Informazioni di carattere generale IL titolo dell’opera



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Il mondo di Dante… breve viaggio all’Inferno!
Informazioni di carattere generale
Il titolo dell’opera
Il titolo originario dell’opera è Comedìa o Commedia. L’aggettivo “divina” fu aggiunto a partire dall’edizione veneziana del 1555 stampata da Giolito e Dolce. Più difficile è motivare la scelta del titolo dantesco, in quanto l’autore stesso offre indicazioni controverse. Nel De Vulgari eloquentia egli riprende la classificazione classica e medievale degli stili: uno stile elevato adatto alla tragedia, uno mediano per la commedia, uno umile per l’elegia. Ciò indicherebbe dunque una scelta in base a criteri stilistici, ma se tale indicazione può essere accettabile per le prime due cantiche, non lo è per la terza, in cui il registro è più elevato. In seguito Dante fornisce altre motivazioni riguardo al titolo della sua opera. Esse si trovano soprattutto nell’Epistola a Cangrande (il signore di Verona dedicatario del Paradiso) ove si dà come titolo il seguente: Incipit Comoedia Dantis Alagherii, fiorentini natione, non moribus (Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di costumi). Poi viene spiegata la definizione e il significato di commedia: “La commedia è un genere di narrazione poetica differente da tutti gli altri. Differisce dunque dalla tragedia in questo, che la tragedia all’inizio è pacata e tranquilla e alla fine è grave e orribile. La commedia invece presenta all’inizio elementi aspri, ma la sua materia termina felicemente. […] E’ dunque chiaro perché la presente opera è intitolata Commedia. Infatti, se guardiamo alla materia, essa è orribile e grave all’inizio, poiché tratta dell’Inferno, felice, gradita e accetta alla fine perché tratta del Paradiso”. Questa definizione riguarda dunque non tanto lo stile quanto la materia trattata. A parziale giustificazione di tali incongruenze, occorre osservare che probabilmente il disegno dell’opera si è evoluto progressivamente finendo per esulare dai canoni fissati in anticipo. Nel Paradiso, ad esempio, non compare mai la parola “comedìa”, come nelle prime due cantiche, per definire l’opera, ma la definizione è “sacrato poema”, che indica un’opera poetica in generale.

(tratto da: Dante Alighieri, La Divina Commedia, ed. integrale a cura di Alessandro Marchi, Paravia, Varese 2005, pag. IX)


La composizione
[…] L’Alighieri dapprima (1294-95) aveva pensato di comporre un poema paradisiaco in onore della beata Beatrice, verosimilmente di stampo allegoristico: e l’aveva iniziato in latino ma per volgerlo poi tosto in volgare, il quale gli parve meglio rispondente alle sue capacità; altri interessi poi lo distolsero e gli fecero dimenticare l’assunto. La riemersione di quel primo abbozzo fra le carte fiorentine e la sua restituzione al poeta allora esule in Lunigiana (1306) riaccesero l’Alighieri a quell’idea: che però veniva profondamente modificata nell’impostazione ed ampliata a tutti e tre i regni dell’Oltretomba.

Stesi i primi due canti (dove permangono alcuni pochi elementi del primitivo abbozzo) già in Lunigiana, passato quindi Dante in Casentino, dopo un breve momento di interruzione riprese in mano l’opera aggiungendovi altri cinque canti: e decise di pubblicare quel primo gruppo (1308) – e i primi sette canti non furono perciò più ritoccabili – nella speranza che la loro conoscenza riuscisse a favorirgli l’amnistia da parte dei Neri. Seguì un altro e più accentuato, stacco; poi l’Inferno fu steso fino al canto XVI: ed anche questa parte fu messa in circolazione, nell’ultimo periodo del soggiorno casentinese (1311). I momenti più drammatici dell’impresa di Arrigo VII videro Dante abbandonare il Casentino, e l’opera nuovamente interrotta. La stesura della seconda parte dell’Inferno, anche stilisticamente ben diversa, fu più compatta; e l’intera cantica fu licenziata alla fine del 1314 (o primi mesi del 1315), quando l’Alighieri era ospite a Ravenna di Guido da Polenta; e la fulgida vittoria di Montecatini (agosto 1315) spinse il poeta a far avere ad Uguccione della Faggiuola copia della cantica.

