Incontro animatori delle caritas parrocchiali



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Gli ingredienti del vero amore (Luca 10,29-37 e 10,38-42)
EREMO DEI SS. PIETRO E PAOLO - BIENNO 28 maggio 1994

INCONTRO ANIMATORI DELLE CARITAS PARROCCHIALI

Relazione di don Mauro Orsatti

GLI INGREDIENTI DEL VERO AMORE

lettura continua di due brani contigui

Lc 10,29-37 e Lc 10,38-42


1. INTRODUZIONE

Si è prossimi perché si appartiene al genere umano e in base ad un postulato di uguaglianza sostanziale che rimanda ad una comune, indivisa paternità: "Tutti gli uomini sono uguali". Non sempre le idee chiare e semplici si impongono facilmente: l'uomo ama spesso ricercare i cavilli per sentirsi esonerato dall'impegno concreto. Gesù con la parabola del buon samaritano (Lc 10,29-37) offre in felice combinazione idee e azioni, teoria e prassi. Può essere anche vero che il solo agire non basta (Lc 10,38-42) e che attinga a una fonte inquinata: occorre allora premunirsi perché siano contemporaneamente presenti rettitudine di intenzione, chiarezza di fine, concretezza di impegno, efficienza di risultato, comunicazione interpersonale, scambio di valori autentici. Si tratta degli ingredienti del vero amore, una ricca miscela non facilmente reperibile, che tuttavia si può preparare mettendosi in ascolto della Parola di Dio, da tradurre poi in vissuto quotidiano.

2. CONTESTO E STRUTTURA DI LC 10,29-42

La parabola del buon samaritano è tanto legata a quanto precede da esserne la logica conseguenza. Viene richiesto a Gesù di indicare la strada che conduce alla vita eterna. Gesù non rifiuta di dare chiarimenti e addita la strada abituale, quella che tutti conoscono e possono percorrere, quella indicata dalla legge. Non si devono cercare quindi scorciatoie e altre strade. E' lo stesso teologo che aveva posto la domanda a Gesù che cita i passi della legge dove si parla dell'amore a Dio e al prossimo.

Gesù approva la risposta cui imprime un vistoso carattere operativo: "Hai risposto bene, FA' QUESTO e vivrai" (v. 28). La domanda iniziale verteva sul FARE ("che devo fare per...") e di conseguenza la risposta indica come comportarsi.

Il teologo cerca di parare il colpo e di scansarsi dall'impegno concreto, preferendo disquisire con un'altra domanda: "E chi è il mio prossimo?". Gesù risponde proponendo la parabola del buon Samaritano e arrivando alla medesima conclusione: "Va' e ANCHE TU FA' LO STESSO" (v. 37). Sul terreno della concretezza dell'esistenza quotidiana si gioca la vita di fede.

L'evangelista Luca fa seguire immediatamente l'incontro di Gesù con Marta e Maria per mostrare che esiste un FARE che non si concretizza necessariamente in azione, come può essere appunto l'ascolto della la Parola di Gesù (vv. 28-30). Il cuore in ascolto è premessa e condizione di proficua azione.

3. LA PARABOLA DEL BUON SAMARITANO: LC 10,29-37

La parabola che Gesù racconta prende le mosse dalla domanda del teologo: "Chi è il mio prossimo?", domanda chiaramente capziosa, mirante a cogliere Gesù in fallo. Il termine 'prossimo' deriva dalla forma superlativa del latino prope cioè il 'vicinissimo', colui che è fatto segno di attenzione, di stima, di cura. In fondo, di amore.

Il mondo giudaico non riusciva ad uniformarsi serenamente sul concetto di prossimo. Certamente rientrava nel concetto ogni israelita e poi il forestiero che aveva fissato la sua dimora in Israele, come prescrive Lev 19,34: "Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l'amerai come te stesso perché anche voi siete stati forestieri in Egitto. Io sono il Signore vostro Dio". E il forestiero di passaggio? Le scuole rabbiniche si dividevano su questo punto: chi era favorevole a riconoscerlo come prossimo e chi no. Tutte erano poi concordi nell'escludere dal concetto di prossimo il nemico. Poiché per gli Ebrei i peggiori nemici erano coloro che attentavano all'integrità e alla purezza della loro fede, gli eretici samaritani erano sicuramente esclusi dal concetto di prossimo. Mai un giudeo avrebbe salutato, tanto meno prestato qualsiasi forma di aiuto ad un samaritano.
3.1. Origine dei samaritani

I samaritani indicano propriamente gli abitanti di Samaria, nome che designa sia la regione centrale della Palestina sia la capitale della stessa regione. La loro notorietà evangelica non è legata a motivi geografici, bensì a motivi religiosi. Ecco in breve la loro storia.

