In vetrina


Il racconto Sangue del mio mare, mare della mia carne



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28.03.2019
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Il racconto
Sangue del mio mare, mare della mia carne
Stefania Pelleriti III C
Tante volte ho desiderato vivere nella stasi di un fondale, spenta, perché troppo spesso i miei sentimenti diventano più forti del mio corpo e lo trascinano via. C’è sempre stata in me una parte che non mi appartiene, incontrollabile, ma che sento più di tutto. Nascere è stato un po’ la stessa cosa di morire, perché mentre io nascevo mio padre perdeva la vita che mi aveva dato, del resto chi ti genera ti dona sempre la vita e la morte insieme, solo che io ho ricevuto un po’ più la seconda. Anche il giorno ormai è morto, non ci sono lampioni e non vedo il mare, posso solo sentirlo, apparentemente con le orecchie, in realtà in un modo più profondo delle mani affondate nella sabbia, l’unica cosa che stasera mi tiene ancora aggrappata qui. Mia madre quand’era incinta guardava sempre il mare, per questo quando sono nata con gli occhi di questo colore non si è meravigliata, gli occhi di mio padre forse non avevano visto altro che mare, ma i miei occhi dipinti dal mare non li videro mai. Per tutta la mia vita ho cercato anch’io di guardare il mare e saziarmene, sin dalla mia infanzia selvaggia ho cercato di farmi bastare questo, la sera mi addormentavo con la testa sulle braccia poggiate sul davanzale della finestra che dava sul mare, puntualmente mia madre veniva a raccogliere il mio corpicino inerte e lo metteva letto, e così ripenso sempre alle sue braccia morbide adesso quando non si accorge nemmeno di non essere sdraiata e sono io a portarla a letto.

Io avida dei suoi racconti sobri e lei, a cui dopo aver vomitato l’anima restava solo di vomitare parole, eravamo capaci di passare giornate in simbiosi, a farci un favore entrambe; lui diventava più vivo nella mia mente man mano che lei riusciva a strapparlo via dalla sua, ma alla fine l’unica cosa che so con certezza e che per sempre saprò di mio padre è che è morto in mare. Forse non vale la pena costruire un faro in un posto dove non riesce a fare luce nemmeno la luna o forse è vero il contrario, questo è il posto in cui mi sono sempre rifugiata da quando oltre all’infanzia ho abbandonato anche la mia casa davanti al mare; se lì a me badava il mare con la sua ipnosi, in questa nuova casa non c’era finestra da cui si vedesse il mare, io ero lasciata a me stessa da mia madre che aveva deciso di dimenticare mio padre scappando in un quartiere da cui la gente di solito scappa. Era interrotto il contatto visivo ma non quello dell’anima e avevo paura di dormire perché risvegliarsi voleva dire risvegliare lui dentro di me, e voleva dire ritrovarmi nella testa immagini che non avevo mai visto, giù dove l’acqua diventa aria da respirare. Ma differentemente dalla mia testa il mondo non è fatto solo di mare, per questo non ho mai avuto con esso un vero contatto, non mi sono mai chiesta cosa fare da grande o cosa mangiare a cena, l’unico posto in cui sono sempre stata bene è questo, dimenticato da Dio e dagli uomini, il posto del mare, perché il mare non c’entra niente con l’uomo, il mare è completamente indipendente e solo. Non sono mai stata capace di relazionarmi con le persone perché conoscere e instaurare rapporti significa prepararsi al futuro e io sono rimasta impigliata al passato con ancore indissolubili, dentro di me c’è sempre stata una mareggiata di sensazioni che nessuno avrebbe mai potuto capire e neanch'io del resto ho mai capito i loro amen, i loro commerci e i loro conservanti, il loro continuo legarsi con altri, ma solo per se stessi, io volevo solo essere completamente libera, ostinata come il mare, tanto disperata da mostrare la mia libertà buttandomi via, sesso veloce con mani strette e occhi che scrutano l’orologio, niente di più trascurabile per me e per gli altri, non avevo bisogno di nessuno di loro e di niente di diverso da quello che la mia anima non ha mai smesso di chiedere urlando ed è il lamento dell’anima che mi guida ancora adesso. Comincio a muovermi, la mia pelle è talmente secca che la sabbia la graffia, ho solo bisogno di acqua, i miei occhi sono calamitati verso il mare e non riesco a distogliere lo sguardo, quasi fendendo il buio. Il mare non mi lascia, il mare è ostinato, e non abbandona la mia testa, un padre non va più via, nel nome del padre continuano a ripetere loro. Qualcuno potrebbe dire che io non abbia vissuto, ma chi potrebbe dire che io non abbia amato? Chi potrebbe dire che la mia sia stata solitudine? La potenza dell’amore è il dolore, l’amore ha la logica delle maree, rivive, si rinnova, dalla felicità più dolorosa al dolore più gradito, se la mia è malattia allora è amore, l’amore è vita ma io non riesco più a vivere. L’aria è densa, sa di mare, questo posto non ha testimoni, ma sarà comunque monumento della mia scelta, anche mio padre ha scelto, forse il suo è stato un dono, nessun dono più grande della vita, per il mare. I piedi affondano per primi, il resto del corpo li segue in un attimo, il cielo sopra di me scompare ed è solo mare, non esiste più niente, ma niente è mai esistito per me a parte il mare, unico amore mio, mare della vita e della morte riprenditi ciò che è tuo e restituiscimi ciò che è mio, mare di Dio prega per me, mare mio diventa me, mare dei vascelli e delle bottiglie, mare dei continenti e della luna, delle alghe e delle orche, dei cadaveri e del petrolio, dei voli e delle cadute, della mia esistenza e del mio essere, sei attorno a me, avvolgi le mie membra, sei dentro di me, percorri le mie membra, la mente è mare, l’anima è mare e fra poco anche il corpo sarà mare, io sono nata dal mare, ho il mare negli occhi, musa bagnata, io sono il mare, io mi estinguo e divento mare, muoio io viva il mare. Papà, il mare ritorna sempre ed anche tu sei tornato.
Il racconto si è classificato tra i finalisti del Concorso letterario “Monte Argentario” 2010




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