Anche il Purgatorio, benché steso in periodo per l’esule meno turbolento (buona parte del 1315 e la prima metà del 1316) e senza gravi problemi di interruzione, fu pubblicato per gruppi di canti: dapprima i primi cinque (1315), poi un secondo gruppo (forse VI-XIII), infine gli altri (1316). Per il Paradiso il poeta inviò a Cangrande i primi otto canti (composti prima che il poeta si volgesse allo scaligero come al nuovo protettore), quindi un altro gruppo (se non due) fino al ventesimo, infine gli ultimi tredici. Quando l’Alighieri potè far avere allo Scaligero la cantica nella sua interezza (poco prima del 25 agosto 1320), la accompagnò con un’epistola ove affermava il desiderio di scriverne un commento, unitamente ad “alia reipublice utilia”: la Monarchia. Però egli attese invano che il Paradiso fosse pubblicato da Cangrande, allora preso da ben altre preoccupazioni: il poema nella sua integralità fu edito solo postumo (primavera 1322) a cura del figlio Jacopo a Ravenna.

Da questa minuta ricostruzione vengono illuminati, rivelandone le più riposte ragioni, giudizi politici ed inversioni di rotta; esclusa la revisione generale di ciascuna cantica prima della pubblicazione, avvenuta invece per gruppi di canti, ne escono finalmente spiegate incongruenze, contraddizioni e mutamenti di opinioni. Ne risulta insomma il quadro di un poema sofferto, lacerato, frutto di un lungo travaglio che fece davvero il poeta “per più anni macro”; e il ritratto, anche più sofferto, di un uomo, che la retorica ha reso mito, abituandoci ad immaginarlo tutto d’un pezzo, immune dalla debolezza degli uomini: e che qui abbiamo incontrato umano, e patetico, e singolarmente sventurato.

Non tutti saranno pronti ad ammettere che nel “poema sacro” ricorrano errori e contraddizioni, preferendo forse il velo pietoso ed ipocrita di più sfumate elocuzioni. Ma è poi vero che la poesia, la grande poesia, non si nutra anche di errori e contraddizioni? Talvolta anzi la rendono più genuina, e perciò più fresca e più vera; e questa indagine, frutto tutta di mentalità e di metodo filologici, ha ambìto a capire intimamente la ragione del testo: e dunque dell’autore e della sua poesia.

(tratto da: Giorgio Padoan, Il lungo cammino del “Poema Sacro”, Studi Danteschi, Leo S. Olschki Editore, Firenze 1993, pagg. 122-123)


Il viaggio oltremondano

Nell’opera in questione viene narrato il viaggio compiuto da Dante dalla notte dell’8 aprile a quella del 14 dello stesso mese del 1300, che coincide col periodo pasquale di quell’anno. Tale data è facilmente desumibile dall’inizio del poema, in quanto Dante dice di trovarsi a metà della vita umana (alla quale secondo la concezione del tempo, ricavata dalla Bibbia, si attribuiva una durata media di settant’anni). Dunque al momento di intraprendere il viaggio il poeta ha trentacinque anni, ed essendo nato nel 1265, la data d’inizio del viaggio medesimo non può essere che il 1300. Secondo alcuni critici, tra cui il Sapegno, il viaggio sarebbe iniziato il 25 marzo, a Firenze, il primo giorno dell’anno, in quanto nella città toscana vigeva la datazione ab incarnazione (vale a dire al momento del concepimento di Cristo) anziché a nativitate (cioè dalla nascita di Cristo stesso). Il 1300 è anche l’anno del primo Giubileo, indetto da papa Bonifacio VIII. Questa ricorrenza religiosa, di origine ebraica, prevedeva l’indulgenza plenaria (cioè la remissione della pena dovuta per i peccati) a chi si fosse recato in pellegrinaggio a Roma.

