In tal senso vedremo in che modo I testi di Camilleri subiscono un effetto di rifrazione



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Introduzione

Se volessimo chiederci cosa rende necessaria la traduzione di un’opera, non troveremmo migliore spiegazione se non quella proposta da W. Benjamin e cioè che è la traduzione a far sopravvivere un testo nel passaggio da una cultura ad un’altra.

Il compito della traduzione è quello di creare un accesso verso nuove culture d’arrivo al fine di arricchire coloro i quali appartengono a culture di partenza differenti.

È dunque grazie alla traduzione se la cultura siciliana presente all’interno dei testi di Andrea Camilleri riesce ad arrivare all’interno di culture molto diverse e lontane da questa.

Il nostro lavoro d’analisi dopo una breve introduzione del fenomeno “Camilleri” si soffermerà ad analizzare le caratteristiche linguistiche presenti nei romanzi dedicati al commissario Montalbano al fine di studiare le tecniche traduttive utilizzate dal traduttore inglese di Camilleri, Stephen Sartarelli, che permettono allo scrittore agrigentino di essere letto anche presso un pubblico di lettori anglofoni.

Scopo del nostro lavoro non sarà quello di avviare un processo di valutazione dei testi tradotti da Sartarelli distinguendo traduzioni “adeguate” da traduzioni meno adeguate secondo un canone universale, per altro inesistente, attraverso cui giudicare tali traduzioni.

Attraverso la nostra analisi intendiamo piuttosto sviluppare la consapevolezza che il processo traduttivo porta inevitabilmente alla produzione di un testo “originale” che può aggiungere o togliere qualcosa al testo di partenza.

In tal senso vedremo in che modo i testi di Camilleri subiscono un effetto di rifrazione1 nella cultura inglese, ovvero, analizzeremo in diversi casi i cambiamenti di percezione che il passare da una cultura ad un’altra inevitabilmente rende necessari.

Cercheremo di cogliere le caratteristiche di un progetto traduttivo che altro non è se non il risultato di scelte personali operate dal nostro traduttore. Saranno tali scelte a rendere unico e quindi originale il testo d’arrivo e in funzione di ciò cercheremo di dimostrare che non può esistere una traduzione definitiva e univoca di un testo, quindi quella pensata dal nostro traduttore sarà una tra le tante diverse e possibili.

Ci soffermeremo sulle tecniche adottate da Stephen Sartarelli per rendere in inglese diversi aspetti della cultura siciliana come i modi di dire, i proverbi, le espressioni culinarie, i nomi propri, le espressioni volgari, ecc. .

Vedremo le potenzialità che tali tecniche introducono sul piano linguistico-traduttivo e i limiti imposti sulle stesse.

Fondamentale al nostro lavoro d’analisi risulteranno le indicazioni proposte dai Translation Studies (T. S.) che esplorano il processo di trasferimento di testi da un cultura a un’altra.

Seguendo tale approccio analizzeremo gli aspetti linguo-culturali impliciti nel processo di traduzione e ci soffermeremo anche sulle dichiarazioni che lo stesso traduttore compie riguardo alle proprie traduzioni.

D’accordo con i T. S., la nostra riflessione sulle traduzioni inglesi di Camilleri intenderà accrescere la considerazione nei confronti del traduttore e del testo tradotto nonché la consapevolezza della complessità della traduzione intesa come scienza2 ovvero come “arte”3, un arte imitativa e creativa allo stesso tempo.



Capitolo I

L’evento Camilleri

I motivi di un successo planetario
1.1 Il contenuto4

I romanzi di Camilleri che riguardano le inchieste del mitico commissario Montalbano costituiscono, a detta di molti critici, il motivo del suo successo.

Proprio per questo successo, raggiunto ormai a livello planetario, occorrerebbe non più parlare di un “caso Camilleri”, bensì di un evento letterario più vasto che interessa ormai i lettori di molti paesi del nostro pianeta. Ciò è dimostrato dalle tantissime lingue in cui i suoi romanzi sono stati tradotti, basti pensare alle traduzioni in tutte le lingue europee, a quelle in arabo, in giapponese, in neogreco, in cinese, ecc. .

Più in generale possiamo affermare che il successo di questo autore è legato a diversi motivi, come la potenza dell’intreccio, la capacità che egli ha di raccontare, la caratterizzazione dei suoi personaggi e non ultimo il suo personalissimo linguaggio.

Sicuramente, per cogliere a pieno i motivi di questo evento letterario, occorrerà prendere in esame non soltanto il piano dell’espressione e quindi il suo particolarissimo linguaggio, (che tratteremo successivamente), quanto pure quello del contenuto che ci apprestiamo a trattare qui di seguito.

