Immagini mentali ed immagini reali


Vie esterocettive della sensibilità termica e dolorifica



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Vie esterocettive della sensibilità termica e dolorifica. Tramite un protoneurone sensitivo, gli stimoli raccolti a livello cutaneo raggiungono lo strato zonale, la sostanza gelatinosa ed i nuclei della testa del corno posteriore. Qui c’è l’articolazione sinaptica del protoneurone con il se­condo neurone (deutoneurone), quest’ultimo intrassiale. Il deutoneurone connette la testa del corno posteriore con quella formazione grigia intraencefalica da considerarsi come la zona di arrivo di tutte le vie ascendenti sensitive: il talamo ottico.

Le vie della sensibilità termica e dolorifica si originano dalla testa del corno posteriore, percorrono tutto i1 corno posteriore, passano per la commessura grigia anteriore e raggiungono il cordone laterale della metà opposta del mi­dollo spinale, davanti al fascio piramidale crociato. S’incurvano ad angolo retto facendosi ascendenti, risalgono il midollo spinale, il bulbo, il ponte ed il peduncolo cerebrale fino al talamo ottico. Da questa zona, dopo relé, raggiungono la corteccia cerebrale. Il decorso della sensibilità termica e dolorifica fino al talamo è indicato come la via, o fascio spinotalamico laterale.

La pelle e le parti ad essa prospicienti brulicano di recettori sensoriali in particolare di terminazioni libere, specializzate nel senso del dolore. Queste terminazioni libere si sfioccano superficialmente fino all’interno delle parti basali degli epiteli cutanei e sono spesso frammiste con altre terminazioni nervose. Per esempio, la sensazione che si riceve immergendo un dito in acqua bollente è sia di calore che di dolore. I recettori del dolore (nocicettori) sono differenti dagli altri tipi di corpuscoli sensitivi per almeno un aspetto. Le stimolazioni non percepite come dolore, lo possono diventare nel caso in cui l’area colpita sia dolorante ed in un certo modo invalidata. Digitare su una tastiera non è un’esperienza dolorosa, a meno che non si abbiano all’estremità delle dita delle bruciature, o dei tagli o infiammazioni di vario tipo. I recettori del dolore sembrano avere una memoria circa l’area del corpo che è stata danneggiata, potendo spedire informazioni al cervello e nello stesso tempo riceverle. Quando il corpo è ammalato, numerosi processi si attivano, finalizzati alla guarigione ed i nocicettori vi hanno un importante ruolo. Il fenomeno che si verifica in conseguenza di una piccola bruciatura sulla pelle è stato ben studiato. Le cellule dei tessuti danneggiati dalla bruciatura rilasciano sostanze chimiche (istamina, bradichinina ecc.) che ipersensibilizzano le terminazioni nervose di zona per il dolore. Ciò spiega perché l’aera circostante la bruciatura è dolorante per un periodo prolungato di tempo. I recettori dolorifici sono anche coinvolti attivamente nei processi vasodilatatori che rendono la parte dolorante rossa e gonfia. La maggior parte dei coni e dei bastoncelli retinici o le cellule capellute dell’orecchio interno, sono altamente specializzate e con una struttura anatomica complessa. Invece, i nocicettori ed i termocettori sono per lo più terminazioni nervose libere che rispondono a differenti tipi di stimoli. Non è chiaro quali delle strutture tissutali che li circondano, o li avvolgono, rendano differenti le loro risposte. I nocicettori possono rispondere ai vari gradi del dolore, in particolare per quanto riguarda il calore od il freddo. Si attivano in risposta a:


  1. Stimoli meccanici dolorosi, come ad un taglio, ad una puntura o ad un pizzico.

  2. Alle sostanze chimiche che si liberano in un tessuto danneggiato.

Alcuni nocicettori si attivano in conseguenza di tutti questi stimoli, altri solo in presenza di alcuni di essi. C’è un altro fattore che differenzia i vari nocicettori. Quando l’infermiere ti punge il dito per un esame clinico, percepisci per prima una puntura a cui segue un vago e prolungato dolore. Queste due sensazioni dolorifiche dipendono da due tipi di recettori, quelli del dolore lento e quelli del dolore pungente. Entrambi sono neutralizzabili con anestetici speciali. L’esistenza del dolore che alcuni vorrebbero eliminare del tutto, ha risvolti positivi, qui elencati:




  1. Il dolore è un valido sistema d’allarme corporeo. Persone poco sensibili al dolore tendono a soffrire per ingiurie che guariscono più lentamente della norma e spesso non del tutto.