Il viaggio oltremondano, che Dante dice di aver intrapreso, nasce quindi da un profondo bisogno di purificazione, di espiazione, di rigenerazione morale e spirituale, bisogno che non è solo individuale ma anche di gran parte delle coscienze del tempo e che s’inserisce in un clima storico e politico di crisi istituzionale, sul piano sia politico (decadenza dell’istituzione imperiale) sia religioso (prevalenza del potere temporale da parte del Papato su quello spirituale con conseguente mondanizzazione della Chiesa, i cui effetti erano la simonia, il nepotismo, la corruzione, ecc.). I riflessi di tale condotta religiosa erano il disordine sociale e politico. La Firenze di Dante, con l’intenso e il rapido sviluppo commerciale ed economico avvenuto soprattutto a partire dalla seconda metà del Duecento, costituisce un microcosmo di tale disordine morale, che investe la società nel suo insieme e che vede l’abdicazione ai vecchi valori cavallereschi di cortesia, magnanimità, valore militare e il diffondersi generalizzato della sete di ricchezze e delle conseguenti aspre lotte intestine all’interno della stessa città. Dante medesimo resterà coinvolto in queste guerre interne tra Guelfi bianchi e neri, quando, ricoprendo la carica di Priore delle Arti (1300), sarà esiliato con falsa accusa di baratteria, lanciatagli dopo che i Neri, grazie alle subdole manovre di Bonifacio VIII, avevano ripreso il potere.

Dante, nel suo messaggio profetico, annuncia la venuta di un “veltro”, cioè di un riformatore spirituale che avrebbe riportato l’umanità sulla retta via. Lui stesso, col quale il “veltro” potrebbe identificarsi, si sente investito di una missione profetica e divina, come gli confermerà il suo avo Cacciaguida in paradiso, volta alla rigenerazione spirituale dell’umanità.

(tratto da: Dante Alighieri, La Divina Commedia, ed. integrale a cura di Alessandro Marchi, Paravia, Varese 2005, pagg. IX-X)
La cosmologia dantesca
Riguardo al modo di concepire il cosmo, Dante si rifà sostanzialmente alla teoria dell’astronomo greco Tolomeo, vissuto nel II secolo d.C., e detta appunto tolemaica o geocentrica, la cui validità sarà messa in discussione solo da Copernico (1473-1543). La terra è ritenuta sferica e si trova al centro dell’universo, che in pratica coincide col sistema solare. Essa fa parte del mondo sublunare (quello al di sotto del cielo della Luna) ed è separata da quello celeste dalla sfera del fuoco. Al di sopra di essa ruotano nove sfere concentriche, comprese da una decima, l’Empireo, immobile e sede di Dio e dei beati. I pianeti sono incastonati nei vari cieli a cui danno il nome. La terra è costituita da due emisferi, quello artico o boreale, o delle terre emerse, e quello antartico o australe o delle acque. Il primo è abitato, a differenza del secondo completamente disabitato. I confini del primo sono costituiti a est dal fiume Gange e ad ovest dalle Colonne d’Ercole (l’attuale stretto di Gibilterra).

Nei pressi di Gerusalemme, che si trova esattamente al centro delle terre emerse dell’emisfero boreale, si trova l’ingresso dell’inferno; questo è costituito da una immensa voragine a forma d’imbuto, formatasi in occasione della ribellione a Dio di una parte degli angeli guidati da Lucifero; essi vennero infatti precipitati sulla terra, che, per evitare di riceverli, si aprì dando luogo appunto alla suddetta voragine. La massa di terra eccedente andò a costituire la montagna del purgatorio, al centro dell’emisfero delle acque, raggiungibile tramite un cunicolo (o “natural burella”) che collega il centro della terra, ove si trova Lucifero, con la spiaggia del purgatorio.

(tratto da: Dante Alighieri, La Divina Commedia, ed. integrale a cura di Alessandro Marchi, Paravia, Varese 2005, pagg. XI)
L’inferno
È costituito da nove cerchi che vanno via via restringendosi, alcuni dei quali sono suddivisi in gironi, in bolge o fosse e in zone. La porta dell’inferno immette nell’antinferno, il luogo dove sono collocati gli ignavi, non ritenuti degni, per la loro sostanziale vigliaccheria o incapacità di prendere posizione, di stare nell’inferno vero e proprio. Quest’ultimo è delimitato dal fiume Acheronte, attraverso il quale il demonio Caronte ha il compito di traghettare le anime dei morti.

