Imparare a scrivere



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TECNICA DELLA COMUNICAZIONE SCRITTA



  1. LE REGOLE DELLA CORRETTA SCRITTURA pagina 1 - 39

1. Morfologia e sintassi

2. La struttura del testo

3. Forme di scrittura

4. Numeri e quantità numeriche

5. Punteggiatura

6. Registri linguistici e stile

II. PERCHÉ SCRIVERE? pagina 39 - 46


  1. Scrivere nella vita quotidiana

  2. Il curriculum vitae

  3. Il decalogo del mittente ben educato



    1. LE FASI DELLA SCRITTURA pagina 47 - 63

  1. Prescrittura, scrittura, postscrittura

  2. Le caratteristiche del testo

  3. La tipologia testuale

  4. Gli schemi organizzativi del testo

V. LE FASI DELLA COMPOSIZIONE DI UN TESTO pagina 64 - 78

1. Dalla retorica alla pragmatica

2. Testi narrativi e lo stile letterario

3. Testi espressivi/descrittivi

4. Testi argomentativi

5. Testi regolativi

6. Testi poetici

7. Testi informativi

VI. LA NOTIZIABILITÀ pagina79 - 89

1. Come si fabbrica la notizia

1. Le agenzie e i comunicati stampa

2. Le principali tipologie di articoli di stampa
I. LE REGOLE PER UNA CORRETTA SCRITTURA

Con la lingua si può dire tutto ciò che si vuole. Infatti con le medesime parole, combinate in vari modi o collocate in contesti differenti, si possono significare varie cose diverse, come dire e contraddire, affermare e negare, interrogare e rispondere, accusare e assolvere, scherzare e fare sul serio. Dipende dalle intenzioni di chi usa la lingua. Quando usiamo le parole esse significano ciò che abbiamo deciso che debbano significare. L’uso che si fa della lingua è assai diverso a seconda che si parli o si scriva. Il passaggio dalla lingua orale a quella scritta implica un salto psicologico e culturale di notevole livello.

Scrivere, infatti, significa formalizzare intenzionalmente la propria o l’altrui esperienza, oggettivarla, rappresentarla, metterla in discussione, confrontarla, verificarne tutte le possibili varianti e soluzioni, analizzare le cause e gli effetti dei fatti accaduti, indicare le condizioni e formulare le ipotesi per ragionare, dimostrare, spiegare gli eventi vissuti e le conseguenze subite, conservarne il ricordo per poterlo poi richiamare alla memoria, ecc.

L’esercizio della scrittura va sostenuto da un continuo lavoro di osservazione della realtà e di interiorizzazione dei suoi precetti. Come sosteneva Bruno Munari: "...per essere creativi occorre saper osservare la realtà e classificarla senza ambiguità. Più dati noi raccogliamo nella nostra memoria più possiamo far relazioni e quindi abbiamo possibilità di produrre qualcosa di nuovo". Mettere quindi per iscritto questo mondo vissuto o immaginato significa infatti trasformare in parole fatti vissuti, idee, concetti ed elementi visivi. È un’operazione non semplice che è stata oggetto di studio sin dai tempi di Aristotele, cioè da quando ci si è posti il problema del rapporto tra pensiero e linguaggio. È noto infatti che il pensiero lavora per mezzo di immagini mentali che sono dapprima visive e che vengono poi tradotte in parole. Senza una rappresentazione mentale l’attività intellettuale non è possibile. Le immagini mentali derivano dalla percezione e sono perciò, in qualche modo, una replica degli oggetti fisici, delle cose accadute e delle sensazioni ricevute. In realtà il linguaggio non è indispensabile al pensiero ma è uno strumento utile al funzionamento della percezione in quanto insieme delle forme percettive conosciute. La lingua infatti aiuta a formulare il pensiero perché la parola è il medium con cui si esprime l’immagine visiva.

Saper scrivere significa che tutte le parti che compongono il testo (suoni, parole, frasi, strutture sempre più complesse) devono essere scelte e ordinate secondo una strategia comunicativa che renda la struttura e lo stile armonici in ogni loro parte e congruenti con l’uso che se ne vuol fare.

Per ottenere questo risultato occorre però leggere molto, fare buona pratica e rispettare alcune regole basilari. Tali regole concernono la scelta dei contenuti, la redazione delle singole frasi e l’adozione dei principi regolativi per la composizione del testo. Per quanto riguarda i contenuti, essi devono essere di qualità e rispondenti al vero. A livello della microtestualità, le parole devono essere scelte in modo conforme e adatto al registro, al codice e allo scopo del messaggio. Ogni frase o proposizione va scritta in modo corretto rispettando le norme morfosintattiche e l’uso corrente. Tutte le frasi devono essere strutturate in modo logico secondo criteri temporali, spaziali, di causa/effetto, di interpretazione induttiva e deduttiva, ecc. L’intero testo deve infine possedere i requisiti essenziali della coerenza, coesione, autonomia, completezza, informatività (in quanto mostrano chiaramente le reali intenzioni dell’emittente), accettabilità (il destinatario deve comprenderlo in modo congruente allo scopo per cui sono scritti), situazionalità (in quanto sono appropriati al contesto storico e sociale in cui sono emessi), intertestualità (in quanto conformi al genere e al codice utilizzati per la stessa tipologia di testi).

In questa sede è tuttavia opportuno semplificare il discorso proponendo alcune indicazioni metodologiche per scrivere testi. Avendo riscontrato con una certa frequenza, negli elaborati e nelle prove d’esame, che gli studenti commettevano la stessa tipologia di errori, si è ritenuto utile inserire nella prima parte delle dispense, relative alla Pratica della comunicazione scritta, l’esame di alcuni punti problematici della morfosintassi e dei criteri d’adozione dei registri linguistici e dello stile. Nella seconda parte, sono stati analizzati alcuni usi pratici e quotidiani della lingua. La terza, quarta e quinta parte riguardano le diverse fasi della scrittura e le differenti tipologie di testo. Queste ultime tre parti non hanno subìto variazioni sostanziali rispetto alle dispense dell’anno accademico precedente, eccetto un diverso ordine dato ad alcuni argomenti trattati, in particolare, per quanto riguarda i testi narrativi.