Le sue opere raccontano in modo misterioso un ordito umano e culturale che finisce per assumere un valore quasi paradigmatico per chi legge.

Ci si potrebbe chiedere come mai tali romanzi, ambientati a livello regionale e fortemente permeati da una caratterizzazione regionale, abbiano raggiunto un successo di pubblico così vasto.

La traduzione in altre lingue, da sola, non è in grado di determinare il successo planetario di un autore. Le cause vanno cercate altrove.

Di certo, per capire questo successo non bisogna considerare quegli elementi specifici che caratterizzano la condizione isolana. Bisogna piuttosto considerare quegli elementi comuni della condizione umana che Camilleri affronta nei suoi romanzi e che sicuramente hanno fatto di quei testi qualcosa di fruibile a livello mondiale attraverso le varie traduzioni.

Il nostro autore nelle sue opere racconta una Sicilia che non è il luogo di una chiusura identitaria, ma è il luogo di storie e vicende umane dal valore universale5. Egli riesce a descrivere un mondo siciliano all’interno del quale si manifestano dinamiche sociali, conflittualità, lotte di classe che non rimangono chiuse all’interno di una dimensione regionalistica, bensì diventano metafora di quanto avviene anche altrove.

Un altro motivo che sicuramente rende interessante i testi di Camilleri, è il cercare di indagare all’interno dell’identità dei siciliani una molteplicità di aspetti in cui anche altre identità possono ritrovare sé stesse.

Quella dell’identità è una questione che spesso viene affrontata da autori siciliani e che ha successo proprio perché riesce ad assumere un valore più universale.

Chi siamo, quali sono le nostre caratteristiche, le ragioni delle nostre azioni, cosa ci rende diversi dagli altri, la nostra ambivalenza, doppiezza, ambiguità, sono tutte questioni identitarie che riguardano noi siciliani ma che in autori come Camilleri, assumono un valore più ampio ed entra a far parte di quella complessità che caratterizza la condizione umana universale.

In tal senso ciò che seduce in questi romanzi è lo sguardo profondamente umano attraverso cui il lettore riesce a guardare a un mondo reale. È nell’intimità di questi romanzi che il lettore riesce a trovare alcune verità essenziali sulla propria vita.6

Nei testi di Camilleri è possibile rintracciare una valenza universalistica anche per quel che riguarda i luoghi in cui avvengono gli eventi descritti.

La Sicilia, ad esempio diviene il luogo dei potenti e dei prepotenti, una terra che in certi casi si sente subalterna al nord, ma che sa anche essere critica verso certi stereotipi che la gente del nord può avere di essa; una Sicilia in cui esistono verità ufficiali lontane dalle verità reali (come ad esempio avviene ne La bolla di Componenda), e in cui esistono corruzioni e alterazioni del corso delle cose.

Quest’isola finisce per divenire, così, il paradigma di un altrove più generico in cui è possibile rintracciare anche le vicende di altri paesi del mondo.

Essa assume un estensione di senso tale da essere percepita non come una periferia ma come “la periferia” in generale.

La dimostrazione di quanto detto si potrebbe trovare all’interno di ciò che altri autori affermano della Sicilia.

Goethe, ad esempio, affermava che in questa terra è possibile trovare “la chiave di tutte le cose”, come a voler dire che la nostra terra potrebbe contenere in sé e nella sua storia un po’ tutti i luoghi e tutte le storie.

D’altronde, se così non fosse, cioè se i fatti e i luoghi narrati da Camilleri non finissero per assumere un valore universale, non si spiegherebbe il successo mondiale che ha accompagnato e continua ad accompagnare la diffusione dei suoi libri in tutto il mondo; non capiremmo cosa potrebbe importare a un lettore brasiliano, giapponese, turco o arabo di ciò che succede nello specifico della nostra terra.

Un ulteriore aspetto da non sottovalutare per comprendere il successo di Camilleri va ricercato nel protagonista delle sue storie, il commissario Montalbano.

La Sicilia di Camilleri, da questo punto di vista, non è un luogo di grandi eroi, ma un luogo in cui si muovono personaggi le cui caratteristiche non sono molto lontane da quelle dei lettori.

Montalbano, ad esempio, non è affatto un eroe, è un semplice commissario che facendo bene il suo lavoro e possedendo la morale della responsabilità quotidiana e della dignità umana, si ritrova a diventare eroe poiché non accetta il silenzio, la compromissione o il tradimento del proprio dovere professionale, morale e civile.

Egli è un semplice poliziotto che, con la sua arguta intelligenza e intuizione e con la sua spiccata umanità, viene percepito al pari di un eroe.

Questa riflessione ci spinge ad inglobare un ulteriore elemento a sostegno del successo delle opere di Camilleri e cioè il valore etico nelle indagini del nostro protagonista.