Successivamente troviamo il primo cerchio che coincide con il limbo, il luogo dove si trovano i bambini non battezzati, e coloro che, essendo vissuti prima di Cristo, non hanno potuto abbracciare la fede cristiana. Dal secondo cerchio in poi cominciano a essere puniti i peccatori veri e propri secondo una classificazione generale, elaborata sulla scorta dell’etica di Aristotele, in base al tipo di peccato:



  • peccati d’incontinenza (quelli puniti dal secondo al quinto cerchio: lussuria, gola, avarizia e prodigalità, ira e accidia);

  • di violenza (puniti nel settimo cerchio, suddiviso in tre gironi: dei violenti contro il prossimo e le sue cose, dei violenti contro se stessi, dei violenti contro Dio e la natura);

  • di fraudolenza (comprende l’ottavo cerchio, ove sono puniti coloro che hanno usato la frode contro chi non si fida, suddiviso in dieci bolge: quelle dei ruffiani e seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, consiglieri fraudolenti, seminatori di discordia, falsari; il nono cerchio, ove sono puniti i traditori di coloro che hanno usato la frode contro chi si fida, ed è suddiviso in quattro zone: Caina [traditori dei parenti], Antenora [della patria], Tolomea [degli ospiti], Giudecca [dei benefattori]).

Resta a parte il sesto cerchio. Ove sono collocati gli eretici. Sono presenti anche altri due fiumi, lo Stige, che forma una palude tra il quarto e il quinto cerchio, sotto le mura della città di Dite, e il Flegetonte, nel primo girone del settimo cerchio, ove sono immersi gli omicidi. Da ricordare anche la palude ghiacciata di Cocito che occupa il nono cerchio. Lucifero, in forma d’immenso mostro con tre teste, dalle ali di pipistrello, è collocato al fondo dell’inferno, che coincide col centro della terra. Muove costantemente le ali per mantenere ghiacciata la palude e strazia nelle tre bocche Bruto, Cassio (traditori e uccisori di Cesare) e Giuda (traditore di Cristo).

Nell’inferno vige la legge penale del contrappasso.

(tratto da: Dante Alighieri, La Divina Commedia, ed. integrale a cura di Alessandro Marchi, Paravia, Varese 2005, pagg. XI)
L’epistola a Cangrande della Scala (traduzione di Nicola Maggi)
Al magnifico e vittorioso Signore, messer Cangrande della Scala, del sacratissimo Principato cesareo nella città di Verona e di Vicenza vicario generale; il suo devotissimo Dante Alighieri, fiorentino di nazione, non di costumi, prega vita lungamente felice e perpetuo incremento del nome glorioso.

[…] Per ciò, chi intende fare alcun proemio alla parte di un’opera, ben si conviene che prima dica qualche cosa del tutto a cui quella porzione appartiene. Così io, desiderando ragionare alquanto, a mo’ di proemio, della sopra detta parte della Comedia (il Paradiso), ho pensato esser utile dir prima qualche cosa di tutto il lavoro, perché più compiuta e più chiara riesca la introduzione alla parte. Frattanto, sei sono le cose da cercarsi in ogni opera dottrinale: il subbietto, l’agente, la forma, il fine, il titolo del libro e il genere di filosofia […].

Per maggior chiarità del discorso è in prima da notare che questa opera non ha un sol significato, ma più d’uno ne ha; cioè è polisensa: dacché l’un senso si ha per lettera, l’altro per le cose della lettera significate: e il primo è però letterale, l’altro allegorico, ovver morale o anagogico. Le quali significazioni si possono, a maniera di esemplo, veder in que’ versi: “Quando Israele si partì dall’Egitto e la casa di Giacobbe da un popolo barbaro, la nazione giudea venne consacrata a Dio e Israele diventò suo dominio”. Dove, se si rimane alla lettera, abbiam significato lo esodo de’ figlioli d’Israello dall’Egitto, a tempo di Moise; se alla allegoria, la redenzione nostra per Cristo; se al senso morale, la conversione dello spirito dal pianto e dalla tristizia del peccato allo stato di grazia; se l’anagogico, il trarsi dell’anima santa dal servaggio presente corruttibile stato alla libertà della eterna gloria. E quantunque variamente si chiamino questi mistici stati, tutti in genere, posson dirsi allegorici perché dal senso letterale o storico lontani: dacché allegoria viene da άλλοίος , greca voce che nel latino vale alieno o diverso.

