In copertina: A. Mategna, Trionfo di Cesare- giulio Cesare sul carro trionfale



Scaricare 1.13 Mb.
Pagina1/18
03.06.2018
Dimensione del file1.13 Mb.
  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18

In copertina: A. Mategna, Trionfo di Cesare- Giulio Cesare sul carro trionfale 1485-1505, Londra, Hampton Court, Royal Collection



PREMESSA

Ma non ci si libera di Cesare così facilmente. Dopo duemila anni il senso della sua esperienza umana e politica fa ancora discutere e, soprattutto ci turba.

G. Zecchini

Fin dai tempi della Querelle des anciens et des modernes che agitò l’ambiente letterario francese della fine del XVII secolo è sempre stata viva la discussione sul debito che la cultura moderna mostra di avere nei confronti di quella classica, debito che è stato persino avvertito da parte di alcuni come peso ingombrante e freno per la creazione di temi innovativi e originali.

In effetti la presenza della cultura classica permea in modo capillare tutti gli ambiti di quella moderna ma raramente il riuso di temi o di autori antichi avviene in modo sterile o improduttivo; piuttosto l’attingere da parte degli autori moderni a temi e figure classici si è spesso rivelato molto fruttuoso se non addirittura sorprendente.

La presente ricerca si muove all’interno dell’ambito della fortuna dell’antico, ambito che, soprattutto in tempi recenti, ha ricevuto grande impulso1. È infatti dall’ultimo ventennio dello scorso secolo che il sintagma tradizione classica ha iniziato ad indicare non più solamente lo studio della tramissione dei testi, ma di tutti quei meccanismi, quelle funzioni e quei modi della trasmissione di testi ed immagini dall’antichità ai giorni nostri. A partire dallo studio di E. J. Hobsbawm2 si è sostituito ad un concetto di tradizione statico, uno dinamico. In tal senso la tradizione diventerebbe un processo di trasmissione nel quale è possibile «l’alterazione, l’ interpretazione e la reinvenzione, il fraintendimento (volontario o involontario), fino al tradimento dei contenuti e delle forme»3.

Tuttavia non tutti i temi, i miti e i personaggi del mondo antico hanno goduto di un’uguale trasmissione dal medioevo ai giorni nostri; sono i processi storici che condizionano lo sviluppo e la continua ripresa di alcuni temi e figure, piuttosto che altri. I. Toppani ha elaborato a tal proposito il concetto di “modello dinamico” inteso come quel tema dell’antichità che possiede pregnanza, il cui significato raggiunge un grande valore e che è capace di sopravvivere e di influire in un contesto non più suo4.

Nella nostra tradizione culturale troviamo alcune figure della cultura classica, appartenenti al mondo della mitologia o a quello della storia, che si sono affermate in modo produttivo nella letteratura e nell’arte, diventando “modelli dinamici” e ispiratori ed entrando, così, a far parte dell’immaginario collettivo di un pubblico vasto. Ulisse, Achille, Medea, Alessandro Magno, Giulio Cesare, Bruto, Cleopatra hanno assunto nel corso degli anni, a partire da un continuo riutilizzo ad opera di alcuni autori, un valore emblematico: protagonisti scelti di opere letterarie, teatrali e figurative, la loro fama è tale al punto che i loro nomi sono divenuti suggestivi a prescindere dal contesto in cui vengono inseriti e dalla storia che hanno alle spalle5.

In particolare, la vita e la personalità di Giulio Cesare sono da sempre stati di grande interesse per storici, biografi e letterati di tutti i tempi. La sua personalità rimane un enigma, interpretata da sempre in modo differente: nell’antichità Cesare fu lodato o condannato in quanto responsabile del passaggio dalla Repubblica al principato; nel Medioevo diventò un personaggio leggendario dai contorni sbiaditi e favolosi; nel Rinascimento, dopo che alla sua persona fu restituita una certa consistenza storica, si guardò a lui alla luce delle nuove teorie politiche e dei nuovi studi sui documenti antichi. Egli ha esercitato un fascino straordinario e pressoché ininterrotto dalla sua morte ad oggi e le sue imprese, ingigantite e rese immortali da una morte violenta ed improvvisa, sono state ri scritte e reinventate nel corso dei secoli: la sua figura, al contempo storica e mitica, è così ricca da non poter essere irrigidita entro schemi fissi. Esso assurgerà, a seconda delle epoche storiche, a paradigma del monarca buono e illuminato, dell’intrepido conquistatore e del tiranno efferato meritevole di morte.

