In nome del popolo italiano la corte suprema di cassazione sezione terza civile



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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SEGRETO Antonio - Presidente -

Dott. AMENDOLA Adelaide - Consigliere -

Dott. AMBROSIO Annamaria - Consigliere -

Dott. DE STEFANO Franco - rel. Consigliere -

Dott. CIRILLO Francesco Maria - Consigliere -

ha pronunciato la seguente:

sentenza


sul ricorso xxx/2010 proposto da:

C.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA xxx, presso lo studio dell'avvocato xxx, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati xxx, xxx giusta delega in atti;

- ricorrente -

contro


CA.WA. (OMISSIS), IRE AMMINISTRAZIONE UNICA ISTITUZIONI DECENTRATE ENTE COMUNALE ASSISTENZA VENEZIA;

- intimati -

Nonchè da:

CA.WA. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA xxx, presso lo studio dell'avvocato xxx, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato xxx giusta delega in atti;

- ricorrente incidentale -

contro


C.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA xxx, presso lo studio dell'avvocato xxx, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati xxx, xxx giusta delega in atti;

- controricorrente all'incidentale -

e contro

IRE AMMINISTRAZIONE UNICA ISTITUZIONI DECENTRATE ENTE COMUNALE ASSISTENZA VENEZIA;

- intimato -

avverso la sentenza n. xxx/2010 della CORTE D'APPELLO di VENEZIA, depositata il 22/04/2010 R.G.N. xxx/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 08/02/2013 dal Consigliere Dott. FRANCO DE STEFANO;

udito l'Avvocato xxx;

udito l'Avvocato xxx;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto di entrambi i ricorsi.

Svolgimento del processo
1.1. Ca.Wa. citò, con atto notificato il 9.2.95, dinanzi al tribunale di Venezia C.L. e l'IRE - Amministrazione unica delle istituzioni decentrate dell'Ente comunale di assistenza di Venezia, chiedendo riconoscersi in suo favore acquistata la proprietà di un immobile posto in vendita mediante asta pubblica dall'IRE (in NCT al fl. 16, mappali 57, 92 e 93 ed al NCEU alla p.lla 92/1 del medesimo foglio), di cui era stato dichiarato aggiudicatario provvisorio, previo riconoscimento dell'illegittimità dell'aggiudicazione definitiva disposta invece in favore del C., non sussistendo - per difetto del requisito soggettivo di coltivatore diretto - il diritto di prelazione su cui quest'ultima era stata fondata;

1.2. entrambi i convenuti si costituirono, chiedendo il rigetto delle domande del Ca.: e l'adito tribunale respinse le domande con sentenza del 6.2.98, la quale, gravata dal Ca., fu confermata dalla corte territoriale, con sentenza del 24.2.2003;

1.3. quest'ultima fu però cassata, con sentenza 24 novembre 2007, n. 24461, di questa Corte, che dispose il rinvio alla corte di appello di Venezia, in diversa composizione; in particolare, ritenuto correttamente ascritto all'attore - e da lui non assolto - l'onere di provare l'insussistenza del requisito soggettivo per la prelazione agraria, reputata l'equiparazione al promissario acquirente dell'aggiudicatario provvisorio ad un'asta pubblica, ne qualificò fondata la tesi della reviviscenza del preliminare in caso di mancata osservanza del termine massimo fissato per il versamento del prezzo;

più specificamente, statuì che la possibilità concessa al promittente alienante ed al prelazionante di stabilire con patto successivo - come avvenuto nella fattispecie - per il pagamento del prezzo un termine diverso da quello legale era idonea a determinare, in qualsiasi momento, una situazione elusiva del diritto del promissario acquirente originario e, dunque, di sacrificio della sua aspettativa di vedere realizzato il suo diritto nascente dall'aggiudicazione provvisoria;

1.4. a seguito della richiamata pronuncia di questa corte, il Ca. riassunse la causa, che fu definita dalla corte d'appello lagunare con sentenza n. 828 del 22.4.10, con accoglimento della domanda originaria e pronuncia del trasferimento di proprietà dei beni in capo al Ca. e dell'obbligo di contestuale versamento dell'intero prezzo di L. 202 milioni e delle eventuali spese, ma con rigetto delle domande di condanna al rilascio del compendio trasferito ed al risarcimento del danno; inoltre, fu pronunciata - prima dell'ordine di "trascrizione della sentenza, subordinatamente al suo passaggio in giudicato, ed al pagamento integrale del prezzo" - la totale compensazione delle spese dei gradi di merito e del giudizio di legittimità, con condanna del C. e dell'IRE alla restituzione di quanto a tale titolo già percepito in forza delle precedenti statuizioni sul punto;

