento afferra la ninfa alla quale si unirà trasformandola in Flora, raffigurata allegoricamente nella primaverile esplosione di fiori ed erbe. Il tema dell’amore come forza naturale generatrice di vita si riflette nella simbolica danza circolare delle tre Grazie, le ancelle della dea che gli Umanisti interpretavano come personificazioni del triplice aspetto di Venere: Bellezza, Castità e Piacere (Pulchritudo, Castitas, Amor). Nell’estremità sinistra dell’immagine si trova Mercurio, simbolo della Ragione, la parte superiore dell’anima, la facoltà esclusivamente umana che sta tra la natura e Dio: solitario, indifferente ai dardi di Cupido, è intento solo a disperdere le nubi per aprirsi un varco alla contemplazione dell’Eterno.

  • Al centro del quadro, punto cardine della composizione, si trova Venere, qui riccamente vestita e ornata di gioielli; la sovrasta il figlio Cupido, nell’atto di scagliare una freccia infuocata, simbolo dell’innamoramento. Alla sinistra della Dea si svolge la vicenda d’amore di Zefiro e Clori: il vento afferra la ninfa alla quale si unirà trasformandola in Flora, raffigurata allegoricamente nella primaverile esplosione di fiori ed erbe. Il tema dell’amore come forza naturale generatrice di vita si riflette nella simbolica danza circolare delle tre Grazie, le ancelle della dea che gli Umanisti interpretavano come personificazioni del triplice aspetto di Venere: Bellezza, Castità e Piacere (Pulchritudo, Castitas, Amor). Nell’estremità sinistra dell’immagine si trova Mercurio, simbolo della Ragione, la parte superiore dell’anima, la facoltà esclusivamente umana che sta tra la natura e Dio: solitario, indifferente ai dardi di Cupido, è intento solo a disperdere le nubi per aprirsi un varco alla contemplazione dell’Eterno.

  • Ernst Gombrich ha fornito un’ulteriore interpretazione della figura allegorica di Venere, in quanto simbolo dell’Humanitas, virtù che proviene dall’amore universale e che è l’insieme delle attività spirituali e più evolute dell’uomo.







Nell’ambiente culturale fiorentino improntato alla filosofia neoplatonica promosso da Lorenzo de’ Medici si formò anche Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che si recava assai frequentemente nel giardino della famiglia de’ Medici, dove poté ammirare la prestigiosa collezione di antichità lì collocata e conoscere personalmente Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Poliziano.

  • Nell’ambiente culturale fiorentino improntato alla filosofia neoplatonica promosso da Lorenzo de’ Medici si formò anche Michelangelo Buonarroti (1475-1564), che si recava assai frequentemente nel giardino della famiglia de’ Medici, dove poté ammirare la prestigiosa collezione di antichità lì collocata e conoscere personalmente Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Poliziano.

  • Nel Neoplatonismo egli trovò le ragioni della sua arte e del suo modo di sentire la vita, l’“essenza stessa della sua personalità” (Panofski).

  • Per Michelangelo, la scultura è arte che “si fa per forza di levare” (lettera a Benedetto Varchi), perché il compito dello scultore è quello di liberare dal blocco di marmo la forma spirituale che vi è contenuta, secondo l’idea platonica del mondo terrestre come una “prigione”, dove le pure forme o idee sono “annegate” e “sfigurate da non potersi riconoscere” (Ficino).



L’artista è colui che, ispirato da Dio (furor divinus), attraverso la contemplazione della realtà terrena, riesce a liberare e rendere percepibile in forme concrete la bellezza, che altro non è che un raggio dello splendore della luce divina; il suo compito fondamentale è quello di realizzare le immagini presenti nel proprio intelletto. Le figure di Michelangelo esprimono simbolicamente la lotta dell’anima per sfuggire al carcere della materia, ossia la condizione di sofferenza dell’uomo sulla terra.