Nel 721 a.C. il re assiro Sargon II pone fine al regno del Nord e distrugge la sua capitale Samaria. Secondo usanze militari del tempo, parte della popolazione locale viene importata. A partire da questo momento, il gruppo originale locale, composto da ebrei, finisce per mescolarsi con i nuovi venuti che introducono usi e costumi diversi, soprattutto divinità straniere. La popolazione che ne risulta si presenta ibrida dal punto di vista etnico, culturale e religioso. Gli ebrei presenti sono considerati eretici dagli altri ebrei e chiamati semplicemente "samaritani" senza ulteriori specificazioni.

La situazione si acuisce quando i samaritani vedono rifiutata la loro collaborazione offerta agli Ebrei ritornati da Babilonia e impegnati per la costruzione del tempio e delle mura di Gerusalemme. In seguito a questo rifiuto costruiscono verso il 330 a.C. sul monte Garizim un tempio concorrenziale a quello di Gerusalemme. Distrutto nel 128 da Giovanni Ircano, il tempio fu ricostruito. I samaritani rivendicavano di essere i veri adoratori di Dio, avevano il libro sacro, simile al nostro Pentateuco, il cosiddetto Pentateuco Samaritano, che ancora oggi mostrano con orgoglio in una sinagoga di Nablus. Sopravvive ancora ai nostri giorni una piccola comunità di samaritani che conta circa cinquecento membri.

Al tempo di Gesù i rapporti con i samaritani erano molto lesi, quasi ai ferri corti, soprattutto dopo che alcuni samaritani avevano bruciato delle ossa sulla spianata del tempio di Gerusalemme con l'evidente intento di profanare il luogo sacro. L'odio era quindi viscerale e si evitavano al massimo i contatti. Il cammino che dal sud conduceva al nord del Paese passava necessariamente dalla regione centrale, la Samaria; si preferiva tuttavia allungare il cammino prendendo la strada oltre il Giordano piuttosto che venire a contatto con i samaritani. Lo stesso nome di samaritano era in bocca ad un giudeo una grave offesa che non fu risparmiata neppure a Gesù che si sentì dire un giorno: "Non diciamo noi con ragione che sei un Samaritano e hai un demonio?" (Gv 8,48).

Con queste promesse poco lusinghiere, si comprende l'audacia di Gesù nel presentare la parabola del samaritano che soccorre e diventa esempio per un giudeo. Una chiara provocazione!


3.2. La parabola

Gesù racconta una parabola, un racconto inventato per comunicare un insegnamento. Sebbene fittizio, la parabola è realisticamente ambientata nella zona del deserto di Giuda, nel tratto che da Gerusalemme (750 m) conduceva a Gerico (- 300 m). Per coprire la trentina di Km si impiegavano 5/6 ore passando in una zona inospitale, ricca solo di anfratti e di luoghi scoscesi. Un luogo ideale per predoni, perseguitati politici e tutti coloro che avevano i conti in sospeso con la giustizia. Il colore rossastro del terreno e, più ancora, il copioso sangue versato dai viaggiatori assaliti e malmenati hanno fatto conservare ancora oggi il nome di 'Maalé adumin = salita del sangue' ad un insediamento ebraico di recente costruzione. Gesù proponendo la parabola ai suoi ascoltatori richiama loro un luogo tristemente famoso e permette loro di ambientarsi facilmente nel racconto. L'ascoltatore, a suo agio nel contesto geografico, ha le migliori disposizioni per seguire il racconto.

Il dato di partenza è la situazione di bisogno in cui versa lo sventurato che, assalito e depredato, si trova "mezzo morto" lungo la strada. Le persone che transitano sulla medesima strada sono tre, in realtà si potrebbero ridurre a due personaggi, perché sacerdote e levita sono riprodotti in fotocopia.