  2. I nocicettori spediscono entrambi i tipi d’input al cervello: quelli del dolore acuto, ma breve e quelli del dolore prolungato, attivando in specifiche aree cerebrali sostanze che accelarno la guarigione.

  3. C’è un continuo feedback tra cervello-nocicettori e viceversa. Questo continuo scambio d’informazioni tra centro e periferia tende a combattere eventuali traumi tissutali.


Precisazione. Secondo alcuni autori, non c’è completa identificazione tra sensazione dolorifica e processo nervoso. Invece, Searle J.R. (2012) dice che se il dolore fosse real­mente identico alla stimolazione delle C-fibre, allora l’asser­zione “dolore = stimolazione delle C-fibre” dovrebbe essere vera, se fosse vera. Tuttavia, non è necessariamente vera perché pur essendoci stretta correla­zione tra dolore e stimolazione delle C-fibre, è comunque faci­le immaginare che un dolore possa esistere senza stimolazione delle C-fibre e viceversa, che possa esistere una stimolazione delle C-fibre senza un corrispondente dolore. Ma se è così, al­lora l’asserzione d’identità non è necessariamente vera, e se non è necessariamente vera, non può essere per niente vera. Dun­que, è falsa. Quanto testé detto per l’identificazione del dolore con eventi neurologici vale per qualsiasi identificazione di sta­ti mentali coscienti con eventi fisici.



  1. LA VISIONE.

L’orecchio umano non percepisce tutte le frequenze delle onde sonore ed i nostri occhi non intercettano tutte le frequenze dello spettro elettromagnetico. Non siamo sensibili neanche a tutte le frequenze della luce solare. Le onde elettromagnetiche più lunghe di 700 nanometri e quelle più corte di 400 nm sono invisibili all’Uomo. Ciò non esclude che alcuni animali percepiscano le radiazioni solari al di là dell’arco visibile. Alcuni serpenti avvertono la radiazione infrarossa che ha una frequenza di circa 400 volte maggiore della radiazione visibile. Per questi rettili, sentire è meglio che vedere. Al posto degli occhi che hanno e sono funzionanti, questi rettili usano uno speciale strumento sensoriale indicato come organo cavo, una minuscola depressione ovoidale di circa 1 mm di diametro ed 1 mm di profondità. Le cellule di questa struttura sono sensibili alla radiazione infrarossa, potendo determinare le differenze di temperatura nell’ordine delle migliaia di CELTIUS. La depressione ovale, o organo cavo, dei serpenti funziona come una camera oscura con un forellino ad una estremità. Questo forellino non è più grande di una testa dsi spillo.


Omologhe camere forate sono in uso da secoli presso molti popoli. Nel 1021, un arabo le descrisse nel suo Libro di ottica e sono state adoperate di recente da numerosi artisti. Questi strumenti hanno una piccola camera oscura e ben sigillata. Un minuscolo foro, non più grande della punta di una penna, è l’unica apertura per dove può entrare un fascio luminoso. La luce attraversa la camera e poiché questa è poco profonda, si focalizza su un punto preciso del fondo, dove si stampa l’immagine invertita, come le pellicole dei film. Il forellino corrisponde ad una immagine chiara e ben definita. Tuttavia, piccoli buchi fanno entrare poca luce. E’ necessaria una lunga esposizione perché si abbia un’immagine ben definita. Per questo, la camera oscura con un piccolo foro è utilizzabile solo per ritrarre nature morte. Questo tipo di camera oscura con forellino è un grosso problema per i serpenti che usano cacciare le prede nel buio. La preda si muove, non sta ferma. Per un’accurata valutazione degli oggetti, questa camera oscura con forellino deve poter determinare il passaggio di un ratto solo se si trova davanti al forellino, o a poca di stanza dal esso. Si tratta di un organo di senso che deve risolvere problemi conflittuali. Da una parte, deve intercettare abbastanza bene la radiazione infrarossa, in modo che il serpente avverta la presenza del ratto in movimento. Ciò necessita di un’apertura del forellino abbastanza ampia. Però, l’immagine infrarossa (IR) necessita di essere ben focalizzata perché il serpente colpisca con esattezza la preda. In questo secondo caso, l’apertura dell’organo cavo dev’essere piccola. L’apertura ottimale dell’ organo cavo dovrebbe avere un diametro di circa 1% della distanza tra forellino e l’immagine sul fondo. Per questo, una camera di forma cilindrica e di circa 125 mm di diametro deve avere un’apertura di 1,25 mm di diametro. Solo così, l’immagine si forma sulla parete opposta al forellino ad una distanza di 5 mm. Un boa costrittore ha una camera ovale, o organo cavo, con un diametro di circa un millimetro e la distanza buco – fondo (dove si stampa l’immagine) è anch’essa di circa un millimetro. Ciò fa in modo che l’immagine ad IR formata sull’organo cavo sia molto sfocata, ma rilevabile e riconoscibile all’istante dal predatore.