1. MORFOLOGIA E SINTASSI
A. Le vocali e gli accenti

Quando si scrive a mano un testo non occorre fare attenzione agli accenti delle vocali all’interno delle parole e per quanto riguarda quelli finali non si fa distinzione tra l’accento grave e quello acuto. Ma oggigiorno si utilizzano sempre di più per la scrittura le tastiere dei videoterminali for­nite di vocali accentate (à, è, é, i, ò, ù). Ad alcune manca la ó con ac­cento acuto che si può ritrovare fra i simboli. Nello scrivere un testo al computer dobbiamo quindi ricordarci che la differenza tra accento acuto e accento grave è importante non solo per motivi di corretta scrittura e di corretta pronunzia, ma anche perché, in alcuni casi, la memoria del computer non ignora la differenza e può considerare come incomplete o errate le parole scritte con l'accento posto in modo sbagliato.

Le parole più frequenti da scrivere con attenzione sono le congiunzioni perché e , tut­te e due con l’accento acuto. Nella lingua italiana non si usano più le vocali accentate all'interno di una parola, ma niente lo proibisce, soprattutto se serve a chiarire meglio il giusto significato della parola. Occorre quindi approfittarne nei casi in cui il contesto non aiuti a distinguere immediatamente i cosiddetti "omo­grafi", cioè le parole che, scritte nella stessa maniera, cambiano significato secondo l’accento con cui vengono pronunciate (per esempio, "sùbito", e "subìto", "séguito" e "seguìto", "tùrbine" e "turbìne", "bàlia" e "balìa" e i plurali come "prìncipi" e "princì­pi" o "prèsidi" e "presìdi").

A proposito di accenti, ricordiamo anche qualche vecchia rego­la imparata alla scuola elementare e cioè che l’accento è obbligato­rio:



  • sui monosillabi che, se scritti senza accento, potrebbero essere confusi con altri, identici per forma ma diversi per significato: il verbo "dà", la congiunzione "né", il pronome "sé", gli avverbi "sì", "lì" e "là"; niente accento, come è ovvio, su "qui" e su "qua", che non hanno omografi. La norma dice anche che le note musicali, facilmente identificabili come tali, non sono considerati omo­grafi, per cui "fa", voce del verbo "fare", non ha l’accento, non potendo essere confusa con la nota musicale "fa". Non si spiega quindi perché alcuni giornali scrivano sempre "do", voce del ver­bo "dare", con l’accento;

  • sui composti di "tre" (per esempio, "ventitré"), di "re" (per esem­pio, "viceré"), di "blu" ("rossoblù");

  • nelle parole composte il cui secondo membro è un monosillabo (per esempio, "autogrù").


B. Le consonanti

Una delle insidie del nostro alfabeto è il suono uguale delle consontanti "q" e "c" quando sono seguite dalla vocale "u" e da una seconda vocale "a, e, i, o". Purtroppo non esiste una regola valida che fughi ogni incertezza sulla grafia delle parole. Per non cadere in gravi errore occorre memorizzare i vari vocaboli o, nel dubbio, consultare il dizionario. La parola "acqua" e tutte le altre parole correlate "acquaio", "acquario" , "acquitrino" o altre parole come "acquisto", "acquisizione" esigono entrambe le consonanti. Esigono entrambi le consonanti le prime, le terze persone singolari e plurali del passato remoto di alcuni verbi: "tacqui, tacque, tacquero", "nacqui, nacque, nacquero", "piacqui, piacque, piacquero", "giacqui, giacque, giacquero". Mentre "aquila" ed "equo", e i loro derivati, no.

"Cuoco, cuocio proficuo, cuore, scuola, percuotere" non ammettono dubbi sulla loro grafia ma anche "iniquo, quoziente, liquore, questo, quello, quattordici, quindici". Parole strane riguardo alla loro grafia sono senz’altro "taccuino" e "soqquadro" che è bene ricordare per non cadere in errore.

Un altro errore frequente in cui incorrono anche persone preparate è quello di mantenere sempre la consonante "n" nei casi in cui precede un’altra consonante. Capita infatti di scrivere erroneamente "inportante" invece della forma corretta "importante" oppure "anbizioso" invece di "ambizioso". Per non sbagliarsi, basta ricordare la semplice regola che "n" si trasforma in "m" davanti alle consonanti "b" e "p". Il caso inverso, cioè la trasformazione della "m" in "n", avviene quando la parola deriva dal sostantivo "tram" come, ad esempio, tranvai e tranviere.

Non bisogna dimenticare che la z raddoppia solo quando è tra due vocali: "pazzo, razzo, mazzo, fazzoletto" ma mai quando è seguita da –ione: "azione, fazione, eccezione, dizione".
C. Gli articoli

Davanti ai nomi comuni maschili che cominciano per vocale oppu­re per x, z, s impura, gn, ps e, stando alla grammatica, anche pn, l’articolo determinativo da usare è lo e quello indeterminativo è uno per il singolare; gli o degli per il plurale.

Anche se per i nomi maschili che iniziano per vocale l’articolo determinativo lo può essere scritto con l’apostrofo (l’uomo, l’uovo, l’alibi), l’articolo indeterminativo un non va mai scritto con l’apostrofo (un uomo, un uovo, un alibi). L’uso o la mancanza di apostrofo ci permette di distinguere il maschile e il femminile dei nomi che terminano con la stessa vocale (un insegnante inglese bravo e colto; un’insegnante inglese giovane e bella)

Per la scelta degli articoli, determinativi e indeterminativi, da col­locare davanti a una parola straniera si deve tener conto della pronuncia della lettera o del gruppo di lettere con le quali comincia la parola, ad esempio, "lo whisky o l’whisky" , "l’west", "l’whist", " uno whisky”.