1.5. per la cassazione di tale ultima sentenza notificata a far tempo dal 13.9.10 - ricorre il C., affidandosi a cinque motivi;

resiste con controricorso, col quale dispiega altresì ricorso incidentale articolato su di un unitario motivo, il Ca., cui contrappone specifico controricorso il C.; non svolge qui attività difensiva l'IRE; e, per la pubblica udienza del di 8.2.2013, entrambe le parti presentano memorie ai sensi dell'art. 378 cod. proc. civ..


Motivi della decisione

2. Il ricorrente C., già aggiudicatario definitivo, sviluppa cinque motivi ed in particolare:

2.1. col primo - rubricato "violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 3). Violazione e falsa applicazione della L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 6" - egli contesta che il diverso accordo per il versamento del prezzo dovesse intercorrere tra promittente venditore (IRE) e promissario acquirente ( Ca.), come ritenuto dalla corte territoriale, anziché - come invece in concreto avvenuto -tra il primo ed il prelazionante (lo stesso C.);

2.2. col secondo - rubricato "violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 3).

Violazione della ratio dell'istituto della prelazione agraria e della L. n. 590 del 1965, come autenticamente interpretata dalla L. 8.1.1972, n 2" - egli contesta la tesi della automatica reviviscenza del contratto preliminare in caso di mancato o intempestivo versamento del prezzo, in quanto implicante una ulteriore ed ingiusta compromissione del diritto del proprietario, del resto in vista dell'avvenuta accettazione, da parte del Ca., della restituzione del deposito cauzionale;

2.3. col terzo - rubricato "violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 1). Violazione e falsa applicazione della L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 8" - egli contesta la tesi dell'automatica reviviscenza del contatto originario alla stregua della L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 8, costituendo l'integrale e tempestivo versamento del prezzo una condizione sospensiva, il cui mancato avveramento ripristina non già il precedente vincolo obbligatorio di concludere altro contratto definitivo, ma semplicemente la piena libertà del venditore di disporre del bene in favore di chi ritenga opportuno;

2.4. col quarto, egli lamenta un vizio motivazionale circa la mancata verifica, a suo dire imposta da questa corte di legittimità con la cassazione con rinvio, della concreta elusione del diritto del promissario acquirente originario, soprattutto dinanzi alla desumibilità della possibilità di prorogare il termine per il versamento del prezzo in presenza di fatti oggettivi (descritti dall'IRE nelle sue note del 19.1.95 e del 20.7.95), invece neppure presa in considerazione dalla corte territoriale;

2.5. col quinto - rubricato "violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 3). Violazione e falsa applicazione della L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 6, e dell'art. 384 c.p.c." - egli contesta che dalla sentenza di questa corte potesse trarsi (oltre al principio di diritto della "reviviscenza del preliminare o della assegnazione provvisoria" in caso di inefficacia del contratto di vendita al prelazionante per mancato rispetto delle condizioni di legge) la facoltà di disapplicare la richiamata L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 6, per ragioni di giustizia sostanziale;

2.6. nella memoria ai sensi dell'art. 378 cod. proc. civ., propone, tra l'altro, l'ulteriore questione della ritualità del dispiegamento dell'eccezione, sollevata da controparte, della decadenza dell'aggiudicatario definitivo per tardivo versamento del prezzo.

3. Dal canto suo, il controricorrente Ca., dopo avere ampiamente contestato i motivi di doglianza in rito e nel merito, dispiega ricorso incidentale, articolato su di un unitario motivo ai sensi del n. 3 dell'art. 360 cod. proc. civ., avverso la disposta compensazione delle spese, per l'insufficienza della indicazione della diversità degli orientamenti giurisprudenziali, sia in generale, sia a maggior ragione per le spese del giudizio di legittimità e di quello di rinvio, con intrinseca contraddittorietà del capo sulle spese; e, nella memoria ai sensi dell'art. 378 cod. proc. civ., oltre ad insistere per l'inammissibilità o l'infondatezza dei motivi di ricorso principale, ricorda di avere formulato l'eccezione di decadenza fin dal primo grado ed in tempo immediatamente successivo all'avveramento del fatto su cui essa si articolava, pure insistendo per l'ingiustizia del regime delle spese di giudizio. A tale ricorso incidentale replica con controricorso il C., ponendo in luce l'inammissibilità di una doglianza rubricata come violazione di norme di diritto e sviluppata con riferimento ad un vizio motivazionale, ma argomentando per la sussistenza di idonei elementi di giustificazione della disposta compensazione.