Il sacerdote è probabilmente diretto a casa dopo il servizio al tempio, essendo Gerico una città ricca di sacerdoti. La vista del malcapitato, non lo spinge ad intervenire e prosegue, portandosi addirittura "dall'altra" parte della strada. Comportamento analogo da parte del levita, membro cioè di quella categoria molto affine a quella sacerdotale, con compiti di custodia e di protezione del tempio. Entrambi vedono e passano oltre. Perché questo assurdo comportamento? Si è voluto parzialmente giustificare i due ricordando la loro mentalità e formazione religiosa. Per non contaminarsi era importante evitare scrupolosamente ogni contatto con i cadaveri, secondo la prescrizione di Lev 21,1: "...Un sacerdote non dovrà rendersi immondo per il contatto con un morto della sua parentela, se non per un suo parente stretto...". La situazione dell'uomo "mezzo morto" poteva essere facilmente assimilabile a quella di un cadavere.

Accettando pure come possibile questa interpretazione, la sostanza non cambia. Nella rappresentazione del sacerdote e del levita Gesù polemizza con il ritualismo giudaico, tanto scrupolosamente attento alla formalità quanto consapevolmente lontano da un vero amore. Pur ammettendo una 'impurità' secondo il modo di pensare giudaico, si sa che una serie di lavaggi rendevano la persona nuovamente idonea alla preghiera e all'incontro con Dio. Ciò che è riprovevole è che la coscienza professionale ha soffocato in loro i sentimenti umanitari: i due preferiscono conservarsi intatti davanti a Dio che prestare soccorso ad un disgraziato. Proiettati verso il futuro, dimenticano il presente. Si registra qui l'assurdità cui porta una religione senz'anima, ormai non più religione ma fanatismo, superstizione, pregiudizio, alienazione. La teoria ha avuto la meglio sulla prassi.

Passa sulla medesima strada un samaritano. Lo spettacolo non lo lascia insensibile e, sebbene si tratti con tutta probabilità di un giudeo, un rivale quindi, interviene in nome del bisogno presente. Anche lui "vede" e da questo veder nasce un "ebbe compassione", sentimento che mette in moto tutta una serie di interventi operativi. Prima di parlare di questi, occorre mettere a fuoco la causa che li ha generati. La compassione è affidata a quel ricco verbo splangnizomai già attestato per l'intervento del Padre nella parabola del Padre buono (cf. Lc 15,20) che denota un'intima partecipazione all'evento, una compassione che non nasce dalla commiserazione, da una istintiva solidarietà con gli sfortunati, ma proviene dalla radice più pura dell'amore, dalla sorgente stessa della vita. Il termine infatti richiama la tenerezza materna. Ancora più evocatore è questo termine se teniamo presente che nella suddetta parabola era stato attribuito al Padre, chiara rappresentazione di Dio stesso. Già qui si riconosce il salto qualitativo del Samaritano cui vengono attribuiti nientemeno che sentimenti divini!

E' tanto forte e tanto vera questa nuova passione che nasce in lui alla vista dello sventurato, che nemmeno pensa a fare spazio a possibili risentimenti o a vecchie ruggini: non si sofferma a considerare che è un odiato giudeo e interviene perché c'è un urgente bisogno, nemmeno lo trattiene il pensiero del viaggio intrapreso e quindi eventuali impegni o appuntamenti che lo potrebbero sollecitare. Il momento presente, tanto carico di sofferenza per il povero disgraziato, occupa totalmente l'orizzonte dell'interesse. Tutto il resto passa in seconda linea; se è un rancore, si dimentica, se è un impegno, si rimanda.

Il termine "ebbe compassione" che potrebbe richiamare solo sentimento, viene illustrato da quell'altro "gli si fece vicino", premessa dei successivi interventi. Qui si capisce bene il concetto di 'prossimo': colui che superando possibili e a volte anche ragionevoli ostacoli è pronto ad offrire generosa collaborazione. Quindi PROSSIMO SI DIVENTA: Prossimo non è necessariamente colui che ha già dei rapporti di sangue, di razza, di affari con un altro. Prossimo si diventa nel momento in cui, davanti ad un uomo - anche al forestiero o al nemico - si decide di compiere quel passo che avvicina. Farsi vicino è già farsi prossimo, rendersi attento e disponibile all'altro, proprio come il samaritano che modifica se stesso e si suoi progetti in funzione dell'altro: prima la persona, poi i programmi e le ideologie.