L’articolo determinativo si usa con i soprannomi ("il Tintoretto" e "il Caravaggio"). Ma il soprannome non viene sempre ricordato come tale (e può essere definito anche "Tintoretto", "Caravaggio"). Si usa anche con i cognomi di personaggi famosi del passa­to ("il Carducci", "la Deledda") anche se è preferibile dire "Giosue Carducci", "Grazia Deledda"). Viene inoltre utilizzato con tutti i cognomi usati al plurale ("gli Agnelli", "i Pirelli"). Non si usa con i cognomi di personalità contemporanee o, comunque, con personaggi della cronaca, né di uomini, né (com'era abitudine fino a qualche anno fa) di donne (si scri­ve "Moratti", non "la Moratti"; ma, meglio ancora, "Letizia Moratti"). Non si dovrebbe nemmeno usare con i nomi propri di persona come avviene in alcune regioni settentrionali ("il Mario", "la Maria").

D. Il genere dei nomi

Per secoli e secoli la posizione della donna nel­la società è stata di inferiorità rispetto all'uomo, e la lingua non pote­va non risentirne. Ogni lingua è basata su un principio androcen­trico e l’uomo è il parametro intorno a cui ruota e si organizza l’u­niverso linguistico. Si dice "gli italiani", "i francesi", compren­dendo uomini e donne; si dice "l’uomo preistorico", come se a quei tempi la donna non esistesse; si dice "i diritti dell'uomo", si dice "l’uomo è misura di tutte le cose", si dice "a misura d'uomo", "l’uo­mo della strada". E la donna?

Negli ultimi anni, in molti paesi, quest'uso sessista della lingua è stato denunciato da associazioni femminili. In Italia è stato pubblicato nel 1986 dal­la Commissione nazionale per la parità donna-uomo, istituita presso la Presidenza del Consiglio, un testo di "raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana". In alcuni casi le soluzioni non sono difficili; in altri occorre inventare neologismi o nuove norme e attendere entrino nell'uso. A que­sto fine i media assolvono un ruolo determinante. Anche i grammatici sono giunti oggigiorno alla conclusione che ogni nome maschile ha ormai un suo corrispondente femminile. Non esisteranno quindi più una signora avvocato (o, peggio, avvocatessa) o una signora ministro ma, molto più semplicemente sarà sufficiente cambiare la desinenza finale maschile con quella appropriata femminile. I nomi che terminano in -o al maschile termineranno in -a al femminile: "notaio" e "notaia"; "deputato" e "deputata"; "ministro" e "ministra". I nomi che terminano in -tore hanno una regolare forma femminile in -trice come, ad esempio, "pittore" e "pittrice"; "senatore" e "senatrice"; "procuratore" e "procuratrice"; "uditore" e "udi­trice"; "amministratore unico" e "amministratrice unica"; "diretto­re" e "direttrice"; "rettore" e "rettrice"; "ispettore" e "ispettrice"; "programmatore" e "programmatrice"; "operatore" e "operatrice". Ma non tutte i membri della Commissione sono d’accordo sull’uso del femminile specie se è stato usato finora per lavori gerarchicamente inferiori oppure collegati, per tradizione, al "ruolo" femminile. Talvolta sono alcune donne a preferire la qualifica al maschile: senatrici che amano essere chiamate "senatori", cosi come "direttori" le direttrici di giornale o i dirigenti donna di primo livello, quasi che la legittima con­quista della parità rispetto all'uomo dovesse essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile.

I casi più semplici riguardano i nomi "promiscui" cioè quelli con la stessa forma al maschi­le e al femminile. Come si fa già da tempo, si tratta solo di cambiare l’articolo: "il presidente", "la presidente"; "il preside", "la preside"; "il parla­mentare", "la parlamentare"; "il vigile", "la vigile" (non "vigiles­sa") naturalmente "urbana"; "un agente di polizia", "un'agente di polizia"; "il giudice", "la giudice"; "il capoufficio", "la capoufficio"; "il comandante", "la comandante".

Anche i maschili in -ere hanno già dei femminili: "consiglie­ra", "magazziniera", "infermiera", "portiera", "giardiniera". Si può accettare anche "ingegnera", "cancelliera" e così via.

Più difficili sono i casi in cui il nome maschile non ha fino a oggi un femminile di uso corrente. Ma alcuni vocabolari posseggono già queste voci: "architetta", "medi­ca", "chirurga", "critica", "esperta", "primaria" (che hanno il fem­minile negli eguali aggettivi); "sindaca" (c’è già "monaca"); diffici­lissimi i casi di "questore" (anche se c’è già "pastora") e soprattut­to di "ministra". Per "ministra" qualche giornale ha già comincia­to ad utilizzarlo.

Da evitare, comunque, sono i femminili costruiti con il suffisso -essa ("avvocatessa", "deputatessa", "medichessa", "vigilessa"), sal­vo quelli già entrati da tempo nell'uso comune ("dottoressa", "poe­tessa", "professoressa", "sacerdotessa", "studentessa").

Per un esempio sull’uso sessista della lingua, si legga l’articolo "Io, sindaca, più che femminista".



«Io, sindaca, più che femminista»



Novate Milanese (Milano) - Allora, Signor sindaca... «Signora sindaca, prego». E meno male che non è femminista la prima cittadina di un comune che, per prima in Italia, ha voluto mettere, dizionario alla mano, la «a» al posto della «o» sulla parola che denota il capo (non la «capa»...) di un'amministrazione civica. È però determinata e preparata in italiano Amalia Fumagalli, 40 anni, uscita vittoriosa, per lo schieramento di centro sinistra, con il 65,79% di suffragi nel ballottaggio del 7 giugno scorso a Novate Milanese, popoloso comune «dormitorio» alle porte di Milano.

Sposata con un ingegnere, madre di due figli di 9 e 13 anni, a dispetto del suo fisico esile e filiforme, e nota come «un corpo di gomma e un'anima di acciaio» per il suo impegno deciso, da militante delle Acli, nel campo sociale a favore degli emarginati. Ed è laureata in Lettere. La signora sindaco, insomma, sa quel che dice e soprattutto quel che vuole. «Ma come dobbiamo chiamarti? Sei il "sindaco", la "sindaca", la "sinda­chessa" o che cosa? - ricostruisce "il caso" la professoressa Amalia (inse­gnante all'Istituto tecnico commerciale di Limbiate) -. Già dai primi giorni questa domanda mi è stata rivolta da molte persone e mi ha colto impreparata. Ho cer­cato sul vocabolario e ho letto il capitolo "Raccomandazioni per un uso non sessi­sta della lingua italiana" del fascicolo della "Commissione nazionale per la parità tra uomo e donna"». E ha deciso: per le 8 mila famiglie novatesi, 21 mila abitanti, «sarò sindaca e le titolari di dele­ghe saranno assessore, non assessori».