Col fiorire degli studi sulla fortuna dell’antico in generale, il filone di ricerca che ruota intorno all’interpretazione e alla ricezione del personaggio di Giulio Cesare è stato molto produttivo negli ultimi anni, fornendo nuove prospettive e chiavi di lettura sul personaggio.6

Nel corso delle diverse epoche storiche la figura di Cesare è stata ripresa dai singoli autori sia per esaltarla sia per sottolinearne i tratti negativi, trasformandosi così una sorta di ‘contenitore’ riempito, a seconda dei casi, di connotati ideologici, agiografici o denigratori. La nostra ricerca si propone di chiarire ‘quale Cesare’ sia stato ereditato dagli autori antichi per poi essere nuovamente trasformato nel medioevo e approdare sui palchi del teatro del XVI secolo.

È chiaro che il nostro lavoro non ha l’intenzione né la presunzione di voler esaurire lo studio della figura di Cesare in tutte le sue poliedriche sfaccettature, né della ricezione del suo operato politico e militare nella letteratura, impresa troppo vasta e generalizzante anche soltanto per quello che riguarda il mondo antico. Quello che si è tentato di fare è stato chiarire quale sia il processo di genesi testuale attraverso il quale il personaggio di Giulio Cesare viene riutilizzato e ricodificato diventando materiale produttivo per un genere letterario, il teatro, che più di qualunque altro garantisce alla sua materia una massima diffusione; ciò al fine di comprendere, da un lato, in che modo le fonti antiche abbiano agito sulla costruzione del Fortleben di uno dei più affascinanti personaggi dell’antichità, dall’altro, in che modo e attraverso quali meccanismi questo personaggio fu riutilizzato in modo fruttuoso durante l’arco temporale oggetto della presente indagine.

In una ricerca che intenda muoversi in un ambito tanto vasto quale il Nachleben di Giulio Cesare, è fondamentale chiarire i criteri di selezione del materiale, il metodo usato per l’analisi dei testi selezionati e il modo in cui si è scelto di articolare i contenuti.

Il terreno diventa assai più sdrucciolevole laddove ci si addentri nelle maglie assai fitte e intricate del reperimento delle fonti dei testi di età moderna: non è per nulla facile distinguere quelle che sono le fonti di prima mano da quello che non deriva direttamente da una fonte antica, ma è una acquisizione culturale della quale si sono perse le fonti. L’Europa tutta nella sua parte intellettuale è ormai divenuta una grande famiglia, i cui membri distinti hanno un patrimonio comune di ragionamento e fanno tra loro un commercio d’idee di cui nessuno ha la proprietà ma tutti l’uso.


Per favorire una maggiore praticità nella consultazione e per continuità di contenuto si è scelto di articolare la tesi in due sezioni entrambe precedute da una introduzione e suddivise in piccoli capitoli: nella prima vengono analizzate le rappresentazioni etico-culturali che nell’antichità sono state convogliate in quella sorta di ‘contenitore’ rappresentato dalla figura di Cesare, e finalizzate a produrre una raffigurazione ideale del personaggio; la seconda parte è, invece, dedicata all’analisi delle prime esperienze teatrali che portano sulla scena Cesare come protagonista.

PARTE PRIMA

INTRODUZIONE

Illa, inquam, illa vita est tua, quae vigebit memoria saeculorum omnium, quam posteritas alet, quam ipsa aeternitas sempre tuebitur. […]Obstupescent posteri certe imperia, provincias, Rhenum, Oceanum, Nilum, pugnas innumerabiles, incredibiles victorias, monumenta, munera, triumphos audientes et legentes tuos.[…]Erit inter eos etiam, qui nasceretur, sicut inter nos fuit, magna dissensio, cum alii fortasse aliquid requirentur7.

(Cic. Marc.28-29 passim)


In questa prima parte vengono analizzate tutte quelle rappresentazioni etico-culturali che nell’antichità sono state convogliate in quel ‘contenitore’ che è stato e continua ad essere la figura di Cesare.

È per questo, infatti, che nell’analisi delle fonti antiche qui condotta vengono presi in considerazione soltanto quei testi in cui emerge con maggiore evidenza una interpretazione del personaggio; si è quindi scelto di eliminare il resoconto che Cesare stesso ha lasciato di sé nei suoi Commentarii8.