Montalbano è un commissario originale che spesso indaga là dove nessuno gli ha detto di indagare, egli va oltre ogni schema consolidato e non rispetta neppure gli inviti dei suoi superiori.

Egli spesso indaga su delitti che non gli competono solamente perchè sente la necessità di andare alla ricerca della verità. Così le sue indagini finiscono per avere, a volte, il sapore della ricerca intellettuale7.

È dunque il forte valore etico del suo comportamento a rendere questo personaggio particolarmente apprezzato dai lettori.

Montalbano viola alcune regole per il bene della comunità, senza per questo commettere ingiustizia. In altri casi arriva anche a violare le regole della gerarchia e della burocrazia pur di raggiungere il suo obiettivo morale.

Come lo stesso Camilleri dichiara, lui “ è leale anche con gli avversari… . Gli piace indagare non per carriera ma perché i conti tornino. Non è come Maigret8 che ha un po’ la fissa per il mestiere. Ama la buona tavola e le donne, quelle che lo sopportano come Livia. Crede nell’amicizia tra uomo e donna.” 9.

Questa riflessione introduce un altro motivo per il quale il nostro commissario è tanto apprezzato, e cioè il suo amore per una cucina semplice e familiare, caratteristica che lo rende ancora più vicino al suo pubblico dei lettori.

La cucina siciliana, amata dal commissario, può essere facilmente imitata a tavola dai suoi lettori in quanto le sue ricette sono autentiche e sperimentate, così come afferma lo stesso autore, quando dice che le ricette indicate lungo i suoi romanzi le aveva prese da un vecchio libro che usava sua madre.

Oltre che per i suoi lati positivi, Montalbano rimane impresso nella mente dei lettori per le sue debolezze umane. Tra queste possiamo ricordare il modo burbero in cui egli spesso si rivolge ai suoi colleghi e la sua natura metereopatica che lo rende al quanto intrattabile.

Un ultimo elemento che non possiamo tralasciare in questo excursus relativo ai motivi del successo del nostro autore, riguarda il genere letterario del giallo. Vediamo come le caratteristiche precipue di questo genere ci permettono di trovare una piena attuazione di quanto detto finora.

Il giallo, occupandosi di omicidi, assassini, delinquenti, finisce per riflettere sulla natura dell’uomo, sulla società in cui egli vive e opera, sulle sue difficoltà, sul senso della morte. Esso racconta la realtà di un mondo in cui il bene e il male convivono e in cui è difficile scoprire la verità.

Anche Camilleri, nelle sue opere dedicate al commissario Montalbano, affronta aspetti della realtà e questioni dell’animo umano attraverso un tono di ironia che viene particolarmente apprezzato dal pubblico. È dunque questa tendenza al realismo 10 che rende i gialli del nostro autore particolarmente ricercati presso il pubblico dei lettori.

Tuttavia, occorre dire che la presenza di una soluzione finale a tutte le indagini, costituisce una scelta narrativa che a nostro avviso si discosta da un modello propriamente realista.

Un romanzo giallo moderno dovrebbe piuttosto proporre, come elemento realistico costante, la mancata soluzione dei diversi casi al fine di rendere quel che di fatto avviene nella realtà di omicidi rimasti spesso irrisolti.

Ma vediamo di analizzare più da vicino questa relazione tra il giallo e il successo di Camilleri attraverso quanto dice lo stesso autore a proposito di questo genere.

Nel libro intervista con Marcello Sorgi, Camilleri dichiara:
“Credo che, in fondo, per ciò che riguarda Montalbano la cosa più logica è che io vengo ad occupare uno spazio vuoto. Che in Italia finora non c’era, che è la scrittura di intrattenimento, cosa che in Inghilterra c’è e che invece da noi manca completamente.”11
Tuttavia lo scrittore, nonostante abbia dato vita a numerosi testi che possono ascriversi al genere del giallo, non ama definirsi semplicemente uno scrittore di gialli:

“Io, pur avendo scritto molti gialli, rifiuto la qualifica di giallista tout court. Purtroppo finiamo per etichettare le cose in maniera drastica, e così definiamo giallo ogni racconto che contenga un omicidio e una soluzione. Io non ritengo che i miei racconti vadano considerati un gioco enigmistico, … . E credo, senza per questo volermi mettere sullo stesso piano, che le opere di Borges, Dűrrenmatt, Pessoa, Gadda contengano anche degli enigmi, ma non possono definirsi gialli. Nei miei Arancini di Montalbano il meccanismo del mistero è secondario, l’aspetto prevalente è la galleria dei caratteri.” (Ivi, pp.147-148)


Nonostante questa riluttanza nel definirsi esclusivamente come giallista, bisogna riconoscere che Camilleri ha raggiunto il maggiore successo di pubblico fuori dall’Italia proprio attraverso i romanzi dedicati alla serie del commissario Montalbano che, dedicando un ampio spazio alla “galleria dei caratteri”, costituiscono una soluzione innovativa, ibrida all’interno del giallo.