Fermato questo ne conséguita che doppio debb’esser il subbietto intorno al quale discorrano gli alterni sensi. Epperò è da cercare primamente il subbietto di questa opera quanto alla lettera; poi quanto alla sentenza sua allegorica. Quanto alla lettera esso è dunque questo: lo stato delle anime dopo morte, considerato semplicemente; poiché di quello e intorno a quello il processo di tutta l’opera intende; e quanto al senso allegorico, n’è soggetto l’uomo, che per suo libero arbitrio bene o male operando, aspetta il premio o il castigo della Giustizia.

Duplice poi ne è la forma, quella del trattato e quella del trattare. La prima si divide in tre parti, e però è triplice; ché tutta l’opera si divide in tre Cantiche, ciascuna delle quali in Canti e i Canti in ritmi. Il modo della trattazione è poetico, fittivo (immaginifica), descrittivo, digressivo (che presenta delle digressioni), transuntivo (riassuntiva) e, oltre a ciò definitivo, divisivo (capace di predicare vari aspetti di un oggetto), probativo (che spiega quello che dice quando ciò è possibile), improbativo (che non spiega ciò che è materia di fede), positivo di esempli […].

Il fine dell’opera e di parte di essa può esser molteplice, ovvero prossimo e remoto: ma, evitando ogni sottigliezza, brevemente diremo esser fine del tutto e della parte il rimovere i viventi dallo stato di miseria per drizzarli a quello della felicità.

Finalmente il genere di filosofia, al quale il tutto e la parte son vòlti, è la morale pratica, o l’etica; però che non alle speculazioni, ma alle opere fu intrapreso tutto il lavoro […].

(tratto da: Alighieri Dante, Dante, Tutte le opere, a cura di I. Borzi, G. Fallani, N. Maggi, S. Zennaro, Newton (Grandi Tascabili Economici Newton) Roma 2005, pagg. 1178-1191.


Un’indagine sul male del mondo
Il fondamento etico della Commedia: La Divina Commedia si regge su di una struttura etica, su di un’opposizione assoluta: bene contro male. Il difficile e avventuroso viaggio è soprattutto un percorso morale, una riconquista etica attraverso l’acquisizione della piena consapevolezza del male. Solo conoscendolo a fondo, esso può essere rifiutato. Per due terzi (Inferno e Purgatorio) la Commedia è una rassegna della fenomenologia del male, un’indagine capillare, minuziosa, classificatoria sulla sua natura multiforme, secondo le gradazioni di gravità che gli sono proprie, fino alla contemplazione e alla presa di coscienza del male assoluto, metafisico, materializzato in Lucifero al centro della terra. Si parte dal male per arrivare al bene. Il male nella sua concretezza visibile è il buio, quello dell’oscurità della selva (“mi ritrovai per una selva oscura”), o “l’aere perso” del “cieco carcere” infernale, dal quale sono bandite le stelle; ma a livello morale è il prevalere degli istinti, non più guidati e corretti dalla ragione, che hanno spinto l’uomo Dante “in basso loco”, nella “selva selvaggia”. Per uscire dalla condizione di bruto occorre il pieno recupero delle facoltà razionali, dominatrici degli istinti di natura animalesca.
La fenomenologia del male: Il male è l’eccesso, la smoderatezza, la mancanza di senso della misura, il disconoscere la funzione calmieratrice e saggia della temperanza. In questo senso il male può assumere aspetti differenti: è l’amore quando diventa sessualità sfrenata, non più sorretta da alcun principio morale (lussuria, come nel caso della tragica e appassionante vicenda di Paolo e Francesca rievocata nel V dell’Inferno o per le anime della settima cornice del Purgatorio); è l’ingordigia compiaciuta di chi sfoga le proprie brame edonistiche sul cibo, la bulimia elevata a principale ragione di vita che sottrae preziose risorse di cibo a chi vive di una dieta povera, capace a stento di placare la fame (i golosi del terzo cerchio dell’Inferno o quelli della sesta cornice del Purgatorio); è l’avarizia (quarto cerchio infernale, quinta cornice del Purgatorio), elevata a sistema di vita nel disconoscimento della natura del denaro quale strumento per vivere e nella sua identificazione, invece, di scopo unico della vita, un idolo pagano a cui tutto sacrificare; è il suo contrario, la prodigalità (assimilata all’avarizia e punita nello stesso luogo): lo sperpero scriteriato, indifferente ai bisogni materiali dei più, che non dispongono nemmeno del necessario; è il lasciarsi annebbiare dai fumi dell’ira (quinto cerchio infernale, terza cornice del Purgatorio), che rendono smodate, sproporzionate, spesso violente, le nostre azioni rispetto a quanto richiesto dalle circostanze; è il tarlo paralizzante dell’accidia (stessa collocazione dell’ira nell’Inferno, quarta cornice nel Purgatorio), che impigrisce l’animo fino all’inazione, fino all’intorpidimento morale; è la violenza contro l’uomo, la natura, Dio nelle forme dell’omicidio e del suicidio, della sodomia, della blasfemia (settimo cerchio infernale). Il male è l’inganno, la frode, il tradimento perpetrato a danno degli altri, magari carpendo la loro buonafede, che può assumere una multiforme se non infinita varietà di comportamenti illeciti (ottavo e nono cerchio infernale); la loro materializzazione è esemplificata dal mostro Gerione che Dante e Virgilio incontrano sul limitare del settimo cerchio dell’inferno (XVII, 1-3 e 10-15).
“Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti e rompe i muri e l’armi!

