Ing. Anna mazzi


I costi della non qualità



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1.2 I costi della non qualità


Per una impresa l’incremento della qualità del prodotto/servizio è molto importante al fine di mantenere il vantaggio competitivo nel mercato. Iniziare ad applicare e sostenere dei miglioramenti sulla qualità aziendale richiede una quantità significativa di costi, conosciuti come i costi della qualità. Invece in riferimento ai costi dovuti alle inefficienze, e alla scarsa qualità in genere, si può parlare di costi della non qualità. Questi costi hanno origine da diversi tipi di attività di diversi reparti, i quali incidono sulla qualità del prodotto o servizio. Per chi si occupa di qualità in azienda la più grande sfida è quella di trovare la relazione tra il costo totale della qualità associato ad un prodotto/servizio. In sostanza, un livello più elevato di qualità comporta un livello maggiore di produttività, che porta ad una maggiore forza competitiva nel lungo termine. In tal senso gli investimenti atti a migliorare la qualità comportano una riduzione dei costi globali dovuti: alla riduzione delle rilavorazioni, meno errori e intoppi, ed un uso più efficiente del tempo e dei materiali. Indipendentemente dalla dimensione dell’azienda in questione, la qualità contribuisce direttamente al margine di guadagno. Mentre vi è un consenso molto diffuso sul fatto che gli investimenti per aumentare il livello di qualità comportino ad una notevole riduzione dei costi, non vi è un preciso accordo su quale sia il livello ottimale di investimento da dedicare a tali miglioramenti. Misurare i costi della qualità e della non qualità, è basilare per l’ottenimento di informazioni utilizzabili al fine di individuare le maggiori opportunità per azioni correttive e/o preventive e per rilevare quali siano le forze e le debolezze del sistema azienda.

La definizione di costo della non qualità è importante tanto quanto quella di qualità. Sfortunatamente, la definizione di costi della non qualità e dei suoi elementi costitutivi differisce da autore ad autore (Mohanty & Tiwari, 2006). Juran fu il primo, nel 1951, a scrivere del concetto di costo della non qualità nel libro Quality control handbook. Questo segnò l’inizio di successivi sviluppi nel campo dei costi della non qualità. Juran (1989, p.376) descrive il costo della scarsa qualità come ‘la somma di tutti i costi che dovrebbero sparire se non ci fossero problemi di qualità’ e coniò il termine ‘oro in miniera’ in riferimento alla scarsa qualità ed i costi ad essa associati. Con il suo lavoro sollecitava le aziende a minimizzare i costi che non davano valore aggiunto, le perdite di risorse e di tempo associati alla scarsa qualità. In aggiunta, enfatizzò la necessità di quantificare e classificare i costi della non qualità a seconda della loro importanza e dei possibili benefici che la loro riduzione può generare. Tali costi possono essere utilizzati come indicatori dello stato del sistema di controllo qualità e dei processi di miglioramento. Il contributo di Juran fu molto importante nel descrive l’importanza dei costi della qualità, ma non era chiaro come si faceva a ridurli. I suoi concetti rimasero a livello teorico fino all’uscita dei primi articoli sui costi della non qualità scritti da Feigenbaum (1956) e Masser (1957). Feigenbaum è stato uno dei primi ricercatori a classificare i costi della non qualità nella forma attualmente conosciuta di: costi di prevenzione, misura e fallimento (interno ed esterno). In passato l’identificazione dei costi non è stata estesa a tutte le funzioni, ma si limitava ai soli costi riferiti alle attività di ispezione e di misura. C’erano, ovviamente, molti altri costi legati alla non qualità, che però venivano dispersi tra le varie voci di costo, specialmente quelle legate alle spese generali. Quindi il tipico costo della non qualità era molto limitato rispetto ai costi totali. Nel momento in cui i manager scoprivano che tali costi erano infimi la loro reazione istintiva fu quella di valutare più attentamente la possibilità di ignorare l’attuazione di provvedimenti per il miglioramento della qualità.

In letteratura si trovano diversi studi che descrivono le relazioni tra i diversi tipi di costi della non qualità. Utilizzando numerose tecniche statistiche Carr e Ponoem (1994), Chauvel e Andre (1985) e Ittner (1992, 1994, 1996) provarono a definire le relazioni tra le categorie di tali costi. La supposizione base di tali studi è che ‘investimenti in attività di prevenzione e misura portano a grandi risparmi grazie alla riduzione dei costi di fallimento, ed ulteriori investimenti in attività di prevenzione possono generare altri profitti grazie alla riduzione dei costi di misura’ (Ittner, 1996). Sempre in letteratura esistono due linee di pensiero che spiegano in modo diverso il comportamento dei costi della qualità: ‘la qualità è gratis’ e la scuola economica. ‘La qualità è gratis’ afferma che la qualità non ha effetti economici perché è un bene che non può essere comprato o venduto. Il concetto di costo della qualità è riassunto nel libro di Crosby: Quality is free (1980). Nel suo libro Crosby afferma che: ‘la qualità è gratis, non è un regalo, ma è gratis. Quello che in realtà costa soldi è la non-qualità, ovvero tutte quelle azioni e attività che concorrono nel non fare correttamente il lavoro la prima volta. La scuola economica invece stabilisce che esiste una relazione economica tra le due categorie di costo della qualità: investire nei costi che comportano conformità ridurrà i costi di non-conformità; vale a dire che esisterà un ottimo di costo totale. Le due linee di pensiero hanno generato importanti conseguenze sulla rilevanza e l’utilizzo dei costi della non qualità. Ad ogni modo diversi studi sono stati compiuti considerando esempi teorici e non pratici, e molti di essi sono travianti riguardo al fatto che grandi cambiamenti possono essere ottenuti con piccoli sforzi. Esiste anche una certa confusione sulle forme delle curve dei costi della non qualità. Si può quindi affermare che i vari studi sui e modelli sui costi della non qualità hanno bisogno di una validazione tramite l’applicazione a dei casi reali (Freislenben, 2004).

I costi della non-qualità a partire da Feighenbaum (1956) e successivamente da Harrington (1987) sono stati suddivisi in un modo ben preciso che risulta consolidato nel tempo. Per tale motivo nella Figura 1.1 si può visionare la suddivisione di Harrington che sarà utilizzata come base per la classificazione dei costi. I costi diretti della non-qualità comprendono tutti i costi che l’impresa sostiene per prevenire errori nella produzione e garantire un livello minimo di qualità.



La seconda componente dei costi della non-qualità è rappresentata dai costi indiretti. Essi individuano l’insieme di costi e di perdite che l’impresa subisce come ripercussione dell’errore esterno e vengono definiti indiretti in quanto non direttamente imputabili all’economia dell’impresa, ma all’economia del cliente.


Fig. 1.1, Suddivisione dei costi della non qualità secondo Harrington, fonte: Fazzarri A. L., (2012; pp. 151)



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