Il caso, come ben si intende, non è solo linguistico, ma più prontamente semantico, politico. Lo ha spiegato bene la stessa «prof» ai suoi amministra­ti: l'introduzione di queste parole nuove può favorire una rillessione sui nostri processi mentali e anche sul nostro comportamento, riconoscendo, attraverso un diverso uso della lingua, quei cambiamenti sociali che vedono le donne sempre più presenti e attive nella nostra società, anche in ruoli prima esclusivamente maschili». Lezione numero uno. Lezione numero due: «La lingua non è solo uno strumen­to di comunicazione, ma gioca un ruolo importante nel modo di pensare e nel­l'interpretazione del mondo che ci costruiamo anche indipendentemente dalle nostre convinzioni. Nella lingua prevale l'uso del maschile, ma esistono le forme al femminile per quasi tutte le espressioni, per cui si tratta di scegliere di usarle, superando la resistenza che nasce qal fatto che alcune di queste forme sembrano brutte o buffe quando sono solo nuove».

Detto fatto: sulla porta del Comune l'avviso alla cittadinanza relativo al dichiarato stato di attenzione per l'in­quinamento da ozono suona cosi: «Visti i rilevamenti... La Sindaca avverte e invita la popolazione...». Commenta il vicesindaco Giacomo Savoldelli, 76 anni metalmeccanico: Non è il caso di dare troppa importanza a questa storia, anche se la sindaca, che è solo femmi­nile non femminista, ha ragione da ogni punto di vista. I vari problemi sono altri e si batterà per risolverli: impedire che questa città diventi sempre più dormitorio di Milano, salvaguardare l'am­biente, aiutare i bambini. Sono stati proprio loro, in una seduta del consi­glio comunale aperta a 200 ragazzini, a eleggerla come beniamina a cominciare a chiamarla signora sindaca».

Ma come diceva un filologo fiammin­go, «le parole sono femmine, i fatti resta­no maschi». Così la pensano parecchi cit­tadini. A cominciare da un avventore del bar tabacchi di via Bollate dove è impe­gnato nella partita a carte domenicale: « Parla bene quella lì - bofonchia l'uomo, soprannominato «Teatro» dagli amici - ma ha compiuto un attentato alla lingua italiana. Il sindaco è sindaco, poche bal... Preferisco la Jotti, che restò presidente. Quella sì che era un... uomo). Rincara un vicino di tavolo, Salvatore Miraglia, 46 anni, calzolaio: «Mì sarò ignurant, ma ci è venuto da ridere a tutti quando abbiamo saputo di questa decisione». «Ma no, ma no - interviene a mettere pace un terzo avventore, Ernesto Bagatta, 49 anni, ope­raio - è una cosa normalissima. E poi ognuno la pensi come gli pare». C'è però chi proprio non vuole entrarci in queste disquisizioni linguistico-sessiste. È il signor Michele Pagnotta, 72 anni, cala­brese immigrato dal 1952. Lo troviamo al circolo Acli di via Garibaldi, forte base elettorale della sindaca: «Io non parlo. Non ci capisco niente di politica». Ma lei come chiama la signora Fumagalli? « ’A sindachessa! Pecché, hanno cambiato parola?». Costantino Muscau Corriere della Sera, 31 luglio 1995




E. II plurale dei nomi

In genere tutti i nomi maschili che terminano al singolare in -o, -e, -a hanno il plurale in -i.

Quelli che terminano al femminile singolare in -a fanno al plurale in -e mentre quelli che terminano in -e fanno al plurale in -i.

La formazione del plurale presenta difficoltà e incertezze soltanto in alcuni casi:



  • per i nomi che terminano in -cia e in –gia, se la i di -cìa è accentata, il plurale è regolare mantiene cioè la i ("farmacie", "allergie"); se -cia e -gia non accentate sono precedute da vocale, la i si conserva anche al plurale ("valigie", "ciliegie", "camicie"); se cia e -gia non accentate sono precedute da una consonante oppure sono raddoppiate, allora la i si perde nel plu­rale ("lance", "fasce", "bocce", "frange"). Qualche incertezza esiste per "province" o "provincie" mentre "ango­scie" rappresenta un’eccezione.

  • per i nomi che terminano in -co -go la regola che dice plurale in -chi -ghi per i nomi piani ("ciechi", "chirurghi", "demiurghi", "laghi") e in -ci -gi per i nomi sdruccioli ("canonico, canonici", "asparago", "asparagi") è piena di eccezioni; da una parte, "amici", "nemici", "greci", "belgi", "porci"; dall’altra, "carichi", "strascichi", "vali­chi" ecc.. Una vecchia regola indica in -gi i nomi che indicano persone ("psicologi", "sociologi", "meteorologi", "teologi", "antropofagi" ecc.) mentre per i nomi che indicano cose o concetti è in -ghi ("sarcofaghi", "prologhi", "monologhi" ecc.). Da ricordare che la forma femminile -ca e -ga fa al plurale sempre -che e –ghe ("amiche", "nemiche", "greche", "belghe") a prescindere dalla posizione dell’accento nella parola;

  • per i nomi che terminano in -io, una delle tre soluzioni esistenti (accento circonflesso sulla i finale) è scartata dall'uso e dalle tastie­re di molti computer. Sono praticabili le altre due: plurale in -ii (per esem­pio, "principii") oppure accento sulla penultima sillaba (per esem­pio, "princìpi"). Stabilita la soluzione, occorre poi rispettarla, per evitare che il pc non risponda bene all'eventuale ricerca.