Già gli autori a lui contemporanei o di poco posteriori erano divisi su linee interpretative talvolta anche del tutto divergenti. Così, fin da subito, la ricezione ed interpretazione del suo operato politico risultò problematica e talvolta contraddittoria; alcuni autori (per esempio Sallustio) scelsero di esaltare i tratti più positivi del suo carattere, la clementia e l’humanitas, considerate ancor più straordinarie in chi, nel giro di poco tempo, aveva ottenuto numerosissime e gloriose conquiste; altri, invece, ritennero che queste doti, osannate e fruttuosamente usate dalla sua pubblicistica andassero in ogni caso subordinate al suo status di efferato tiranno, guidato in ogni sua azione dalla brama di potere (è il caso di Lucano); altri ancora, dopo aver cercato per tutta la sua vita di ricondurlo entro il solco del modello di princeps clemens, e dopo esser rimasti a lungo incerti se fosse in lui prevalente la clementia ‹‹dote divina››9 o il fare tirannico nemico della libertas e della res publica, solo dopo la sua morte osarono affermare che il vero ed unico interesse del dittatore era stato il regnum (si tratta di Cicerone).

Di fondamentale importanza è la testimonianza di Cicerone, la cui produzione, dal momento in cui Cesare sale al potere, si rivela intrisa di riflessioni sulla sua politica10, nonostante risenta spesso degli umori dell’autore e delle circostanze particolari in cui furono scritte le singole opere. Molto problematica mi sembra, dunque, l’interpretazione che ci forniscono di Cesare i testi ciceroniani.

Ma la figura di Cesare è stata ridisegnata nel tempo, a partire dalla prima mediazione che ne fece il suo successore; la memoria di Cesare, ma soprattutto la manipolazione di questa memoria, furono indispensabili per tutta l’epoca triumvirale al giovane Ottaviano, e poi ad Augusto: l’uomo era morto, ma la sua immagine giocava ancora un ruolo molto importante all’interno di Roma. La riscrittura di Cesare fatta in età augustea nel corso degli anni, influenzò ‹‹non soltanto la storiografia contemporanea ma tutta la seguente determinazione di una linea vincente che assumeva a torto o a ragione Cesare come punto di partenza››11.

La storia della vita e delle guerre di Cesare è stata narrata dalla maggior parte degli storici antichi a lui contemporanei o successivi, sia in forma monografica sia all’interno di narrazioni storiografiche di più ampio respiro. Gli storici antichi che scrissero di Cesare, nel raccontarne le gloriose imprese e la tragica fine, colsero e amplificarono di volta in volta alcuni tratti particolari del suo carattere e del suo operato. È molto interessante vedere come, a una o più generazioni di distanza, storici e biografi ci abbiano trasmesso un Cesare diverso a seconda che la loro fonte fosse filocesariana o avversa, e in base allo scopo che aveva la loro narrazione.

Il “nostro” Cesare è principalmente un prodotto della storiografia dei due maggiori biografi dell’antichità, Plutarco e Svetonio, che operarono nel secondo secolo d. C. ma, queste biografie, come tutti i prodotti letterari risentono del periodo in cui sono state scritte; così il Cesare che emerge si confà molto bene all’era di Traiano in cui per l’imperatore era conveniente recuperare la memoria del dittatore che era stata manipolata, se non oscurata12, durante il periodo augusteo e dalla dinastia giulio-claudia.

È facilmente comprensibile che l’immagine di Cesare che viene fuori da queste biografie è sostanzialmente quella di un condottiero dinamico e di un grande statista fatto fuori all’apice della sua ascesa politica proprio dal tradimento di quelli che erano più vicini a lui.

L’immagine di Cesare più diffusa in epoca moderna risente molto dell’interpretazione che ne diedero gli storici del II secolo, ben diversa dalla rappresentazione che ne aveva dato la generazione immediatamente successiva alla sua morte e della quale ci rimane ben poco.

Sappiamo che Augusto stesso scrisse una autobiografia che comprendeva anche gli eventi che precedettero la sua ascesa al potere e la morte dello zio. Tra l’altro questa autobiografia fu, con molta probabilità, anche una delle fonti della Vita di Augusto che scrisse un suo contemporaneo, Nicolao di Damasco, che ci è conservata per excerpta, e all’interno della quale una parte, che fortunatamente ci è pervenuta, era dedicata agli eventi che avevano portato alla congiura ai danni di Cesare e ad essa successivi. Da essa emerge una immagine di Cesare discordante dal resto delle fonti.