Sebbene molto più sofisticato, l’occhio umano si comporta come una vera camera oscura con forellino. Di fronte ad una luminosità molto intensa, l’iride si restringe in modo da far penetrare poca luce attraverso il forellino della pupilla. E’ l’effetto camera oscura. L’iride fa aggiustare il fuoco più di quanto le lenti flessibili degli occhi possano fare da sole. Una camera oscura con forellino, ottimizzata per formare una immagine completa agl’infrarossi, sarebbe di scarso uso per il serpente che utilizza una scarsa quantità di radiazioni all’infrarosso. Al serpente predatore, basta avere un’immagine sfuocata, ma contenente informazioni caloriche del corpo del topo che girovaga nel buio. Al serpente, non interessa osservare il mondo circostante in tutti i minimi particolari, ma avere qualcosa da mangiare, ogni tanto. Può anche essere che l’immagine sfuocata all’infrarosso riportata dalla piccola camera oscura dell’organo cavo avvii un complicato processo di riconoscimento dell’immagine nel cervello del rettile. La moderna tecnologia può ricostruire facilmente l’immagine di un oggetto da pochi e sfuocati particolari, mediante l’uso di un sofisticato software. Un gruppo di ricercatori tedeschi giudati da Sichert A.B. (2005, 2006, 2009), ha creato un modello plausibile che permette di ricostruirte immagini limpide da forme sfuocate come fanno i comuni serpenti predatori, provvisti dell’organo cavo. In aggiunta, un serpente ha gli occhi che come quelli umani, sono sensibili alla luce solare. Finchè l’oscurità non è molto profonda, il serpente usa gli occhi per accrescere l’informazione ottenuta tramite la fossa ovale ad infrarossi. La combinazione dell’immagine sfuocata agl’infrarossi con quella visiva degli occhi, è un ottimo mezzo per localizzare in modo preciso la preda.


La visione nell’Uomo. L’occhio è strutturato per trasformare le onde luminose in segnali elettrici, pronti per essere processati dal cervello. E’ questo che l’occhio fa. Quando la luce colpisce l’occhio, l’occhio stesso regola quanta luce possa entrarvi e quindi la focalizza verso l’interno, nella parte opposta al globo oculare. Esistono dei piccoli muscoli che controllano il meccanismo di focalizzazione, mentre altri sincretizzano la direzionalità dei due occhi all’unisono. All’interno dell’occhio, la luce è assorbita da quattro differenti tipi di recettori, tarati a seconda della lunghezza d’onda e l’intensità luminosa. I recettori della luce trasformano l’energia luminosa in segnali, da trasportare al cervello. E’ questa la percezione visiva. Apposite lenti (cornea) focalizzano in automatica la visione sui dettagli sott’osservazione. Spesso, l’occhio è paragonato ad una camera oscura e ciò può essere vero sotto molti aspetti. Come una fotocamera, l’occhio ha un meccanismo intrinseco di regolazione luminosa. Questo meccanismo permette alla luce l’entrata dalla parte anteriore dell’occhio. Il forellino preposto è chiamato pupilla e la quantità di luce che vi passa è controllata dall’iride. Nell’occhio umano, le lenti corneali variano il proprio fuoco, cambiando forma. Al contrario, in una fotocamera fissa, le lenti si aprono e si chiudono a seconda del tipo d’immagine, oppure, in una camera digitale, a seconda del fotosensore. Alcuni animali come i pesci, hanno per esempio gli occhi che focalizzano le lenti ad immagine fissa, come una fotocamera oggi alla moda. Per lo stesso motivo, ci sono molte strutture dell’orecchio atte a stimolare il movimento delle cellule acustiche della coclea nell’orecchio interno. Molti componenti dell’occhio esistono per focalizzare la luce sulla retina. Senza retina, l’occhio diventa un deviatore condizionato di segnali. L’occhio umano è quasi sferico e con un diametro di circa 25 mm, nell’adulto. Il suo peso medio è di circa 8 gr ed è in gran parte pieno di gelatina. Inoltre, c’è uno strato fibroso, fatto di connettivo denso a protezione del delicato apparato al suo interno e mantenendo la forma quasi sferica. Al di sotto dello strato fibroso, c’è quello vascolare che apporta ossigeno e trasporta via i cataboliti. Lo strato nervoso, suddiviso in tre lamine, forma il tappeto retinico. Su quest’ultimo, si focalizzano le immagini ed è paragonabile ad un moderno fotosensore.