Occorre fare attenzione al plurale dei nomi femminili come "specie", "carie", "progenie", "calvizie" che non cambiano al plurale. Fanno eccezione a questa regola i sostantivi: "moglie", "superficie", "effigie" che diventano al plurale "mogli", "superfici", "effigi".

Restano inalterati anche i sostantivi che al singolare finiscono in -i come la parola "crisi". Pure invariati rimangono quei nomi hanno l’accento sull’ultima vocale come "i lunedì" , "le libertà" e "le virtù".
F. I sinonimi

Sono sostantivi, aggettivi e verbi che hanno un significato sostanzialmente uguale, anche se sostanzialmente stratificato dal punto di vista dell’uso linguistico e sociale e dal contesto in cui vengono inseriti. Per fare un esempio, il verbo mangiare può assumere diverse sfumature di senso:



  • Alimentarsi, nutrirsi, cibarsi, sostenersi, sostentarsi, se si vuole mantenere il significato primitivo.

  • Inghiottire, ingerire, mandare giù, se si indica l’atto tecnico del mangiare.

  • Estorcere, rubare, scroccare, se si allude ai reati di cui si legge spesso sui giornali.

  • Consumare, dilapidare, intaccare, erodere, sperperare, con riferimento a chi esaurisce in poco tempo tutto il denaro che possiede (mangiarsi tutti i soldi giocando al casinò, al lotto...)

  • Divorare, spazzolare, ingurgitare, spolverare nel caso in cui qualcuno ha un attacco di bulimia.

  • Assaporare, gustare, godere, se qualcuno è un fine "gourmet".

  • Assaggiare, spilluzzicare, mangiucchiare, beccolare, piluccare, becchettare, se si è già sazi o se il cibo non è proprio di nostro gradimento.

È chiaro che la scelta di questi sinomini va fatta in base al registro di linguaggio che la tipologia di testo impone e allo stile personale dell’autore, tenuto conto delle carattertistiche che il testo deve possedere sulla base del codice in uso, del contesto e del fine per cui viene scritto.
G. Gli aggettivi

Gli aggettivi determinativi sono quelli che aggiungono al nome una determinazione di spazio, di tempo, di possesso, di quantità mentre quelli qualificativi indicano una qualità, un carattere o un modo di esse­re. In questa sede ci occuperemo solo di questi ultimi.

Gli aggettivi qualificativi descrivono una caratteristica reale ed oggettiva e sono necessari per rendere il linguaggio preciso e ricco di utili informazioni: "un artista italiano", "un maestro elementare", "un libro interessante", "una città settentrionale" ecc.).

Altri aggettivi, invece, indicano una qualità che presuppone una valutazione soggettiva ("un artista valen­te", "un bravo maestro ", "un libro noioso", "una ridente città" ecc.). Il loro uso dà un tono di sog­gettività al racconto. Ecco perché si consiglia che questo tipo di aggettivi qualificativi venga usato con gran­de parsimonia, soprattutto nella descrizione generale dei fatti.

Quando si scrive un articolo di cronaca o un rapporto burocratico o un resoconto tecnico-aziendale non si deve dire che "l’episodio è allucinante", che "l’at­mosfera era paurosa", che "la riunione era inconcludente ". Devono essere le cose, e non i sentimenti con cui le vediamo, a stimolare l’interesse e l’opinione del lettore. È il modo col quale si racconta il fatto che deve suscitare un certo giudizio da parte di chi legge. Deve essere il lettore a dire se quell'episodio è allucinante, se quell'atmosfera era pauro­sa, se la riunione era inconcludente. Invece di scrivere che "faceva un caldo atroce", indichiamo l’esatta temperatura; invece di scrivere che "lo scontro fra i due treni ha avuto effetti terrificanti", raccontiamo come erano ridotti i vagoni.

Un uso attento e parsimonioso degli aggettivi qualificativi ci sal­verà anche dal cadere in quegli stereotipi "automatici" per cui una sciagura è sempre "agghiacciante", un intervento sempre "delica­to", un pianto sempre "dirotto" e così via.



H. I verbi

I verbi rappresentano il centro attorno al quale ruota tutto il discorso e sono gli elementi da cui prende forma il nostro pensiero. Non vi è idioma nel quale un discorso di senso compiuto possa fare a meno del verbo. Questo dimostra quanto sia fondamentale saper costruire una frase utilizzando una corretta espressione verbale sia dal punto di vista grammaticale che sermantico. Analizziamo l’uso di certi tempi e modi per costruire frasi correttamente a seconda dei contesti in cui sono impiegati e impareremo a porre in relazione in modo esatto le varie sequenze temporali all’interno di un periodo al fine di evitare quegli sgradevolissimi errori di sintassi che si ascoltano talvolta in televisione o si leggono sui giornali.

Anzitutto occorre distinguere tra modo e tempo di un verbo. Il modo (indicativo, congiuntivo, condizionale, participio, gerundio, infinito) segnala a quale sfera di significato appartiene un verbo. Nel linguaggio scritto o colloquiale l’indicativo è considerato, ad esempio, il modo della realtà e della certezza; il condizionale presenta un’azione sottoposta a una condizione o esprime un desiderio; mentre il congiuntivo è il modo della possibilità, dell’irrealtà, dell’opinione, del dubbio, dei sentimenti (felicità, paura, speranza....). Il tempo di un verbo individua invece il momento in cui una determinata azione avviene (passato, presente, futuro).

Una forma di passato particolare è costituita dal tempo imperfetto che può ave­re parecchie funzioni: descrittiva ("Era una bella serata d'estate..."), storica ("Nel 1910 moriva a Parigi lo scrittore..."), di consuetudine ("Mio padre si recava spesso a Roma"), di contemporaneità ("Si tro­vava in casa quando cominciò a piovere"). L’imperfetto descrive un’azione continuativa nel tempo, riferita al passato, senza indicare né l’inizio né la fine dell’azione, mostrando soltanto un’estensione temporale approssimativa. Capita, a volte, che le forme dell’imperfetto indicativo siano usate di sproposito: per esempio, nell’indicare le persone, specificandone la condizione presente, è estremamente scorretto dire "Quella signora che abbiamo incontrato poco fa era mia suocera" invece di usare la forma corretta "Quella signora che abbiamo incontrato poco fa è mia suocera". Nel parlare comune, l’imperfetto può sostituire il condizionale passato e il congiuntivo trapassato ("Poteva mangiare se voleva" invece di "Avrebbe potuto mangiare, se avesse voluto"). Nello scritto è preferibile usare il condizionale passato e il congiuntivo trapassato.