4. Deve preliminarmente rilevarsi che le questioni sulla ritualità dell'eccezione di decadenza - alla cui stregua è stata definita la controversia - non risultano adeguatamente rese oggetto di specifica e tempestiva doglianza in questa sede e che, comunque e in via dirimente, sono senz'altro assorbite dall'evidente esame della relativa questione nel merito da parte della sentenza di cassazione resa da questa Corte, il quale presuppone la anche solo implicita - reiezione di ogni eventuale questione sulla ammissibilità o ritualità di dispiegamento della questione e della sua appartenenza al thema decidendum, nonché la sua preclusione nel successivo giudizio di rinvio, concluso con la sentenza oggi gravata.

5. Ciò posto, vanno esaminati congiuntamente il primo ed il quinto motivo di ricorso, attesa la loro intima connessione; ed essi sono in parte inammissibili ed in parte infondati.

5.1. Deve premettersi che, a norma dell'art. 384 cod. proc. civ., comma 1, l'enunciazione del principio di diritto vincola il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi, anche se nel frattempo fossero intervenuti mutamenti in seno alla giurisprudenza di legittimità; d'altra parte, anche la Corte di cassazione, nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza pronunziata dal giudice di merito, deve giudicare muovendo dal principio di diritto precedentemente enunciato e applicato dal giudice di rinvio, senza possibilità di modificarlo, neppure sulla base di un nuovo orientamento giurisprudenziale della stessa Corte, salvo che la norma da applicare in relazione al già enunciato principio di diritto risulti successivamente abrogata, modificata o sostituita per effetto di ius superveniens, comprensivo sia dell'emanazione di una norma di interpretazione autentica, sia della dichiarazione di illegittimità costituzionale (Cass. 31 luglio 2006, n. 17442; Cass. 7 maggio 2009, n. 10496).

5.2. Orbene, nella fattispecie la sentenza n. 24461/07 di questa Corte, così si esprime:

"... Equiparato il Ca. W., quale aggiudicatario provvisorio d'asta pubblica, al promissario acquirente, nella specie si ripropone il problema degli effetti del mancato pagamento del prezzo, nei termini imposti dalla legge regolatrice dell'istituto della prelazione agraria, sul contratto preliminare stipulato tra il concedente e il terzo.

Una prima soluzione - che è quella a cui ha aderito la Corte territoriale veneta - esclude, ove il coltivatore dopo aver esercitato la prelazione ometta di corrispondere il prezzo nel termine di tre mesi, la possibilità di una nuova validità del preliminare, posto che, costituendo il pagamento del prezzo condicio iuris sospensiva dell'efficacia del contratto, il mancato avverarsi di tale condizione travolge automaticamente il contratto medesimo conclusosi tra proprietario e prelazionante, senza necessità di domanda risolutoria del proprietario, restituendo, quindi, allo stesso la piena disponibilità sul suo bene.

Una seconda soluzione è quella secondo cui il mancato pagamento del prezzo non fa perdere efficacia al preliminare (fenomeno, questo, descritto in termini di "reviviscenza" del contratto preliminare).

Ad avviso del Collegio, preferibile, non potendo l'interesse del terzo essere sacrificato oltre misura, è la seconda soluzione, ribadita, nonché precisata (e/o integrata), da questa Corte da ultimo (sent. n. 11757/2002. Prima, sent. n. 11858/1992).

Secondo la stessa, infatti, "con riguardo al preliminare di vendita di fondo rustico, sottoposto alla condizione del mancato esercizio da parte del mezzadro-colono del diritto di prelazione, in base al disposto della L. n. 590 del 1965, art. 8, la condizione cui è subordinata risolutivamente l'efficacia del preliminare non si verifica con il solo esercizio del diritto di prelazione, ma è anche necessario, da parte del prelazionante, il rispetto dei termini legali di pagamento del prezzo, a meno che dal concreto regolamento di interessi posto in essere dagli stipulanti non emerga che essi hanno inteso ricondurre il definitivo caducarsi del preliminare al solo esercizio del diritto di prelazione".

E' innegabile, dunque, che il promissario acquirente è legittimato a dolersi della mancata osservanza del termine di tre mesi previsto dalla legge per il pagamento del prezzo da parte del prelazionante, sul presupposto che detta circostanza potrebbe comportare la non perdita di efficacia del preliminare (ovvero, in questo caso, dell'impegno scaturente dall'aggiudicazione provvisoria d'asta), e quindi del suo diritto.