La cornea e le lenti corneali. In una camera oscura fotografica, la luce è focalizzata con apposite lenti su di una pellicola, dove una reazione chimica fissa l’immagine. Nell’occhio, l’immagine dev’essere focalizzata sulla retina, dove avviene il miracoloso processo di trasformazione del segnale luminoso in segnale elettrico. La cornea ha due ruoli principali: permettere a tutta la luce la giusta inclinazione (o refrazione) in modo che i raggi luminosi si focalizzino sulla retina. Nell’altra funzione, deviando la direzione della luce, la cornea lavora di concerto con le lenti flessibili, disposte dietro di essa. Nell’attraversamento dei vari strati, dall’aria al mezzo acquoso (quest’ultimo fatto di strati gelatinosi), le onde luminose vengono ad essere inclinate a causa della differenza fisica dei due mezzi in cui viaggia. Questo fenomeno è indicato come rifrazione. La cornea può deviare i raggi luminosi in modo da focalizzarli nella parte opposta a quella di entrata. I muscoli ciliari modificano la forma delle lenti, estendendo o piegando la cornea e variando i suoi raggi di curvatura e quindi la direzione dei raggi luminosi. Quando i muscoli ciliari si rilassano, le lenti si appiattiscono, focalizzando gli oggetti lontani. Quando si contraggono, le lenti diventano più tonde e la cornea protrude all’esterno, focalizzando gli oggetti vicini. La cornea è la finestra davanti agli occhi e se ne è compromessa la trasparenza, ogni cosa diventa sfuocata. Con l’età, le lenti perdono elasticità e di conseguenza si riduce la capacità visiva.

Il LASIK è un intervento medico combinato con la microchirurgia ed il laser. Il Lasik corregge la miopia che è la difficoltà di mettere a fuoco immagini lontane. L’intervento consiste nell’uso di un laser ad ecchimeri con cui rimuovere il tessuto al centro della cornea, correggendo il difetto visivo.


Retina. L’occhio non è un organo cavo. Oltre all’iride che è la parte colorata dell’occhio e che regola l’ampiezza della pupilla ed oltre alle lenti corneali, la parte interna dell’occhio è piena di una sostanza simil-gelatinosa, conosciuta come corpo vitreo. La luce attraversa le lenti corneali ed è focalizzata nella superficie interna della parte opposta del globo oculare. La superficie dove si focalizzano le onde luminose è il tappeto retinico, o retina. L’organno del Corti nell’orecchio è a volte indicato come la base dell’udito. In modo analogo, la retina lo è per la visione. A livello retinico, l’energia elettromagnetica, sotto forma di onde luminose, è trasformata in segnali elettrici ed è convogliata al cervello. La retina ricopre circa i ¾ della superficie oculare interna, ma non è del tutto liscia ed uniforme. Ci sono due regioni retiniche, indicate come Disco ottico e Fovea. Il Disco ottico è la ristretta zona dove s’inserisce il nervo ottico. È una zona priva di fotorecettori ed è letteralmente cieca, essendo cancellata in automatico dal cervello mediante una congettura logica: come se nel disco ottico ci fosse qualcosa che lo riempia. Questa compensazione percettiva ha profonde implicazioni, non solo circa la rielaborazione cerebrale visiva, ma anche degli altri sensi.

L’altra regione atipica della retina è nella sua zona centrale, dalla parte opposta alla cornea. In questo punto, c’è una piccola depressione del tappeto retinico, indicata come FOVEA. In essa, migliaia di fotorecettori (coni) sono stipati con la massima densità, favorendo la fine visione dei colori. La fovea ha un diametro di circa 9 mm ed è indicata come la parte speciale della retina. La fovea è la parte centrale di una zona indicata come macula. Quest’ultima è così stipata di fotorecettori da non poter fare posto ai vasi sanguiferi di supporto. Quando la luce è troppo forte, la macula è sottoposta ad intenso lavoro ed opera in condizioni d’ipossia. Dei due tipi di degenerazione maculare, la secca e la umida, la seconda è correlata ad un carente apporto sanguigno. Alcuni organi annessi agli occhi come i muscoli oculo estrinseci, hanno la funzione di mettere in rotazione i globi oculari. Ruotando in modo concentrico ed in contemporanea i globi oculari, qualsiasi immagine che il cervello stia osservando viene ad essere concentrata sulle fovee di ciascun occhio.