L'imperfetto è inoltre utile per indica­re, nel passato, un'azione abituale ("Ogni sera mangiava in tratto­ria") o continuata ("Abitava in un appartamento di due stanze"). È un errore usarlo per significare, al posto del passato pros­simo, un'azione conclusa: "Un'automobile sopraggiunta sulla stes­sa corsia tamponava l’autocarro..." (invece di "ha tamponato"); "Improvvisamente il giovane cadeva, ferendosi in modo grave..." (invece di "è caduto").

A rigore, il passato prossimo dovrebbe indicare un fatto accadu­to da poco ("La firma del trattato è avvenuta ieri... "); poi ha preso a indicare, al posto del passato remoto, anche un fatto accaduto in un passato lontano, ma che ha una qualche relazione col presente o i cui effetti perdurano nel presente ("Il fascismo è finito il 25 luglio del 1945"). Da alcuni anni il passa­to prossimo ha in pratica sostituito il passato remoto e quest’uso si è diffuso anche nella parlata delle regioni (Sicilia, Calabria, anche in Lazio) dove il passato remoto serviva a indicare anche un fatto recentissimo ("Stamani il giudice si recò... ").

Il passato prossimo è percio il tempo usato come norma dai media per raccontare fatti accaduti non soltanto da poco (e sono i fatti prevalenti nella cronaca), ma anche in tem­pi meno recenti, forse per avvicinarli al momento della narrazio­ne, cioè per ragioni di immediatezza espressiva. Ma non si dimentichi che il passato remoto esiste e che una corretta scrittura deve approfittare di tutte le sfumature offerte dal giuoco dei tempi verbali. Si faccia attenzione a questi esempi: "Garibaldi è vissuto nel secolo scorso"; "Garibaldi visse per molti anni a Caprera"; "Garibaldi viveva volentieri a Caprera". Sono tutte e tre forme corrette che esprimono significati completamente diversi fra loro.

Il congiuntivo è un modo verbale che purtroppo sta scomparendo, sia perché è sempre stato scarsamente usato in molte zone dell'Italia centrale e meridionale, sia perché la parlata popolare tende alla sem­plificazione del complicato sistema delle forme verbali.

Nella comunicazione scritta - realizzata sia dai media sia dalle istituzioni pubbliche e private sia in ambito scolastico e universitario - si deve tuttavia ricordare che il con­giuntivo come modo della possibilità, dell'incertezza, del dubbio, della previsione e dell’interrogazione indiretta non può essere sostituito con disinvoltura dall'in­dicativo, che è il modo dell'obiettività reale. Il congiuntivo indica che l’evento espresso dal verbo non è certo, ma solo possibile o vero­simile o dubbio o desiderabile o sperato o temuto. Rispetto all'in­dicativo, è il mezzo per distinguere l’indeterminato dal preciso, l’in­certo dal sicuro, il soggettivo dall'oggettivo.

Vediamo qualche esempio: "So che è morto", "non so se sia mor­to"; "è certo che venga", "è probabile che venga"; "hanno detto che è malato", `c’è una speranza che sia vivo"; "si è detto sicuro che è meglio così", "suppone che sia meglio cosi".

Riguardo all’uso degli ausiliari la lingua spagnola, disciplinatissima, non ha problemi: l’ausiliare haber ("avere") per tutti i verbi, transitivi e intransitivi, nella forma attiva. Nella lingua italiana, invece, i verbi transitivi attivi hanno l’ausiliare avere ("io amo", "io ho amato") e i verbi intransitivi qua­si tutti l’ausiliare essere ("io parto", "io sono partito"). Un problema ricorrente nel linguaggio comune e frequente anche nel linguag­gio giornalistico è l’uso scorretto dei verbi ausiliari con i cosiddetti verbi servili, cioè potere e dovere. Eppure la regola e semplice: i ver­bi servili prendono l’ausiliare del verbo che servono; quindi, l’au­siliare essere con i verbi intransitivi. Si dice "io non sono venuto" e quindi "io non sono potuto venire"; "io sono partito" e quindi "io sono dovuto partire").

Per chi ha lasciato da tempo la scuola, essendo difficile distinguere i verbi transitivi da quelli intransitivi, e ricordare anche tutte le eccezioni, riveliamo un piccolo trucco per usare correttamente l’ausiliare avere o essere. Si usa sempre quando il verbo è seguito da un complemento oggetto "ho mangiato una mela", "ho passato una bella giornata". Si usa essere per descrivere o indicare una qualità o uno status della persona o della cosa "è ricco, bello, importante, grande... ". Inoltre, si usa essere nelle forme passive e riflessive del verbo anche quando quelt’ultimo è transitivo. Ad esempio, "è stato eletto dal popolo”, "mi sono lavato i capelli" mentre nelle forme attive si dice "il popolo ha eletto", "ho lavato i capelli". Infine, si usa essere per indicare qualsiasi forma di cambiamento fisico, di luogo, di status, di tempo atmosferico, ecc. Si dice infatti "Paolo è ingrassato", "Mario è salito per le scale", "È corso per le scale", "È piovuto”, ma si può dire anche che "Mario ha salito le scale", "Ha corso per il giardino", "Ha piovuto tutto il giorno" se si vuol mettere l’accento sulla durata dell’azione. Se dovessimo utilizzare la macchina da presa per tradurre nel linguaggio cinematografico la frase: "Mario è salito per le scale", avremmo 3 diverse sequenze che mostrano il luogo di partenza, di passaggio e di arrivo. Mentre la frase "Mario ha salito le scale" verrebbe espressa con un’unica sequenza che mostra Mario mentre sale più o meno velocemente le scale. Lo stesso dicasi per "È piovuto" e "Ha piovuto tutto il giorno". La prima frase sarebbe rappresentata da 2 sequenze: una col brutto tempo e una immediatamente successiva col bel tempo. Per la seconda frase, invece, verrebbe utilizzato l’escamotage di mostrare ogni azione relativa a quel giorno sotto una piogga battente.