A dimostrazione di questa preferenza del pubblico dei lettori anche fuori dall’Italia, basta considerare la stragrande maggioranza delle traduzioni fatte in altre lingue. Da un’attenta analisi si evincerà che quasi tutte le traduzioni non riguardano i “romanzi storici” bensì quelli dedicati a Montalbano.12

Occorre aggiungere, infine, che Camilleri all’interno del giallo non va a riempire uno spazio neutro ma piuttosto riesce, attraverso la sua particolarissima lingua, a collocarsi all’interno di questo genere in modo del tutto originale.

Il suo particolare linguaggio costituisce l’elemento di maggiore originalità, esso diviene quel quid che permette a Camilleri di distanziarsi dagli stilemi convenzionali del giallo e di diventarne uno dei rappresentanti più originali del nostro tempo.

È adesso sulla natura di questo particolarissimo linguaggio che concentreremo la nostra riflessione successiva.
1.2 Una “lingua bastarda” 13 : l’ibrido linguistico nei romanzi polizieschi di Andrea Camilleri.

Se pensiamo al successo ottenuto da Camilleri sulla base di un contenuto dal valore universale, non ci si può aspettare sul piano dell’espressione che tale universalità venga mortificata da un linguaggio incomprensibile ai più o da un estremismo linguistico altrettanto difficile da comprendere.

Se il linguaggio di Camilleri fosse veramente difficile da capire per un non siciliano, non si spiegherebbe il successo che l’autore ha avuto oltre lo Stretto, successo che conta svariate centinaia di migliaia di lettori.

Sotto il profilo strettamente linguistico, il nostro autore non scrive in dialetto siciliano, il suo linguaggio è piuttosto la reinterpretazione di un italiano regionale all’interno del quale compaiono anche invenzioni linguistiche e artifici che divertono il lettore in un gioco di continue comprensioni e incomprensioni.

A dimostrazione di ciò, possiamo considerare quel che afferma un lettore non siciliano di Camilleri: “nella lettura sono passato da un frase all’altra, da una pagina all’altra senza incontrare inciampi di sorta. Confesso che leggendo molte parole non le capivo e senza preoccuparmene andavo oltre. … E allora perché riuscivo a non agitarmi se non comprendevo sempre il significato di alcune parole e qualche volta di intere frasi? È che il linguaggio … privilegia al senso logico l’impatto sonoro e visivo. Le parole sono immagini e suono più che semplici segni verbali. … Camilleri tratta le parole come attori e, nel contempo, come strumenti musicali: le mette in piedi e le lascia parlare.”14

La non eccessiva difficoltà a comprendere il suo linguaggio viene testimoniata anche da chi ha tradotto quei testi in inglese e cioè Stephen Sartarelli: “non si fa molta fatica, man mano che si va avanti nella lettura di Camilleri, a far propri gli stessi vocaboli che al principio sembravano così estranei.” 15.

Appare chiaro, dunque, che qualsiasi lettore trova in questo suo personalissimo e inconfondibile linguaggio l’elemento che lo distingue da altri scrittori italiani contemporanei.

Il suo linguaggio però, presenta alcuni elementi che non fanno parte di una lingua reale, ovvero sono frutto di un’ invenzione operata dall’autore.

A proposito della natura artificiale che caratterizza il dettato camilleriano, alcuni studiosi (Simona De Montis e Nunzio la Fauci) parlano della presenza di “sperimentazioni espressive plurilingui” che farebbero di questo linguaggio una forma espositiva avanguardistica, ovvero una lingua siciliana di artificio.

D’altra parte, lo stesso autore sente l’esigenza di chiarire alcuni aspetti del suo particolare linguaggio e di darne alcune motivazioni. Ciò avviene all’interno della postfazione al suo testo Il corso delle cose.

Camilleri qui si pone il problema della sua lingua in questi termini:
“Mi feci persuaso, dopo qualche tentativo di scrittura, che le parole che adoperavo non mi appartenevano interamente. Me ne servivo, questo sì, ma erano le stesse che trovavo pronte per redigere una domanda in carta bollata o un biglietto d’auguri. Quando cercavo una frase o una parola che più si avvicinava a quello che avevo in mente di scrivere immediatamente invece la trovavo nel mio dialetto o meglio nel “parlato” di casa mia … fu con forte riluttanza che scrissi qualche pagina in un misto di dialetto e lingua. Riluttanza perché non mi pareva cosa che un linguaggio d’uso privato, familiare, potesse avere valenza extra moenia.”16
Da quanto dichiarato sembrerebbe che il linguaggio di Camilleri sia un linguaggio naturale, tutt’altro che artificiale, e caratterizzato da un incrocio di dialetto siciliano e lessico familiare. A detta del nostro autore, tale linguaggio sarebbe lo stesso di quello che egli era solito parlare a casa sua.