  • L’artista è colui che, ispirato da Dio (furor divinus), attraverso la contemplazione della realtà terrena, riesce a liberare e rendere percepibile in forme concrete la bellezza, che altro non è che un raggio dello splendore della luce divina; il suo compito fondamentale è quello di realizzare le immagini presenti nel proprio intelletto. Le figure di Michelangelo esprimono simbolicamente la lotta dell’anima per sfuggire al carcere della materia, ossia la condizione di sofferenza dell’uomo sulla terra.

  • Gli elementi costitutivi dello stile della scultura di Michelangelo – quali la plasticità delle figure, l’energia e il conflitto interno che i corpi esprimono nella tensione di forze che non

  • trovano sbocco, nell’accentuazione dell’anatomia muscolare, nell’emergere delle forme dalla pietra – trovano il loro significato profondo nella convinzione neoplatonica che l’anima umana sia un riflesso divino, imprigionata e in conflitto con il corpo.



Il progetto della Tomba di Giulio II nelle intenzioni dell’artista doveva rappresentare,

  • Il progetto della Tomba di Giulio II nelle intenzioni dell’artista doveva rappresentare,

  • in senso neoplatonico, l’ascensione graduale dalla sfera terrestre a quella celeste in “una sintesi della gerarchia dell’universo, composto dalle sfere della materia, dello spirito e dell’anima” (De Tolnay).

  • Tra le statue destinate alla tomba i Prigioni e gli Schiavi sono significativi esempi della visione neoplatonica di Michelangelo: il non-finito, cioè l’interruzione del processo di definizione dell’opera quando la forma comincia ad apparire nel blocco di pietra inerte, è una scelta che permette a Michelangelo di fermare l’attimo di drammatico affrancamento dell’anima dalla materia, mantenendo nello stesso tempo assolutamente dinamica l’opera. I Prigioni, con le loro drammatiche torsioni, l’energia bloccata dei muscoli, esprimono l’anelito di liberazione dell’anima da una condizione animale inferiore, che Ficino descrive in una lettera a Neronio:

  • quanto deve mutare l’anima celeste e immortale quando dalla condizione originaria

  • decade, all’inizio delle nostre vite, da quella purezza con la quale era stata creata,

  • e viene rinchiusa nel carcere di un corpo oscuro, terreno e mortale?... I Pitagorici

  • e i Platonici ritengono che la mente, finché la nostra anima sublime agisce in un

  • infimo corpo, è agitata ininterrottamente dall’inquietudine e che spesso dorme e

  • sempre delira, così che i nostri movimenti, azioni e passioni, altro non sono che

  • vertigini di malati, sogni di dormienti e deliri di pazzi.



Nei progetti iniziali della Tomba di Giulio vi sarebbero

  • Nei progetti iniziali della Tomba di Giulio vi sarebbero

  • dovute essere anche statue raffiguranti

  • la Vittoria, di cui una incompiuta è conservata

  • oggi in Palazzo Vecchio a Firenze: esse avrebbero

  • dovuto rappresentare la soluzione del conflitto

  • espresso dai Prigioni, poiché personificavano

  • l’anima liberata dalla materia e capace di vincere

  • la dimensione terrestre con la ragione e aspirare

  • alla purezza originaria.



Giovanni Pico dei conti della Mirandola (XV) frequentò il circolo platonico di Ficino e condivise con il suo fondatore l’interesse per la magia naturale, che si avvaleva di presunte corrispondenze scoperte nel cuore della natura per ottenere effetti particolari: agendo su un singolo elemento del mondo, si riteneva possibile metterne in vibrazione un altro.

  • Giovanni Pico dei conti della Mirandola (XV) frequentò il circolo platonico di Ficino e condivise con il suo fondatore l’interesse per la magia naturale, che si avvaleva di presunte corrispondenze scoperte nel cuore della natura per ottenere effetti particolari: agendo su un singolo elemento del mondo, si riteneva possibile metterne in vibrazione un altro.

  • Secondo il Timeo platonico, infatti, la natura sarebbe un grande organismo vivente dotato di anima, nel quale tutte le cose si corrisponderebbero (simpatia universale).