I. Gli avverbi

Gli avverbi in -mente sono comodi e pratici, ma il loro uso fa perdere a volte la vivacità del discorso e crea sgradevoli rime quando due o più avverbi in –mente sono vicini o contigui. Per evitare ciò occorre sostituire gli avverbi in -mente con altri avverbi o da locuzioni avverbiali o con comple­menti di modo. Questi avverbi derivano in realtà dal costrutto lati­no del complemento di modo, dove -mente è l’ablativo singolare di "mens, mentis" col significato di "intenzione", "sentimento", "men­te" ("lietamente", per esempio, deriva da "laeta mente" cioè "con animo lieto").

Ecco un elenco di avverbi in -mente e dei loro possibili sostituti: "affermativamente" = "di sì" e "negativamente" = "di no" (per esem­pio, "rispondere affermativamente" = "rispondere di sì"); "assolu­tamente" = "a tutti i costi", "ad ogni costo", "in tutti i modi", "per nulla"; "completamente" = "del tutto"; "conseguentemente" = "quin­di", " perciò ", "di conseguenza"; "contemporaneamente" = "insie­me", "nello stesso momento"; "erroneamente" = "in modo errato", "per errore"; "eventualmente" = "caso mai"; "frequentemente" = "spesso"; "gradualmente" = "a poco a poco", "a mano a mano", "via via", "sempre più"; "indubbiamente" = "senza dubbio"; "inizial­mente" = "da principio", "in principio"; "intenzionalmente" = "appo­sta"; "internamente" = "dentro"; "lateralmente" = "di fianco"; "mate­rialmente" = "di fatto"; "ovviamente" = "come ovvio"; "permanen­temente" = "sempre"; "possibilmente" = "se possibile"; "prece­dentemente" = "prima", "in precedenza"; "recentemente" = "di recente", "da poco", "poco tempo fa"; "sfortunatamente" = "pur­troppo"; "successivamente" = "poi", "quindi", "dopo"; "telegrafica­mente" = "per telegrafo", "per telegramma"; "tempestivamente" = "in tempo", "nel momento buono"; "totalmente" = "del tutto"; e cosi via.

Altri esempi: "vedere uno personalmente" = "di persona", "con i propri occhi"; "questioni da risolvere separatamente" = "una per una"; "la cosa si risolverà automaticamente" = "da sé"; "lavorare sal­tuariamente" = "avere un lavoro saltuario"; "unanimemente lodata" = "da tutti"; "praticamente distrutto" = "di fatto"; "rispettivamente maschio e femmina" = "l’uno maschio, l’altra femmina".C’è poi un avverbio come "estre­mamente" spesso usato a sproposito e che può essere sostituito dal più semplice "molto". Pochi sanno che "estremamente" viene da "estremo" (ed "estremo" dal latino "extre­mus", superlativo di "extra" cioè "fuori"), quindi "lontano", "ulti­mo". Che cosa vuol dire, allora, "estremamente sensibile" o, addi­rittura, come si dice talvolta "estremamente centrale"?


L. Le preposizioni

Queste piccole paroline hanno una grande importanza perché introducono tutti i complementi contenuti nel periodo e devono essere usate in modo appropriato per rendere fluido e corretto il discorso. Si distinguono in preposizioni semplici, articolate e improprie.

Le preposizioni articolate creano problemi soltanto in due casi: davanti alle testate dei giornali e ai titoli di libri o di altre opere crea­tive e davanti ai nomi di città o comunque geografici preceduti dal­l'articolo.

Per il primo caso si veda più avanti, in questo stesso capitolo; per il secondo il problema non dovrebbe esistere: l’articolo che pre­cede il nome ("la Spezia", "l'Aquila", "il Cairo", "la Maddalena" ecc.) non è parte integrante di esso, tanto è vero che in quasi tutte le enci­clopedie e negli indici di molti atlanti geografici la voce è al suo posto senza articolo. Facile e sicura la soluzione: l’articolo si decli­na; perciò "della Spezia" (e non "de la Spezia" o "de La Spezia", con un "de" riesumato da tempi lontani) e "alla Spezia"; "un cittadino del Cairo", "l’isola della Maddalena" e così via. I francesi fanno lo stesso: "Le Havre" (l’articolo ha l’iniziale maiuscola, che in italiano si può anche risparmiare) e "le port du Havre".

Sono chiamate preposizioni improprie quegli aggettivi come "secondo", "lungo", "vicino" o sostantivi come "riguardo", "rispetto" oppure avverbi come "avanti", "intorno", "invece" che possono trasformarsi in preposizioni. Il problema che si pone con tali preposizioni improprie riguarda l’uso della preposizione intermedia che accompagna per specificare meglio il complemento.

Le preposizione improprie che vogliono la preposizione "a" sono: "accanto, addosso, intorno, attorno, dirimpetto, rispetto, inerente, riguardo a...". Diamo qualche esempio: "Intorno alla loro casa c’è un bel giardino"; "Il tuo discorso riguardo al problema dell’inquinamento mi è sembrato convinvente".

"Invece" e "prima" vogliono la preposizione "di" come ad esempio: "Pensa prima di parlare"; "Invece di disperarti cerca di reagire".

"Insieme" vuole "a" o "con": "Andare al mare insieme con gli amici".

Alcune preposizioni improprie come "circa" o "rasente" possono essere, o non, unite ad "a". Allo stesso modo, anche le parole come "mercé, su, dopo, senza, verso" possono essere seguite o non dalle proposizioni "di". Possono inoltre essere accompagnate da "di" o da "a", oppure restare da sole, proposizioni improprie come: "sopra, sotto, avanti, dietro, presso, oltre, contro, dentro".

Non vogliono mai la preposizione intermedia le seguenti preposizioni improprie: "eccetto, tranne, salvo, lungo, mediante, durante, stante, secondo, nonostante, malgrado, afferente".