La naturalezza del linguaggio di Camilleri si può rintracciare esclusivamente all’interno di una tendenza più generale che riguarda un po’ tutti i siciliano i quali a volte si dilettano a scimmiottare un lingua italiana ibrida di forme regionali.

Solo in questo senso forse è possibile affermare che il suo linguaggio presenta i caratteri di un linguaggio naturale, così come egli dichiara.

Per capire bene come funziona questo linguaggio, bisogna partire dal rapporto che in esso si determina tra italiano e dialetto.

L’italiano, nel linguaggio di Camilleri, si combina con espressioni dialettali in una maniera tale che non è più possibile palare né di un italiano standard né di un dialetto puro. Si viene a creare piuttosto, una lingua mista ricca di neologismi e strutture nuove ottenute dall’ibridazione dell’italiano con espressioni dialettali.17

La natura ibrida del suo linguaggio viene descritta da Nunzio La Fauci in questi termini: “in realtà, … la lingua di Camilleri è un costrutto letterario, un artificio formale (e come potrebbe essere diversamente?). Essa prende ispirazione lessicale e, qua e là, sintattica dall’italiano regionale della borghesia siciliana, quale esso si atteggia nel parlato in aria agrigentina, secondo l’esplicita testimonianza dello scrittore. Ma fissa tale italiano regionale in una forma dello scritto e lo miscela con stilemi tipici di una lingua alta e letteraria”.18

Possiamo dunque affermare che la base linguistica da cui parte Camilleri nei suoi romanzi polizieschi è l’italiano e non il siciliano, e a partire da questa lingua, attraverso un’operazione colta, egli innesta elementi (essenzialmente lessicali) provenienti dal dialetto che danno vita ad una amalgama linguistica sapientemente impastata ma comunque artificiale.19

Lo stesso Camilleri indirettamente dimostra di essere consapevole della necessità di creare un lingua nuova in cui esprimere la propria creatività.20

Tale convinzione si noterebbe all’interno del suo primo romanzo Un filo di fumo, dove egli afferma che la lingua usata tutti i giorni per comunicare, in quanto lingua consumata dall’uso, non è adatta ad esprimere ciò che intende dire uno scrittore.

È così che egli pensa ad una “ipotesi di lingua consapevolmente scorretta”21 impregnata di parole e costruzioni sintattiche provenienti dal dialetto, al fine di creare una lingua altra la cui natura ibrida sia funzionale al suo scopo artistico.

Di fatto, la natura eterogenea del suo linguaggio viene rivendicata dallo stesso quale caratteristica del suo modo di scrivere:
“C’è chi dice che adopero il siciliano come l’ uva passa: ne lascerei cadere qualche chicco su una struttura italiana. Non è così. La cosa è più complessa. Io utilizzo le parole che mi offre la realtà per descriverla in profondità (…). Detto questo non ho la pretesa di innovare la lingua. Semplicemente utilizzo la mia, il mio modo di scrivere.”22
La mistione di italiano e dialetto, tuttavia, non è presente in tutti i testi allo stesso modo.

Man mano che la produzione di Camilleri va avanti, egli arriva a delle soluzioni in cui il dialetto si fa sempre più presente.

Per tanto, da una fase in cui il dialetto tende ad invadere l’italiano, come avviene nei primi romanzi, si arriva ad una produzione successiva caratterizzata da una vera e propria presenza del dialetto; basti pensare ad alcuni romanzi storici scritti per intero in siciliano.

A noi adesso interessa concentrare l’attenzione su questo rapporto di convivenza e di mutua dipendenza che si stabilisce tra siciliano e italiano all’interno dei romanzi dedicati al commissario Montalbano, in quanto è a partire dalla traduzione in inglese di questi che avvieremo il nostro lavoro d’analisi critica.

Per analizzare più da vicino la particolare mistione che si crea nel dettato camilleriano tra italiano e siciliano, prendiamo ad esempio un brano tratto da Il ladro di merendine:
“Verso le nove del mattino, ora per lui tardissima, il commissario si svegliò, si susì cautamente per non disturbare Livia e andò a taliàre François. Nel divano il picciliddro non c’era, nel bagno manco. Era scappato, come aveva temuto. Ma come diavolo aveva fatto, se la porta era chiusa a chiave la serranda ancora abbassata? Allora si mise a taliàre in tutti i posti dove avrebbe potuto ammucciarsi, nascondersi.” (p.103-104)
Quanto riportato dimostra quel che si è detto finora e cioè che il modo in cui il narratore si esprime è un dettato essenzialmente italiano intervallato da forme siciliane, sia da un punto di vista lessicale che grafico: taliàre, picciliddro, si susì.