Il Samaritano mette in atto una serie di interventi. Il narratore si attarda fin nel dettaglio, quasi a ricordare che il vero amore fa appello all'intelligenza, alla volontà, al buon senso, all'ingegnosità, insomma, a tutte le risorse della persona umana. Questo per combattere ancora una volta la falsa identificazione di amore = sentimento. Il vero amore è una realtà complessiva, capace di attingere a tutta la ricchezza della persona. Il nostro incomincia con l'improvvisarsi infermiere e interviene come meglio può, con i mezzi di cui dispone, vino e olio. Poi utilizzando la sua cavalcatura come autoambulanza trasporta il poveretto ad un 'pronto soccorso' improvvisato. Di lui si interessa e si interesserà. Si interessa sborsando due denari, l'equivalente di due giornate lavorative: tanto più preziosi sono quei denari quanto più si considera che non ogni giorno si poteva trovare lavoro e quindi guadagnare. Rimane con lo sventurato un poco, forse quanto basta per rendersi conto che la situazione va migliorando e solo "il giorno seguente" riprende il viaggio impegnandosi a sborsare di più al ritorno, se necessario. All'interessamento presente fa riscontro l'interessamento futuro.

Non si è trattato quindi di un aiuto sporadico, momentaneo, affrettato, di un soccorso solo perché non si poteva fare a meno. L'aiuto contiene tutte le caratteristiche dell'amore: avvicinamento, attenzione all'altro, farsi carico dei suoi problemi, pagare di persona sia per il denaro sia per il tempo, interessamento presente e futuro. E notare, tutto questo senza che sia registrata una parola! Quante volte, purtroppo, si fa un gran parlare, piani faraonici, progettazioni pluriennali, discussioni e sedute-fiume... per arrivare spesso a nulla di fatto. Qui le parole non sono registrate, solo i fatti che hanno l'eloquenza della concretezza.


3.3. La domanda finale

Alla fine del suo racconto, Gesù pone la domanda al teologo. E' lui che ora interroga. Gesù sposta l'asse della discussione e non risponde alla domanda teorica, astratta, del teologo su "chi è il mio prossimo?", preferendo dimostrare con un esempio COME SI DIVENTA PROSSIMO, che cosa si deve fare per diventare prossimi, come ci si deve avvicinare all'altro, sia con i sentimenti sia con gli interventi concreti. Lo spostamento sta qui: non che cosa gli altri verso di te ma che cosa tu verso gli altri. Il punto saliente della parabola sta nel concetto che se uno davvero ama, egli stesso sa trovare il suo prossimo, quello che ha bisogno. Il bisogno è titolo sufficiente perché si debba intervenire, come si può e con i mezzi a disposizione, senza tentennamenti, rimpianti, proroghe o demandando agli altri.

Non solamente il dottore della legge ha imparato chi è il prossimo. Anche il lettore, il cristiano di tutti i tempi non potrà esimersi dai suoi impegni o sottrarsi alle sue responsabilità nascondendosi dietro un giustificazione ipocrita quale 'non sapevo' o 'tocca agli altri'. Chi ha ascoltato la parabola, deve passare all'azione. Sulla necessità della prassi si era già espresso Gesù: "Perché mi chiamate: Signore, Signore e poi non fate ciò che dico?" (Lc 6,46). Solo chi ascolta e mette in pratica è come l'uomo saggio che costruisce la sua casa sulla roccia, sicuro che nulla riuscirà ad abbatterla.

La parabola si chiude con una rovente battuta, un duro colpo per la presunzione farisaica. Dire ad un dottore della legge e, attraverso lui, a tutto il gruppo farisaico "Va' e anche tu fa' lo stesso" cioè "comportati bene come ha fatto il samaritano" equivale ad una dichiarazione di guerra. Come è possibile che un esperto della legge divina impari da un eretico? La scelta di Gesù del personaggio samaritano include pure la lezione che tutti sono potenziali maestri che hanno qualcosa da insegnare, come pure tutti sono potenziali discepoli che hanno qualcosa da imparare. Le facili divisioni, le discriminazioni fra buoni e cattivi, sono artifici umani che non rispondono a verità. Gesù riabilita e promuove la poco invidiabile categoria dei samaritani che hanno nel personaggio della parabola il loro prototipo più illustre.