Fototrasduzione. Si è visto che gli occhi umani trasmettono al cervello informazioni che si aggirerebbero sui nove milioni di MEGABYTE al secondo. Uno dei meccanismi fondamentali di questa funzione è la fototrasduzione, il fenomeno per cui la luce è trasformata in segnali elettrici. La fototrasduzione avviene nella retina, contenente milioni di fotorecettori. Queste cellule hanno la funzione di assorbire la luce, iniziando il processo di trasmissione dell’informazione luminosa al cervello, in base al colore ed alla brillantezza della luce stessa. I fotorecettori retinici sono di due tipi: i coni ed i bastoncelli. I coni sono molto numerosi nella fovea, avendo il compito d’intercettare la luce fioca. Se ne conoscono di tre tipi, in base alla capacità di assorbimento delle onde luminose: coni S (onde corte), M (onde medie) ed L (onde lunghe). A volte, sono collegati alla sensibilità per il blu, per grigio, o per il rosso, sebbene questi attributi non siano esatti. I coni S hanno la massima sensibilità per le onde luminose con frequenza di circa 440 nm (blu-violetto), gli M per le frequenze intorno ai 540 nm (giallo-verde) e gli L per quelle intorno ai 580 nm (arancione – giallo).

Questi tre tipi di coni, ognuno ottimizzato per la luce a differente frequenza d’onda, rende possibile la visualizzazione dei colori. Mescolando i diversi raggi luminosi tra loro, possiamo avere un ampio spettro di milioni di differenti colori. La base fisica della visione dei colori è nel fatto che abbiamo tre tipi di coni, ognuno dei quali assorbe una specifica porzione dello spettro luminoso.

I bastoncelli sono di un unico tipo. Sono specializzati nell’assorbimento delle frequenze luminose blu-grigio, intorno ai 500 nm. Poiché c’è un solo tipo di bastoncello, viene a mancare l’effetto mescolanza di colori, come per i coni. Tuttavia, i bastoncelli sono oltre un migliaio di volte più sensibili alla luce che i coni L, o M e quasi mille volte di più rispetto agli S. Un singolo fotone riesce a stimolare un bastoncello.

Poiché i coni S sono poco sensibili alla luce, rispetto agli L ed agli M, la luce blu non è ben percepita in una scarsa luminosità. Quando l’intensità luminosa diventa sfolgorante o si attenua, cambia la percezione dei colori. Un fenomeno di questo tipo avviene alla fine del giorno, verso il tramonto ed il crepuscolo, quando sembra che i colori dei fiori sbiadiscono. Lo spessore retinico è solo 200 – 300 μ, ma è sufficiente per contenervi lo strato dei coni e dei bastoncelli. La luce che raggiunge la retina deve attraversare otto strati prima di arrivare ai coni ed ai bastoncelli. Quindi, ciascun raggio luminoso assorbito dai coni e dai bastoncelli, deve aver raggiunto in modo efficiente l’ultimo strato. Gli strati che stanno al di sopra dei coni e dei bastoncelli hanno la funzione di raccogliere i segnali elettrici, prodotti nei coni e nei bastoncelli. Quest’input saranno inviati fuori dall’occhio, verso il cervello. Questa complessa funzione rimane in parte sconosciuta. La trasduzione è il processo in base al quale una forma di energia è convertita in un’altra. Per ciascuno dei vari tipi di senso, l’energia contenuta nello stimolo è convertita in energia elettrica. Quest’attività dipende dal tipo di stimolo che la origina. Nel processo visivo, l’energia luminosa è trasformata in corrente elettrica nelle numerose reazioni chimiche all’interno delle cellule dei coni e dei bastoncelli. Nella retina, un massa di reazioni chimiche cicliche avviene sia in presenza che in assenza di luce. L’inizio delle reazioni cicliche dipende alla quantità di luce. Reazioni cicliche differenti operano a seconda della luminosità intensa, media o bassa. Di conseguenza, differenti sono le reazioni chimiche all’interno di ciascun tipo di cono. Un ciclo di reazioni chimiche differente avviene in condizioni di buio profondo. Ciò permette l’adattamento dell’occhio al buio. Nella retina, il combustibile per le reazioni chimiche è dato dai normali processi metabolici dell’organismo, con un’unica eccezione. La retina necessita di molta vitamina A, che proviene dai cibi, in particolare le carote ed i broccoli. Elevate concentrazioni di questa vitamina sono state trovate anche nel fegato dei ruminanti e dei suini. Nella retina, avviene che una molecola si trasformi in un’altra. Questa reazione chimica ha come fulcro la vitamina A.