Questa fusione di elementi caratterizza “la voce del tragediatore” 23, e ha come scopo quello di far sentire il lettore incluso nella cerchia dei paesani di cui il narratore stesso fa parte.

Volendo essere ancora più precisi nella nostra analisi, scopriamo che a dare un sapore locale a questo linguaggio non è il semplice dialetto siciliano, bensì l’italiano regionale di Sicilia. Ovvero una varietà borghese, dal punto di vista sociologico, che viene impiegata soprattutto nella comunicazione quotidiana per i momenti di particolare espressività e che diviene fonte di ispirazione tanto lessicale quanto sintattica.

In alcuni casi questo linguaggio dal sapore locale viene inserito all’interno di una sintassi letteraria tipica del linguaggio scritto.

Così facendo, sembrerebbe che l’autore abbia cercato di dare una veste letteraria a tale lingua, creando una nuova variante all’interno della tradizionale lingua letteraria italiana.

Questo linguaggio dall’aspetto locale riesce quasi a creare nella scelta delle parole l’accento del dialetto, i modi gergali, gli anacoluti, il rovesciamento delle preposizioni.

L’uso di un italiano regionale all’interno di alcune espressioni, crea una sorta di italiano (in)consapevolmente locale (taliare, picciliddro, si susì, e altrove: cammisa, scatasciante, vagnaticcio…).

L’italiano regionale di Camilleri è, in ultima analisi, un’italianizzazione dell’espressione regionale, per tanto alcune parole appartenenti a un lessico siciliano finiscono per rispettare le regole della morfologia italiana. Così parole come taliare, spiare, stascione, scrafaglio, sparluccicavano, scantusa, arrisbigliò, scappatine, picciliddro, muffoletto, nìvuro presentano morfemi lessicali siciliani insieme a morfemi funzionali italiani (come analizzeremo a proposito delle traduzioni).

Tutto ciò non va confuso con l’uso di parole definite da La Fauci “simildialettali”. Parole come pianirottulo o intervallatu non fanno parte dell’italiano regionale di Sicilia, ma sono delle forme inautentiche frutto dell’invenzione personale dell’autore, esse sono finalizzate ad attualizzare una pseudo regionalizzazione di parole che di fatto sono italiane.

In quest’ultimo caso, la singola parola viene investita da materiali e regole che provengono sia dal dialetto che dall’italiano così come dimostrano parole del tipo mattonelli per mattonelle, viremo per vedremo, pianirottulo per pianerottolo ecc.

Queste espressioni più marcate appartengono a una prosa meditata in cui il narratore è dovuto uscire dalla dimensione del privato e si è dovuto allontanare dal linguaggio che caratterizzava il “tinello di casa sua”. Per questo motivo le forme “simildialettali” vengono definite da La Fauci come appartenenti a un “allotropo pubblico”.

Da tutti questi esempi si evince l’originalità del dettato camilleriano in rapporto alla mancanza di barriere nette tra siciliano e italiano e quindi alla possibilità di creare lessemi nuovi e originali.

A seguito di questa compresenza tra italiano e siciliano, c’è chi ha definito la sua lingua in termini di “singlossia”24 ovvero nei termini di una diglossia sincronica all’interno di un linguaggio caratterizzato dall’uso di più lingue allo stesso momento.

Non sono poche le altre voci che, coerentemente con questa, si esprimono sulla natura ibrida del linguaggio del nostro autore.

C’è chi definisce quel linguaggio “pastiche”25, chi invece “una lingua mescidata”26, chi, infine, un italiano correttissimo insaporito di tanto in tanto da qualche vocabolo siciliano27.

In ogni modo, qualsiasi sia la maniera di intendere tale linguaggio, ciò che importa è considerare che esso è il risultato di una costruzione a tavolino in cui l’italiano e il dialetto convivono pacificamente, “in modo perfettamente integrato senza che un sistema linguistico si imponga sull’altro, quasi a voler costruire una identità linguistica storicamente possibile ma mai prima espressa”28.

Possiamo dunque concludere dicendo che a volte Camilleri scrive in un siciliano ammorbidito nell’italiano, a volte in un siciliano tout court, a volte in un italiano sicilianizzato, cioè in un italiano che sa di siciliano.

Tutte queste soluzioni saranno sempre frutto di un linguaggio artificiale il cui scopo sarà quello di raggiungere un effetto comico e di straniamento, ma che allo stesso tempo, ha la funzione di includere qualsiasi lettore, anche chi non è siciliano, all’interno di una schiera di lettori in grado di sentirsi siciliani.