Peraltro appare evidente che la possibilità concessa al promittente alienante e al prelazionante di stabilire con patto successivo - come è avvenuto nella fattispecie - per il pagamento del prezzo un termine diverso rispetto a quello legale è idonea a determinare, in qualsiasi momento, una situazione elusiva del diritto del promissario acquirente originario e, dunque, di sacrificio dell'aspettativa dello stesso di veder realizzare tale proprio diritto".

5.3. Nella fattispecie questa Corte, per quanto il motivo accolto (secondo) prospettasse tanto una violazione di legge (L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 6) quanto un vizio motivazionale, accolse il motivo in relazione alla sola denunziata violazione di legge, statuendo due principi di diritto:

a) con riguardo al preliminare di vendita di fondo rustico, sottoposto alla condizione del mancato esercizio da parte del mezzadro-colono del diritto di prelazione, in base al disposto della L. n. 590 del 1965, art. 8, la condizione cui è subordinata risolutivamente l'efficacia del preliminare non si verifica con il solo esercizio del diritto di prelazione, ma è anche necessario, da parte del prelazionante, il rispetto dei termini legali di pagamento del prezzo;

b) il promissario acquirente è legittimato a dolersi della mancata osservanza del termine di tre mesi previsto dalla legge per il pagamento del prezzo da parte del prelazionante, sul presupposto che detta circostanza potrebbe comportare la non perdita di efficacia del preliminare (ovvero, in questo caso, dell'impegno scaturente dall'aggiudicazione provvisoria d'asta), e quindi del suo diritto.

5.4. Non è esatto, invece, come sostiene il ricorrente nel quinto motivo di ricorso, che la corte abbia anche statuito che la L. n. 590 del 1965, art. 8, concedeva la possibilità in astratto di pattuire tra il promittente alienante ed il prelazionante un pagamento oltre i tre mesi, ma che tale norma era idonea a determinare comportamenti elusivi ai danni del terzo.

5.5. In effetti, come correttamente ritenuto dal giudice di rinvio:

5.5.1. con il secondo principio di diritto indicato dalla sentenza di legittimità, si afferma che il termine di legge di tre mesi per il pagamento del prezzo da parte del prelazionante è perentorio, essendo irrilevanti eventuali accordi per un maggior termine intervenuti tra il promittente alienante ed il soggetto prelazionante, in quanto occorre tutelare i diritti del promissario acquirente, che sono sospesi in attesa dell'avveramento della condizione non solo dell'esercizio della prelazione ma anche del pagamento del prezzo nel termine di legge;

5.5.2. tale principio esterna la necessità del bilanciamento tra la tutela del prelazionante (che ha diritto ad un termine minimo di tre mesi per il pagamento del prezzo, anche se il preliminare notificatogli contenga un "accordo" per un termine inferiore) e quella del promissario acquirente (che vede i suoi diritti sospesi in attesa dell'avveramento della condizione e che ha diritto ad un termine massimo di sospensione);

5.5.3. in tale interpretazione sistematica si inquadra la clausola di riserva della diversa pattuizione tra le parti, di cui al comma sesto dell'art. 8 cit., per cui solo se tra il promittente alienante ed il promissario acquirente è pattuito nel preliminare un termine più lungo (rispetto a quello legale) di pagamento, di questo "elemento contrattuale" può beneficiare anche il prelazionante, senza che venga leso il diritto del promissario acquirente, che continua a rimanere condizionato (sospensivamente) per un maggior tempo rispetto a quello legale, ma ciò come conseguenza di una scelta del promissario acquirente già trasfusa nel preliminare (poi notificato al prelazionante), e non per un successivo accordo tra prelazionante e promittente alienante, ma a cui il primo è e rimane irrimediabilmente estraneo;

5.5.4. reciprocamente, se tra il prelazionante ed il promittente alienante è pattuito un termine per il pagamento del prezzo inferiore ai tre mesi, di tale minor termine potrà beneficiare anche il promissario acquirente ai fini dell'avveramento della condizione sospensiva;

5.5.5. in altri termini, la "salvezza della diversa pattuizione tra le parti" sul termine di pagamento, di cui al citato comma 6, art. 8 cit., opera nei confronti del soggetto estraneo al patto solo se è ad esso (più) favorevole nei termini suddetti (per usare la locuzione adottata dalla sentenza della Corte, se non è "elusiva" dei diritti e delle aspettative del soggetto estraneo).