Anche altri autori scrissero sotto Augusto dei resoconti degli anni compresi tra il 44 e il 42 a. C., ma le loro opere andarono completamente perdute ed insieme ad esse anche la loro importanza nella formazione della tradizione storiografica e del giudizio su Cesare; di questi non ci rimangono che i nomi: Caio Oppio, Calpurnio Bibulo, Valerio Messalla Corvino e Volumnio.

Il Cesare degli storici d’età imperiale è per lo più descritto come condottiero valoroso, protetto dalla fortuna. Alcuni ne parlano nei termini molto sfumati di divus ed exemplum, evitando di dare giudizi sull’operato del dittatore (Velleio Patercolo e Valerio Massimo), altri, pur ammirando le doti del valoroso condottiero, non negano che egli si rese odioso ai difensori della libertà repubblicana per la sua eccessiva brama di potere (Appiano e Dione Cassio), altri ancora mettono il valoroso comandante al centro di una biografia (è il caso di Plutarco e Svetonio) dalla quale traspare l’ambivalenza di alcuni suoi comportamenti. Essi infatti ammirano le doti innegabili dell’ uomo e del condottiero di cui esaltano la clemenza, ma ne riconoscono talvolta l’ipocrisia e criticano l’eccessiva brama di dominatio che lo portò alla morte . Ciò che tuttavia è certo è che a partire dalla prima età imperiale la figura di Cesare sarà contornata da un alone di eroismo in tutte le sue rappresentazioni.

Nell’ epos di Lucano, infine, Giulio Cesare diventa figura emblematica dell’efferato tiranno, colui che ha privato i Romani dell’antica libertas repubblicana; questo Cesare è un personaggio composito ricavato dalla commistione del modello storiografico con quello del teatro di Seneca. Lucano si serve del modello dell’eroe negativo della tragedia per creare un nuovo Cesare. Niente rimane della caratterizzazione in positivo del dittatore; non più la riflessività dell’accorto comandante, né la clementia: in lui è solo il furor del tiranno.

CAPITOLO PRIMO
Cesare come modello etico

L’operato di Cesare può essere considerato come ultimo stadio di un lungo processo di sconvolgimento che, attraverso le guerre civili, condusse alla sovversione dell’antico ordine repubblicano. Tuttavia questo iter, chiaro agli occhi dei moderni, stentò ad essere riconosciuto dagli autori a lui contemporanei o di poco successivi i quali, anzi, cercarono di inserire Cesare all’interno del sistema delle virtutes repubblicane13. Questa situazione politica portò gli scrittori di orientamento filocesariano, come Sallustio, a trasformare Cesare in un modello etico da seguire incanalando quei lati della sua personalità che si distaccavano dal modello repubblicano, all’interno del sistema delle virtutes. Il Cesare di Sallustio è infatti una ‹‹composizione di valori o lineamenti››14; come vedremo, lo storico costruisce nel De coniuratione Catilinae il discorso di Cesare in modo tale da far risaltare il suo atteggiamento legalitario e il suo legame con la tradizione. Così il personaggio che Sallustio dipinge è perfettamente in linea con la tradizione repubblicana, che si appella sempre al mos maiorum15.



1. 1. Il Cesare di Sallustio, un esempio di virtus

Convinto cesariano moderato16, Sallustio aveva grande stima dell’operato politico del dittatore. Questa profonda ammirazione nei confronti di Cesare traspare in filigrana da quasi tutte le opere dello storico, ma il testo da cui essa emerge con maggiore evidenza è il de coniuratione Catilinae.

Al capitolo LI è proprio Cesare a prendere la parola; Sallustio mette in bocca al futuro dittatore un discorso in cui questi, pur condannando l’operato dei catilinari, appellandosi al mos maiorum, cerca di ridurne la pena. Il giovane Cesare, nell’oratio che Sallustio gli fa pronunciare, si fa bandiera di quegli elementi che la sua pubblicistica metteva maggiormente in evidenza: la misericordia, la mansuetudo e l’ iracundiam cohibere. Il Cesare che ne viene fuori si presenta, così, pieno di quelle stesse doti che anche Cicerone nella Pro Marcello, come vedremo, si sforza di attribuirgli17.

Nell’appellarsi ai patres conscripti, egli li ammonisce a che, nel deliberare, si mostrino immuni da tutte le passioni: ab odio, amicitia, ira, atque misericordia vacuos esset decet (LI, 1).