Ma vediamo nello specifico come funziona questa dinamica di inclusione del lettore all’interno del testo, e quali altri difficoltà può incontrare un traduttore nel cercare di riprodurre la stessa dinamica all’interno di una traduzione.

Per capire ciò, occorre fare un passo indietro e cioè occorre capire cosa rende possibile questa natura ibrida del linguaggio di Camilleri, quali sono le cause intrinseche che gli permettono di dar vita ad una lingua che altro non è se non un costrutto letterario, un artificio formale.

La risposta a queste domande va cercata su un livello più strettamente filologico.

La possibilità che il nostro autore ha di adottare un espressione ricca di una tale variabilità dipende, come fa notare sempre La Fauci29, dalla natura stessa dell’italiano.

Diacronicamente l’area italoromanza è stata caratterizzata sempre da una forte variabilità linguistica ricollegabile ad una specifica identità.

Nonostante l’evidente differenza nel modo di usare l’italiano a livello diatopico e diastratico, non è difficile notare che questo rimane lo stesso nella sostanza: “ne consegue che ancora oggi gli italiani sono linguisticamente identificati dall’eterea e variabile,…, larva diacronica di una lingua nonna (cioè da una forma) più che dalla rigida figura direttrice di una lingua madre (cioè da un norma)” .

Camilleri, creando un dettato ricco di espressioni locali, sfrutta questa intrinseca variabilità dell’italiano riuscendo a raggiungere un vasto pubblico di lettori.

Il lettore, di suo, comprendendo senza grossi problemi il dettato camilleriano, dimostra di fatto l’unitarietà che sta alla base dell’italiano, e riesce a sentirsi incluso tra la cerchia dei paesani di cui il narratore stesso fa parte.

Per cui, la voce attraverso cui parla Camilleri ha un impianto che è quello della lingua italiana letteraria e che il lettore riesce a percepire bene. Questo impianto viene poi variato attraverso un lessico dialettale facilmente comprensibile, trattato morfologicamente come se fosse italiano.

In questo modo, oltre ad ottenere un effetto comico e di straniamento, Camilleri dà al lettore la possibilità di riconoscersi all’interno di un’identità linguistica unica, che è quella dell’italiano standard, all’interno della quale comunque il lettore riesce a rintracciare una diversa articolazione della propria lingua attraverso le inflessioni regionali e le forme “dialettali”.

Se proviamo per un attimo a spostare la nostra attenzione sul fronte delle traduzioni, capiamo quanto difficile sia per un traduttore cercare di rendere questa dinamica all’interno della lingua in cui traduce.

Non è detto, dunque, che il traduttore riesca ad ottenere lo stesso effetto sul lettore, e non per un’incapacità personale, quanto per una natura intrinsecamente diversa della lingua in cui traduce.

Ovviamente non è soltanto questo il problema che il traduttore dovrà affrontare nel tradurre Camilleri.

A noi, oltre a questo effetto sul lettore, interessa capire come questa personale mistione tra italiano e siciliano venga resa in traduzione, attraverso quali espedienti traduttivi o se la stessa si perda causando una corrispondente perdita dello scopo di esotizzazione del testo e di inclusione del lettore inglese all’interno di quanto viene narrato.

Le maggiori difficoltà, com’è facile intuire, si troveranno nel rendere la natura metamorfica di questa lingua, caratterizzata da una profonda densità di significato e da una complessità legata a tutta una serie di incastri dialettali, “forme simildialettali”, forme effettivamente dialettali, espressioni borderline ecc. .

Il rischio maggiore nel passaggio interlinguistico è quello di intaccare il ritmo, normalizzando la sintassi e semplificando l’opposizione dei registri linguistici standard/colloquiale che presuppone un’alternanza nell’uso del dialetto e dell’italiano standard.

Questo è il rischio in cui sono caduti i traduttori spagnoli30 e rispetto al quale cercheremo anche di capire come si muove il nostro traduttore attraverso le sue scelte traduttive.

Per cercare di dare delle risposte ad alcune di queste domande, facciamo subito delle considerazioni relative al mondo anglofono, rimandando ai capitoli successivi la trattazione specifica dei problemi qui introdotti e le soluzioni che è possibile adottare in tali circostanze.

Va detto sin da subito che qualsiasi traduttore inglese non può sperare di creare un inglese meticcio attingendo a parlate regionali, in quanto all’interno del mondo anglofono la presenza di dialetti veri e propri non esiste.

A causa di questa assenza, non è possibile rintracciare dialetti tali per cui potere assegnare, a una parola in dialetto siciliano, un corrispondente in dialetto inglese.