4. UN CORRETTIVO ALLA PARABOLA: MARTA E MARIA (LC 10,38-42)

Alla parabola del buon samaritano segue un fatto storico, un incontro di Gesù con Marta e Maria. Il brano appartiene solo a Luca ma anche se ci è dato trovare preziosi contatti e conferme in Gv 11. L'innominato villaggio è Betania. Tutta la storia brilla per un gioco di contrasti: Maria e Marta, ascoltare e servire, sedersi e andare, uno e molto... Luca presenta il tutto come una scena di ospitalità: gli attori principali sono nominati (Gesù, Marta e Maria) mentre gli altri restano anonimi. Di Maria e Marta si ama dire che rappresentano due tipi di vita: quella attiva (Marta) e quella contemplativa (Maria). Si può dire di più.

Che Gesù accolga l'invito di una donna di andare a casa sua è contro le norme seguite da un buon rabbino. Ancora più grave, per la dominante mentalità maschilista di quel tempo, insegnare alle donne. Si dice infatti che la sorella di Marta, Maria, "sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola". Insegnare alle donne -ritenevano i rabbini- era tempo perso, tanto non capivano. La loro mentalità è codificata in sentenze come queste: "Si brucino le parole della Torah, ma non siano comunicate ad una donna" (Sotà 19a); "Chi insegna a sua figlia la Torah, le insegna la dissolutezza" (Sotà 3,4). Il comportamento di Gesù appare vistosamente ed inspiegabilmente anomalo.

Maria si presenta come una donna coraggiosa, perfino audace. Ella intende assumere un ruolo, quello dell'ascolto, che spetta solo agli uomini. L'intervento di Marta esprime la mentalità cui la donna era abituata. Per lei esistevano certi ambiti, abbastanza ristretti, dai quali era proibito uscire. Marta richiama la sorella ai suoi 'doveri di donna': preparare, pulire, cucinare... sintetizzati nei "molti servizi" (v. 40). Siamo al livello del 'fare', dell'agire concreto, ricco di azioni utili e intelligenti.

Alle rimostranze di Marta, Gesù risponde approvando il suo operato ma più ancora, quello della sorella. Se dice che Maria ha scelto la "parte migliore", riconosce implicitamente che quella di Marta è "buona", tuttavia non ancora sufficiente. Ci sono situazioni nella vita in cui bisogna tralasciare le cose buone per attendere alle migliori. Nel nostro caso, la presenza di Gesù e la sua parola meritano un'attenzione, una consacrazione di tempo che superano di gran lunga tutti gli impegni dell'ospitalità e della 'bella figura' o comunque dell'agire concreto, sia pure a favore di altri. Cose certo buone, come Gesù riconosce, ma inferiori per valore a quelle "migliori".

Maria ha preso la parte migliore cioè si è messa in ascolto di Gesù. Viene richiamato il testo di Nm 18,20 (cf. Sal 46) in cui Dio è detto essere l'eredità del credente. Maria non viene presentata come una parassita, perché mettendosi in atteggiamento di ascolto - condizione e premessa per arrivare alla contemplazione - sta compiendo un atto di amore verso Dio. Dall'incontro con Dio si potrà passare al servizio ai fratelli, ricchi di quell'amore vero che sarà poi da travasare nelle mille situazioni, piccole e grandi, del vivere quotidiano. Solo un'azione fatta in unione con Dio e solo una persona con Dio che pratica la carità sono veramente qualcosa di completo, di perfetto.

Le parole che Gesù rivolge a Marta sono un avvertimento a non lasciarsi centrifugare da un'attività eccessiva, frenetica, falsa che ignora o accorcia i tempi della preghiera, che impedisce di ascoltare la voce di Dio che parla nel silenzio. In caso contrario, la stessa attività, a lungo andare, si sfalda e perde il suo vigore.

La lode data a Maria non significa che Gesù esiga da tutti uno stato di contemplazione pura, cosa che contraddirebbe l'esempio dato da Gesù stesso. Egli loda piuttosto la prontezza e la vigilanza dello spirito, l'essere tutto ed esclusivamente del Signore nell'ora in cui parla in modo particolare. L'ideale è quello del 'contemplativo in azione', quindi quello dell'unione con Dio e del servizio agli uomini come effettivo servizio a Dio. Questo è possibile solo a chi sa riservarsi totalmente a Dio nelle ore della preghiera, per poter essere poi totalmente al servizio dei fratelli. Così ha fatto Gesù. Così deve comportarsi chi lo vuole seguire.