Per conferire maggiore concretezza a quanto detto, Cesare introduce come esempio il celebre episodio in cui, alla fine dalla guerra macedonica, i Romani (maiores nostri) dimostrarono grande clementia nei confronti dei Rodesi: impunitos eos dimisere.

Durante tutto il suo discorso egli si appella costantemente a modelli di clemenza, giustizia ed equilibrio, indicando a chi detiene il potere una strada da perseguire:


Ita in maxima fortuna minima licentia est: neque studere neque odisse, sed minime irasci decet. Quae apud alios iracundia dicitur, ea in imperio superbia atque crudelitas appellatur.

( LI, 13-14) 18


Obiettivo principale di chi governa, dunque, deve essere quello di contenere tutte le passioni, sia positive sia negative: tra queste, in posizione di rilievo, sottolineata dalla climax ascendente, al § 14 è l’ira: minime irasci decet.

Come appare evidente, tutta la prima parte del discorso di Cesare è incentrata su un postulato: chi, nello svolgimento dell’ufficio di governo, è chiamato a deliberare, non deve assolutamente, al momento della decisione, subire l’influenza dell’ira. La seconda sezione del lungo discorso ruota intorno all’argomento della ricerca della legalità repubblicana. Così la sententia perorata da D. Silano poco prima parrà a Cesare aliena a re pubblica nostra. Egli fa riferimento a leggi che vietavano di mettere a morte i condannati19: ecco come colui che dopo la morte diverrà l’incarnazione del potere tirannico si mostra qui attento al rispetto della legalità repubblicana.

Tuttavia l’argomentazione di Cesare non si ferma solamente alla constatazione della poca legalità ed eccessiva crudeltà della pena in discussione; egli prosegue indagando le conseguenze che potrebbero derivare dall’approvazione di una tale proposta, citando degli esempi di come un precedente legittimo possa autorizzare degli abusi. Tra questi esempi negativi non manca quello di Silla che, come avremo modo di evidenziare anche in seguito, è citato spesso come esempio di governo fondato sul timor e di vittoria crudele.

Infine a chiusura della sua oratio Cesare si appella nuovamente e circolarmente al mos maiorum:



maiores nostri, patres conscripti, neque consili neque audaciae umquam eguere. […]Postquam res publica adoleuit et multitudine civium factiones valuere, circumvenire innocentes, alia huiusce modi fieri coepere, tum lex Porcia aliaeque leges paratae sunt, quibus legibus exilium damnatis permissum est. Hanc ego causam, patres conscripti, quo minus novum consilium capiamus, in primis magnam puto.

(LI, 37; 40-41) 20


In tal senso appare evidente lo sforzo di Sallustio di descrivere Cesare come difensore degli ideali del mos maiorum, inserendolo così all’interno di quelli che erano i valori repubblicani.

Le parole che Sallustio fa pronunciare a Cesare ritraggono il futuro dittatore come uno dei personaggi più in vista del suo tempo che si distingue da tutti gli altri per le molteplici qualità positive, le quali fanno sì che egli venga considerato modello etico per i suoi contemporanei. Tuttavia, dal successivo discorso di Catone ci derivano interessanti suggestioni che possono far luce su cosa pensavano alcuni contemporanei di Cesare, di schieramento opposto, riguardo alla politica basata su quella che passerà alla storia come clementia Caesaris.


Hic mihi quisquam mansuetudinem et miscericordiam nominat? Iampridem equidem nos vera vocabula rerum amisimus: quia bona aliena largiri liberalitas, malarum rerum audacia fortitudo vocatur, eo res publica in estremo sita est.

(LII, 11) 21



Mansuetudo et misericordia sono le due qualità che, come afferma lo stesso Sallustio nel § LIII, resero clarus Cesare. Catone sostiene che il reale significato di questi due termini sia andato perduto. Una simile interpretazione ci fornisce Cicerone nel De Officiis, quando tratta dei tipi di beneficia iniusta. Se quello descritto dall’Arpinate è il Cesare degli optimates, tale non è di certo anche quello di Sallustio, e lo storico non si accontenta di lasciare al lettore il compito di decodificare il “suo Cesare”: è egli stesso a fornire una valida chiave interpretativa nella synkrisis tra Cesare e Catone, che colloca poco dopo la conclusione del discorso di quest’ultimo. Sallustio dà un gran rilievo ad entrambi i due personaggi poiché li considera i maggiori del suo tempo:
multis tempestatibus haud sane quisquam Romae virtute magnus fuit. Sed memoria mea ingegni, virtute, divorsis moribus fuere viri duo, M. Cato et Caesar.