  • Pico cercò di interpretare la Bibbia nei suoi sensi più intimi e segreti e rielaborò il racconto della Genesi per celebrare la dignità dell’uomo.



  • “Già Dio, sommo padre ed architetto del mondo, aveva costruito, secondo le leggi della sua arcana1 sapienza,

  • questo universo che noi vediamo, dimora e tempio della sua divinità, aveva abbellito con intelligenze

  • angeliche la regione2 che è al di sopra del cielo, aveva dato anima eterna ai globi eterei3, aveva popolato

  • con ogni specie di animali le parti putrescenti e fermentanti del mondo inferiore. Ma, compiuta la

  • sua opera, l’Artefice sentiva il desiderio che ci fosse qualcuno che comprendesse la ragione, amasse la bellezza

  • e ammirasse la grandiosità di un’opera tanto meravigliosa. Perciò, quando ormai tutto l’universo

  • era stato portato a compimento (come testimoniano Mosè e Timeo4), pensò di creare l’uomo. Però negli

  • archetipi5 non c’era nulla da prendere come modello per una nuova stirpe, nei tesori nulla da attribuire

  • come dote personale al nuovo figlio e in nessuna parte del mondo una sede particolare per questo contemplatore

  • dell’universo. Ogni spazio era già pieno: tutto era già stato distribuito ai vari ordini delle creature,

  • i sommi, i medi, gli infimi6. Non sarebbe stato degno della Potestà del Padre7 venir meno8, al termine

  • della creazione, quasi per esaurimento, né della sua Sapienza esitare in una cosa necessaria per mancanza

  • di consiglio9, né del suo benefico Amore che la creatura destinata a lodare la generosità divina

  • fosse costretta a rammaricarsene per quello che lo riguarda personalmente.

  • Stabilì alfine l’ottimo Artefice che a colui, al quale non si poteva dare nulla di proprio10, fosse comune

  • tutto quello che di particolare era stato attribuito alle altre creature.



E così accolse l’uomo come opera di natura non definita11, lo pose nel cuore dell’universo e così gli parlò: «O Adamo, non ti ho dato né una sede determinata, né un aspetto tuo particolare, né alcuna prerogativa12 a te solo peculiare, perché quella sede, quell’aspetto, quella prerogativa che tu desidererai, tu te le conquisti e

  • E così accolse l’uomo come opera di natura non definita11, lo pose nel cuore dell’universo e così gli parlò: «O Adamo, non ti ho dato né una sede determinata, né un aspetto tuo particolare, né alcuna prerogativa12 a te solo peculiare, perché quella sede, quell’aspetto, quella prerogativa che tu desidererai, tu te le conquisti e

  • mantenga secondo la tua volontà e il tuo giudizio. La natura degli altri esseri, stabilita una volta per

  • sempre, è costretta entro leggi da me fissate in precedenza. Tu invece, da nessun angusto limite costretto,

  • determinerai da te la tua natura secondo la tua libera volontà, nel cui potere ti ho posto. Ti ho

  • messo al centro del mondo perché di lì più agevolmente tu possa vedere, guardandoti intorno, tutto

  • quello che nel mondo esiste.Non ti ho fatto né celeste né terreno, né mortale né immortale, perché tu,

  • come se di te stesso fossi il libero e sovrano creatore, ti plasmi13 da te secondo la forma che preferisci.