5. CONCLUSIONE

La parabola del buon samaritano non intende semplicemente proclamare una filantropia universale, un intervento comunque a favore dell'uomo. Troppo poco per essere 'Vangelo'. Essa dimostra piuttosto che chi ama il prossimo documenta di aver accolto in sé la stessa passione di bene di Dio verso i suoi figli. Chi ama l'altro, si trova ad essere, anche se lo ignora, in sintonia con Dio perché ne condivide i sentimenti e i progetti. La continuazione del Vangelo aiuta il lettore a non illudersi che la vita cristiana sia solamente un fare e un fare qualunque: l'evangelista Luca ha sapientemente fatto seguire il brano di Marta e di Maria (10,38-42) dove si privilegia l'ascolto rispetto al fare. Quindi, sembra suggerire Luca con questa disposizione, si deve distinguere tra fare e fare. C'è un fare doveroso e inderogabile come quello del buon Samaritano, c'è un fare che non ha la stessa urgenza, può essere rimandato per cedere il posto all'ascolto della parola di Gesù. Gesù merita la precedenza rispetto a qualsiasi attività e solo dopo un'attenzione a Lui per essere riempiti del suo amore si potrà operare, riversando sugli altri quell'amore che è stato precedentemente ricevuto in dono. Solo così amore di Dio e amore del prossimo si integrano e portano a perfezione la vita del credente.

Questo spiega la intima comunione fra il comandamento dell'amore a Dio e quello dell'amore al prossimo che sono in realtà due facce dell'unica medaglia, perché non è possibile l'uno senza l'altro. Come una medaglia ad una sola faccia è falsa, così la mancanza di uno dei due aspetti invalida l'altro. Non si può separare Dio dall'uomo e l'uomo da Dio. Per questo non si può prediligere l'uno e misconoscere l'altro. Ignorare l'uomo significa non aver conosciuto Dio e la misura dell'amore a Dio è l'uomo che è la sua più perfetta immagine.

Per questo il concetto di filantropia non conviene alla presente parabola, risulta totalmente sbiadito, anzi, addirittura estraneo al nostro testo. Qui si parla di amore teologale, quello che arriva all'uomo partendo da Dio. Del resto, la parabola non è altro che la proiezione dell'essere e dell'agire divino che si è rivelato e fatto visibile in Cristo.


PER LA RIFLESSIONE

1. Ho una vita cristiana inconcludente, spesa più nella teoria che nella pratica? Mi piace discutere per amore della verità o per amore della cavillosità?

2. Quando devo intervenire per un aiuto, do credito al risentimento, alle offese, ai pregiudizi passati per trovare una ragione di non-intervento? In quale occasione sono stato così farisaico? Oggi mi riproporrei in fotocopia o diverso? Come caritas parrocchiale, siamo liberi da pregiudizi e operiamo solo per il bene delle persone?

3. Ricordo un caso in cui mi sono comportato come il sacerdote o il levita della parabola? E un altro in cui sono stato buon Samaritano? Quali fattori e motivazioni hanno giocato nell'uno e nell'altro caso? Quale caso ci ha aiutato a riflettere e a crescere spiritualmente? Possiamo proporlo ad altri?

4. I nostri 'soccorsi' si limitano al minimo indispensabile, scaricando poi sugli altri quando potevamo fare noi? Siamo dei minimalisti o dei massimalisti negli interventi?

5. Sono seduto in panchina a dirigere il gioco degli altri, o sono nella mischia per portare il mio contributo secondo le mie possibilità e competenze? Sono prodigo di consigli e avaro di azioni, oppure conosco un intelligente dosaggio che fa uso di entrambi secondo le situazioni?



6. Sono capace di fermarmi per pregare e contemplare? La Parola di Dio diventa il punto di riferimento costante e il metro del mio agire? Le nostre riunioni iniziano con la preghiera e fanno riferimento al Vangelo?

7. Sono convinto che amore al prossimo e amore a Dio camminano di pari passo e sono ambedue indispensabili per un'armonica crescita cristiana? Che cosa faccio per accrescerli? Potrei fare di più? E come gruppo parrocchiale?


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