5.6. Poichè è questo il principio di diritto, con le sue implicazioni, in tema di termine per il pagamento del prezzo ai sensi della L. n. 590 del 1995, art. 8, comma 6, espresso dalla sentenza di annullamento con rinvio n. 24461/2007, è possibile in questa sede solo sindacare se il giudice di rinvio si sia adeguato a tale principio e quindi se vi sia stata o meno violazione dell'art. 384 cod. proc. civ., mentre non sono ammissibili le censure di pretesa violazione dell'art. 8 cit., a norma dell'art. 360 cod. proc. civ., n. 3, che ripropongono una diversa interpretazione della norma rispetto a quella già fornita da questa Corte.

5.7. Infondata è, invece, la censura di violazione dell'art. 384 cod. proc. civ., poichè, come sopra detto, il giudice del rinvio si è correttamente uniformato al principio di diritto somministratogli da questa Corte, facendone corretta applicazione, avendo ritenuto che nella fattispecie non era eludibile nei confronti del promissario acquirente il termine di legge di mesi tre per il pagamento del prezzo, per effetto di un accordo per un più lungo termine intervenuto tra il prelazionante ed il promittente alienante (successivo all'aggiudicazione provvisoria in suo favore).

6. Egualmente inammissibili sono i motivi secondo e terzo motivo di ricorso principale, con cui il ricorrente censura la tesi dell'automatica reviviscenza del contratto preliminare in caso di mancato (ovvero intempestivo) versamento del prezzo.

Per la natura del giudizio di rinvio sopra ricordata, è definitivamente ed irretrattabilmente statuito (nella sentenza che ha disposto il rinvio) che la "non perdita di efficacia" del primo contratto o del preliminare sia la sola conseguenza in caso di quelle inerzie qualificate del prelazionante.

I due motivi sono pertanto inammissibili. Non atterrebbe, del resto, alla prospettata tipologia di censura, come formulata ai sensi del n. 3 dell'art. 360 cod. proc. civ., la doglianza di mancata considerazione della condotta del Ca. di accettazione della restituzione della cauzione: e, comunque, tale condotta, perchè relativa ad un adempimento formale conseguente alla conclusione del procedimento di individuazione dell'acquirente, sarebbe certamente non univoca nel senso dell'abbandono della volontà di avvalersi dei diritti nascenti dal tardivo versamento del prezzo.

7. Infondato è il quarto motivo di ricorso principale, relativo all'omessa valutazione dei documenti da cui escludere il carattere elusivo dell'accordo successivo tra promittente venditore e titolare del diritto di prelazione:

7.1. esso si fonda sul presupposto, rilevatosi errato, che la sentenza della Corte contenga un principio a cui avrebbe dovuto informarsi il giudice del rinvio, in base al quale la L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 6, secondo cui sarebbe opponibile al promissario acquirente, ai fini della condizione sospensiva del pagamento del prezzo, anche un accordo tra promittente alienante e prelazionante per un termine superiore ai tre mesi, purchè questo accordo non fosse elusivo dei diritti del promissario acquirente, da accertarsi nel caso concreto;

7.2. sennonchè tale interpretazione della sentenza di questa Corte n. 24461/2007, non è corretta, come sopra rilevato, con la conseguenza che nessun accertamento doveva essere effettuato nei termini indicati dal ricorrente.

8. Il ricorso incidentale è, poi, infondato: in disparte che malamente si invoca con detto ricorso la violazione di norme di diritto, suffragandola con un vero e proprio vizio motivazionale, quest'ultimo neppure sussisterebbe, perchè per la disposta compensazione è bene indicata, come valida ragione giustificatrice, la contrapposizione delle soluzioni giurisprudenziali susseguitesi sul tema della sorte del contratto originario in caso di decadenza del prelazionante dal diritto, delle quali da atto la stessa sentenza di cassazione con rinvio, optando per una delle due alternative ivi menzionate; e tanto senza considerare che in ogni caso non sussiste un diritto della parte non soccombente a non subire la disposta compensazione, ma soltanto quello - non violato nella gravata sentenza - a non patire, proprio per l'esito finale a lei favorevole, una condanna anche solo parziale alle spese.

9. In definitiva, i ricorsi vanno rigettati. La reciproca soccombenza comporta compensazione integrale delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.


La Corte rigetta il ricorso principale ed il ricorso incidentale;

compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.



Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 8 febbraio 2013.


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