(LIII, 6) 22

Nel paragrafo LIV lo storico fa una interessante descrizione etica del dittatore, la quale verte su due aspetti principali del suo carattere e si può dividere in due sezioni; lo storico mette in risalto da un lato la liberalità e magnanimità di Cesare, dall’altro le doti che gli garantirono i successi militari: la tenacia nel lavoro e la brama di gloria.
[54] Igitur eis genus aetas eloquentia prope aequalia fuere, magnitudo animi par, item gloria, sed alia alii. Caesar beneficiis ac munificentia magnus habebatur, integritate vitae Cato. Ille mansuetudine et misericordia clarus factus, huic seueritas dignitatem addiderat. Caesar dando subleuando ignoscendo, Cato nihil largiendo gloriam adeptus est. In altero miseris perfugium erat, in altero malis pernicies. Illius facilitas, huius constantia laudabatur. Postremo Caesar in animum induxerat laborare, vigilare; negotiis amicorum intentus sua neglegere, nihil denegare quod dono dignum esset; sibi magnum imperium, exercitum, bellum novum exoptabat, ubi virtus enitescere posset.

(LIV, 1-5) 23

L’elogio indirizzato a Cesare mira a mettere in luce come tutte le sue azioni siano rivolte a vantaggio degli altri e mai vi sia in esse un risvolto egoistico.

Tutte le virtutes enumerate da Sallustio sono legate semanticamente al beneficium, al munus e al donum, termini tutti afferenti alla sfera linguistica dello scambio.24 Va notato che egli non usa mai, in relazione a Cesare, il termine clementia, seguendo in questo l’uso dello stesso dittatore e della sua pubblicistica25. Il termine clementia, infatti, descrive una relazione di tipo verticale e quindi, applicata a Cesare avrebbe potuto ventilare il pericolo di uno stravolgimento dell’ordinamento politico repubblicano26. Per questo vengono preferiti termini come amicitia, misericordia, lenitas che alludono a relazioni di tipo orizzontale27. In questo modo Cesare a buon diritto può essere collocato in una posizione di continuità culturale rispetto al modello tradizionale28.

Da Sallustio viene fugata ogni possibilità che il futuro dittatore potesse avere secondi fini e che questo suo comportamento potesse costituire una tattica politica piuttosto che un vero e proprio modo di essere: lo storico tiene a precisare che il suo incessante impegno nel laborare e vigilare derivava dalla volontà di salvaguardare gli interessi altrui trascurando i propri.

Dunque, tutte le qualità per le quali Cesare viene esaltato rafforzano quell’immagine di uomo clemente e liberale che egli stesso si era creato29. Così anche la brama di imperium che in altri autori è a ragione interpretata come unico e vero profondo motore di ogni sua azione30, in Sallustio viene mitigata e interpretata come modo attraverso il quale Cesare vuole manifestare la sua virtus.




Capitolo quarto
Capitolo sesto
Parte seconda
Capitolo secondo
Capitolo terzo
Capitolo quinto
Appendice cesare per la prima volta in musica: la prosperità infelice di giulio cesare dittatore
Bibliografia edizioni dei testi classici

: retrieve -> handle -> 10447
10447 -> Degli studi di palermo scuola di dottorato in diritto sovranazionale e diritto interno dottorato di ricerca in diritto comparato ius
10447 -> Il lavoro culturale a scuola
10447 -> In tal senso vedremo in che modo I testi di Camilleri subiscono un effetto di rifrazione
10447 -> Prefazione
10447 -> Questo lavoro nasce con l’intenzione di comprendere in che modo si costruisce IL significato all’interno di una struttura predicativa
10447 -> Il diritto della navigazione nasce nel 1942 e fu opera della commissione Scialoja (politico ed economista) che diede vita al R. D. n. 327 del 30 marzo di quell’anno
10447 -> La nullita’ delle societa’ per azioni ex art. 2332 del codice civile
10447 -> Capitolo I
10447 -> M-fil/05 L’oggettività del giudizio morale. Un’interpretazione retorica
10447 -> Alle origini delle consuetudini marittime mediterranee


  1   2   3   4   5   6   7   8   9   ...   18


©astratto.info 2017
invia messaggio

    Pagina principale