Ecco colei che tutto ‘l mondo appuzza!”.

[…]


La faccia sua era faccia d’uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d’un serpente tutto l’altro fusto;

due branche aveva pilose insin l’ascelle;

lo dosso e ‘l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle.


Nella raffigurazione del mostro dalle tre nature (umana, di serpente, leonina) il male è colto nei suoi aspetti subdoli, ingannevoli; l’intenzione malefica è nascosta nel suo contrario (la faccia dell’uomo per bene), ma si rivela nel corpo di serpente (animale biblico, personificazione del demonio), nella coda biforcuta pronta a colpire, così come nelle leonine zampe artigliate, strumento di offesa per recare danno a chi non se lo aspetta. I “nodi” e le “rotelle” dai vividi colori sembrano, con le loro geometrie, richiamare i raggiri, le arzigogolate manovre tipiche di chi intende ingannare qualcuno. Il disprezzo verso questa tipologia di male è metaforicamente tradotto in una forte sensazione olfattiva, resa da un verbo scelto dal registro volgare (appuzza) che rende appieno il disgusto fisico e morale insieme.
Il male individuale causa dei mali della società e della Chiesa: Ma per Dante i vizi e i peccati appena ricordati non hanno solo un valore individuale, non riguardano unicamente la sfera privata, non sono un fatto personale da risolvere nell’intimo della propria coscienza; essi hanno un effetto destabilizzante sulla società, ne minano le fondamenta, ne turbano l’ordinato assetto regolato dalle leggi che devono ispirarsi a criteri di giustizia umana, quale riflesso di quella divina. Il disordine morale individuale si ripercuote e si amplifica sul consesso civile con conseguenze nefaste sulla vita pubblica. Il male è in primo luogo la corruzione di chi ricopre cariche pubbliche (baratteria, canti XXI e XXII dell’Inferno). Paradossalmente il fustigatore di tale vizio è lo stesso Dante che, accusato falsamente di tale reato, ha pagato duramente con l’esilio, preannunciatogli dall’avo Cacciaguida nel XVII del Paradiso: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui; e come duro calle è lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale” (vv. 58-60). Il male è la lupa (allegoria dell’avarizia o cupidigia) che “mai non empie la bramosa voglia e dopo ‘l pasto ha più fame che pria” (Inferno I, 98-99), quella cupidigia che è alla base di tanti comportamenti illeciti e che ha attecchito col suo tarlo inestinguibile anche nella Chiesa, nel seno della quale eminenti pastori sono preda della simonia (il vituperato commercio di cariche ecclesiastiche), volta ad arricchire magari i propri consanguinei attraverso disinvolte pratiche nepotistiche, che li avvantaggiano cioè nel raggiungimento di cariche ecclesiastiche (a tale riguardo si vedano i versi 52-117 del canto XIX dell’Inferno e i versi 22-66 del canto XXVII del Paradiso).

Il male è ingerirsi in ambiti che non sono propri: i casi del papa e dell’imperatore:
Proposta in aula
Origine e forma della letteratura apocrifa
Annunciazione
L’offerta e la domanda di moneta
Il debito pubblico, i banchi pubblici, i monti di pietà
Quinto capitolo:
Gli affreschi
Fabrizio de andré, lezione in ateneo



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