Anche se non si possono considerate delle preposizioni, alcuni participi presenti vengono utilizzati a questo proposito specialmente nel linguaggio giuridico come inerente o afferente o riguardante. Si fa notare che inerente è seguito dalla preposizione a: "indagini interenti al delitto" mentre afferente e riguardante non vogliono la preposizione: "questione afferente l’ammissibilità in giudizio di un’azione" oppure "questione riguardante l’ammissibilità in giudizio di un’azione".
M. Il pronome relativo

Un solo problema, quello che riguarda il pronome "che": in alcuni casi lo si vede preceduto da una virgola che non gli spetta e che rischia di modificare il senso della frase. Per esempio: "ieri ho com­prato questo libro, che è pieno di illustrazioni"; la virgola prima di "che" è necessaria. "Questo libro, che ho comprato ieri, è molto bel­lo"; la virgola prima di "che" non è indispensabile, ma può essere utile. "Il libro che ho comprato ieri è molto bello"; qui la virgola pri­ma di "che" sarebbe un errore; il pronome "che" è troppo legato al nome "libro" per esserne diviso anche da una semplice virgola.

A proposito del pronome "che": spesso si trova preceduto dall’articolo determinativo ("il che") o dalla preposizione articolata ("del che") con valore neutro (per esempio: "Il museo è chiuso la dome­nica, il che non è gradito dai turisti"). È un costrutto non scorretto, ma pesante e di sapore burocratico; meglio evitarlo ("La chiusura domenicale del museo non è gradita dai turisti") oppure sostituir­lo con "e ciò" oppure "e questo" (il museo è chiuso la domenica, e questo non è gradito dai turisti").
N. La costruzione del periodo

Il periodo è costituito dall’insieme di più frasi o proposizioni legate fra loro in una successione logica tale da conferire a tutta la struttura un senso compiuto. Il legame logico tra queste due frasi può avvenire per paratassi o per coordinazione. La coordinazione può avvenire per congiunzione (o disgiunzione) e per subordinazione. La prima frase del periodo si chiama principale perché ha la caratteristica di avere il senso compiuto e di essere quindi autosufficiente e slegata dal resto del periodo. La seconda frase, quella dipendente, prende il nome di subordinata (o secondaria) ed è strettamente legata alla principale senza la quale perde significato. Esiste anche una forma di subordinazione di secondo secondo grado quando la seconda subordinazione non è retta dalla principale ma dalla prima subordinata. Facciamo un esempio con quattro frasi principali che esprimono sequenze logiche collegate fra loro per paratassi, per coordinazione e per subordinazione.

Coordinazione per paratassi: "Ogni estate vado al mare. Cammino lungo la spiaggia. Gioco a tennis. Mi rilasso ".

Coordinazione per congiunzione: "Ogni estate vado al mare, cammino lungo la spiaggia, gioco a tennis e mi rilasso ".

Coordinazione per disgiunzione: "Ogni estate vado al mare, cammino lungo la spiaggia o gioco a tennis e mi rilasso "

Subordinazione: "Ogni estate vado al mare per rilassarmi camminando lungo la spiaggia" e/o giocando a tennis. (camminando lungo la spiaggia è una subordinazione di secondo grado poiché è retta non dalla principale ma dalla prima subordinata per rilassarmi).

Esistono anche altre forme di coordinazione che legano due frasi principali. Ad esempio: "Se il tempo sarà favorevole, verremo a trovarvi". "Se il tempo sarà favorevole, ci fermeremo a cena da voi". Ora uniamo le due frasi per evitare la ripetizione della stessa subordinazione di primo grado "Se il tempo sarà favorevole". La nuova frase sarà: "Se il tempo sarà favorevole (subordinata di primo grado), verremo a trovarvi (principale) e ci fermeremo a cena da voi (coordinata alla principale)".
O. La consecutio temporum

Per quanto riguarda la relazione dei verbi fra le proposizioni principali e quelle subordinate, le regole sono ferree e non ammettono dubbi. Se il verbo della frase principale esprime una certezza o una realtà espressa nel modo indicativo, la subordinata sarà costruita anch’essa al modo indicativo con tempi tuttavia diversi se l’azione dipendente è contemporanea o anteriore o posteriore alla principale. Diamo qualche esempio:


lo scorso anno lavorò molto (azione anteriore)

ieri ha lavorato molto (azione anteriore)


Ti racconto che Lucia ora lavora molto (azione contemporanea)

domani lavorerà molto (azione posteriore)


il giorno prima aveva studiato (azione anteriore)
Ho detto /Dissi che Lucia in quel momento studiava (azione contemporanea)
il giorno dopo avrebbe studiato (azione posteriore o futuro nel passato)

era accaduto il giorno prima (azione anteriore

Avevo capito/Capivo

ciò che accadeva in quel momento (azione contemporanea)

Ho capito/Capii



sarebbe accaduto il giorno dopo (azione posteriore o futuro nel passato)
è accaduto/ accadde lo scorso anno (azione anteriore)

Ti racconterò domani ciò che accadrà (azione contemporanea)



sarà accaduto nel frattempo questa notte (futuro anteriore rispetto alla principale)
Se il verbo della frase principale esprime una possibilità, una irrealtà, un opinione, un augurio o un sentimento espressi nel modo indicativo, la subordinata sarà costruita al modo congiuntivo con tempi tuttavia diversi se l’azione dipendente è contemporanea o anteriore o posteriore alla principale. Facciamo qualche esempio:
abbia studiato con impegno (azione anteriore)

Spero


che studiate con impegno (azione contemporanea)
Spererò

studiate/studierete con impegno (azione posteriore, in questo caso è possibile anche il futuro indicativo)


aveste studiato con impegno (azione anteriore)
Avevo sperato

Speravo/Ho sperato che studiaste con impegno (azione contemporanea)

Sperai
avreste studiato con impegno (azione posteriore o futuro nel passato)

Occorre fare attenzione ad alcune concordanze quando il condizionale è il modo della frase principale perché si impone l’uso dell’imperfetto o del trapassato prossimo congiuntivo. Facciamo qualche esempio.


sia partito prima del mio arrivo (azione anteriore)

Voglio che tu


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