La vitamina A è un poliene (questa vitamina è in effetti un alcool primario) e consta di un anello ciclico (la forma attiva) e di una catena laterale. La rodopsina è un pigmento fotosensibile che deriva dalla molecola della vitamina A. Sotto l’azio­ne della luce, la rodopsina si scinde in opsina e retinene, ma il processo foto­chimico che determina l’eccitamento dei bastoncelli precede la scissione. Poihè il retinene è l’aldeide della vit. A, in assenza di esso, o in mancanza di essa la rodopsina non si forma e si verifica la emeralopia. Nell’oscurità, la opsina si ricombina con il retinene e si riforma la porpora visiva (rodopsina). D’altra parte la vit. A si trasforma in retinene, sua aldeide come si è detto, in presenza di un particolare enzima, la reti­nene riduttasi: catalizza anche la trasformazione il difosfori­din-nucleatide (DPN):
Vit. A + DPN - Retinene + DPNH + H
Poichè l’equilibrio della reazione è fortemente spostato ver­so sinistra, affinchè si formi retinene nella quantità necessaria, occorre che questo sia fissato dalla opsina, cosa che avviene nell’oscurità. Questa trasformazione molecolare innesca una cascata di reazioni chimiche la cui varietà dipende dall’intensità e dalla lunghezza d’onda della luce, oltre che dal tipo di fotorecettore coinvolto. In condizioni di bassa luminosità, sono attivi solo i bastoncelli. Con una luminosità meno flebile, come sotto la luna piena, si attivano sia i coni che i bastoncelli. Quando la luce si fa più forte, la visione è dominata dai coni. Tuttavia, questa rapida descrizione non chiarisce la sorprendente capacità della retina di originare la visione in una vasta gamma di radiazioni luminose. Studi dettagliati sui singoli coni e sui singoli bastoncelli sotto varie condizioni di luminosità, evidenziano che i coni sono molto meno sensibili dei bastoncelli. I coni producono un voltaggio inferiore dei bastoncelli, ogni volta che sono sottoposti ad un fascio luminoso migliaia di volte più intenso del normale. Tuttavia, alcuni studi dimostrano che davanti ad un FLASH di luce, il voltaggio dei coni aumenta rapidamente, ritornando normale molto più lentamente rispetto ai bastoncelli. La chimica che sottende le funzioni dei tre tipi di coni è molto diversificata. La visione dei colori dipende dai differenti tipi di recettori, dai tre tipi di coni e dai bastoncelli, ottimizzati per la luce a differenti lunghezze d’onda. Esistono differenti tipi di molecole per i quattro tipi di recettori retinici. I cambiamenti di voltaggio nei singoli coni e nei singoli bastoncelli sono input che danno inizio alla percezione cerebrale. In qualche modo, il cervello assembla, organizza ed intepetra in pochi secondi la moltitudine dei segnali elettrici ricevuti da milioni di cellule fotorecettrici. Il risultato è la visione. La fovea, al centro della retina e dell’immagine visiva, non focalizza ogni particolare per un lungo intervallo di tempo. Rapidi movimenti dei muscoli oclulo estrinseci rifocalizzano di continuo la fovea. Si tratta di movimenti così rapidi che l’occhio è di continuo messo in uno stato di vibrazione con una frequenza tra 30 e 70 Hertz (cicli al secondo). Ogni movimento individuale riposiziona la fovea su qualsiasi particolare che può essere importante per l’immagine visiva. Quindi, la fovea volteggia di qua e di là, senza fissarsi su qualcosa per non più di una frazione di secondo. La sua frenetica attività è inavvertita dal soggetto.

Sensazione - percezione - consapevolezza
Energia meccanica (onde acustiche nell’aria) che genera onde di vibrazione sulla membrana timpanica
I sensi meccanici
Visione dei colori.
Coscienza e consapevolezza
La coscienza extra
Concentrazione neuronale e coscienza umana.



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