Nessun traduttore inglese, dunque, potrebbe fare quanto fatto da alcuni traduttori francesi nel rintracciare parole dialettali al fine di rendere quelle del testo originale. Dunque, mentre il traduttore francese potrà rintracciare un corrispettivo lionese apincher per sostituire il termine francese standard regarder, al fine di rendere l’espressione taliare, lo stesso non potrà dirsi di un traduttore inglese.

Ma, a rigore di logica, lo sforzo di ricercare una parola dialettale non riuscirebbe neppure a rendere l’operazione che compie Camilleri nello scrivere una parola come taliare perché, come abbiamo visto, quest’espressione non è di fatto un’espressione dialettale pura, ma è piuttosto frutto di un artificio formale in cui l’autore ha creato una forma ibrida tra siciliano e italiano.

Tuttavia, neppure una sperimentazione come quella fatta dal nostro autore a partire da un termine dialettale risulterebbe possibile in ambito anglofono e sempre per lo stesso motivo, cioè per la carenza di dialetti31 di cui si è detto precedentemente.

Per tanto, se volessimo pretendere che Sartarelli rendesse il gioco linguistico che compie Camilleri con le forme “simildialettali”, dovremmo comunque presupporre la presenza di forme dialettali da cui poter partire per arrivare successivamente a forme ibride inventate.

Ipotizzare di inventare termini mischiando l’inglese standard con alcune parlate locali non risulterebbe comunque una strada praticabile in quanto ciò impedirebbe al nostro traduttore di raggiungere lo scopo principale delle sue traduzioni che è quello di scrivere in una lingua comprensibile dal vasto pubblico dei lettori anglofoni, (vedremo meglio questo aspetto a proposito delle riflessioni fatte direttamente dal nostro traduttore).

A seguito di queste considerazioni possiamo affermare che il problema della metodologia da adottare in una traduzione non va semplicemente inquadrato all’interno delle competenze che un determinato traduttore può e deve avere, ma va comunque considerato a partire dalle caratteristiche intrinseche che caratterizzano la lingua verso cui si traduce.

Rimandando altrove l’analisi più dettagliata di questo e di altri aspetti traduttivi, concludiamo questo capitolo ribadendo l’importanza che il linguaggio di Camilleri riveste all’interno dei suoi romanzi.

L’ibrido linguistico camilleriano risulta essere incontestabilmente l’elemento più singolare delle sue opere e, come tale, costituisce anche una tra le sfide più impegnative che qualsiasi traduttore deve affrontare, se intende trasmettere fedelmente tali testi all’interno di una cultura altra.



Capitolo II

Analyzing the “Odd phrasing”32
2.1 La voce narrante e i personaggi ad essa collegati

Per conoscere le dinamiche che caratterizzano il processo di traduzione dei testi di Camilleri e quali sono le difficoltà che inevitabilmente ci si trova ad affrontare nel tradurli, ci apprestiamo ad intraprendere un’analisi di quei testi dedicati alle vicende del commissario Montalbano che sono stati tradotti in inglese.

La finalità di questo capitolo e del nostro lavoro di tesi, più in generale, consiste nel mostrare quei problemi specifici che nascono a seguito di una traduzione interlinguistica dei testi di Camilleri, al fine di individuare i criteri teorici e le soluzioni pratiche che il traduttore inglese ha adottato e di cui anche altri traduttori possono avvalersi nella risoluzione di problemi specifici legati alla propria traduzione.

Per cogliere a pieno la dinamica di questo processo vedremo successivamente le posizioni assunte dal traduttore inglese finalizzate a giustificare le proprie scelte traduttive (cfr. capitolo “Le considerazioni del traduttore”).

Prima di avviare il nostro lavoro di analisi nello specifico, indichiamo qui di seguito quali testi di Camilleri sono stati tradotti in inglese fino ad oggi:


elenco: retrieve -> handle -> 10447
10447 -> Degli studi di palermo scuola di dottorato in diritto sovranazionale e diritto interno dottorato di ricerca in diritto comparato ius
10447 -> Il lavoro culturale a scuola
10447 -> Prefazione
10447 -> Questo lavoro nasce con l’intenzione di comprendere in che modo si costruisce IL significato all’interno di una struttura predicativa
10447 -> Il diritto della navigazione nasce nel 1942 e fu opera della commissione Scialoja (politico ed economista) che diede vita al R. D. n. 327 del 30 marzo di quell’anno
10447 -> La nullita’ delle societa’ per azioni ex art. 2332 del codice civile
10447 -> Capitolo I
10447 -> M-fil/05 L’oggettività del giudizio morale. Un’interpretazione retorica
10447 -> Alle origini delle consuetudini marittime mediterranee
10447 -> Capitolo primo la successione nella piccola e media impresa


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