  • Tu potrai degenerare abbassandoti sino agli esseri inferiori che sono i bruti14, oppure, seguendo l’impulso

  • del tuo animo, rigenerarti elevandoti agli spiriti maggiori che sono divini». O somma liberalità di Dio padre, o somma e mirabile fortuna dell’uomo, al quale è concesso di avere ciò che desidera e di essere ciò che vuole. I bruti, non appena nascono, recano dal seno materno ciò che

  • per sempre avranno. Gli spiriti superiori15 o già dall’inizio o poco dopo furono quello che saranno per

  • l’eternità. Invece nell’uomo, al momento della nascita, Dio pose i semi di ogni specie e i germi di ogni vita:

  • a seconda di come ciascuno li coltiverà, questi si svilupperanno e produrranno in lui i loro frutti. “

  • (G.Pico, De hominis dignitate)

  • 1. arcana: segreta, misteriosa. 2. la regione: l’Empireo, che, anche nella concezione dantesca del mondo ultraterreno, era il più alto dei cieli, dove, insieme a Dio, risiedevano gli angeli ed i beati.

  • 3. globi eterei: corpi celesti. 4. Mosè e Timeo: cioè la Bibbia ed un dialogo del filosofo greco Platone.

  • 5. archetipi: modelli originari ed ideali delle cose create, presenti nella mente di Dio, di cui le realtà materiali sono solo copie imperfette, secondo la dottrina platonica.

  • 6. sommi ... infimi: le creature più elevate, quelle mediocri, quelle più basse.

  • 7. Potestà del Padre: l’onnipotenza di Dio. 8. venir meno: rinunciare al suo compito ed

  • al suo progetto. 9. consiglio: capacità di discernere e di decidere. 10. nulla di proprio: caratteristiche che

  • fossero sue e di nessuna altra creatura. 11. di natura non definita: l’uomo, essendo libero, può decidere della propria sorte, nel bene e nel male, mentre le altre creature hanno già un comportamento determinato

  • dalla natura stessa. 12. prerogativa: privilegio particolare. 13. ti plasmi: modelli te stesso. 14. bruti: creature prive di ragione e dominate dall’istinto. 15. Gli spiriti superiori: gli angeli.



Giordano Bruno, nato  a Nola nel 1548, è stato un filosofo, scrittore ed ex frate domenicano che morì a Roma bruciato in Piazza Campo de’’fiori nel 1600.

  • Giordano Bruno, nato  a Nola nel 1548, è stato un filosofo, scrittore ed ex frate domenicano che morì a Roma bruciato in Piazza Campo de’’fiori nel 1600.

  • Bruno elabora una nuova teologia dove Dio è intelletto e ordinatore di tutto ciò che è in natura, ma egli è nello stesso tempo natura stessa divinizzata (panteismo).

  • Bruno abbraccia la Rivoluzione copernicana e la porta alle sue estreme conseguenze filosofiche: sono stati abbattuti i confini dell’universo, che è infinito (perché effetto di una Causa infinita). Ogni stella può essere un sole di altri mondi. Ciò apriva fondamentali questioni teologiche: la novella di Cristo era destinata anche agli altri mondi?

  • Per le sue dottrine, giudicate eretiche, fu condannato al rogo dall’Inquisizione della Chiesa Romana.



I dieci dialoghi Degli eroici furori (Londra, 1585) discutono della salita dell'anima verso l'Uno infinito attraverso l’amore un mezzo per ascendere alla contemplazione della bellezza divina.

  • I dieci dialoghi Degli eroici furori (Londra, 1585) discutono della salita dell'anima verso l'Uno infinito attraverso l’amore un mezzo per ascendere alla contemplazione della bellezza divina.

  • Bruno esalta il "furore eroico", inteso come il furor della tradizione platonica, l’invasamento amoroso che porta l’uomo alla febbrile ricerca della verità e del divino.

  • Ciò viene illustrato con il mito di Atteone, il cacciatore che per aver contemplato Diana nuda viene trasformato dalla dea in un cervo ed è sbranato dai propri stessi cani.

  • Atteone incarna la metafora dell’uomo alla ricerca del divino presente nella natura e che giunge a diventare un tutt’uno con essa. L'uomo, quindi, è spinto a ricercare la Natura dall'amore, quando la trova è spinto ad unirsi a lei, annullandosi come individuo, dall'eroico (da eros) furore.







La Favola di Amore e Psiche

  • La Favola di Amore e Psiche

  • (da Apuleio, L’asino d’oro)











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